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martedì 17 settembre 2013

La democrazia del web. Come conoscerla e, forse, praticarla

[Education 2.0 12/09/2013]
Uno dei compiti della scuola è dare agli studenti gli strumenti per comprendere il ruolo delle tecnologie nella vita sociale, e il tema della democrazia del web è certamente uno dei più importanti. Da considerare secondo diversi livelli di analisi: da quello della partecipazione, a quello degli strumenti e delle regole da seguire, a quello, di fondo, degli aspetti sociali e storici in gioco.


L’uso della rete per avvicinare i cittadini alla vita politica e amministrativa è una pratica che si sta sviluppando da tempo, ma questo è il suo ruolo in gran parte dei nuovi movimenti politici in tutto il mondo, dall’America, all’Europa, al Nord Africa, che ne ha fatto una questione di prima grandezza. Anche perché alcuni di questi movimenti la propongono come una vera rivoluzione destinata a cambiare il modo di essere della democrazia nel prossimo futuro. Per questo si parla di democrazia digitale o elettronica. La quantità e la complessità delle domande che sorgono è enorme e ne riparleremo alla fine.

Domandiamoci: la scuola deve aiutare i ragazzi a capire di cosa si tratta? Certamente sì, chi altro se no? Del resto si tratta di una delle competenze stabilite per l’obbligo scolastico: essere consapevole delle potenzialità e dei limiti delle tecnologie nel contesto culturale e sociale in cui vengono applicate.

Per capire come, occorre affrontare il problema in modo analitico. Si può partire da uno studio dell’OCSE[1] oppure da diversi articoli e libri italiani reperibili in rete[2].

Anzitutto si distinguono tre livelli di coinvolgimento dei cittadini:
- Informazione
- Consultazione
- Partecipazione attiva

Nel primo caso la comunicazione è unidirezionale e i cittadini possono solo usare le informazioni; nel secondo la comunicazione è bidirezionale, ma i cittadini possono solo fornire una risposta a questioni specifiche già formulate, dalla scelta fra più alternative alle risposte articolate e motivate; nel terzo i cittadini possono partecipare al processo decisionale con diversi livelli di coinvolgimento, dalla votazione, alla formulazione di proposte, all’emendamento di testi (norme, leggi, documenti programmatici) fino alla co-produzione online di documenti.

La prima idea sbagliata da combattere è che la democrazia in rete sia un processo spontaneo e autoregolato “dal basso”. Tutte e tre le forme richiedono una forte organizzazione stabilita da una qualche entità che si deve prendere la responsabilità di scegliere gli obiettivi, i tempi, i modi, le regole. Ad esempio pubblicare informazioni secondo standard riconosciuti di qualità, decidere l’estensione del pubblico da coinvolgere (tutti, persone accreditate, gruppi di esperti ecc.). E ciascuna forma ha regole precise che ne garantiscono l’attendibilità.

Fra le cose che l’entità organizzativa deve decidere e predisporre ci sono gli strumenti tecnici. Alcuni sono abbastanza consolidati, come i siti web per informare e gli strumenti per le consultazioni on line (dai semplici quesiti a scelta multipla ai forum). Più complicata è la partecipazione attiva che, come si è detto, può arrivare alla co-produzione di testi (programmi, norme ecc.), per la quale si va dagli strumenti di Word, come le revisioni multiple, a strumenti più specifici[3].

Quello che si può fare a scuola inizia da questo livello di analisi. Ovviamente si possono informare gli studenti o, meglio, guidarli in un’esplorazione di testi e iniziative già esistenti per comprendere la complessità del problema. Per esempio si può condurre una ricerca di quello che offrono i siti delle amministrazioni pubbliche nazionali e, soprattutto, di quelle locali che sono solitamente le più attive. Fra l’altro questo permette di raggiungere un primo livello di competenza: la capacità di trovare e consultare le informazioni socialmente rilevanti.

