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lunedì 20 gennaio 2014

I consigli per usare al meglio i Social Media nel 2014

[Wired 13/01/2/14]
Se il 2013 è stato per i Social Media un anno importante, come sarà il 2014? Non è difficile immaginare che sarà un anno con molte sorprese, anche perché alcuni dati del 2013 ci aiutano meglio a capire il fenomeno: 500 milioni di tweet inviati ogni giorno, 35 milioni di foto col tag #selfies (nel frattempo diventata parola dell’anno per l’Oxford Dictionaries) pubblicate su Instagram, 350 milioni di foto postate su Facebook ogni mese, oltre 343 milioni di utenti su G+.
Per l’inizio del nuovo anno, il blog di Klout, la discussa piattaforma che si prefigge di misurare l’influenza on line di ognuno di noi (abbiamo anche intervistato il founder tempo fa), ha pubblicato una raccolta di consigli da seguire per migliorare la propria presenza sui Social Media. Il motivo è semplice: i Social Media continueranno a far parte delle nostre vite e saranno sempre più utile nella ricerca di lavoro, oltre ad aumentare il nostro personal branding. [Leggi tutto...]

mercoledì 20 novembre 2013

La costruzione dell'identità e i social network

[Huffington post Italia 18/11/2013]
Usare e "stare" sui social network ha amplificato il mio radicato interesse per il tema della costruzione e percezione dell'identità. Come molti, anche io mi sono chiesta perché tutto questo successo dei social? Perché siamo tutti lì a dire cosa abbiamo mangiato, dove siamo andati in vacanza e cosa sogniamo? Perché far sapere agli altri i nostri gusti musicali? E perché questo compulsivo bisogno di condividere?
Gran parte di questo successo, mi viene da pensare, è forse dovuto al fatto che sui social media noi possiamo costruire, plasmare e, apparentemente, controllare le nostre identità-plurime. Possiamo diventare supereroi, possiamo esplorare gli aspetti più oscuri della nostra personalità, più o meno in incognito--sempre presunto ovviamente perché, si sa, niente in rete è veramente in incognito.
Su Twitter per esempio, vedo che tra i tanti, tantissimi, che si identificano indicando un nome e cognome (non necessariamente veri) ci sono anche un "buonoanullo" un "lama elegante" un "signor nessuno" un "MisterX", un "Diavolo", un "Dio" una "ballodasola", una "solostronza" e una "corposenzatesta". Giusto per citarne qualcuno. Una bella signora sposata, si definisce così: "fighting 40+, UK" e posta foto più o meno porno con o senza lingerie (il suo modo di contrastare la crisi d'identità che accompagna la pre-menopausa). Ognuno si dedica liberamente a diventare ciò che vuole o che forse non può essere nel quotidiano. Twitter è la trasgressione potenziale, il travestimento drag accessibile, facile e gratuito. Con tanto di flirt, twitt-cottarelle e sesso virtuale.
Pare infatti che Twitter funzioni meglio dei siti d'incontri. Mentana, tempo fa, con il suo annuncio pubblico e pubblicizzato, di cancellarsi da Twitter voleva denunciare proprio il rischio insito nel non doversi necessariamente esporre in prima persona. Con un finto profilo infatti, si può criticare, flirtare, insinuare e offendere chiunque senza rischiare conseguenze concretamente problematiche--tipo una denuncia.
Ci sono quelli che preferiscono Facebook e quelli che preferiscono Twitter. La grande differenza, la maggiore direi, tra i due social è che su FB si tende a modificare l'identità reale. Ovverosia ad imbellire l'io quotidiano, filtrando accuratamente cosa postare e cosa non, quali foto taggare, quali citazioni condividere. In base all'idea che abbiamo dell'io desiderabile (ricco, magro, viaggiatore, politico, pubblico, misterioso, intellettuale, simpatico...) aggiungiamo pezzetti di un puzzle immaginario che ci deve rappresentare così come riteniamo di voler essere.
Al contrario, twitter-che non richiede veri o presunti amici come pubblico, ma predilige gli sconosciuti-si presta meglio a costruire un'identità completamente nuova e spesso del tutto staccata dall'io quotidiano e, attraverso questa, permette di esplorare soprattutto chi poter essere. Non è certo un caso che, sempre più spesso, chi deve assumere del personale, controlli in rete chi o cosa questa persona sia e l'immagine di sé che il candidato vuole dare. E a voler cascare nella trappola del "prima e dopo", prima di questo boom dei social, l'identità veniva costruita attraverso l'album fotografico e i filmini delle vacanze o del matrimonio. Adesso attraverso Linkedin, FB o Instagram e di questi tempi è più pressante e vitale esistere in rete che esistere nella realtà. E penso al famoso adagio: se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Egualmente, se qualcuno esiste, ma non è visibile in rete, non è contattabile, non è rintracciabile, esiste sul serio?
Il 24 maggio 2012 al New Museum di New York, l'artista Constant Dullaart ha voluto puntare il dito su questo fenomeno in modo provocatorio e ha reso pubblica la password necessaria per accedere al suo account Facebook. Da quel momento, non ha più avuto alcun controllo sul suo diario online. Su questa scia, l'artista tedesco, Tobias Leingruber, ha fondato il Social ID Bureau, un servizio che mette a disposizione carte d'identità basate sulla nostra presenza nei social network. Nato come Facebook ID Bureau e lanciato con una performance a Berlino nel marzo scorso, il progetto ha immediatamente stimolato la risposta legale di Facebook.
E così continuo a perdermi nelle mie riflessioni. Cosa vuol dire, di questi tempi la parola "identità"? E come ci possiamo identificare adesso che anche l'identità è diventata, citando Bauman, liquida? Ma soprattutto, adesso che possiamo non-essere e cambiare chi essere come cambiamo abiti, che rappresentazione del reale cercheremo?
Sasha Perugini

lunedì 23 settembre 2013

The innovation of loneliness: i social network ci fanno sentire soli?

[Ninja Marketing 20/09/2013]
Per ogni marketer è importante seguire i trend che caratterizzano una società in un dato periodo, essere a conoscenza dei pro e dei contro e valutarne i benefici per la propria strategia. Ecco perché oggi, invece di parlarvi dell’ultima campagna non convenzionale, abbiamo scelto di proporvi una riflessione sul difficile rapporto tra la solitudine dell’essere umano e i social network.
“Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Questa affermazione di Arthur Schopenhauer ci è utile per introdurre una interessante infografica animata opera di Shimi Cohen da cui parte la nostra riflessione. [Leggi tutto...]

lunedì 15 ottobre 2012

Vietare la tivù ai bambini?

