[Ansa.it 18/11/2013]
Rispetto agli adolescenti degli ultimi venti anni i ragazzi
'app-generation' di oggi hanno una grande quantità di mezzi digitali e
dimostrano di avere un livello superiore di creatività nelle arti
grafiche e visive ma, di pari passo, zoppicano nella scrittura che,
negli anni, si è appiattita, ha perso sfumature, è diventata più
semplice e banale. Lo dimostrano i ricercatori della University of
Washington e della Harvard university che hanno analizzato 354 campioni
di arti visive e 30 esempi di scrittura creativa degli adolescenti
americani, confrontandoli con ciò che creavano e scrivevano i ragazzi
delle precedenti generazioni a ritroso fino al 1964. Lo studio sarà
pubblicato a dicembre su Creativity research journal. "I giovani oggi
dimostrano di sapersi giostrare meglio nell'uso dei mezzi informatici
per la produzione di disegni e arti visive dimostrando un alto livello
di sofisticazione e complessità nei loro lavori, insieme ad un uso più
ridotto delle illustrazioni a penna" spiega Katie Davis, coautrice del
libro 'The App-generation" uscito a fine ottobre, e direttore dello
studio. "Al contrario la scrittura negli ultimi 20 anni è diventata più
convenzionale, con un trend di appiattimento, mancanza di sfumature e
maggiore banalità, con un linguaggio più semplice".
I ricercatori evidenziano che negli anni osservati c'è stato un aumento
notevole dell'innovazione in ambito dell'arte digitale e i ragazzi della
'app-generation' hanno molti strumenti in più per la produzione
artistica creativa. "Rimane una questione aperta se il declino nelle
capacità letterarie sia la conseguenza di questa grande offerta di mezzi
digitali negli ultimi 20 anni. La questione andrebbe approfondita
meglio e merita più attenzione" ha precisato Davis.
mercoledì 20 novembre 2013
La costruzione dell'identità e i social network
[Huffington post Italia 18/11/2013]
Usare e "stare" sui social network ha amplificato il mio radicato interesse per il tema della costruzione e percezione dell'identità. Come molti, anche io mi sono chiesta perché tutto questo successo dei social? Perché siamo tutti lì a dire cosa abbiamo mangiato, dove siamo andati in vacanza e cosa sogniamo? Perché far sapere agli altri i nostri gusti musicali? E perché questo compulsivo bisogno di condividere?
Gran parte di questo successo, mi viene da pensare, è forse dovuto al fatto che sui social media noi possiamo costruire, plasmare e, apparentemente, controllare le nostre identità-plurime. Possiamo diventare supereroi, possiamo esplorare gli aspetti più oscuri della nostra personalità, più o meno in incognito--sempre presunto ovviamente perché, si sa, niente in rete è veramente in incognito.
Su Twitter per esempio, vedo che tra i tanti, tantissimi, che si identificano indicando un nome e cognome (non necessariamente veri) ci sono anche un "buonoanullo" un "lama elegante" un "signor nessuno" un "MisterX", un "Diavolo", un "Dio" una "ballodasola", una "solostronza" e una "corposenzatesta". Giusto per citarne qualcuno. Una bella signora sposata, si definisce così: "fighting 40+, UK" e posta foto più o meno porno con o senza lingerie (il suo modo di contrastare la crisi d'identità che accompagna la pre-menopausa). Ognuno si dedica liberamente a diventare ciò che vuole o che forse non può essere nel quotidiano. Twitter è la trasgressione potenziale, il travestimento drag accessibile, facile e gratuito. Con tanto di flirt, twitt-cottarelle e sesso virtuale.
Pare infatti che Twitter funzioni meglio dei siti d'incontri. Mentana, tempo fa, con il suo annuncio pubblico e pubblicizzato, di cancellarsi da Twitter voleva denunciare proprio il rischio insito nel non doversi necessariamente esporre in prima persona. Con un finto profilo infatti, si può criticare, flirtare, insinuare e offendere chiunque senza rischiare conseguenze concretamente problematiche--tipo una denuncia.
Ci sono quelli che preferiscono Facebook e quelli che preferiscono Twitter. La grande differenza, la maggiore direi, tra i due social è che su FB si tende a modificare l'identità reale. Ovverosia ad imbellire l'io quotidiano, filtrando accuratamente cosa postare e cosa non, quali foto taggare, quali citazioni condividere. In base all'idea che abbiamo dell'io desiderabile (ricco, magro, viaggiatore, politico, pubblico, misterioso, intellettuale, simpatico...) aggiungiamo pezzetti di un puzzle immaginario che ci deve rappresentare così come riteniamo di voler essere.
Al contrario, twitter-che non richiede veri o presunti amici come pubblico, ma predilige gli sconosciuti-si presta meglio a costruire un'identità completamente nuova e spesso del tutto staccata dall'io quotidiano e, attraverso questa, permette di esplorare soprattutto chi poter essere. Non è certo un caso che, sempre più spesso, chi deve assumere del personale, controlli in rete chi o cosa questa persona sia e l'immagine di sé che il candidato vuole dare. E a voler cascare nella trappola del "prima e dopo", prima di questo boom dei social, l'identità veniva costruita attraverso l'album fotografico e i filmini delle vacanze o del matrimonio. Adesso attraverso Linkedin, FB o Instagram e di questi tempi è più pressante e vitale esistere in rete che esistere nella realtà. E penso al famoso adagio: se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Egualmente, se qualcuno esiste, ma non è visibile in rete, non è contattabile, non è rintracciabile, esiste sul serio?