Seguendo il principio che il miglior modo per capire è sperimentare, si possono impegnare gli studenti in veri e proprie attività di e-democracy. La scuola è in fondo un microcosmo che ha tutte le caratteristiche di una società civile che deve informare i propri cittadini (studenti, docenti, famiglie), consultarli e coinvolgerli nelle decisioni. Almeno i primi due livelli di coinvolgimento possono essere un realistico campo di esercitazione. La progettazione e la gestione on line di una consultazione su qualche questione importante per gli studenti (la mensa, gli orari, le attività sportive ecc), ma anche la co-produzione di documenti on line potrebbero essere iniziative degli studenti stessi.

Ma non si può sfuggire al fatto che la discussione pubblica sulla democrazia del Web ci pone molte e difficili domande[4]. È vero che essa allarga la partecipazione e abbatte le barriere, rispetto alle forme basate sulla delega, oppure semplicemente sposta il potere di decidere da minoranze politiche impegnate nelle forme tradizionali a quella che Ulrich Beck (La Repubblica, 17 luglio 2013) chiama la “generazione dei giovani Colombo”, per ora anch’essa minoritaria?
La democrazia del Web è semplicemente uno strumento al servizio dell’idea di democrazia storicamente consolidata, oppure è l’origine di qualcosa di intrinsecamente nuovo?
Fino alla domanda delle domande, che si rivolge Stefano Rodotà: la democrazia del web è vera democrazia (La Repubblica, 30 maggio 2013)?
Niente impedisce che la scuola aiuti gli studenti, almeno i più grandi, a esplorare domande di questo livello, ma il lavoro è di altro genere, lungo e impegnativo, e richiede la messa in campo di metodi storici, filosofici e sociali.

È scontato concludere con una considerazione: lavorare su questo tema richiede, per non fare danni, la collaborazione di docenti ben informati di varie discipline e risorse organizzative adeguate.


Note bibliografiche:
[1] OECD, “Promises and Problems of E-Democracy”, OECDiLibrary, 2004. A.C. Freschi, “E-democracy e politiche per la partecipazione dei cittadini”, in “Economia e politica industriale”, n.121, 2004.
[2] R. Casati, G. Roncaglia, “La struttura di uno strumento di scrittura collaborativa per la democrazia partecipativa”, 2007 reperibile in ebookbrowse.net.
[3] Serena Danna ha scritto sul Corriere della Sera alcune rassegne critiche, reperibili in archivio: “La Tecnologia non risolve tutto…Morozov contro la finta democrazia della Silicon Valley” (Corriere della Sera, 30 maggio 2013),
[4] “Demagogia digitale. Il web non rafforza i cittadini, ma dà potere alle tecno-élite” (Supplemento La Lettura del Corriere della Sera, 17 giugno 2013).


FULL ABSTRACT:
Uno dei compiti della scuola è dare agli studenti gli strumenti per comprendere il ruolo delle tecnologie nella vita sociale e il tema della democrazia del web è certamente uno dei più importanti. È anzitutto necessario capire in concreto e analiticamente come le tecnologie possono cambiare le varie forme di partecipazione e i suoi livelli: informazione, consultazione, partecipazione attiva. E di capire che esse non nascono dal niente o “dal basso”, ma richiedono che un soggetto si prenda la responsabilità di promuoverle, stabilirne le regole e prepararne gli strumenti. In quel microcosmo sociale che è la scuola, è addirittura possibile sperimentare alcune di tali forme. Entrare poi nel grande dibattito sulle domande e le prospettive di fondo della democrazia nell’epoca del web richiede un lavoro approfondito e fondato sull’analisi sociale e storica. In ogni caso si tratta di un compito interdisciplinare che richiede l’impegno ben organizzato di molti docenti.

Mario Fierli

lunedì 16 aprile 2012

Performing Media, esperienze educative e partecipative per la cittadinanza interattiva

[14/04/2012 La Stampa]
Come tradurre l'uso del web e dei nuovi media in una pratica educativa, sociale e creativa? E’ su questa domanda che si muove questa manifestazione, trovando risposte sulla base di esperienze dirette e laboratori multimediali. Questo aspetto dell'uso sociale dei nuovi media uno dei punti chiave di associazioni come Libera e Acmos che da anni lavorano con gli adolescenti per reinventare le forme dell’impegno politico, ai margini dell’ambito scolastico, per promuovere esperienze di cittadinanza interattiva. Cercando anche di tradurre le potenzialità della comunicazione interattiva e dei social media in effettiva interazione sociale.