[09/10/2012 My Tube Enrico Franceschini - Repubblica.it]
Uno studio pubblicato in Gran Bretagna dà l’allarme con accenti ancora più gravi del solito su un tema ampiamente dibattuto: i danni che la televisione può causare ai bambini. Nella ricerca condotta dal professor Aric Sigman, un noto psicologo, per la rivista Archives of Disease in Childhood, si afferma che la crescente ossessione dell’infanza per tivù, computer e video giochi può causare danni allo sviluppo mentale e problemi fisici a lungo termine. Secondo dati citati dall’autore, un adolescente inglese passa sei ore al giorno davanti a uno schermo, senza contare la scuola; negli Stati Uniti la media è otto ore al giorno. Lo studioso ritiene che in particolare nei primi tre anni di vita di un bambino, quando per uno sviluppo sano del cervello occorre interagire “faccia a faccia” con i genitori (non con uno schermo), la televisione e altri mezzi di intrattenimento digitali dovrebbero essere messi completamente al bando, cioè portati a zero ore; e che il tempo dedicato a tivù, computer, tablet e telefonini debba poi crescere gradualmente fino a un massimo di due ore al giorno per i ragazzi al di sopra dei 16 anni. La sua ricerca calcola che quando un bambino inglese compie 7 anni di età, avrà già trascorso un anno intero di 24 ore al giorno guardando tivù, computer o videogames, e quando ne compie 18 avrà trascorso davanti a uno schermo tre interi anni della sua vita. Non tutti gli esperti concordano con la preoccupazione espressa da Sigman (e riportata oggi in prima pagina dal quotidiano Guardian di Londra): per esempio Dorothy Bishop, docente di sviluppo neurospicologico all’università di Oxford, sostiene che le sue tesi non contengono nuovi dati e che l’impatto dello schermo sullo sviluppo cerebrale da lui descritto è soltanto una supposizione, “si potrebbe concludere in modo analogo che i bambini non dovrebbero leggere libri”. Ma tutti concordano che uno stile di vita sedentario per bambini e adolescenti è tra le principali cause di obesità e disturbi cardiaci.

Europarlamento: passo per protezione minori in rete

[09/10/2012 ANSA]
''Internet sta diventando sempre piu' pervasivo nella vita dei minori e, se da un lato offre nuove e inedite opportunita' ai bambini e ai ragazzi di far sentire la loro voce, dall'altro li espone a rischi elevati e richiede un intervento su almeno tre fronti: accesso ed educazione, protezione, e cittadinanza digitale''. E' quanto ha detto Silvia Costa, eurodeputata del Pd la relatrice del rapporto approvato oggi in commissione cultura sulla protezione dei minori nel mondo digitale.


La relazione contiene specifiche indicazioni rivolte alla Commissione sulle modalita' con cui la protezione dei minori nel mondo digitale puo' essere incorporata nelle sue azioni e provvedimenti secondo una metodologia piu' efficace, potenziando i meccanismi gia' esistenti come le hotlines nazionali, secondo gli standard INHOPE, i red buttons, gli alert per i genitori e gli altri, per assicurare un approccio coerente e coordinato nei confronti della sicurezza online del bambino.


Quattro, quindi, i cardini della proposta di Silvia Costa: una cornice generale di diritti e di governance, il diritto di accesso e di educazione nei media e nei nuovi media, il diritto alla protezione, il diritto alla cittadinanza digitale.


In materia di protezione, la relazione chiede a Commissione e Stati membri di valutare l'opportunita' di iniziative specifiche da parte dei servizi preposti alla sicurezza e alla tutela, come quello giudiziario e di polizia, con l'obiettivo di realizzare tempestivi interventi sui contenuti pericolosi, in accordo con le legislazioni nazionali, anche di Paesi terzi.


TUTELARE MINORI, SCURRIA (PDL) - Il Parlamento europeo mira a proteggere i giovani che navigano in rete proteggendoli dai ''rischi di azioni criminali'' ed eliminando il digital divide che colpisce in particolare i minori soprattutto in ambito scolastico. E' questo il senso della relazione approvata oggi in commissione cultura sulla ''tutela dei giovani nel mondo digitale''. ''Il primo tema da affrontare - ha detto l'eurodeputato Pdl Marco Scurria, coordinatore Ppe in commissione cultura - e' sicuramente quello del divario digitale, e in particolare la tutela delle fasce meno protette, tra le quali i minori''. La relazione approvata oggi contiene impegni o codici di condotta che predevono la visualizzazione di un'apposita etichetta sui siti internet per combattere le discriminazioni e gli altri contenuti illeciti o nocivi online.


''Vanno indubbiamente incoraggiate le azioni di contrasto alla criminalita' online messe a punto con successo da alcuni Stati membri - ha segnalato Scurria - ma le differenze culturali e giuridiche esistenti tra essi, non permettono di stabilire con chiarezza i contenuti da sanzionare''. I contenuti illeciti o nocivi provengono anche da paesi terzi e quindi la relazione mira a ''un approccio coordinato sia a livello europeo che internazionale per permettere di armonizzare la tutela contro questo tipo di contenuti''.

venerdì 13 luglio 2012

Internet ci rende pazzi?