Il 24 maggio 2012 al New Museum di New York, l'artista Constant Dullaart ha voluto puntare il dito su questo fenomeno in modo provocatorio e ha reso pubblica la password necessaria per accedere al suo account Facebook. Da quel momento, non ha più avuto alcun controllo sul suo diario online. Su questa scia, l'artista tedesco, Tobias Leingruber, ha fondato il Social ID Bureau, un servizio che mette a disposizione carte d'identità basate sulla nostra presenza nei social network. Nato come Facebook ID Bureau e lanciato con una performance a Berlino nel marzo scorso, il progetto ha immediatamente stimolato la risposta legale di Facebook.
E così continuo a perdermi nelle mie riflessioni. Cosa vuol dire, di questi tempi la parola "identità"? E come ci possiamo identificare adesso che anche l'identità è diventata, citando Bauman, liquida? Ma soprattutto, adesso che possiamo non-essere e cambiare chi essere come cambiamo abiti, che rappresentazione del reale cercheremo?
Sasha Perugini
Usare e "stare" sui social network ha amplificato il mio radicato interesse per il tema della costruzione e percezione dell'identità. Come molti, anche io mi sono chiesta perché tutto questo successo dei social? Perché siamo tutti lì a dire cosa abbiamo mangiato, dove siamo andati in vacanza e cosa sogniamo? Perché far sapere agli altri i nostri gusti musicali? E perché questo compulsivo bisogno di condividere?
Gran parte di questo successo, mi viene da pensare, è forse dovuto al fatto che sui social media noi possiamo costruire, plasmare e, apparentemente, controllare le nostre identità-plurime. Possiamo diventare supereroi, possiamo esplorare gli aspetti più oscuri della nostra personalità, più o meno in incognito--sempre presunto ovviamente perché, si sa, niente in rete è veramente in incognito.
Su Twitter per esempio, vedo che tra i tanti, tantissimi, che si identificano indicando un nome e cognome (non necessariamente veri) ci sono anche un "buonoanullo" un "lama elegante" un "signor nessuno" un "MisterX", un "Diavolo", un "Dio" una "ballodasola", una "solostronza" e una "corposenzatesta". Giusto per citarne qualcuno. Una bella signora sposata, si definisce così: "fighting 40+, UK" e posta foto più o meno porno con o senza lingerie (il suo modo di contrastare la crisi d'identità che accompagna la pre-menopausa). Ognuno si dedica liberamente a diventare ciò che vuole o che forse non può essere nel quotidiano. Twitter è la trasgressione potenziale, il travestimento drag accessibile, facile e gratuito. Con tanto di flirt, twitt-cottarelle e sesso virtuale.
Pare infatti che Twitter funzioni meglio dei siti d'incontri. Mentana, tempo fa, con il suo annuncio pubblico e pubblicizzato, di cancellarsi da Twitter voleva denunciare proprio il rischio insito nel non doversi necessariamente esporre in prima persona. Con un finto profilo infatti, si può criticare, flirtare, insinuare e offendere chiunque senza rischiare conseguenze concretamente problematiche--tipo una denuncia.
Ci sono quelli che preferiscono Facebook e quelli che preferiscono Twitter. La grande differenza, la maggiore direi, tra i due social è che su FB si tende a modificare l'identità reale. Ovverosia ad imbellire l'io quotidiano, filtrando accuratamente cosa postare e cosa non, quali foto taggare, quali citazioni condividere. In base all'idea che abbiamo dell'io desiderabile (ricco, magro, viaggiatore, politico, pubblico, misterioso, intellettuale, simpatico...) aggiungiamo pezzetti di un puzzle immaginario che ci deve rappresentare così come riteniamo di voler essere.
Al contrario, twitter-che non richiede veri o presunti amici come pubblico, ma predilige gli sconosciuti-si presta meglio a costruire un'identità completamente nuova e spesso del tutto staccata dall'io quotidiano e, attraverso questa, permette di esplorare soprattutto chi poter essere. Non è certo un caso che, sempre più spesso, chi deve assumere del personale, controlli in rete chi o cosa questa persona sia e l'immagine di sé che il candidato vuole dare. E a voler cascare nella trappola del "prima e dopo", prima di questo boom dei social, l'identità veniva costruita attraverso l'album fotografico e i filmini delle vacanze o del matrimonio. Adesso attraverso Linkedin, FB o Instagram e di questi tempi è più pressante e vitale esistere in rete che esistere nella realtà. E penso al famoso adagio: se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Egualmente, se qualcuno esiste, ma non è visibile in rete, non è contattabile, non è rintracciabile, esiste sul serio?