A Torino queste realtà promuovono, con Urban Experience e gli Stati Generali dell’Innovazione, una due giorni, il 14 e il 15 aprile, per approfondire i temi dell’innovazione, focalizzando l’attenzione sull’uso educativo, creativo e sociale delle tecnologie digitali.
E’ in questo senso che il neologismo performing media definisce l’azione, il mettersi in gioco, la partecipazione, l’apprendimento al tempo del web 2.0.

La scuola, quindi, prima di tutto, perché è la soglia di un passaggio generazionale che sta coincidendo con una radicale mutazione dell’intero assetto della società. In questo ambito emerge la necessità di individuare nuovi modelli educativi che sappiano coniugare l’apprendimento con la coscienza civile.

Il fatto che l’ambiente educativo possa essere inteso come una palestra di cittadinanza interattiva e di cooperazione educativa è uno dei punti cardine di un pensiero-azione che vede nel processo connettivo delle reti una straordinaria metodologia di condivisione. Il concetto di performing media riguarda, fondamentalmente, la creatività sociale espressa dal web 2.0 e quelle forme di media-attivismo attraverso cui promuovere educazione alla legalità e dinamiche ludico-partecipative. In questa direzione vanno alcune indicazioni per far interagire web e territorio, con particolari format di comunicazione, come i geoblog dove è possibile “scrivere storie nelle geografie”, costruendo mappe emozionali come quelle della memoria antifascista a Torino, realizzata nel gennaio 2007 nell’ambito delle Universiadi, proprio con i ragazzi di Acmos.

Dopo un seminario all’Università di Palazzo Nuovo, la mattina del 14 aprile, si partirà per un walk show, una passeggiata radioguidata che esplorerà alcuni luoghi simbolici della città-laboratorio torinese, dalla casa in cui Gramsci elaborò le sue strategie più acute al percorso della manifestazione nazionale di Libera che nel 2006 utilizzò per la prima volta un sistema georeferenziato per lasciare il suo segno nel web. Il giorno dopo, si farà un altro walk show nel Monferrato, presso la Cascina Caccia, bene confiscato alla ‘ndrangheta, a S.Sebastiano Po, a cui seguirà un’attività di laboratorio sui format di performing media, come quello che si svolgerà, il 14 pomeriggio, al Performing Media Lab di Torino (a Via Salgari 7) altro bene confiscato alle mafie.

venerdì 1 luglio 2011

Agcom, la sua reputazione online secondo Reputation manager

[La Stampa 28/06/2011] Una nuova ricerca di Reputation Manager- gli esperti reputazionali del Web 2.0 - ha fatto il punto sulla reputazione online di Agcom, l’Autorità Garante delle Comunicazioni. Questo ente «super partes», presente in Italia da 13 anni, ha il compito innanzitutto di essere un’autorità di garanzia, con il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini. Detto altrimenti, Agcom ha il compito di monitorare le comunicazioni che avvengono nel nostro Paese, attraverso Internet, la telefonia, i media tv e garantire da un lato la libertà di espressione degli utenti, senza violare le regole dei diritto d’autore e della correttezza delle opinioni, e dall’altro l’equità della competizione tra gli operatori, sia tv che telecomunicazioni, anche in materia di prezzi.

In particolare, la ricerca in Rete di Reputation Manager ha evidenziato e validato circa 500 conversazioni online che vertono su tre grandi macro-categorie: conversazioni sugli Organi dell’Agcom (es. Presidente, Consiglio, Commissioni varie); sulle Garanzie per gli utenti/fruitori final – sia di tipo audiovisivo che di telecomunicazioni; conversazioni sulle Garanzie per gli operatori, sia telco che audiovisivi.