[Corriere.it 13/07/2012]
Internet ci sta facendo diventare matti. L'ultimo esempio di follia legata al web è il creatore della campagna Stop Kony - quella contro il generale ugandese che sfrutta i bambini soldato. Il video di Jason Russell in pochi giorni ha fatto il giro del mondo e i suoi account Twitter e Facebook sono stati letteralmente presi d'assalto. Lui è stato sveglio per giorni interi oer rispondere e rimirare il suo successo, finché ha dato letteralmente di matto, è sceso per le strade di San Diego completamente nudo gridando frasi senza senso. «Psicosi reattiva», hanno diagnosticato i medici che l'hanno preso in cura. Poi, come terapia, un mese di silenzio sul web.
COME IL CAMBIAMENTO CLIMATICO - A dedicare una copertina a uno dei problemi dei nostri tempi, ossia alla dipendenza da web, («E' una piaga come il cambiamento climatico», ha detto una docente di farmacologia di Oxford) è il settimanale statunitense Newsweek. Titolo azzeccatissimo: «iCrazy». Secondo alcuni studi, l’eccessiva dipendenza dal web è ormai una patologia simile all’alcolismo o alla depressione. «Il computer è una specie di cocaina elettrica», spiega il direttore dell’Istituto di neuroscienza dell’università di Los Angeles Peter Whybrow. E ancora, il candidato al premio Pulitzer Nicholas Carr, autore di The Shallows, scrive: «È la nostra ossessione, la nostra dipendenza e la nostra fonte di stress». Secondo altri studi, un eccessivo uso di Internet potrebbe aumentare il rischio di contrarre la sindrome ADHD (quella che dà problemi di apprendimento e difficoltà di concentrazione e che si cura con il Ritalin, per intendersi). Ma la correlazione è ancora tutta da dimostrare. Per alcuni studiosi di Taiwan ad aumentare la dipendenza sono i telefonini, come gli iPhone. Un'ossessione compulsiva ci porterebbe a guardare continuamente lo schermo del nostro smartphone, a controllare se qualcuno ci ha mandato un messaggio su Facebook o su Twitter. Come se ci stessimo facendo una dose, insomma.
CENTRI DI TRATTAMENTO E CAMPAGNE - E se gli scienziati sono al lavoro per capire come realmente la rete ci causi problemi, il problema è talmente sentito che il prossimo DSM (il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders che raccoglie tutti i disturbi psichici e psichiatrici) per la prima volta conterrà la voce Internet Addiction Disorder, scrive il Newsweek. E non solo. Il disagio si fa sentire anche nei Paesi asiatici, Cina e Corea in testa. Qui 10 milioni di persone sono considerate "internet addicted", con il governo nordcoreano che sta aprendo centri di trattamento della dipendenza e la Cina che sta lanciando campagne per un uso di internet consapevole. E la diffusione del "virus" non si ferma qui. Israele, India, Brasile: medici, pediatri, psicologi e psichiatri sono al lavoro. Per capire come mai il web ci rende pazzi. Ma sarà vero?
Marta Serafini

Facebook rende stupidi?

[L'Espresso 11/07/2012]
Altro che regno della libertà. Internet assomiglia sempre di più a una specie di casa dello studente globale e abbacinante che ci incarcera in una vita forzosamente pubblica. Colpa dei social media, che frantumano la nostra identità costringendoci a vivere continuamente fuori da noi stessi. E che mettendoci a nudo, sacrificano la nostra privacy alla tirannia utilitaria delle corporation digitali.

Almeno così la pensa Andrew Keen nel suo ultimo libro "Digital Vertigo: How Today's Online Social Revolution Is Dividing, Diminishing, and Disorienting Us". Ovvero come la rivoluzione in salsa social del Web che non risparmia nessuna attività, neppure quelle più tradizionalmente isolate e individualistiche, quali la lettura, ci sta traghettando in un'era di "ipervisibilità" e di ipertrofia dell'ego. Con pesanti conseguenze sociali e psicologiche.

Una tesi piuttosto forte che però, considerata la provenienza, non stupisce. Keen è un saggista e imprenditore della Rete di origine britannica che ama fare il bastian contrario. Nel 2007 destò scalpore il suo "Dilettanti.com", un saggio-pamphlet in cui si scagliava contro il Web 2.0, la produzione amatoriale di contenuti e la loro condivisione gratuita. E il sottotitolo non lasciava spazio a compromessi: "Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia". Una critica a Internet che però oggi, riformulata nel nuovo libro appena uscito sul mercato internazionale (per l'Italia è in corso una trattativa con un editore), si avvicina alle preoccupazioni espresse da altri intellettuali (e anche da molti utenti). Non stiamo cioè cedendo troppo dei nostri dati e del nostro controllo sugli stessi alle grandi aziende della Rete? "L'Espresso" lo ha chiesto a Andrew Keen.

Perché secondo lei la condivisione on line è una trappola?
«Lo è su tre livelli. Il primo è che Facebook - ma anche Google - l'hanno trasformata in un prodotto da vendere agli inserzionisti. E i consumatori, che sono sempre più spinti a essere trasparenti, a rivelarsi, finiscono col cedere informazioni e quindi potere alle aziende. Perché quelle stesse informazioni possono essere usate in tanti modi, anche per negare un lavoro o una copertura sanitaria. Il secondo livello è che anche i governi usano i social media per aggregare dati sui cittadini, e noi gli abbiamo reso la vita facile. Pensiamo al film "Le vite degli altri", agli sforzi che facevano servizi segreti come la Stasi per carpire informazioni personali: ora gliele cediamo noi in blocco. Infine, e veniamo al terzo livello della trappola, i social network creano dipendenza, proprio come le bibite o le sigarette: una dipendenza alimentata dal nostro narcisismo, dalla vertigine di poter dire al mondo che cosa facciamo, pensiamo, e preferiamo in ogni momento. Tirano cioè fuori la nostra parte più infantile, facendoci dimenticare che spesso siamo più interessanti quando stiamo zitti».

Ma lei arriva addirittura a paragonare Mark Zuckerberg e gli altri imprenditori della Silicon Valley a Jeremy Bentham, il filosofo utilitarista che teorizzò il panopticon, la prigione-modello in cui un solo controllore riesce a sorvegliare tutti i detenuti. Davvero c'è un legame?
«Hanno la stessa concezione dell'essere umano, un'idea infantile degli uomini come aggregazione di desideri. Zuckerberg è così che ci vede. E ricordo che il panopticon non era nato solo per le carceri, ma anche per le scuole e gli ospedali. I problemi che la società digitale sta facendo affiorare oggi in modo plateale erano già emersi all'alba dell'età industriale. La storia si sta ripetendo, non so se con una accentuazione più tragica o farsesca».

E cosa ci porta a restare sui social network nonostante questi problemi?
«E' chiaro che nessuno è materialmente obbligato a rimanere su Facebook, ma di fatto starne fuori è quasi impossibile. Perché, in una economia della conoscenza sempre più individualizzata, siamo costretti continuamente a inventarci, a pubblicizzarci, a fare "personal branding". Diciamo che solo le persone molto ricche o molto povere possono permettersi di ignorare la piattaforma di Zuckerberg. Io ad ogni modo non sono iscritto.ma è una scelta che si accorda, per così dire, col mio brand».
Ma qualcosa di buono in queste piattaforme ci sarà, non crede? Ad esempio come mezzo di diffusione di notizie o di organizzazione dei cittadini...
«Naturalmente hanno anche effetti positivi, specie a livello politico, specie in Paesi autoritari, pensiamo all'Egitto. E tuttavia per la loro stessa natura le mobilitazioni nate sui social media tendono a essere individualistiche, e non favoriscono la nascita di movimenti politici coesi. La Primavera araba, purtroppo, non si è trasformata in estate. E anche Occupy Wall Street non ha fatto un salto di qualità».

