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lunedì 20 gennaio 2014

Hooked: ecco come app e social network creano dipendenza

[Wired 15/01/2014]

Hooked: ecco come app e social network creano dipendenza

Da Pinterest a Candy Crush, da Ruzzle a Tinder, Nir Eyal spiega come si fa ad entrare nella vita quotidiana degli utenti.

Abbiamo tutti sperimentato un’addiction tecnologica. Nir Eyal è un autore e consulente esperto sull’intersezione tra business, tecnologia e psicologia. Ha da poco pubblicato un libro in grado di spiegare – agli startupper ed a chi crea prodotti digital – come fabbricare motori di desidero in grado di trasformarsi in abitudini.
Hooked è un manuale che spiega quelle fasi costanti ed universali che sono dietro al successo di Farmville, Instagram, Pinterest, Twitter. Di app e siti web ai quali siamo ormai ritualmente “agganciati” nelle nostre routine quotidiane, fedeli e di ritorno più o meno consapevolmente.
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I consigli per usare al meglio i Social Media nel 2014

[Wired 13/01/2/14]
Se il 2013 è stato per i Social Media un anno importante, come sarà il 2014? Non è difficile immaginare che sarà un anno con molte sorprese, anche perché alcuni dati del 2013 ci aiutano meglio a capire il fenomeno: 500 milioni di tweet inviati ogni giorno, 35 milioni di foto col tag #selfies (nel frattempo diventata parola dell’anno per l’Oxford Dictionaries) pubblicate su Instagram, 350 milioni di foto postate su Facebook ogni mese, oltre 343 milioni di utenti su G+.
Per l’inizio del nuovo anno, il blog di Klout, la discussa piattaforma che si prefigge di misurare l’influenza on line di ognuno di noi (abbiamo anche intervistato il founder tempo fa), ha pubblicato una raccolta di consigli da seguire per migliorare la propria presenza sui Social Media. Il motivo è semplice: i Social Media continueranno a far parte delle nostre vite e saranno sempre più utile nella ricerca di lavoro, oltre ad aumentare il nostro personal branding. [Leggi tutto...]

lunedì 13 gennaio 2014

Social network usati da narcisisti, lo dice una ricerca

[Webisland.net 12/01/2013]
e sono il luogo ideale – come tutti i – per i . Se molti di noi già lo sapevano, ora a confermarlo arriva la ricerca condotta dal professor Shaun Davenport della High Point University della North Carolina, ricerca su un campione di 515 studenti universitari e 669 adulti.
Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata «Computers in Human Behavior» , ha dimostrato «come il desiderio narcisista sia una molla primaria per gli utenti social», allo scopo di ottenere sempre nuovi follower o amici, a seconda del social a cui ci riferiamo. Così gli utenti sono spinti a twittare sempre di più e sempre più spesso, e a condividere continuamente status online.
Ci sono però differenze generazionali: se i più adulti preferiscono Facebook, i giovani amano soprattutto Twitter. «Il nostro studio ha evidenziato la mancanza di significative relazioni dirette o indirette fra gli studenti e la loro attività Facebook – si legge nella ricerca -  mentre, al contrario, il narcisismo è risultato essere sia direttamente che indirettamente collegato alla presenza su Facebook degli adulti, sebbene questa sia solo una delle ragioni (ma non certo l’unica) che li spinge ad aggiornare in continuazione la loro pagina».

venerdì 10 gennaio 2014

“Spam Totale”, ecco cosa fanno i ragazzini su Facebook

[Wired 08/01/2014]
Selfie come piovesse, cuoricini elargiti in cambio di un giudizio, provocazioni (finte) a profusione. Benvenuti in Spam Totale, gruppo chiuso di Facebook con oltre 995mila partecipanti (numero che varia costantemente tra defezioni e aggiunte). Cos’hanno in comune tutte queste persone? L’approccio comunicativo. Le regole nei gruppi prendono subito piede, e l’uniformazione diventa automatismo. Fatta la tara sui fake, e preso in considerazione il nome – una dichiarazione d’intenti –  le dinamiche sono piuttosto abitudinarie. [Leggi tutto...]

martedì 7 gennaio 2014

Social network e lettura: quale rapporto?

[Mondolibri 04/01/2014]
Non è affatto vero che i giovani leggano di meno per colpa di Internet: leggono in maniera diversa, questo sì. I social network come Facebook e Twitter hanno contribuito, comunque, ad abbassare il livello di attenzione e questo lo si nota soprattutto nello scrivere. Non è che si legga di meno, pertanto, ma si legge male.
Sui social network, infatti, si trovano brevi frammenti di testo, come gli status, i commenti, tweet, gli emoticon, i messaggi scambiati via chat e via dicendo. Il problema con Internet nasce quando si deve affrontare un testo più lungo e con un contenuto ben preciso. Commenta Ethna Gaitán, psicologa dell’IPLER – centro colombiano per il miglioramento della lettura veloce e della comprensione dei testi:
È un problema di concentrazione. La rete distrae, così che mentre si legge un testo non vi si presta l’attenzione al cento per cento e, di conseguenza, la comprensione delle idee si riduce di molto.
E poi continua:
Si possono anche leggere testi lunghi, ma bisogna avere la necessaria capacità di concentrazione per comprenderli e farli propri. Tutto dipende dall’interesse che suscita l’argomento della lettura.
Di fatto succede che mentre si sta leggendo un testo online, arriva l’amico che ti saluta via chat, ci sono una decina di Tweet con quell’hashtag che stai seguendo e un paio di persone che conosci aggiornano il proprio stato su Facebook. Tutto questo distrae e le idee che il testo trasmette non sono pienamente comprese da chi le sta leggendo.
Questa nuova modalità di lettura comporta quattro conseguenze principali:
  1. impoverimento del vocabolario: i più giovani – che sono i più esposti ai problemi di comprensione della lettura – fanno uso di poche parole che sono, poi, sempre le stesse con un effetto abbastanza lampante: meno parole si usano e meno ancora saranno quelle che si potranno comprendere;
  2. si preferisce il riassunto al testo originale: invece di cercare un libro – sia esso cartaceo o digitale – si prediligono i riassunti del libro stesso, su Google o Wikipedia o forum vari. In tal modo si perdono tutta una serie di dettagli che solo nei libri si possono scoprire grazie a una lettura tranquilla e cosciente del testo;
  3. pessima ortografia: la buona ortografia prima era quasi un segno distintivo di dilegenza e preparazione, mentre ora sembra non necessaria e, addirittura, simbolica. È tutto concatenato: se non si comprende quello che si legge, si scrive velocemente e senza curarsi delle regole, il risultato ovvio è che la grammatica e l’ortografia diventano irrilevanti, con tutto quel che comporta una tale deriva;
  4. mancanza di argomentazione nei propri testi: sebbene sembri ovvia, la conseguenza più grave di tutto questo è la mancanza di capacità di costruire testi decenti quando ce n’è bisogno (una tesi di laurea, per esempio). Lo scrivere bene si fonda sul leggere bene, sull’avere un vocabolario ricco e sul sapere collegare tra loro le idee; tutto questo è stato intaccato dalla rapidità e dall’immediatezza dei testi reperibili in rete.
C’è soluzione? Certo! Basta spegnere il computer e aprire un libro. Ci vuole solo un po’ di coraggio, nulla di più.