Il 24 maggio 2012 al New Museum di New York, l'artista Constant Dullaart ha voluto puntare il dito su questo fenomeno in modo provocatorio e ha reso pubblica la password necessaria per accedere al suo account Facebook. Da quel momento, non ha più avuto alcun controllo sul suo diario online. Su questa scia, l'artista tedesco, Tobias Leingruber, ha fondato il Social ID Bureau, un servizio che mette a disposizione carte d'identità basate sulla nostra presenza nei social network. Nato come Facebook ID Bureau e lanciato con una performance a Berlino nel marzo scorso, il progetto ha immediatamente stimolato la risposta legale di Facebook.
E così continuo a perdermi nelle mie riflessioni. Cosa vuol dire, di questi tempi la parola "identità"? E come ci possiamo identificare adesso che anche l'identità è diventata, citando Bauman, liquida? Ma soprattutto, adesso che possiamo non-essere e cambiare chi essere come cambiamo abiti, che rappresentazione del reale cercheremo?
Sasha Perugini
#eJournalism, il 96% dei giornalisti Uk usa i social media per lavoro
[Key4biz 18/11/2013]
Quasi tutti i giornalisti del Regno Unito usano i social media per lavoro, tutti i giorni. E' l'indicazione di un sondaggio compiuto su 589 giornalisti del paese nell'ambito del "2013 Social Journalism Study" curato da Cision e dalla Canterbury Christ Church University, secondo cui il 96% è sui social media ''tutti i giorni'' e il 92% usa soprattutto Twitter.
Un fortissimo aumento rispetto al 70% di due anni e all'80% che l'anno scorso diceva di utilizzare Twitter (Figura 1).
Il 42% loro ritiene che i social media "siano così importanti che ormai non sarebbero in grado di svolgere il loro lavoro senza di essi" , aggiunge il rapporto. [Leggi tutto...]
Quasi tutti i giornalisti del Regno Unito usano i social media per lavoro, tutti i giorni. E' l'indicazione di un sondaggio compiuto su 589 giornalisti del paese nell'ambito del "2013 Social Journalism Study" curato da Cision e dalla Canterbury Christ Church University, secondo cui il 96% è sui social media ''tutti i giorni'' e il 92% usa soprattutto Twitter.
Un fortissimo aumento rispetto al 70% di due anni e all'80% che l'anno scorso diceva di utilizzare Twitter (Figura 1).
Il 42% loro ritiene che i social media "siano così importanti che ormai non sarebbero in grado di svolgere il loro lavoro senza di essi" , aggiunge il rapporto. [Leggi tutto...]
Le policy sui social media dei giornali italiani: LaStampa.it ha reso diponibile il suo decalogo, si apra un dibattito
[18/11/2013 Lsdi]
Recentemente la Social Media Editor della Stampa, Anna Masera, ha pubblicato sul suo blog la bozza di social media policy del giornale che risale a gennaio 2012, richiedendo osservazioni e proposte. In effetti la pubblicazione di questo decalogo con tutti i suoi limiti può essere una interessante piattaforma di partenza per discutere del rapporto fra old media, redazioni e social network.
In effetti parlare di social media policy pare un po’ eccessivo; meglio parlare di regolamento aziendale, di un decalogo per l’ uso dei social media che rende maggiormente fede alla tipologia del documento che sostanzialmente pone delle restrizioni e definizioni di competenza operativi piuttosto che un framework operativo esteso.
di Vittorio Pasteris
La cosa che più balza all’occhio dalla letttura del documento è che l’approccio con il mondo esterno, quello dei lettori, è decisamente poco social. Pare che l’ obiettivo del documento stesso sià più di creare un confine netto fra il mondo della redazione e dell’editrice e quello che sta fuori “dal firewall aziendale”, oppure um metodo per evitare fughe di notizie ed informazioni piuttosto che un galateo sociale di Rete.
Sembrano insomma più le regole di ingaggio di un plotone militare che deve sapere militarmente che fare o non fare, piuttosto che delle linee guida di condivisione e rapporto con i lettori. Anzi il termine lettori o qualcosa di simile non appare proprio nel testo.
Dando una lettura a quanto proposto dal NYT la differenza è evidente e lascia la discrezionalità al buon senso dei giornalisti
Analogamente la differenza con quanto propone il Guardian nelle sue pagine è evidente.
Ma almeno La Stampa ci ha provato e ha reso pubblico il suo approccio al problema, sarebbe interessante che ora gli altri giornali old media o nativi digitali dicessero la loro sul modus operardi sui social media.
Il testo del decalogo della Stampa.it:
Recentemente la Social Media Editor della Stampa, Anna Masera, ha pubblicato sul suo blog la bozza di social media policy del giornale che risale a gennaio 2012, richiedendo osservazioni e proposte. In effetti la pubblicazione di questo decalogo con tutti i suoi limiti può essere una interessante piattaforma di partenza per discutere del rapporto fra old media, redazioni e social network.