Se dipendesse da lei, qual è la prima cosa che cambierebbe dei social network?
«Il modello di business. Farei pagare alle persone qualche dollaro al mese, ma garantirei loro la privacy. Credo che arriveranno presto delle piattaforme così fatte».

Altrimenti?
«Il rischio è di finire come la rana nella pentola, che non si accorge di bollire se la temperatura dell'acqua cresce gradualmente. Non ci sarà un momento netto in cui la privacy finisce, ma assisteremo alla cessione progressiva di un valore importante, la cui riduzione non può che diminuirci come esseri umani».

C'è chi sostiene: «Io tanto non ho nulla da nascondere».
«Una frase triste da dire. Forse si dice quando manca autoconsapevolezza».

Va bene, ma se questa è l'analisi, cosa dovremmo fare? Educare le persone a salvaguardare la propria privacy? Intervenire a livello legislativo?
«L'educazione è sempre una soluzione nebulosa. E poi in questo caso si tratterebbe di insegnare a essere umani: come si fa? Forse ha più senso cercare di umanizzare il mondo digitale. Per andare sul concreto, mi piace molto il lavoro che sta facendo la commissaria europeaViviane Reding sulla tutela della privacy e sulla protezione dei dati personali dei cittadini. Ma anche sul diritto all'oblio. Dobbiamo insegnare a Internet a dimenticare; e dobbiamo incoraggiare gli imprenditori a sviluppare tecnologie che ci diano il controllo dei nostri dati. Se è vero, come dice il personaggio di Sean Parker nel film "The Social Network", che dopo le fattorie e le città noi vivremo in Internet, allora dobbiamo rendere la Rete un posto davvero abitabile».

Quando uscì il suo libro "Dilettanti.com", in cui si scagliava contro il mondo amatoriale e gratuito dei contenuti generati dagli utenti, era una voce isolata e anche molto biasimata. Ora è in buona compagnia: Nicholas Carr, Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov... La critica ai social media è diventata una moda?
«E' vero, e mi lasci dire, è anche un po' deludente. "Dilettanti.com" fu denigrato a tutto spiano, e la cosa mi divertì molto. Ora invece ovunque vada è un coro di applausi, perfino dagli amici del Partito pirata. Ironia della sorte, un mio articolo sulla Cnn relativo ai temi del libro ha raccolto 20 mila "Mi Piace" su Facebook. Ma il punto è che tutte queste voci critiche provengono da persone immerse nel mondo tecnologico, e che non possono certo definirsi dei luddisti. Io stesso vivo in Silicon Valley e ho una trasmissione su "TechCrunch", un sito di informazione hi-tech. Al contrario, non vedo in giro opere significative da parte dei "social entusiasti"».

Ha poi rivalutato i contenuti generati dagli utenti e la possibilità data a tutte le persone di usare Internet per dire qualcosa?
«"Dilettanti.com" era un libro che voleva far arrabbiare. Dopodiché riconosco che esiste del valore in questa forma di produzione dal basso. Anche se credo ancora nella necessità di avere contenuti curati da professionisti. Alla fine, le mie tesi hanno tenuto meglio di quelle di Chris Anderson (direttore del mensile americano "Wired" e autore di libri come "La coda lunga" e "Gratis", ndr): la sua teoria della coda lunga, l'idea cioè che la Rete potesse moltiplicare i mercati e i prodotti culturali, dando spazio alle nicchie, si è rivelata essere soltanto un mito.
Carola Frediani

lunedì 2 aprile 2012

[Esplora il significato del termine: Dopo Bauman anche Sennett ha dubbi sui social network] Dopo Bauman anche Sennett ha dubbi sui social network

[31/03/2012 Corriere.it]

“Tempo a breve termine”: è il concetto-chiave dell’ultimo libro di Richard Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. La riduzione del tempo che le persone trascorrono insieme dipende dall’instabilità lavorativa: un giovane entrato nella forza lavoro nel 2000 cambierà posto da dodici a quindici volte nell’arco della sua vita lavorativa. I gruppi di lavoro non durano più di nove-dodici mesi, disincentivando la costruzione di legami fiduciari.

Questo determina l’effetto silos: l’isolamento di individui e dipartimenti in unità separate e scarsamente comunicanti. Con il risultato che le persone vengono dequalificate a praticare la co-operazione impegnativa.

Le vie individuate da Sennett per “riconfigurare” la co-operazione sono tre. Innanzitutto, la conversazione dialogica, aperta all’ascolto, per contrastare il “feticcio dell’asseverazione”, l’impulso a far prevalere comunque la propria tesi, caratteristico della conversazione dialettica. Se la dialettica genera simpatia perché supera le differenze dell’altro attraverso uno sforzo di identificazione, l’empatia collegata allo scambio dialogico è una pratica più impegnativa, perché richiede di prestare attenzione all’altro alle condizioni poste da lui. Infine, le formule dubitative: il condizionale attenuativo apre spazi di sperimentazione, la formulazione esitante (“scusate ma…”, “forse…”, “avrei detto che…”) invita alla partecipazione.

Alla luce di queste considerazioni, Sennett critica i meccanismi di co-operazione online. E lo fa a partire dalla sua sperimentazione della versione beta di Google Wave, un progetto lanciato nel 2009 ma chiuso solo un anno dopo, in cui ha riscontrato una logica dialettica del “Noi contro di Loro”, un linguaggio denotativo e meccanismi di esclusione precoce di interventi erroneamente giudicati irrilevanti. Nei siti di social network osserva comportamenti di “esibizione competitiva”, in cui il valore di una persona è dato dalla quantità dei suoi contatti e il consumo diventa guardare gli altri vivere.

Sennett si dichiara consapevole del rischio che la critica sociale scada nel caricaturale e mantiene una forte attenzione alle sfumature: nelle stesse pagine, ricorda che la tecnologia può anche consentire comunicazioni di interesse collettivo, come nella chatroom di pazienti colpite da tumore al seno studiata da Shani Orgad o nell’utilizzo dei social network in Cina a supporto della guanxi.

Esperienze che aprono nuove possibilità rispetto al quadro delineato da Sennett, perché i social media consentono di coltivare relazioni altrimenti erose dall’instabilità dei luoghi e dei tempi di lavoro. E quindi potrebbero favorire il mantenimento di legami durevoli, seppur fondati su “reti sociali portatili” anziché su contesti relazionali stabili. Il condizionale attenuativo, in questo caso, si traduce in domanda di ricerca.