Va detto anzitutto che la tonalità delle conversazioni è mista (e quasi ripartita equamente tra positivo, negativo e neutro), anche se statisticamente sono maggiori quelle positive (38%), specialmente laddove si parla di garanzie per gli utenti; il 31% di negatività si esprime sopratutto sugli organi competenti dell’Autorità, e in parte – anche se quasi bilanciato da altrettanta positività - sulle garanzie per gli operatori. Il Consiglio da un lato (“l'unica cosa che mi meraviglia è come si sia potuto dare fiducia a queste persone evidentemente ponendo una x in uno spazio sbagliato...Giusto per mettere i puntini sulle i ecco l'attuale composizione di coloro che sono responsabili nell'Agcom di questa consultazione e posti lì dai nostri politici: un dirigente Ausl in pensione, un gastroenterologo, un medico legale, l'ex presidente della Federazione Editori giornali, un paio di avvocati, un direttore marketing e un dirigente di Publitalia”) e soprattutto la “Commissione infrastrutture e reti” sono i due organi più presi di mira dagli internauti, che non risparmiano pareri negativi anche sull’operato dell’Agcom in materia di garanzia per gli operatori audiovisivi.

Dal calcolo del Cerr® (Coefficiente effettivo di rischio reputazionale, che misura la valenza positiva e negativa delle opinioni insieme all’importanza e alla pertinenza del dominio che le ospita, dunque con una “ponderazione effettiva” del contenuto), l'area in cui si concentrano maggiormente le lesività è quella relativa agli Organi dell'Autorità, nella fattispecie sulle posizioni assunte dai suoi rappresentanti a diversi livelli (Presidente, Consiglio, Commissioni).

L'area più positiva è invece quella che raccoglie le conversazioni e i commenti sulle azioni dell'Autorità volte a tutelare gli utenti (hanno soprattutto influito nell'ultimo periodo le decisioni prese in materia audiovisiva, in particolare sugli spot referendari). Per quanto riguarda le azioni volte alle garanzie per gli operatori, la reputazione di Agcom è piuttosto bilanciata tra l'area positiva e quella negativa, perchè la nuova delibera sul diritto di autore online ha diviso molto l'opinione degli internauti.

I temi più ricorrenti, rilevati nelle ultime settimane, sono stati infatti quelli della delibera emanata da Agcom in materia di protezione dei diritto d’autore/copyright, che ha suscitato pareri discordanti in Rete: se da un lato qualcuno si è pronunciato a favore, sostenendo che può contrastare la pirateria (“...a me, da spettatrice fa piacere che l’Agcom cerchi di favorire lo streaming legale. Io pagherei il biglietto per vedere i film in prima visione da casa legalmente, è l’evoluzione necessaria che sostengo con questo blog e non solo io...”) c’è stata però una levata di scudi da parte di chi – ed è la stragrande maggioranza delle rilevazioni di Reputation Manager -, riscontra nella delibera Agcom un’autentica censura alla libertà d’informazione.

Si rimprovera all’Autorità da più parti, in particolare, di interpretare il proprio compito in maniera non corretta o troppo allargata, finendo per proporsi come ente normativo o meglio quasi legislativo, anzichè un organo di controllo: “In Italia, l’Agcom è l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Tale ente ha il compito di vigilare sui servizi media audiovisivi: tv, radio, internet, comunicazioni… Tale ente, tuttavia, svolge in realtà un ruolo censorio e repressivo, comandato indirettamente dalle lobby del mercato audiovisivo, che incapaci di far rispettare il diritto d’autore con metodi tecnologici, tentano di imporre regole repressive nei confronti dei provider.”

Da segnalare anche, a questo proposito, un’altra questione che non è passata inosservata in Rete: quella del Commissario Nicola D’Angelo sostituito senza preavviso all’interno del consiglio dell’Agcom, forse perchè fin da subito aveva assunto una posizione critica nei confronti del regolamento in tema di diritto d’autore e copyright di cui pure era stato uno dei relatori.