In effetti parlare di social media policy pare un po’ eccessivo; meglio parlare di regolamento aziendale, di un decalogo per l’ uso dei social media che rende maggiormente fede alla tipologia del documento che sostanzialmente pone delle restrizioni e definizioni di competenza operativi piuttosto che un framework operativo esteso.
di Vittorio Pasteris
La cosa che più balza all’occhio dalla letttura del documento è che l’approccio con il mondo esterno, quello dei lettori, è decisamente poco social. Pare che l’ obiettivo del documento stesso sià più di creare un confine netto fra il mondo della redazione e dell’editrice e quello che sta fuori “dal firewall aziendale”, oppure um metodo per evitare fughe di notizie ed informazioni piuttosto che un galateo sociale di Rete.
Sembrano insomma più le regole di ingaggio di un plotone militare che deve sapere militarmente che fare o non fare, piuttosto che delle linee guida di condivisione e rapporto con i lettori. Anzi il termine lettori o qualcosa di simile non appare proprio nel testo.
Dando una lettura a quanto proposto dal NYT la differenza è evidente e lascia la discrezionalità al buon senso dei giornalisti
We treat our readers no less fairly in private than in public. Anyone who deals with readers is expected to honor that principle, knowing that ultimately the readers are our employers. Civility applies whether an exchange takes place in person, by telephone, by letter or online.
Analogamente la differenza con quanto propone il Guardian nelle sue pagine è evidente.
Ma almeno La Stampa ci ha provato e ha reso pubblico il suo approccio al problema, sarebbe interessante che ora gli altri giornali old media o nativi digitali dicessero la loro sul modus operardi sui social media.
Il testo del decalogo della Stampa.it:
1) I giornalisti de La Stampa che intendono utilizzare i social networks per conto del giornale saranno inseriti nelle pagine dedicate del sito web. In tale caso La Stampa garantisce assistenza legale, previa adesione al decalogo.
2) I giornalisti de La Stampa sono tenuti a identificarsi come tali se utilizzano i loro profili per lavoro (e non solo per interesse personale).
3) Le notizie vanno date prima al proprio giornale, cartaceo o digitale.
4) Una proposta rifiutata dall’edizione cartacea perché considerata non adeguata alla linea del giornale, manterrà naturalmente la stessa inadeguatezza anche sulle piattaforme digitali.
5) E’ proibito divulgare sui social media notizie che La Stampa non ha ancora pubblicato, non importa in quale formato (per es. anticipare articoli in uscita il giorno dopo in edicola). Fanno eccezione i casi in cui ci sia un’esplicita scelta della direzione di promuovere in anticipo contenuti destinati all’edicola .
6) E’ proibito pubblicare nel proprio profilo materiale di proprietà de La Stampa o confidenziale (per es. lettere aziendali interne, o comunicati del CdR).
7) E’ bene linkare i contenuti de La Stampa, non è bene farne il copia e incolla sulle proprie pagine personali (soprattutto senza link alla fonte).
8) E’ bene tenere presente che tutto ciò che si pubblica su Internet rischia di essere permanente e può essere rintracciato dai motori di ricerca in ogni sua singola parola anche molti anni dopo la pubblicazione.
9) I giornalisti de La Stampa sui social networks devono sapere che qualsiasi informazione personale che rivelano di sé o dei loro colleghi può essere associata al nome della Stampa.
Ormai è risaputo che su Internet niente è davvero privato: quindi bisogna impostare con cura le scelte per la privacy (per esempio su Facebook * ) * Saranno fornite istruzioni a riguardo per chi le richiedesse.
10) I giornalisti de La Stampa devono tenere presente che qualsiasi opinione esprimano sui social networks può danneggiare la reputazione e la credibilità del loro giornale. Si raccomanda di applicare buon senso e professionalità.
E’ bene dichiarare sempre che le opinioni che si esprimono sono personali, ma è bene anche tenere conto che parlare male di chiunque ha sempre conseguenze negative sia per i giornalisti che per la testata. Sono altamente scoraggiati i battibecchi.
Quando si interagisce con il pubblico sui social networks e nello spazio riservato ai commenti nei blog è buona prassi ringraziare quando le critiche sono giuste e rispondere puntualmente a quelle sbagliate per ristabilire la verità, ma sempre con educazione: anche quando gli interlocutori sono a dir poco maleducati.
Nel caso i giornalisti siano vittime di attacchi di “troll”, sono invitati a segnalarlo all’azienda, e – nel frattempo – a ignorarli.
Il social network delle grandi inchieste
[18/11/2013 La Repubblica]
D al tweet al racconto il passo è breve. Almeno per Evan Williams, uno dei quattro cofondatori di Twitter. Il quale, dopo aver fatto una fortuna con il social network della sintesi, ha deciso di andare oltre i 140 caratteri. E insieme al sodale Biz Stone, che lo ha accompagnato anche nell’avventura di Twitter ora abbandonata da entrambi, ha fondato Medium: una piattaforma a metà tra il blog e il social network, che invita gli utenti a produrre e a leggere contenuti più estesi. «Storie che contano - sottolinea Williams decisamente più lunghe di un tweet. Con Medium stiamo provando a creare il luogo ideale per la condivisone di storie e di idee. Contenuti di sostanza, che non possono essere racchiusi in 140 caratteri, e che non sono stati pubblicati solo a uso e consumo degli amici”, come invece accade spesso sui social network». L’idea alla base di Medium, fondato circa un anno fa, è proprio quella di rendere più semplice ed efficace la condivisione di contenuti di maggiore ‘spessore’. E di permettere loro di diventare virali, proprio come accade per le vignette e i memesu Twitter e Facebook. «Su Medium trovano spazio molti argomenti diversi», sottolinea Williams, che della start-up è anche Ceo e l’ha presentata in grande stile con un’ampia intervista al mensile Wired, edizione americana. «Possono esserci post di natura professionale o personale, di fiction o di non fiction. Su Medium ci sono prospettive, idee e persino reportage giornalistici».