Ivana Pais

lunedì 23 gennaio 2012

Sappiamo tutto capiamo poco

[Corriere della sera 23/01/2012]
«A cosa serve avere tanti libri e librerie se poi non basterebbe una vita intera per leggere solo i titoli?»: se lo chiedeva già nel V secolo a. C. il filosofo Socrate, che possiamo quindi considerare a buon titolo primo teorico dell’«overload informativo», l’eccesso di informazioni che affligge i nostri tempi. E Socrate fu solo il pioniere, anche il matematico e filosofo Leibniz denunciava l’«orribile massa di libri che continua a crescere», mentre Denis Diderot, padre dell’Enciclopedia, scriveva nel 1755: «Con il passare dei secoli, aumenterà il numero di libri, al punto che possiamo prevedere un tempo in cui imparare dai libri sarà difficile come studiare l’universo». [Leggi tutto]

martedì 27 settembre 2011

La Rete come strumento per la scoperta di sé

[La Stampa 27/09/2011]
Non più solo a caccia di amici, incollati per ore alla tastiera con grande allarme di mamma e papà. Oggi gli adolescenti su Facebook cercano se stessi. Lo rivela uno studio condotto dai ricercatori della Tel Aviv University (Israele), pubblicato sul Journal of Adolescence, che dunque in parte tranquillizza i genitori incapaci di «staccare» i figli da Twitter, YouTube e Facebook e sempre più allarmati per le insidie celate dal web.

Il team di Moshe Israelashvili ha analizzato 278 studenti, maschi e femmine, appartenenti a scuole di tutto il Paese, alle prese con i social network. Scoprendo così che molti adolescenti usano Internet come un mezzo per esplorare questioni relative alla propria identità, alla personalità, al modo per costruire con successo il proprio futuro. E questo proprio grazie alle informazioni trovate sul web. Anche per questo motivo l’esperto incoraggia genitori e insegnanti a «non diffidare troppo dai social network».

L’impegno online non è tutto uguale. In certi casi il tempo passato in Rete è utile agli adolescenti. «L’uso di Facebook non può essere inserito nella stessa categoria del gioco d’azzardo o degli Internet game». Di conseguenza, i ricercatori dovrebbero ridefinire le caratteristiche della «dipendenza da Internet» negli adolescenti.

I ricercatori, intervistando i ragazzi, hanno però scoperto anche una correlazione negativa tra l’uso eccessivo di Internet e la chiarezza nella percezione di sè. Dunque secondo gli studiosi non si può fare di tutta l’erba un fascio: un certo tipo di utilizzo è distruttivo e isola, mentre un altro ha l’effetto opposto. In pratica, è istruttivo: aiuta a socializzare e a costruire la propria identità rispetto agli altri.

Oggi si tende a definire affetto da Internet-dipendenza una persona che «passa più di 38 ore sul web ogni settimana. Ma è la qualità, non la quantità che conta», sostiene Israelashvili. I ricercatori, infatti, hanno visto che molti dei ragazzi coinvolti nella ricerca rientravano nello standard della «dipendenza da Internet», ma in realtà usavano la Rete come strumento per la scoperta di sé.

Ci sono due tipi diversi di adolescenti «drogati di Internet», spiegano gli studiosi. Il primo gruppo è composto veri maniaci, che si concedono maratone di giochi online, giochi d’azzardo, siti hot e chat erotiche, isolandosi dal mondo reale. L’altro è composto da «cercatori», che usano Internet per definire la propria identità e il proprio posto nel mondo. Questi ragazzi, spiegano gli studiosi, tendono a utilizzare i social network e a raccogliere informazioni, su siti di notizie o Twitter.

Insomma, ciò che è importante è il modo in cui si naviga, non solo le ore passate online. I ragazzi «devono imparare a usare Internet in modo sano, come fonte di conoscenza di se stessi in relazione ai loro coetanei di tutto il mondo», suggerisce Israelashvili. Cosa che qualcuno di loro già fa. Se i genitori sono ancora preoccupati dalla quantità di tempo che i loro ragazzi passano davanti al computer, piuttosto che strepitare o vietare, dovrebbero diventare una fonte di informazione per i loro figli adolescenti, favorendo una sana conversazione in casa.

«Molti genitori sono troppo preoccupati per alcune cose, e poco per altre - dice Israelashvili - Puntano sui successi accademici e trascurano di insegnare ai ragazzi come affrontare il mondo». Cambiando atteggiamento, prevede lo studioso, i ragazzi passeranno meno tempo nel mondo virtuale, visto che possono trovare risposte anche in quello reale. Se hanno trascorso la loro adolescenza preoccuparsi solo del rendimento scolastico o dei divertimenti, potrebbero avere difficoltà nel prendere decisioni personali e di relazionarsi bene con il mondo, una volta adulti.

lunedì 26 settembre 2011

Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

[Dis.anb.iguando 23/09/2011]

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori dalle cooperative, è uscito un mio articolo dal titolo «Mamme, ballerine e superuomini. Per un’educazione ai media, capillare e trasversale, che cominci sin dalle elementari».

L’articolo appare anche sul portale e-coop, QUI. Ma per tua comodità, e per gentile concessione di Coop, eccolo:

La comunicazione di massa – dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura – ci propone spesso immagini stereotipate e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. Naturalmente la cosiddetta «massa» apprezza anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.

bambini-e-videogiochi

Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva.

Se per esempio i media valorizzano le donne più per la bellezza che per ciò che dicono e sanno, mentre per gli uomini vale il contrario, non sarà che la differenza incide sul modo in cui le donne e gli uomini percepiscono sé e gli altri? Se i media presentano corpi (maschili e femminili) sempre più perfetti, fotoritoccati e lontani da quelli reali, non sarà che ciò influisce sul nostro ideale di bellezza? Sul modo in cui le bambine e i bambini crescono, sentendosi sempre meno adeguati rispetto a quei modelli? Sull’aumento dei disturbi alimentari e della domanda di chirurgia plastica? E se pubblicità e televisione mostrano più conflitti fra uomo e donna – la cosiddetta «guerra dei sessi» – che esempi di collaborazione e accettazione reciproca, non ci sarà un nesso con la difficoltà di costruire relazioni di coppia durature?