Roberto Russo

5 motivi per lasciare Facebook nel 2014

[Panorama 02/01/2014]
La prima ammissione è arrivata dall’azienda stessa. A ottobre del 2013 il team di Facebook aveva affermato come gli utenti più giovani fossero ai margini dell’ecosistema della piattaforma, con un utilizzo, su base giornaliera, minore che in passato. Un fuggi fuggi confermato a dicembre da Statista . Il “sentiment” pare essere quello di una saturazione globale di Facebook, non solo in termini di persone iscritte quanto di contenuti. Ecco qualche motivo che potrebbe bastare per convincervi a guardare oltre il social network di Mark Zuckerberg.
A nessuno interessa leggere quello che fai
Un calo di interesse che non riguarda i post in sé ma la forma in cui vengono pubblicati. La lettura non basta più a soddisfare l’umana curiosità e la voglia di pettegolezzo. Il 2013 ha dato uno scossone alla condivisione di foto e video che possano raccontare, più di un paio di righe di testo, cosa facciamo, con chi e perché. Non a caso il 2014 sarà l’anno di Instagram e Vine: ve lo avevamo detto .
Quanto conta (ri)tornare alla privacy?
La realizzazione del paradosso più grande: andiamo su Facebook per condividere ma ci preoccupiamo di quello che abbiamo condiviso. Il pericolo maggiore è che sulla nostra bacheca compaiano link, foto e contenuti dove siamo taggati ma dove non vorremmo mai essere, vuoi per principio, vuoi per pudore (tranne che non siate tra i fan dei gattini). Facebook, nel 2013, ha costretto le persone a controllare ogni singola impostazione di privacy, portando molti a cancellarsi dal network o a bloccare persone per non lasciare che invadessero la propria bacheca. Una serie di problematiche a cui Twitter non va incontro, pur rimanendo una rete globale.
Tu pubblichi, loro ti controllano
Alzate la mano se non vi è capitato, almeno una volta, di vedere attivata la funzione di localizzazione su Facebook mentre state inviando un post. Una “casualità” che avviene spesso su Android dove, grazie all’ A-GPS, l’app riesce a capire dove siamo, individuando la posizione dall’intreccio delle celle telefoniche. Un paio di post geo-localizzati possono raccontare a chi non vogliamo (parenti, amici, datori di lavoro) dove ci troviamo e magari cosa stiamo facendo. Per questo non serve Facebook, basta Foursquare.
Tu NON pubblichi, loro ti controllano
Qualche giorno fa è saltata fuori la notizia che Facebook sia in grado di leggere anche quello che si è scritto ma poi cancellato . A rivelarlo è ancora una volta il team di sviluppo che, durante il mese di dicembre, ha pubblicato uno studio che spiega l’avvio di un nuovo strumento di raccolta dati, in grado di leggere le frasi digitate dagli utenti e poi rimosse, senza che siano state mai pubblicate. La missione è quella di “capire perché gli utenti si auto-censurano” in determinate circostanze e situazioni. Eppure esiste un social network dove potete dire tutto, senza paura di far male a nessuno: www.worldtruth.org .
Sei messo continuamente in discussione
“Avrà senso scrivere questo?”, “Chissà se in quella foto sono venuto bene?”, “Cosa penserà mia madre di questo post?”. Queste sono alcune delle frasi che ci circolano in testa prima di premere invio e pubblicare qualcosa. Facebook, più degli altri social network, ci mette in discussione, praticamente sempre. Non possiamo nemmeno fare i furbi e cancellare un contenuto pubblicato in piena notte, da ubriachi, eccitati o stanchi. In poco meno di un minuto quel contenuto, se di rilevanza (nel bene e nel male), viene ripreso, catturato e ricondiviso. Un recente studio del Dipartimento di Scienze Comportamentali della Utah Valley University ha evidenziato come gli utenti che passano più tempo su Facebook non sono di certo le persone più felici al mondo. Di 400 studenti intervistati “coloro che hanno utilizzato di più il social network erano concordi con l’affermare che le vite degli altri fossero migliori, considerando meno bella la propria”. Un’iniezione di autostima può arrivare da CircleMe , il social network “delle passioni”.
Antonino Caffo

mercoledì 18 dicembre 2013

Social network:pericoli per adolescenti

[CellulareMagazine 16/12/2013]
L'invito agli adolescenti è "occhi aperti" su Internet, per non cadere in trappola di cyber-bullismo e gradite sorprese. A dimostrare le pericolosità del Web è l'indagine condotta da Federconsumatori e Adusbef, che ha analizzato il comportamento on-line dei ragazzi da 12 a 17 anni. Ben 8 adolescenti su 10 navigano in Rete per più di un'ora al giorno e 9 su 10 vanta un profilo sul social network, utilizzati per il 75% dei casi per leggere notizie e postare foto personali.