Per questo il servizio, invece di raccogliere i post per autore, preferisce un raggruppamento sulla base dei temi trattati. E se da un lato offre un’esperienza utente semplificata, con un’interfaccia minimale che permette l’autopubblicazione in pochi semplici passi , dall’altro mette in campo un’importante limitazione: un algoritmo che valuta la qualità dei contenuti editoriali e l’interesse suscitato negli utenti. Una sorta di filtro che mette in luce i post ritenuti di maggior qualità, a scapito di quelli individuati come di bassa fattura, e che costituisce il vero valore aggiunto del nuovo servizio. A questo si aggiunge una squadra di 40 editor e accordi con vari produttori di contenuti professionali, fra cui Epic, azienda americana che si occupa di trovare storie interessanti da trasformare in libri o film: industrial writer, come li chiama Williams, contrapponendoli a blogger e giornalisti della rete. La rivoluzione cui punta Medium, infatti, parte dalla presa di coscienza che la comunicazione su Internet, oggi, premi più la velocità e la praticità che la profondità. «Molti servizi hanno avuto successo nell’aprire a tutti la possibilità di produrre contenuti e condividerli - aggiunge il Ceo - ma ci sono stati meno progressi nell’innalzamento della qualità dei contenuti prodotti ». Invertire la tendenza non è semplice, ma secondo Williams è più che mai necessario: «Le necessità economiche portano i siti di news ad attirare l’attenzione degli utenti senza preoccuparsi della qualità editoriale». Basta, dunque, con le notizie a base di sesso, sangue e soldi: «Stiamo costruendo un sistema dove i buoni contenuti possono brillare e ad avere attenzione. E c’è un pubblico per idee e storie che fanno leva su qualcosa di più dei desideri di base degli esseri umani». Con Medium, ha precisato ulteriormente il fondatore, «non stiamo tentando solo di creare la piattaforma giusta per la condivisione. Ci sono già altri servizi che danno questa possibilità. Ognuno può crearsi il proprio blog, anche se pensiamo che la creazione di un blog non sia un’attività per tutti. Il buco che cerchiamo di riempire è principalmente sul lato della creazione». E dal punto di vista della creazione di contenuti, la precedente esperienza professionale di Williams è sicuramente d’aiuto. Nel curriculum del quarantenne americano, infatti, spicca, oltre a Twitter, anche la fondazione di Blogger, il servizio per la pubblicazione semplificata di blog, acquistato nel 2003 da Google. Un’evoluzione che sembra tracciare un disegno preciso: Twitter ha aperto la rete a chiunque avesse 140 caratteri da comunicare, Blogger a chi volesse avere una presenza sul web più strutturata. Adesso Medium – il cui nome sembra indicativo – si pone a metà tra i due modelli, fondendo sistema editoriale e social network. Presentando funzioni, come il commento dei singoli paragrafi e l’indicazione del tempo necessario per la lettura, di cui non dispongono nemmeno le più avanzate piattaforme di blog. Una forma di comunicazione che Williams ha contribuito a lanciare qualcuno ritiene che lo stesso termine blog sia stato reso popolare proprio da lui – ma che ai suoi occhi adesso sembrano segnare il passo. «I blog spesso creano una cultura superficiale», dice il Ceo sempre a Wired. «Parte della ragione per cui molti blog di tecnologia sono di cattiva qualità è che le persone che ne scrivono i contenuti non capiscono davvero la materia di cui si occupano. Le notizie, la maggior parte delle volte, sono irrilevanti. E le persone preferirebbero spendere il loro tempo consumando meno notizie e più idee». Tutto il web, nella visione di Williams, è infestato di contenuti di bassa qualità. Ce ne sono sui blog, ce ne sono su tutta la rete. E ce ne sono, a volte, anche su Medium: il servizio, quest’estate, è stato criticato per aver dato spazio a post offensivi, contrariamente all’obiettivo dichiarato. «Anche su Medium abbiamo contenuti di scarsa qualità», ammette Williams. «Ma stiamo lavorando per filtrarli e lasciare spazio a quei grandi contenuti che sono presenti sulla piattaforma e che senza Medium non vedrebbero la luce del sole». Alcune cifre sui due maggiori social network, Facebook e Twitter. Ora si aggiunge Medium per contenuti di qualità.