Secondo me sì: l’influenza che i media hanno su di noi è tanto forte quanto sottovalutata. Tipicamente, infatti, i professionisti dei media – ma anche molti studiosi – dicono che è banalizzante vedere le cose in questo modo: intanto perché le persone non sono così sciocche da farsi condizionare – infatti va di moda parlare di «consumatori maturi» o «postmoderni»; e poi perché i media non fanno che rispecchiare la società, non sono certo così potenti da costruirla o determinarla.

È vero: i media non vanno demonizzati e sono anche una grande opportunità di alfabetizzazione; né si può ridurre la complessità umana a una visione deterministica, per cui certi problemi sarebbero «colpa» della tv o della pubblicità.

Il punto, però, è che anche le persone più colte, razionali e «mature» convivono dalla metà del secolo scorso con stereotipi mediatici sorprendentemente immutabili nonostante i cambiamenti della società: mamme che preparano il pranzo o lavano il bagno, bambine che pettinano le bambole e sognano di fare la ballerina, superuomini instancabili, corpi oggetto. E non basta spegnere la tv, perché quelle immagini sono per strada, su internet, a scuola, nei supermercati.

Bambini e tv

E allora, come se ne esce?

Credo che l’educazione ai media sia l’unica strada possibile: in tutti gli ordini e gradi della scuola – perché prima si interviene, meglio è – in tutti i settori dell’università. Un’educazione che oggi deve essere più capillare e trasversale di ieri, perché deve mostrare i nessi fra la televisione e internet, fra il cinema e i videogiochi, fra la pubblicità e una certa letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.

E deve toccare gli aspetti più intimi e profondi su cui i media possono incidere: le relazioni fra i generi – sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi – il corpo, le emozioni, i ruoli di coppia.

Perché sono queste le basi su cui gli individui crescono, scelgono amicizie e amori, formano famiglie, entrano in società.

Giovanna Cosenza

giovedì 1 settembre 2011

Bauman: i social network non fanno la felicità

[Il fatto quotidiano 01/09/2011] Ho letto ieri una grande intervista di Andrea Malaguti per La Stampa a Zygmunt Bauman. Un’intervista che, confesso, avrei tanto voluto scrivere io. Sono una grande fan del sociologo, filosofo e conferenziere polacco di origini ebraiche. “Un uomo lungo, con mani sottili e pensieri rapidi”. Che frase elegante!

Nei suoi ultimi lavori, Bauman ha tentato di spiegare la ‘postmodernità’ usando le metafore di modernità “liquida” e “solida”. L’esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul “non poter comprare l’essenziale”, ma del “non poter comprare per sentirsi parte della modernità”. Secondo Bauman il “povero”, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi “come gli altri”, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore.

Malaguti incontra il maestro nel giardino “selvatico” della sua casa inglese di Leeds: “Lascio che le piante si muovano come credono. Il mio giardiniere è Darwin. L’evoluzione è inarrestabile”. E subito Bauman mi fa una grande simpatia. Anche lui si occupa dell’evoluzione dell’uomo. Di come si organizza in società e della sua stratificazione. Di come è passato dalle rivoluzioni con la lancia a quelle con il computer.

Bauman discetta su differenza tra rete e comunità reale: «La prima è il luogo della libertà. La seconda della sicurezza. Sulla comunità si può contare come su un vero amico. È più affidabile. Ma anche più vincolante. Ti controlla. La rete è libera, ma serve soprattutto per i momenti di svago. E per uscire dalle relazioni, in fondo, basta spingere il tasto delete. Però mi pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra abbracciare qualcuno e “pokarlo” ci sia differenza».

In rete però si possono trovare anche 300 amici al giorno, suggerisce il collega. ”Decisamente molti di più di quelli che io ho avuto nei miei 86 anni di vita. Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, dice che la nostra mente non è predisposta per avere più di 150 rapporti significativi. Siamo fatti così, ci serve la società per essere felici.

Nonostante tutto questo gran parlare di social network, siamo ancora ai primordi della comunicazione via social media. C’è ancora così tanta confusione che Facebook e Twitter o sono amati o sono demonizzati. Chi non sa farne più a meno e li controlla anche nottetempo e chi li snobba con disgusto ciceroniano.

Ho letto pure (su una rivista per “donne intelligenti”) questa domanda a uno scrittore “Fa uso di social network?”, come se fossero psicofarmaci o sostanze vietate! Ovvero, come se uno scrittore (uno che viene per istituto reputato intelligente, insomma) non dovesse/potesse avere un profilo su Facebook.

Facebook, per esempio, all’inizio è sembrato una moda come tante. Anche perché nelle “cose d’informatica” tutto diventa abbastanza rapidamente vecchio: email, sms, mms. Già si preconizza la dipartita di fèisbuk (alla napoletana, come dice la mia amica Marika) per mano di Google+.

Che piaccia o no, il gigante di Palo Alto è una forma di economia (anzi, economy), un sistema ineludibile di interazione, una metafora, un sistema cognitivo che esporta ed importa regole e idiomi. Non è un sistema perfetto, ma è efficace e ci insegnerà parecchie cose sulla comunicazione e sulla sociologia.

Bauman ha ragione da vendere, ma resta il fatto che con questi nuovi metodi di comunicazione dobbiamo farci i conti. Sono modi, metodi, appunto, non accessori di moda. Come quando i cellulari divennero di massa: ora è difficile pensare di farne a meno. Anche i coraggiosi “desistenti” capitoleranno quando pure le auto comunicheranno con noi attraverso un social media che agisce nell’abitacolo, come fosse un microcosmo o un eco-sistema artificiale.

di Januaria Piromallo

mercoledì 8 giugno 2011

Arriva la dieta da multitasking

[Oneweb 30/05/2011]

Giusto un anno fa su questo blog abbiamo parlato del multitasking, e dello scontro ideologico fra chi pensa faccia male e chi invece ritiene sia degno delle migliori intelligenze. All’epoca andavano di moda dei test. Ora negli USA è uscito un libro che tratta la nostra dipendenza dalle tecnologie legate al Web 2.0 come fosse il cibo, e ci raccomanda una dieta.

L’autore è un famosissimo blogger, Daniel Sieberg, che sta sbancando con il suo ultimo libro, “La dieta digitale“. La teoria principale è che la nostra vita è diventata un parossismo: stiamo attaccati al cellulare, soffriamo se non possiamo twittare o postare sul nostro blog o su Facebook, le nostre percezioni, persino quelle uditive per non parlare della nostra attenzione, sono modificate al punto da non poter più rispondere agli stimoli come un tempo. Che ci è successo?