Questi comportamenti, si legge nel documento proposto dalle associazioni, genera una mole "rilevante di dati riversati in rete" che "se non gestita in modo responsabile e accorto, espone i ragazzi al rischio delle molestie e del bullismo". Non è un caso che 4 intervistati su 10 ritengono di essere rimasti in qualche modo vittime di diffusione di notizie false o riservate pur senza che questo sia sfociato in veri e propri episodi di bullismo o di stolkeraggio.

E ancora: il 41% del campione ritiene di essere rimasto vittima di atteggiamenti scorretti. Essere presi di mira è un pericolo reale sentito dal 71% dei ragazzi. Il 90% ritiene che "le vessazioni, le molestie, il bullismo messi in campo attraverso i canali di Internet possano aver avuto un ruolo significativo nei casi dolorosi di cronaca sfociati nel suicidio di giovani vittime".

Tutto ciò è ancora più complicato nell'era dei dispositivi mobili, che permettono un collegamento costante ai social e al Web. Ecco perché Federconsumatori e Adusbef hanno deciso offrire assistenza gratuita ai minori vittime di bullismo e molestie in Rete attraverso un apposito progetto per sensibilizzare sul tema della web reputation. 

Luca Figini

mercoledì 20 novembre 2013

La costruzione dell'identità e i social network

[Huffington post Italia 18/11/2013]
Usare e "stare" sui social network ha amplificato il mio radicato interesse per il tema della costruzione e percezione dell'identità. Come molti, anche io mi sono chiesta perché tutto questo successo dei social? Perché siamo tutti lì a dire cosa abbiamo mangiato, dove siamo andati in vacanza e cosa sogniamo? Perché far sapere agli altri i nostri gusti musicali? E perché questo compulsivo bisogno di condividere?
Gran parte di questo successo, mi viene da pensare, è forse dovuto al fatto che sui social media noi possiamo costruire, plasmare e, apparentemente, controllare le nostre identità-plurime. Possiamo diventare supereroi, possiamo esplorare gli aspetti più oscuri della nostra personalità, più o meno in incognito--sempre presunto ovviamente perché, si sa, niente in rete è veramente in incognito.
Su Twitter per esempio, vedo che tra i tanti, tantissimi, che si identificano indicando un nome e cognome (non necessariamente veri) ci sono anche un "buonoanullo" un "lama elegante" un "signor nessuno" un "MisterX", un "Diavolo", un "Dio" una "ballodasola", una "solostronza" e una "corposenzatesta". Giusto per citarne qualcuno. Una bella signora sposata, si definisce così: "fighting 40+, UK" e posta foto più o meno porno con o senza lingerie (il suo modo di contrastare la crisi d'identità che accompagna la pre-menopausa). Ognuno si dedica liberamente a diventare ciò che vuole o che forse non può essere nel quotidiano. Twitter è la trasgressione potenziale, il travestimento drag accessibile, facile e gratuito. Con tanto di flirt, twitt-cottarelle e sesso virtuale.
Pare infatti che Twitter funzioni meglio dei siti d'incontri. Mentana, tempo fa, con il suo annuncio pubblico e pubblicizzato, di cancellarsi da Twitter voleva denunciare proprio il rischio insito nel non doversi necessariamente esporre in prima persona. Con un finto profilo infatti, si può criticare, flirtare, insinuare e offendere chiunque senza rischiare conseguenze concretamente problematiche--tipo una denuncia.
Ci sono quelli che preferiscono Facebook e quelli che preferiscono Twitter. La grande differenza, la maggiore direi, tra i due social è che su FB si tende a modificare l'identità reale. Ovverosia ad imbellire l'io quotidiano, filtrando accuratamente cosa postare e cosa non, quali foto taggare, quali citazioni condividere. In base all'idea che abbiamo dell'io desiderabile (ricco, magro, viaggiatore, politico, pubblico, misterioso, intellettuale, simpatico...) aggiungiamo pezzetti di un puzzle immaginario che ci deve rappresentare così come riteniamo di voler essere.
Al contrario, twitter-che non richiede veri o presunti amici come pubblico, ma predilige gli sconosciuti-si presta meglio a costruire un'identità completamente nuova e spesso del tutto staccata dall'io quotidiano e, attraverso questa, permette di esplorare soprattutto chi poter essere. Non è certo un caso che, sempre più spesso, chi deve assumere del personale, controlli in rete chi o cosa questa persona sia e l'immagine di sé che il candidato vuole dare. E a voler cascare nella trappola del "prima e dopo", prima di questo boom dei social, l'identità veniva costruita attraverso l'album fotografico e i filmini delle vacanze o del matrimonio. Adesso attraverso Linkedin, FB o Instagram e di questi tempi è più pressante e vitale esistere in rete che esistere nella realtà. E penso al famoso adagio: se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Egualmente, se qualcuno esiste, ma non è visibile in rete, non è contattabile, non è rintracciabile, esiste sul serio?
Il 24 maggio 2012 al New Museum di New York, l'artista Constant Dullaart ha voluto puntare il dito su questo fenomeno in modo provocatorio e ha reso pubblica la password necessaria per accedere al suo account Facebook. Da quel momento, non ha più avuto alcun controllo sul suo diario online. Su questa scia, l'artista tedesco, Tobias Leingruber, ha fondato il Social ID Bureau, un servizio che mette a disposizione carte d'identità basate sulla nostra presenza nei social network. Nato come Facebook ID Bureau e lanciato con una performance a Berlino nel marzo scorso, il progetto ha immediatamente stimolato la risposta legale di Facebook.
E così continuo a perdermi nelle mie riflessioni. Cosa vuol dire, di questi tempi la parola "identità"? E come ci possiamo identificare adesso che anche l'identità è diventata, citando Bauman, liquida? Ma soprattutto, adesso che possiamo non-essere e cambiare chi essere come cambiamo abiti, che rappresentazione del reale cercheremo?
Sasha Perugini