Due altri filoni molto dibattuti su Internet nelle ultime settimane, qui con un impatto decisamente positivo sulla reputazione online di Agcom, sono stati rispettivamente quello delle prese di posizione dell’Autorità in merito di violazione della par condicio televisiva, e in particolare la sanzione economica nei confronti dei tg di Rai e di Mediaset per aver concesso troppe interviste e apparizioni al premier Berlusconi, e il richiamo che l’Agcom ha recentemente fatto al TG di RaiUno, colpevole del silenzio sui referendum. In alcuni casi gli utenti hanno però segnalato il carattere un tantino...tardivo dei provvedimenti: “Meno male che Silvio c’è. Forse troppo Silvio però. E’ quello che ha notato, solo ora, l’Autorità garante per le comunicazioni..” oppure “Finalmente: sono settimane che denunciamo il silenzio strumentale calato sui referendum. Il diritto degli italiani all’informazione su questo essenziale strumento di democrazia è stato calpestato a sufficienza. Speriamo che il richiamo dell’Agcom cambi questa situazione intollerabile”. Lo afferma, commentando il documento della Commissione Servizi e Prodotti dell’Authority, il Comitato Vota sì per fermare il nucleare...”

Il resto delle rilevazioni, di carattere neutrale, riportano la serie di servizi che l’Agcom offre a favore sia degli utenti, ad esempio la guida e il test per tutelare i propri diritti nel mercato delle comunicazioni elettroniche. Viene anche evidenziata in Rete la richiesta di intervento da parte dell’Agcom come garanzia di tutela dei diritti come ad esempio nel caso dei minori in TV o nel caso della salvaguardia della trasparenza del televoto.
“Come sempre, il canale potenzialmente più pericoloso per la reputazione, perchè intrinsecamente più virale, è quello dei video su YouTube: ne abbiamo contato almeno 25, per un totale di 120.000 visualizzazioni, solo negli ultimi giorni, ma il più visto, decisamente, è quello postato dall’Italia Dei Valori sull’Indipendenza dell’Agcom, che da solo ha raccolto oltre 50.000 visualizzazioni, e oltre 400 commenti. Anche su Facebook ci sono almeno una trentina di gruppi potenzialmente caldi che hanno già ospitato conversazioni su Agcom, di carattere neutrale o, qualche volta, negativo (ad es. il gruppo dal nome autoesplicatorio “scriviamo alla Agcom per chiedere le dimissioni di Giancarlo Innocenzi” o “per tutti quelli che vogliono azzerare Agcom” o ancora “Ferma la censura della rete (delibera Agcom)”.

domenica 30 gennaio 2011

Dal copyright alla censura web Tutti contro la delibera Agcom[

[La Repubblica 30/01/2011] STA PER arrivare in Italia un sistema automatico e diretto per sequestrare siti esteri, di qualsiasi tipo: da Wikileaks a giornali online stranieri; da blog a video amatoriali. E' quanto sostiene una campagna che partirà oggi pomeriggio, firmata da numerose associazioni e inviata in forma di lettera aperta indirizzata al Parlamento. Nel mirino c'è una delibera Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) sul diritto d'autore e ora in consultazione pubblica. Prende forma quindi un allarme che già era nell'aria 1: cioè che quella delibera potrebbe trasformarsi in uno strumento di censura di siti stranieri. Ne sono convinti gli aderenti alla campagna, che con iniziative e spot su vari media: Adiconsum, Agorà Digitale di Marco Cappato (Radicali), Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio. Un sito web 2 consentirà chiunque di aderire alla campagna e di seguirne gli sviluppi. La lettera parla di rischio che nasca un "un sistema di controllo e censura pervasivo". E denuncia come "anticostituzionale" la delibera. Che adesso è in consultazione pubblica e sulla quale in meno di un mese la stessa Agcom - sentiti i pareri - dovrà prendere una decisione.

"Il motivo di questo allarme si scopre tra le righe della delibera Agcom", spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di internet e tra i promotori della campagna. "Si legge che Agcom si riserva il diritto di sequestrare (cioè di impedirvi l'accesso agli utenti italiani) siti prevalentemente adibiti alla violazione del copyright o i cui server sono posti all'estero. Come si vede, con quella congiunzione "o" si apre un mondo". "Qualunque cosa connessa al diritto d'autore e posta all'estero può finire nel mirino dell'Authority, che deciderebbe il sequestro in autonomia, senza passare dall'autorità giudiziaria. E' una cosa inaudita nei Paesi democratici. Ed è incostituzionale", aggiunge Sarzana. "Addirittura si legge in delibera che nelle intenzioni dell'Authority questo sistema di sequestro dovrebbe diventare automatico".