Valerio Maccari
D al tweet al racconto il passo è breve. Almeno per Evan Williams, uno dei quattro cofondatori di Twitter. Il quale, dopo aver fatto una fortuna con il social network della sintesi, ha deciso di andare oltre i 140 caratteri. E insieme al sodale Biz Stone, che lo ha accompagnato anche nell’avventura di Twitter ora abbandonata da entrambi, ha fondato Medium: una piattaforma a metà tra il blog e il social network, che invita gli utenti a produrre e a leggere contenuti più estesi. «Storie che contano - sottolinea Williams decisamente più lunghe di un tweet. Con Medium stiamo provando a creare il luogo ideale per la condivisone di storie e di idee. Contenuti di sostanza, che non possono essere racchiusi in 140 caratteri, e che non sono stati pubblicati solo a uso e consumo degli amici”, come invece accade spesso sui social network». L’idea alla base di Medium, fondato circa un anno fa, è proprio quella di rendere più semplice ed efficace la condivisione di contenuti di maggiore ‘spessore’. E di permettere loro di diventare virali, proprio come accade per le vignette e i memesu Twitter e Facebook. «Su Medium trovano spazio molti argomenti diversi», sottolinea Williams, che della start-up è anche Ceo e l’ha presentata in grande stile con un’ampia intervista al mensile Wired, edizione americana. «Possono esserci post di natura professionale o personale, di fiction o di non fiction. Su Medium ci sono prospettive, idee e persino reportage giornalistici».
Per questo il servizio, invece di raccogliere i post per autore, preferisce un raggruppamento sulla base dei temi trattati. E se da un lato offre un’esperienza utente semplificata, con un’interfaccia minimale che permette l’autopubblicazione in pochi semplici passi , dall’altro mette in campo un’importante limitazione: un algoritmo che valuta la qualità dei contenuti editoriali e l’interesse suscitato negli utenti. Una sorta di filtro che mette in luce i post ritenuti di maggior qualità, a scapito di quelli individuati come di bassa fattura, e che costituisce il vero valore aggiunto del nuovo servizio. A questo si aggiunge una squadra di 40 editor e accordi con vari produttori di contenuti professionali, fra cui Epic, azienda americana che si occupa di trovare storie interessanti da trasformare in libri o film: industrial writer, come li chiama Williams, contrapponendoli a blogger e giornalisti della rete. La rivoluzione cui punta Medium, infatti, parte dalla presa di coscienza che la comunicazione su Internet, oggi, premi più la velocità e la praticità che la profondità. «Molti servizi hanno avuto successo nell’aprire a tutti la possibilità di produrre contenuti e condividerli - aggiunge il Ceo - ma ci sono stati meno progressi nell’innalzamento della qualità dei contenuti prodotti ». Invertire la tendenza non è semplice, ma secondo Williams è più che mai necessario: «Le necessità economiche portano i siti di news ad attirare l’attenzione degli utenti senza preoccuparsi della qualità editoriale». Basta, dunque, con le notizie a base di sesso, sangue e soldi: «Stiamo costruendo un sistema dove i buoni contenuti possono brillare e ad avere attenzione. E c’è un pubblico per idee e storie che fanno leva su qualcosa di più dei desideri di base degli esseri umani». Con Medium, ha precisato ulteriormente il fondatore, «non stiamo tentando solo di creare la piattaforma giusta per la condivisione. Ci sono già altri servizi che danno questa possibilità. Ognuno può crearsi il proprio blog, anche se pensiamo che la creazione di un blog non sia un’attività per tutti. Il buco che cerchiamo di riempire è principalmente sul lato della creazione». E dal punto di vista della creazione di contenuti, la precedente esperienza professionale di Williams è sicuramente d’aiuto. Nel curriculum del quarantenne americano, infatti, spicca, oltre a Twitter, anche la fondazione di Blogger, il servizio per la pubblicazione semplificata di blog, acquistato nel 2003 da Google. Un’evoluzione che sembra tracciare un disegno preciso: Twitter ha aperto la rete a chiunque avesse 140 caratteri da comunicare, Blogger a chi volesse avere una presenza sul web più strutturata. Adesso Medium – il cui nome sembra indicativo – si pone a metà tra i due modelli, fondendo sistema editoriale e social network. Presentando funzioni, come il commento dei singoli paragrafi e l’indicazione del tempo necessario per la lettura, di cui non dispongono nemmeno le più avanzate piattaforme di blog. Una forma di comunicazione che Williams ha contribuito a lanciare qualcuno ritiene che lo stesso termine blog sia stato reso popolare proprio da lui – ma che ai suoi occhi adesso sembrano segnare il passo. «I blog spesso creano una cultura superficiale», dice il Ceo sempre a Wired. «Parte della ragione per cui molti blog di tecnologia sono di cattiva qualità è che le persone che ne scrivono i contenuti non capiscono davvero la materia di cui si occupano. Le notizie, la maggior parte delle volte, sono irrilevanti. E le persone preferirebbero spendere il loro tempo consumando meno notizie e più idee». Tutto il web, nella visione di Williams, è infestato di contenuti di bassa qualità. Ce ne sono sui blog, ce ne sono su tutta la rete. E ce ne sono, a volte, anche su Medium: il servizio, quest’estate, è stato criticato per aver dato spazio a post offensivi, contrariamente all’obiettivo dichiarato. «Anche su Medium abbiamo contenuti di scarsa qualità», ammette Williams. «Ma stiamo lavorando per filtrarli e lasciare spazio a quei grandi contenuti che sono presenti sulla piattaforma e che senza Medium non vedrebbero la luce del sole». Alcune cifre sui due maggiori social network, Facebook e Twitter. Ora si aggiunge Medium per contenuti di qualità.