“Non c’è la tabella delle calorie sul nostro iPhone. Pensate al piacere di scegliere da soli i migliori cibi per sé. Lo stesso vale per la tecnologia. La dieta digitale aiuta a trasformarvi in una grande potenza comunicatrice: ci vuole un dimagrimento generale, dai gadget ai social network ai videogiochi, nella speranza di renderci più sani e più felici senza abbandonare il ventunesimo secolo.”

Abbiamo esagerato, ma attenzione: è come cercare di dimagrire senza riprendere subito peso, quindi l’unica soluzione è fare un passo alla volta, cominciando coi fine settimana: spegnere lo smartphone, non portarsi dietro il netbook al lago o in montagna, e poi prendersi altre ore, altre giornate.

La dieta digitale ha ottenuto recensioni entusiastiche da praticamente tutti i giornali americani, e il Washington Post si è persino inventato un metodo di calcolo per stabilire il nostro Indice di massa e-corporea così da sapere di quanto dobbiamo dimagrire. Eccolo.

Peso da eccesso digitale:

    1. Per ogni telefono non fisso segnate 3 punti;
    2. Per ogni laptop: 1 punto;
    3. Per ogni tablet: 2 punti;
    4. Per ogni e-reader: 1 punto;
    5. Per ogni servizio di sms: 5 punti;
    6. Per ogni differente identità con login: 5 punti;
    7. Per ogni computer fisso: 1 punto;
    8. Per ogni account di posta: 2 punti;
    9. Per ogni macchina digitale: 1 punto;
    10. Per ogni altro gadget con caricatore: 1 punto;
    11. Per ogni blog che scrivete o su cui commentate aggiungete 2 punti.

E, di seguito, i risultati:

  • 24 punti o meno: Magri
    Siete in forma, ma mai abbastanza per evitare un regime più equilibrato;
  • 25-35 punti: Sovrappeso
    Subito una dieta digitale per tornare in forma;
  • 36 punti o più: Obesi
    Dovete dare un taglio alla vostra dipendenza tecnologica o la vostra salute, e qualità della vita, ne risentirà.

lunedì 30 maggio 2011

Se il potere non ascolta il popolo di Internet

[La Repubblica 30/05/2011] Si può organizzare un "evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet? Si può esaltare il ruolo di Internet nel rendere possibili cambiamenti democratici e poi essere reticenti o silenziosi sulla effettiva tutela dei diritti fondamentali in rete? Si può definire Internet "un bene comune" e poi affermare l'opposto, la sua sottomissione alla logica della proprietà privata?

Sì, è possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ciò possa apparire. È accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunità, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non è stato così. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libertà e diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. È, invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.

Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy è il governante che più ha sostenuto la necessità di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libertà di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo (è appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). È il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.

Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina così il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.

Una scelta così clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della società civile lì presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalità rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.

Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle più interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalità e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet.

Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete. E si è svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.

Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete.

Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacità di produrre innovazione non può tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perché è proprio così, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.

I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata analisi del tema della neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza.

Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potrà essere percorsa senza resistenze. Si potrà far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo così al primo posto i riferimenti a libertà e diritti, alla pluralità degli attori.

Alla povertà e all'autoritarismo di quel comunicato si potrà opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libertà di espressione che sarà presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come già mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisognerà pure fare i conti.

La grande partita politica di Internet rimane aperta.
STEFANO RODOTÀ

Tim Berners-Lee contro Twitter: è troppo estremo

[webnews 28/05/2011]

Durante la conferenza londinese Profiting From The New Web svoltasi lunedì presso la Royal Society, il padre fondatore del Word Wide Web, Tim Berners-Lee, ha criticato il social network Twitter definendolo troppo estremo. Secondo Berners-Lee, il problema principale del social network risiede nella politica comunicativa che, non dando la possibilità agli utenti di digitare periodi più lunghi di 140 caratteri, rende le discussioni poco argomentative e scoraggia discussioni ragionate. Inoltre alcuni fruitori, sempre per la mancanza di spazio, tendono ad assumere punti di vista fortemente radicali e non cercano l’argomentazione. Secondo quello che è da considerarsi l’inventore del Web, ci vorrebbe piuttosto uno strumento comunicativo più sofisticato, anche perché l’attuale limitazione potrebbe mettere in seria discussione il futuro dell’idea.

Berners-Lee è inoltre preoccupato per la politica del social network, che permette ai suoi utenti di dire tutto ciò che pensano, a prescindere dalla legalità. Una critica è rivolta anche al funzionamento a “sistema chiuso” di Twitter, che impedisce agli utenti di comunicare con i membri di altri social network. Lo scorso anno Berners-Lee aveva peraltro espresso il suo dissenso, per lo stesso motivo, anche nei confronti di Facebook e Linkedln.

Il genio britannico ha infine dichiarato che gli sviluppatori di software dovrebbero cercare di progettare applicazioni che funzionino su tutta la Rete, inclusi i telefoni cellulari, piuttosto che sviluppare applicazioni per piattaforme specifiche controllate da singoli produttori come iOS di Apple o Android di Google. Quello che vuole il mentore del Web è semplicemente un WWW meno vincolato e più incentrato sulla libertà dell’utente. Più apertura e maggiori opportunità di espressione, insomma, invece di ambiti chiusi e limiti comunicativi.

Connessi col mondo isolati in famiglia

[Corriere della Sera 26/05/2011] Un salotto. un sofà. una famiglia. La tv rigorosamente off, 4 monitor (pardon: tablet) accesi. È la fotografia delle nuove famiglie contemporanee che trascorrono il dopo cena, più o meno fino alla mezzanotte, sempre più “connesse” fuori casa, ma del tutto “disconnesse” al loro interno. I nuovi nuclei individuali dell’era 3.0, visto che il web 2.0 sembra già preistoria, non hanno più nulla a che vedere con il vecchio focolare domestico, dove ci si rifugiava dopo una giornata piena di tensioni sul lavoro o di brutti voti presi a scuola. Sono passati i tempi in cui la sera si stava insieme e si commentavano le notizie dei tg, tenendo magari compagnia alla nonna sulla sedia a dondolo, tra una telefonata di un parente lontano e le discussioni in casa su chi dovesse lavare i piatti o sparecchiare. Il giorno dopo ci si svegliava quasi certamente con una marcia in più. Oggi tutto questo è out. Ognuno ha il proprio device. Si sta tutti e 4 insieme sul sofà, ma si è emotivamente soli. Nella stessa stanza, ma in mondi obliqui e paralleli. Ognuno perso nel cyberspazio del proprio laptop. Liquido e sfuggente, come direbbe il filosofo polacco Zygmunt Bauman. Secondo il New York Times, nell’era del wifi la famiglia 3.0 si delinea sempre più drammaticamente così: il figlio di 8 anni spaparanzato in poltrona incollato a giocare, con la tavoletta tascabile sulle ginocchia, a Mario Kart wii; accanto la sorella, poco più grande, che consulta in modo convulso love calculator, per calcolare la corrispondenza amorosa, sul touchscreen dell’iPhone rosa, rivestito di brillantini. Nell’angolo, il padre attento a scommettere su giochi e partite on line su quello che fino a qualche anno fa era il pc di casa, mentre la madre chatta su Facebook con le amiche d’infanzia, scambiandosi ricette e commentando con il pollice all’insù del “mi piace” foto e siti improbabili. Un tempo si dialogava e si era presenti nella sfera dell’altro e dei figli. Oggi la distanza si è accentuata. Si vive in mondi talmente distanti tra loro, che hanno smesso di relazionarsi, mandando la società in tilt.