Le policy sui social media dei giornali italiani: LaStampa.it ha reso diponibile il suo decalogo, si apra un dibattito

[18/11/2013 Lsdi]
Recentemente la Social Media Editor della Stampa, Anna Masera,  ha pubblicato sul suo blog la bozza di social media policy del giornale che risale a gennaio 2012, richiedendo osservazioni e proposte. In effetti la pubblicazione di questo decalogo con tutti i suoi limiti può essere una interessante piattaforma di partenza per discutere del rapporto fra old media, redazioni e social network.
In effetti  parlare di social media policy pare un po’ eccessivo; meglio parlare di regolamento aziendale, di un decalogo per l’ uso dei social media che rende maggiormente fede alla tipologia del documento che sostanzialmente pone delle restrizioni e definizioni di competenza operativi piuttosto che un framework operativo esteso.



di Vittorio Pasteris

La cosa che più balza all’occhio dalla letttura del documento è che l’approccio con il mondo esterno, quello dei lettori, è decisamente poco social. Pare che l’ obiettivo del documento stesso sià più di creare un confine netto fra il mondo della redazione e dell’editrice e quello che sta fuori “dal firewall aziendale”, oppure um metodo per evitare fughe di notizie ed informazioni piuttosto che un galateo sociale di Rete.

Sembrano insomma più le regole di ingaggio di un plotone militare che deve sapere militarmente che fare o non fare, piuttosto  che delle linee guida di condivisione e rapporto con i lettori. Anzi il termine lettori o qualcosa di simile non appare proprio nel testo.

Dando una lettura a quanto proposto dal NYT la differenza è evidente e lascia la discrezionalità al buon senso dei giornalisti

We treat our readers no less fairly in private than in public. Anyone who deals with readers is expected to honor that principle, knowing that ultimately the readers are our employers. Civility applies whether an exchange takes place in person, by telephone, by letter or online.

Analogamente la differenza con quanto propone il Guardian nelle sue pagine è evidente.

Ma almeno La Stampa ci ha provato e ha reso pubblico il suo approccio al problema, sarebbe interessante che ora gli altri giornali old media o nativi digitali dicessero la loro sul modus operardi sui social media.

Il testo del decalogo della Stampa.it:

1) I giornalisti de La Stampa che intendono utilizzare i social networks per conto del giornale saranno inseriti nelle pagine dedicate del sito web. In tale caso La Stampa garantisce assistenza legale, previa adesione al decalogo.
2) I giornalisti de La Stampa sono tenuti a identificarsi come tali se utilizzano i loro profili per lavoro (e non solo per interesse personale).
3) Le notizie vanno date prima al proprio giornale, cartaceo o digitale.
4) Una proposta rifiutata dall’edizione cartacea perché considerata non adeguata alla linea del giornale, manterrà naturalmente la stessa inadeguatezza anche sulle piattaforme digitali.
5) E’ proibito divulgare sui social media notizie che La Stampa non ha ancora pubblicato, non importa in quale formato (per es. anticipare articoli in uscita il giorno dopo in edicola). Fanno eccezione i casi in cui ci sia un’esplicita scelta della direzione di promuovere in anticipo contenuti destinati all’edicola .
6) E’ proibito pubblicare nel proprio profilo materiale di proprietà de La Stampa o confidenziale (per es. lettere aziendali interne, o comunicati del CdR).
7) E’ bene linkare i contenuti de La Stampa, non è bene farne il copia e incolla sulle proprie pagine personali (soprattutto senza link alla fonte).
8) E’ bene tenere presente che tutto ciò che si pubblica su Internet rischia di essere permanente e può essere rintracciato dai motori di ricerca in ogni sua singola parola anche molti anni dopo la pubblicazione.
9) I giornalisti de La Stampa sui social networks devono sapere che qualsiasi informazione personale che rivelano di sé o dei loro colleghi può essere associata al nome della Stampa.
Ormai è risaputo che su Internet niente è davvero privato: quindi bisogna impostare con cura le scelte per la privacy (per esempio su Facebook * ) * Saranno fornite istruzioni a riguardo per chi le richiedesse.
10) I giornalisti de La Stampa devono tenere presente che qualsiasi opinione esprimano sui social networks può danneggiare la reputazione e la credibilità del loro giornale. Si raccomanda di applicare buon senso e professionalità.
E’ bene dichiarare sempre che le opinioni che si esprimono sono personali, ma è bene anche tenere conto che parlare male di chiunque ha sempre conseguenze negative sia per i giornalisti che per la testata. Sono altamente scoraggiati i battibecchi.
Quando si interagisce con il pubblico sui social networks e nello spazio riservato ai commenti nei blog è buona prassi ringraziare quando le critiche sono giuste e rispondere puntualmente a quelle sbagliate per ristabilire la verità, ma sempre con educazione: anche quando gli interlocutori sono a dir poco maleducati.
Nel caso i giornalisti siano vittime di attacchi di “troll”, sono invitati a segnalarlo all’azienda, e – nel frattempo – a ignorarli.