Valerio Maccari
La storia dell’hasthag: il celebre simbolo di Twitter
[16/11/2013 Pionero Digital Innovation]
Proprio nei giorni in cui si assiste al grande successo della quotazione in borsa di Twitter – il popolarissimo Social Network per il microblogging – Offerpop ha pubblicato una interessante infografica per rendere omaggio alla storia dell’hashtag e delinearne in qualche modo il futuro, dove questo semplice simbolo ricoprirà un ruolo sempre più centrale per definire trends, collegare in tempo reale le conversazioni, l’organizzazione dei dati sociali e il rapporto tra aziende e clienti.
Per i pochi chi non ne fossero a conoscenza, ricordo che l’hashtag (#) è il simbolo del carattere “hash” (cancelletto, da non confondere con il diesis) utilizzato per creare etichette (tag) finalizzate a facilitare la ricerca dei contenuti nel mondo social.
Questo simbolo, utilizzato in rete per la prima volta per etichettare i gruppi e gli argomenti di IRC (Internet Relay Chat) - la prima chat web della storia – è poi diventato celebre grazie al suo utilizzo su Twitter, dove da semplice elemento per raggruppare conversazioni o argomenti è diventato il più potente e pervasivo strumento dei social media. Basti ricordare il ruolo fondamentale giocato da Twitter e dall’hashtag #IranElections per denunciare la repressione delle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali del 2009.
L’hashtag si dimostra anche uno strumento perfetto per fare controinformazione, grazie alla sua natura difficilmente controllabile. Sono numerosi i casi di questo tipo di utilizzo dell’hashtag, forse il caso recente più importante di quella che viene definita eterogenesi dei fini del social media marketing italiano è quello della campagna pubblicitaria di Enel guidata dall’hastag #guerrieri.
L’esplosione della comunicazione mobile, che domina con il 60% dei tweet inviati, ha fatto il resto: ad oggi circa il 70% delle comunicazioni fatte sui social contiene un hashtag e un tweet che ne contiene almeno uno ha il 50% di probabilità in più di essere ri-twittato.
Dopo Twitter infatti, Instagram, Google+ e per ultimo Facebook han deciso di adottare l’hashtag come strumento per veicolare e raggruppare le discussioni e le campagne di social media marketing.
Francesco Montanari
Eccovi l’infografica:
Proprio nei giorni in cui si assiste al grande successo della quotazione in borsa di Twitter – il popolarissimo Social Network per il microblogging – Offerpop ha pubblicato una interessante infografica per rendere omaggio alla storia dell’hashtag e delinearne in qualche modo il futuro, dove questo semplice simbolo ricoprirà un ruolo sempre più centrale per definire trends, collegare in tempo reale le conversazioni, l’organizzazione dei dati sociali e il rapporto tra aziende e clienti.
Per i pochi chi non ne fossero a conoscenza, ricordo che l’hashtag (#) è il simbolo del carattere “hash” (cancelletto, da non confondere con il diesis) utilizzato per creare etichette (tag) finalizzate a facilitare la ricerca dei contenuti nel mondo social.
Questo simbolo, utilizzato in rete per la prima volta per etichettare i gruppi e gli argomenti di IRC (Internet Relay Chat) - la prima chat web della storia – è poi diventato celebre grazie al suo utilizzo su Twitter, dove da semplice elemento per raggruppare conversazioni o argomenti è diventato il più potente e pervasivo strumento dei social media. Basti ricordare il ruolo fondamentale giocato da Twitter e dall’hashtag #IranElections per denunciare la repressione delle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali del 2009.
L’hashtag si dimostra anche uno strumento perfetto per fare controinformazione, grazie alla sua natura difficilmente controllabile. Sono numerosi i casi di questo tipo di utilizzo dell’hashtag, forse il caso recente più importante di quella che viene definita eterogenesi dei fini del social media marketing italiano è quello della campagna pubblicitaria di Enel guidata dall’hastag #guerrieri.
L’esplosione della comunicazione mobile, che domina con il 60% dei tweet inviati, ha fatto il resto: ad oggi circa il 70% delle comunicazioni fatte sui social contiene un hashtag e un tweet che ne contiene almeno uno ha il 50% di probabilità in più di essere ri-twittato.
Dopo Twitter infatti, Instagram, Google+ e per ultimo Facebook han deciso di adottare l’hashtag come strumento per veicolare e raggruppare le discussioni e le campagne di social media marketing.
Francesco Montanari
Eccovi l’infografica:
martedì 19 novembre 2013
Giovani in rete: iperconnessi, narcisisti e mammoni
[13 novembre 2013 Corriere.it]
Iperconnessi e sempre più narcisisti. Ma, con una caratteristica tutta italiana, legati alla famiglia anche sui social network. È il ritratto degli adolescenti lombardi tracciato dalla ricerca dell’Università Cattolica «Family.tag –Technology Across Generations» condotta su un campione di 693 ragazzi tra i 13 e i 23 anni e 867 genitori.