Che cosa potrebbe succedere? "YouTube, che ha server in Irlanda, diventa irraggiungibile dall'Italia per un singolo video pirata", dice per esempio Sarzana, secondo cui inoltre la tutela del copyright potrebbe essere il pretesto per sequestrare siti o blog con contenuti sgraditi a qualcuno. "Nella trappola potrebbe capitare anche Wikileaks. Basta che qualcuno affermi che uno di quei documenti riservati viola il diritto d'autore e verrebbe sequestrato l'intero sito. Quando il server è all'estero, infatti, non si possono colpire i singoli file o pagine incriminate". Certo, i membri dell'Authority hanno ribadito che quella delibera serve solo a tutelare il diritto d'autore. "ma non conta quello che dicono a voce, bensì ciò che c'è scritto. E quello che c'è scritto dà gli strumenti per censurare siti e contenuti posti all'estero", continua Sarzana.

"Per scongiurare che tutto ciò avvenga in modo silenzioso, ci appelliamo all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni affinché effettui una moratoria sulla nuova regolamentazione sul diritto d'autore", si legge nella lettera. "Temiamo che i compiti che la regolamentazione affiderebbe all'Autorità Garante assumeranno dimensioni difficilmente gestibili dalla stessa Autorità e porteranno presto ad una congestione a cui seguirà probabilmente approssimazione o mera discrezionalità". I firmatari chiedono infine che sia il Parlamento, e non l'Authority, a partorire una nuova legge sul diritto d'autore.

"In questo modo si otterrà il risultato di ridare al Parlamento il ruolo di interlocutore privilegiato con la società civile, e di rispettare il principio di separazione dei poteri dello Stato". A chiedere all'Authority l'inedito compito di fare una legge sul diritto d'autore è stato il decreto Romani (di Paolo Romani, attuale ministro dello Sviluppo Economico). Che sia stata una forzatura lo sa bene però anche l'Agcom, che infatti in questo stesso contesto ha chiesto appunto al Parlamento 3 e al Governo di occuparsi di una revisione delle leggi sul diritto d'autore. Come a dire: noi lo facciamo perché ce l'ha imposto un decreto; ma anche noi sappiamo bene che questo dovrebbe essere compito di altre istituzioni.

venerdì 1 ottobre 2010

La mappa sull’Economist: social network, democrazia, rivoluzione

[Vincosblog 01/10/2010] Qualche giorno fa Malcom Gladwell, dalle colonne del New Yorker, ha sostenuto che Facebook, Twitter et similia non contribuiscono a generare alcuna vera rivoluzione sociale. Per far ciò ci vuole un’organizzazione gerarchica che guidi l’azione e un movimento basato su legami forti tra le persone, che le spinga a compiere gesti che richiedono sacrificio. Al contrario i social media, tendono a privilegiare i legami deboli e ad incoraggiare gesti semplici, ma poco concreti (il like, l’adesione ad un gruppo, il retweet).

Ieri The Economist rilanciava, in homepage, il dibattito ospitando una tesi vicina alle posizioni di Gladwell e una contro.
La prima, utilizzando la mia mappa mondiale dei social network, sostiene che questi servizi non siano sufficienti a dare più possibilità di espressione alle persone e a minare la capacità di controllo dei governi autoritari. Infatti dalla mappa risulta chiaro come in paesi come Iran, Cina, Vietnam, il governo favorisca social network di stato ed eventuali escamotage per sfuggire al controllo sono ad appannaggio solo di una minoranza.

La seconda tesi sottolinea la capacità di questi mezzi di contribuire a trasferire parte del potere, di espressione e di azione, dal centro alle periferie. In un mondo in cui l’informazione non può essere controllata, gli abusi di potere tenderebbero a diventare più difficili.

Secondo me le nuove piattaforme di collaborazione e condivisione hanno enormi potenzialità, ma restano pur sempre dei mezzi abilitanti. Per incidere sulla realtà politica e sociale occorrerà sempre la capacita’ di costruire un organizzazione, non necessariamente gerarchica, che poggi su una cultura condivisa e faccia leva su motivazioni comuni.