Il social network delle grandi inchieste

[18/11/2013 La Repubblica]
D al tweet al racconto il passo è breve. Almeno per Evan Williams, uno dei quattro cofondatori di Twitter. Il quale, dopo aver fatto una fortuna con il social network della sintesi, ha deciso di andare oltre i 140 caratteri. E insieme al sodale Biz Stone, che lo ha accompagnato anche nell’avventura di Twitter ora abbandonata da entrambi, ha fondato Medium: una piattaforma a metà tra il blog e il social network, che invita gli utenti a produrre e a leggere contenuti più estesi. «Storie che contano - sottolinea Williams decisamente più lunghe di un tweet. Con Medium stiamo provando a creare il luogo ideale per la condivisone di storie e di idee. Contenuti di sostanza, che non possono essere racchiusi in 140 caratteri, e che non sono stati pubblicati solo a uso e consumo degli amici”, come invece accade spesso sui social network». L’idea alla base di Medium, fondato circa un anno fa, è proprio quella di rendere più semplice ed efficace la condivisione di contenuti di maggiore ‘spessore’. E di permettere loro di diventare virali, proprio come accade per le vignette e i memesu Twitter e Facebook. «Su Medium trovano spazio molti argomenti diversi», sottolinea Williams, che della start-up è anche Ceo e l’ha presentata in grande stile con un’ampia intervista al mensile Wired, edizione americana. «Possono esserci post di natura professionale o personale, di fiction o di non fiction. Su Medium ci sono prospettive, idee e persino reportage giornalistici».
Per questo il servizio, invece di raccogliere i post per autore, preferisce un raggruppamento sulla base dei temi trattati. E se da un lato offre un’esperienza utente semplificata, con un’interfaccia minimale che permette l’autopubblicazione in pochi semplici passi , dall’altro mette in campo un’importante limitazione: un algoritmo che valuta la qualità dei contenuti editoriali e l’interesse suscitato negli utenti. Una sorta di filtro che mette in luce i post ritenuti di maggior qualità, a scapito di quelli individuati come di bassa fattura, e che costituisce il vero valore aggiunto del nuovo servizio. A questo si aggiunge una squadra di 40 editor e accordi con vari produttori di contenuti professionali, fra cui Epic, azienda americana che si occupa di trovare storie interessanti da trasformare in libri o film: industrial writer, come li chiama Williams, contrapponendoli a blogger e giornalisti della rete. La rivoluzione cui punta Medium, infatti, parte dalla presa di coscienza che la comunicazione su Internet, oggi, premi più la velocità e la praticità che la profondità. «Molti servizi hanno avuto successo nell’aprire a tutti la possibilità di produrre contenuti e condividerli - aggiunge il Ceo - ma ci sono stati meno progressi nell’innalzamento della qualità dei contenuti prodotti ». Invertire la tendenza non è semplice, ma secondo Williams è più che mai necessario: «Le necessità economiche portano i siti di news ad attirare l’attenzione degli utenti senza preoccuparsi della qualità editoriale». Basta, dunque, con le notizie a base di sesso, sangue e soldi: «Stiamo costruendo un sistema dove i buoni contenuti possono brillare e ad avere attenzione. E c’è un pubblico per idee e storie che fanno leva su qualcosa di più dei desideri di base degli esseri umani». Con Medium, ha precisato ulteriormente il fondatore, «non stiamo tentando solo di creare la piattaforma giusta per la condivisione. Ci sono già altri servizi che danno questa possibilità. Ognuno può crearsi il proprio blog, anche se pensiamo che la creazione di un blog non sia un’attività per tutti. Il buco che cerchiamo di riempire è principalmente sul lato della creazione». E dal punto di vista della creazione di contenuti, la precedente esperienza professionale di Williams è sicuramente d’aiuto. Nel curriculum del quarantenne americano, infatti, spicca, oltre a Twitter, anche la fondazione di Blogger, il servizio per la pubblicazione semplificata di blog, acquistato nel 2003 da Google. Un’evoluzione che sembra tracciare un disegno preciso: Twitter ha aperto la rete a chiunque avesse 140 caratteri da comunicare, Blogger a chi volesse avere una presenza sul web più strutturata. Adesso Medium – il cui nome sembra indicativo – si pone a metà tra i due modelli, fondendo sistema editoriale e social network. Presentando funzioni, come il commento dei singoli paragrafi e l’indicazione del tempo necessario per la lettura, di cui non dispongono nemmeno le più avanzate piattaforme di blog. Una forma di comunicazione che Williams ha contribuito a lanciare qualcuno ritiene che lo stesso termine blog sia stato reso popolare proprio da lui – ma che ai suoi occhi adesso sembrano segnare il passo. «I blog spesso creano una cultura superficiale», dice il Ceo sempre a Wired. «Parte della ragione per cui molti blog di tecnologia sono di cattiva qualità è che le persone che ne scrivono i contenuti non capiscono davvero la materia di cui si occupano. Le notizie, la maggior parte delle volte, sono irrilevanti. E le persone preferirebbero spendere il loro tempo consumando meno notizie e più idee». Tutto il web, nella visione di Williams, è infestato di contenuti di bassa qualità. Ce ne sono sui blog, ce ne sono su tutta la rete. E ce ne sono, a volte, anche su Medium: il servizio, quest’estate, è stato criticato per aver dato spazio a post offensivi, contrariamente all’obiettivo dichiarato. «Anche su Medium abbiamo contenuti di scarsa qualità», ammette Williams. «Ma stiamo lavorando per filtrarli e lasciare spazio a quei grandi contenuti che sono presenti sulla piattaforma e che senza Medium non vedrebbero la luce del sole». Alcune cifre sui due maggiori social network, Facebook e Twitter. Ora si aggiunge Medium per contenuti di qualità.

lunedì 4 novembre 2013

I social network possono aiutare i giovani depressi

[West 31/10/2013]
Chattare su internet può avere effetti positivi sui giovani che pensano di suicidarsi. Una ricerca condotta dalla Oxford University su 4.313 soggetti under 25 sottolinea, infatti, quanto i social network possano incoraggiare gli individui stressati ad avere un atteggiamento positivo e a ricercare il supporto degli altri. Infatti, su 3219 messaggi inviati da ragazzi depressi tramite web, circa il 28,3% ha utilizzato il dispositivo informatico per chiedere aiuto informalmente. Per questo motivo ci si augura che le chat interattive possano diventare strumenti utili agli operatori socio-sanitari per raggiungere quanti si trovano in condizioni di fragilità emotiva, al fine di informarli e sostenerli.
 