Ritrovarsi in famiglia su Facebook: potrebbe essere questo il titolo dell’indagine, coordinata da Camillo Regalia, psicologo sociale e da Pier Cesare Rivoltella, pedagogista, e realizzata con l’obiettivo di studiare la presenza e gli effetti dei social network nelle relazioni familiari.
Innanzitutto, l’uso degli smartphone ha reso ancora più diffuso l’accesso a internet e ai social: il 99,1% degli adolescenti intervistati ha uno o più cellulari in famiglia, connessi al web nel 76,3% dei casi. Inoltre, nel 39,5% delle case è presente almeno un portatile e nel 61,9% almeno un pc.
Gli scambi su Facebook tra genitori e figli sono comunque limitati. Con padre e madre, precisa Pier Cesare Rivoltella, «il legame sembra debole. Anche se presenti nella rete, i genitori sono raramente emittenti/destinatari di informazioni». Soltanto quando i rapporti familiari sono problematici nella vita reale, i social network diventano uno strumento di comunicazione alternativo e quindi prezioso. In generale, i genitori vedono i social network più come pericoli che risorse e dichiarano di essere preoccupati dall’isolamento che possono provocare (37,8%), dalla possibilità che i figli ricevano informazioni rischiose (65%). Per questo un quarto di loro dichiara di essersi impegnato per parlare con i figli di cosa è giusto fare o non fare sul web, con particolare attenzione per il divieto di contattare sconosciuti (29,8%). In realtà, la maggior parte dei figli intervistati sostiene di non discutere di questi argomenti con i genitori.
Olivia Manola
Iperconnessi e sempre più narcisisti. Ma, con una caratteristica tutta italiana, legati alla famiglia anche sui social network. È il ritratto degli adolescenti lombardi tracciato dalla ricerca dell’Università Cattolica «Family.tag –Technology Across Generations» condotta su un campione di 693 ragazzi tra i 13 e i 23 anni e 867 genitori.
Ritrovarsi in famiglia su Facebook: potrebbe essere questo il titolo dell’indagine, coordinata da Camillo Regalia, psicologo sociale e da Pier Cesare Rivoltella, pedagogista, e realizzata con l’obiettivo di studiare la presenza e gli effetti dei social network nelle relazioni familiari.
Innanzitutto, l’uso degli smartphone ha reso ancora più diffuso l’accesso a internet e ai social: il 99,1% degli adolescenti intervistati ha uno o più cellulari in famiglia, connessi al web nel 76,3% dei casi. Inoltre, nel 39,5% delle case è presente almeno un portatile e nel 61,9% almeno un pc.
È proprio la rete creata da Mark Zuckerberg il social network più usato dai ragazzi lombardi: l’83% ha un profilo attivo e utilizza Facebook per comunicare con fratelli e sorelle (il 58% dichiara di averli nella rete di amici), con i cugini (85,7%) o con altri parenti (40,2%).Più controverso il rapporto – anche digitale – con i genitori. Soltanto un quarto dei ragazzi intervistati, infatti, dichiara di aver stretto amicizia sul social con la mamma (25,8%) o il papà (24%). In questo senso, con l’aumentare dell’età diminuisce, come è abbastanza ovvio, il desiderio di aver i propri genitori tra gli amici di Facebook. Anche perché la funzione di controllo spesso svolta dai genitori oltre che nella vita reale anche sulla bacheca dei propri figli inizia a stare stretta. Lo confermano i dati: nella prima adolescenza,
tra i 13 e i 17 anni, sono i figli a richiedere per primi l’amicizia ai genitori (65% dei casi), mentre con il passare del tempo, la percentuale scende al 40%.Per quanto riguarda il tempo di connessione, il 55% dei ragazzi naviga da 1 a 3 ore al giorno (lo fa anche il 23,6% dei genitori). L’uso del social è però diverso in molti aspetti. Il più evidente è la scelta dell’immagine del profilo, dove emerge il desiderio degli adolescenti di dare un’immagine di sé che colpisca: il 28% posta una propria foto “artistica”, il 23,3% sceglie un’immagine di sé nella vita quotidiana e il 21,5% si ritrae con gli amici.
Gli scambi su Facebook tra genitori e figli sono comunque limitati. Con padre e madre, precisa Pier Cesare Rivoltella, «il legame sembra debole. Anche se presenti nella rete, i genitori sono raramente emittenti/destinatari di informazioni». Soltanto quando i rapporti familiari sono problematici nella vita reale, i social network diventano uno strumento di comunicazione alternativo e quindi prezioso. In generale, i genitori vedono i social network più come pericoli che risorse e dichiarano di essere preoccupati dall’isolamento che possono provocare (37,8%), dalla possibilità che i figli ricevano informazioni rischiose (65%). Per questo un quarto di loro dichiara di essersi impegnato per parlare con i figli di cosa è giusto fare o non fare sul web, con particolare attenzione per il divieto di contattare sconosciuti (29,8%). In realtà, la maggior parte dei figli intervistati sostiene di non discutere di questi argomenti con i genitori.
Olivia Manola
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