Mariangela D'Ambrosio

mercoledì 23 ottobre 2013

Qwert: la palestra per l’uso consapevole dei social network

[Che futuro! 19/10/2013]
Si chiama Qwert ed è il primo social network che non spaventa docenti e genitori. Anzi è stato pensato e ideato per i più giovani, per i ragazzi nati e cresciuti nell’epoca delle chat. A progettare il Facebook senza rischi ci hanno pensato l’Azienda Ulss 9 di Treviso con il Comune, il Lions Club e l’ufficio scolastico provinciale. Di fronte al problema del cyber bullismo e all’allarme Ask.fm, Treviso ha provato a dare una risposta: un social network per i ragazzi degli istituti scolastici secondari di primo grado del territorio dell’azienda sanitaria 9; un bacino potenziale di 2500 studenti in tutte le nove scuole, sia pubbliche e private, della città (oltre ad altre tre in provincia). Una sperimentazione che punta ad estendere il modello a tutti i distretti arrivando a coinvolgere dieci mila studenti. Il tutto è nato con l’intenzione di dare ai ragazzi la possibilità di usare un social network dove potersi presentare, scambiare e conoscere pensieri, chattare, taggare in sicurezza. Non solo.
L’idea di H-Farm, che ha sviluppato tecnicamente il progetto, è quella di aiutare  i giovani all’uso corretto di questi strumenti con adulti che si “impicciano” online e offline (in contesto scolastico) favorendo il pensiero critico.
“Qwert – ci spiega il capo progetto Francesco Marini che con il direttore Enrico Di Giorgi hanno seguito il tutto dall’inizio – è stato modulato dalla parola “qwerty” che sta ad indicare la posizione dei tasti nella tastiera dei personal computer occidentali. In realtà il suono richiama la parola trevigiana “coperto” come se i ragazzi potessero trovare nel social network pensato per loro un riparo, una tettoia sotto cui stare e dialogare. Al sistema si accede tramite password e username e tramite la sottoscrizione dei genitori di una liberatoria. La password è consegnata manualmente al ragazzo”.
Una vera e propria sfida educativa in un momento in cui sembra che l’anonimato assicurato da Ask sia l’unica cosa che affascina i giovani. I risultati sono confortanti: ad oggi sono iscritti a Qwert più di 1630 ragazzi con una media di 350 attivi al giorno e oltre 2000 discussioni. Gli utenti hanno creato più di 5.800 gruppi e si sono scambiati 2500 messaggi privati al giorno. Ma non basta. Il social network di Treviso non si è limitato a coinvolgere i ragazzi solo dietro lo schermo ma è riuscito a strappare dal pc gli adolescenti e a creare momenti di aggregazione. Dal 2011 al 2013 sono stati organizzati ben sei eventi: dal raduno promosso dagli stessi giovani in piazza dei Signori, al flash mob su tematiche scelte dagli stessi utenti del social network, alla caccia al tesoro, al mercatino di Natale.
Ma che succede dentro Qwert? Si chatta, ci si tagga, si scrive pubblicamente ma oltre a lasciare che i ragazzi si scrivano liberamente sono state create delle “stanze” tematiche sui temi della sessualità e dell’affettività con “esperti” dietro ai quali si celano i professionisti dell’Ulss 9.
Ora Qwert punta sugli smartphone. In un’Italia dove la maggior parte dei ragazzi usa i cellulari di ultima generazione per dialogare con gli amici della rete, il social network trevigiano sta pensando di adattarsi alla lettura device mobile. Tra i progetti futuri c’è anche la creazione di una mappa del territorio di Qwert dove i ragazzi potranno taggarsi o geo referenziarsi tramite cellulare e arricchire la stessa cartina con immagini e video.
A Treviso hanno puntato in alto. Ci stanno provando. Una sperimentazione per dare una risposta alla richiesta dei giovani, senza dare giudizi su Facebook o Ask.fm. Anzi: siamo di fronte ad un vero tentativo d’educare, senza paura, all’uso dei social network. “Non siamo in concorrenza – aggiunge Marini – ad altro social ma vogliamo essere una palestra per l’uso consapevole di essi”.
Un progetto che forse è eccessivamente protettivo come un buon padre di famiglia ma che attrae i giovani. Un’idea che è riuscita a coinvolgere anche le scuole che spesso parlano solo con toni negativi di ciò che accede nella rete. Una proposta che il Ministero della Pubblica Istruzione dovrebbe promuovere e adottare per gli istituti scolastici di tutto il Paese, magari offrendo un’opportunità formativa anche ai docenti ancora troppo analfabetizzati sulla didattica 2.0.
Alex Corlazzoli

mercoledì 16 ottobre 2013

Internet e social network, uso e abitudini dei ragazzi padovani

[PadovaOggi 08/10/2013]
Internet e social network, ricerca sui ragazzi di Padova
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Uno studio per mettere a fuoco il rapporto dei giovanissimi con internet e i social network. "Crescere" - questo il nome della ricerca promossa dalla fondazione Emanuela Zancan onlus e dal De Leo Fund, in collaborazione con il Comune, la fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, l’azienda Ulss 16 e la Fondazione Città della Speranza - si propone di raggiungere un migliaio di ragazzi della provincia di Padova e le loro famiglie, accompagnandoli in un percorso di monitoraggio dagli 11 ai 18 anni.
PRIMI DATI. Lo studio è in pieno svolgimento negli 80 comuni della provincia di Padova che collaborano a questo importante progetto, che gode del patrocinio dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza e il sostegno dell’Ufficio del pubblico tutore dei minori del Veneto. Dai primi dati, calcolati su un sottogruppo di 300 ragazzi dodicenni che frequentano la scuola secondaria inferiore, emerge che 7 su 10 usano internet almeno una volta alla settimana, 1 su 4 naviga in rete ogni giorno. Quasi tutti ormai hanno un collegamento a internet in casa. Navigano in rete anche attraverso il cellulare, il tablet o la consolle dei videogames.
SOCIAL NETWORK. Dallo studio emerge che le attività principali che i ragazzi fanno al computer sono: ricerche per la scuola, videogiochi, musica, film, cartoni animati e video musicali. Il 16% dei dodicenni dice di usare social network (Facebook, Twitter ecc.), anche se si tratta di un fenomeno in continuo aumento tra i preadolescenti padovani e quasi il 90% riferisce di avere amici che li utilizzano.
GENITORI. Coinvolti nella ricerca anche i genitori, che affermano di mettere in atto diverse strategie per monitorare le attività online dei loro figli. La maggior parte impone limiti di tempo o seleziona i siti a cui i figli possono accedere (61%). Molti specificano che la navigazione in rete è permessa soltanto in presenza di un adulto. Alcuni vietano espressamente l’uso dei social network.
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lunedì 23 settembre 2013

The innovation of loneliness: i social network ci fanno sentire soli?

[Ninja Marketing 20/09/2013]
Per ogni marketer è importante seguire i trend che caratterizzano una società in un dato periodo, essere a conoscenza dei pro e dei contro e valutarne i benefici per la propria strategia. Ecco perché oggi, invece di parlarvi dell’ultima campagna non convenzionale, abbiamo scelto di proporvi una riflessione sul difficile rapporto tra la solitudine dell’essere umano e i social network.
“Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Questa affermazione di Arthur Schopenhauer ci è utile per introdurre una interessante infografica animata opera di Shimi Cohen da cui parte la nostra riflessione. [Leggi tutto...]

lunedì 5 agosto 2013

Twitter vara nuove regole contro abusi e minacce

[La Repubblica 03/08/2013]
LONDRA - Twitter, il servizio di microblogging del momento, ha introdotto nuove regole per mettere un freno agli abusi compiuti attraverso il social network. L'azienda californiana ha annunciato di avere aggiornato la propria policy per far capire chiaramente agli utenti che i comportamenti offensivi non verranno più tollerati. "La gente merita di sentirsi al sicuro su Twitter", hanno annunciato la responsabile della sicurezza Del Harvey e Tony Wang, direttore generale per il Regno Unito. [Leggi tutto...]

Business Insider, in Usa social network sempre più "mobili"

[Corriere delle comunicazione 02/08/2013]
Il collegamento ai social network sta avvenendo sempre più in mobilità negli Usa. Come riporta una recente ricerca di Business Insider, in media gli utenti dei social media si collegano per il 40% del loro tempo da dispositivi mobili, ma Twitter e Facebook hanno già sorpassato la soglia del 50% e Foursquare e Instagram toccano il picco del 99%.
Le “regine” del mobile sono proprio la rete sociale basata sulla geolocalizzazione, disponibile tramite web e applicazioni per dispositivi mobili, e la piattaforma per condivisione immagini acquistata da Facebook (da poco lanciatasi anche nei video). [Leggi tutto...]

Happier è il social network della felicità, già 100mila iscritti e un milione di post

[Downloadblog 27/07/2013]
Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Happier! Si tratta di un social network molto particolare, che risponde a esigenze ben precise: siete stanchi di leggere messaggi tristi e infelici sulla vostra bacheca? Proprio non riuscite a sopportare chi usa Facebook come un diario a cui confessare tutti i momenti più brutti della giornata? Questa rete sociale fa proprio al caso vostro.
Non si tratta di discriminare i più tristi, per carità: è che certe volte ottimisti e pessimisti non vanno affatto d’accordo; e lo spirito del team fondatore è proprio questo: quello di permettere agli utenti di condividere solo i momenti più belli della giornata ed evitare che i meno felici contagino tutto il resto.
Com’è il risultato di una tale scelta? Per il momento è buono, anzi: ottimo. Stando a quanto comunicato da una start up di Boston, la stessa che ha lanciato il progetto lo scorso febbraio, gli iscritti sono circa 100mila e crescono in modo vertiginoso: certo, non siamo ai livelli di Facebook e Twitter (su Google Plus ci sarebbe da aprire una parentesi troppo lunga), ma, se il buon giorno si vede dal mattino, Happier ne farà di strada. Anche perché, pensate, è stato un milione il numero dei post condivisi: un risultato davvero niente male, che, ovviamente, rende onore al merito.

venerdì 26 luglio 2013

RCS presenta Twigis.it: la versione italiana del social network per bambini Tweegee.com

[ADV strategie di comunicazione]
È stato presentato ieri presso la sede di RCS il sito Twigis.it, la versione italiana di Tweegee.com, il social network per bambini – nato nel 2008 – che vanta 4 milioni di utenti unici sparsi in tutto il mondo. Frutto della partnership tra il gruppo israeliano Tweegee e RCS, Twigis.it si propone come punto di riferimento online per bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, offrendo loro uno spazio sicuro e controllato per giocare, informarsi e interagire con i propri amici. Un progetto particolarmente innovativo in Italia, dove i bambini affrontano le prime esperienze digitali in rete sempre più presto, grazie a tablet e pc.
“Il lancio di Twigis.it si inserisce perfettamente nel nostro piano di sviluppo da editore a multimedia company”, spiega Alceo Rapagna, Chief Digital Officer di RCS Media Group. “Questa strategia favorisce la nascita di nuovi prodotti in ottica “digital first” e partnership con startup nazionali e internazionali e operatori digitali specializzati per creare quel “complemento di gamma” che ci permetterà di far emergere sempre di più il nostro approccio digital”.
“La strategia di Tweegee è quella di andare nei paesi non di lingua inglese e infatti, a oggi, è presente in Russia, Turchia, Brasile e Argentina, con partner importanti come Walt Disney, Ikea, Kellogg’s, Lego, Nestlé e molti altri”, sottolinea Enrico Filì, Responsabile RCS Digital Ventures. “Il business model è quello del social media marketing – continua Filì – che prevede la sponsorizzazione dei contenuti e l’interazione continua con gli utenti. Il vantaggio per gli advertiser è quello di raggiungere la loro audience concentrata in un unico posto, nel momento in cui è maggiormente predisposta a intergire con i brand”.
Intrattenimento e sicurezza sono le parole chiave di Twigis, che si presenta come un aggregatore di contenuti localizzati (giochi, news, musica, film, mondi virtuali pensati specificatamente per l’Italia) con funzionalità social costantemente controllate. News italiane e internazionali appositamente selezionate e pensate per ragazzi, condivisione di file e contenuti, calendari personali, forum e chat, ma anche fumetti e appassionanti sfide: ogni particolare è pensato per stimolare le abilità e la creatività dei piccoli visitatori, che si possono divertire in un’atmosfera colorata, coinvolgente e completamente sicura. Tutte le attività e i post, infatti, sono moderati: ogni discussione o messaggio viene sottoposto ad approvazione prima di poter essere pubblicato, in modo da proteggere i ragazzi da contenuti inappropriati.
“Twigis si propone di diventare la prima community online in Italia per i bambini dai 6 ai 12 anni”, afferma il responsabile del social network Giuliano Benaglia. “Il nostro obiettivo è quello di raggiungere più di 900mila utenti unici/mese entro 12 mesi dal lancio – previsto per settembre – costruendo con loro un rapporto di fiducia basato sulla qualità dei contenuti e le attvità dedicate”.
Shay Bloch, CEO e Fondatore di Tweegee, ha così commentato il lancio di Twigis.it in Italia: “Con questa piattaforma intendiamo lanciare  un nuovo modo di considerare internet, rivolgendoci a un mercato ancora poco esplorato e dalle grandi potenzialità. Inoltre, riteniamo che la localizzazione dei contenuti e l’attenzione alla cultura locale rappresentino un valore aggiunto per una realtà che, pur avendo un respiro internazionale, intende parlare di tematiche vicine al suo pubblico”.
Il lancio sarà comunicato sui mezzi RCS, ma sono previste anche campagne online su altri siti e portali in target. La raccolta pubblicitaria è affidata a PRS.

giovedì 30 agosto 2012

Social Media e tv, un binomio inscindibile

[Il Giornale.it 29/08/2012]
Secondo una ricerca effettuata da Ericsson ConsumerLab utilizzare i social network mentre si guarda la tv sta diventando un fenomeno di massa.
Il 62% dei consumatori infatti utilizza i social media mentre guarda la TV, su base settimanale, registrando un incremento del 18% rispetto allo scorso anno. Anche in Italia questo fenomeno sta diventando sempre più comune: nel nostro Paese la percentuale sale al 69%. In rapporto al genere degli intervistati, il 66% delle donne dichiara questa abitudine, contro il 58% degli uomini. In particolare, il 25% dei consumatori a livello globale utilizza i social media per discutere in tempo reale ciò che sta guardando, percentuale che in Italia si attesta invece intorno al 30%. I dispositivi mobili inoltre stanno avendo un ruolo importante nella fruizione della TV, come dimostra il fatto che il 67% dei consumatori utilizzi smartphone, tablet, o PC portatili per la visione di TV e video. Inoltre, il 60% dei consumatori afferma di utilizzare servizi on-demand almeno una volta alla settimana.
E anche guardare la TV in mobilità sta diventando una pratica sempre più diffusa: il 50% del tempo speso nella visione di TV e video su smartphone avviene fuori casa, tendenza in crescita il cui aumento è facilitato dalle connessioni a banda larga mobile.
Anche se le modalità di fruizione e i bisogni stanno cambiando, solo l'8% degli intervistati dichiara di voler ridurre i propri abbonamenti TV in futuro. Infatti, piuttosto che prestare attenzione alla riduzione dei costi, i consumatori sono disposti a pagare di più per una migliore esperienza di fruizione tanto che il 41% dichiara di essere disposto a pagare per TV e video in alta definizione.
La propensione alla spesa deriva anche dal fatto che oltre la metà dei consumatori vuole poter scegliere la propria TV e contenuti video. I dati sono stati rilevati in Brasile, Cile, Cina, Germania, Italia, Messico, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti. Complessivamente, sono state condotte e 12mila interviste, rappresentative di più di 460 milioni di consumatori.
Maddalena Camera

Usa 2012, siti e social network al servizio degli elettori

[TM news 30/08/2012]
Livestreaming, notizie in tempo reale, articoli che rimbalzano da un profilo all'altro. Il Web non è mai stato così coinvolto nelle elezioni americane. Si diceva anche nel 2008, quando Barack Obama puntò molto su Internet, ma rispetto al 2012 non avevamo ancora visto niente.Facebook ha mandato un team in trasferta alla convention repubblicana di Tampa e farà la stessa cosa con i democratici a Charlotte."Adesso ci sono più persone iscritte a Facebook di quante fossero registrate per il voto nel 2008 - dice il manager del team Noyes - la consapevolezza riguardo ai social media è cresciuta".Facebook ha anche realizzato due progetti con CNN: uno è "i'm voting", app per condividere opinioni sui temi elettorali; l'altro è "Facebook Election Insights" che permette di studiare la popolarità dei candidati a seconda di quanti parlano di loro sul social network, con statistiche Stato per Stato, servizio simile a quello messo in campo da Twitter, con "Political Index".Google ha schierato tutti i suoi strumenti, dal social network Google+ a YouTube. Per le due convention è stato organizzato un servizio di livestreaming, che continuerà anche la notte delle elezioni. Nella nuova "sezione Politics and elections" invece, vengono raccolte tutte le news e i video. Per i militari e i residenti all'estero c'è un'area speciale con tutte le istruzioni per il voto via mail.