La comunicazione multiscreen cambia la nostra sfera domestica, tagliano corto i sociologi. La cultura digitale rivoluziona il nostro agire quotidiano. Il marito preferisce comunicare con la moglie seduta a un metro di distanza con una mail. Lei replica felice e soddisfatta, indaffarata a stare dietro a tutte le schermate aperte, come quelle della lista della spesa open (sostituisce la vecchia lavagnetta con il pennarello) che ogni familiare può consultare in tempo reale, aggiungendo quello di cui ha bisogno: dal bagno schiuma per la palestra, al latte, al quaderno a righe, fino alle sigarette per il papà. E mentre con la mano destra si chatta, con la sinistra si riesce anche a consultare il BlackBerry ogni 5 minuti. Non si sa mai. Il cugino lontano sta per prender parte ad un nuovo flash mob all’Università, mentre il figlio potrebbe aver aggiunto un nuovo post sul suo blog.

Un popolo di scimmie, ci ha definito il Premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa: «internet ha messo in soffitta la grammatica, l’ha liquidata, per cui si vive in una specie di barbarie sintattica. Se scrivi in quel modo è perché parli in quel modo. Se parli così è perché pensi così, e se pensi così è perché pensi come una scimmia». Come dire, più ci si evolve in questa visione post-orwelliana e più la nostra mente regredisce all’età della pietra. Sarà poi così? In fondo i personal media in questi ultimi mesi hanno permesso anche battaglie democratiche importanti. È possibile che non ci sia proprio nulla da salvare? Per Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università La Sapienza di Roma «la connessione non deve essere un pretesto per isolarsi. Quando in famiglia non si va d’accordo, la tavoletta diventa una scusa per non affrontare la realtà. L’ideale sarebbe avere una sola tecnologia con tutti i parenti intorno, con mamma e papà che insegnano ai figli come usarla, aggiornando in primo luogo se stessi». In una società convergente come questa, il ruolo e la responsabilità dei genitori sono aumentati rispetto al passato, quando l’ambiente esterno condivideva i valori e li sosteneva nelle loro scelte educative. Oggi c’è bisogno di una guida. Alla base di questi nuovi modelli cognitivi, c’è una collettività di interessi che cresce a dismisura ogni giorno. Le persone si “autoconfigurano” continuamente, nonostante siano soggette a stress tecnologico, senza esser più in grado di dire dei sani no. Per Roberto Grandi - professore di Sociologia dei Processi Culturali all’Università di Bologna - «i rapporti interpersonali sono in concorrenza con quelli virtuali, ma lo spazio virtuale non sostituisce gli spazi fisici».

Concorda l’esperto di tecnologia Carlo Infante: «Una tecnologia è desiderabile perché rimbalza indietro come una palla. Tutti i sistemi touchscreen inducono una corrispondenza, un elemento di contagio che ha a che vedere con il nostro desiderio». Ma le tecnologie alla fine non sono altro che elettrodomestici. E se ce l’ha fatta Bin Laden a vivere cosi tanto a lungo senza wireless, perché non dovremmo farcela noi alle prese dopo tutto con un tran tran di vita quotidiana, lo stesso da decenni? Ai tablet, per fortuna, c’è ancora chi continua a preferire le scene di vita domestica, come quelle dipinte da Vermeer.

Barbara Millucci

mercoledì 4 maggio 2011

"Così il gioco accende la parte migliore di noi"

[La Stampa 04/05/2011]MILANO
Concentrati, reattivi, generosi, creativi, capaci di ricominciare dopo una sconfitta: così siamo quando giochiamo. Ma allora perché nella vita reale siamo distratti, apatici, egoisti, banali, depressi? «Perché il mondo non è progettato per renderci felici, i giochi sì», risponde Jane McGonigal, game designer e ricercatrice all’Istituto per il Futuro di Palo Alto, ieri a Milano per il ciclo di incontri «Meet The Media Guru».
Nel suo ultimo libro «La Realtà in gioco» (Apogeo, pp. 416, euro 24), sostiene che i giochi possono aiutarci a immaginare il futuro (e cita l’esempio del suo «A World without Oil», dove bisogna sopravvivere in un mondo senza petrolio), ma anche a scrivere un libro, curare scompensi psichici, inventare mondi diversi. E salvarci la vita: già Erodoto raccontava come gli antichi abitanti della Lidia riuscirono a sopravvivere alla carestia alternando un giorno di gioco ai dadi, senza mangiare, e uno di attività normale.

Cominciamo dall’inizio: cos’è un gioco?
«Un gioco - non solo un videogame - deve avere un obiettivo, delle regole, un sistema di feedback e la partecipazione dev’essere volontaria».

I partecipanti a World Of Warcraft finora hanno trascorso circa 5,93 milioni di anni giocando online: più di quanto abbia impiegato l’uomo a evolversi come specie. Perché secondo lei?
«Perché cerchiamo tutti di migliorarci, di essere occupati e realizzare qualcosa, e in World Of Warcraft c’è sempre un compito che ci aspetta per crescere, da soli o con gli altri».

Ma come può un gioco cambiare la vita reale?
«Un esempio: Nike Plus permette di creare un avatar online che rappresenta il nostro stato di salute. Se facciamo jogging, un sensore comunicherà i dati al sistema e l’avatar sarà allegro e in forma, altrimenti ingrasserà e sarà triste. Si accumularano punti solo con l’esercizio fisico vero, quindi per andare avanti nel gioco siamo costretti a curare la nostra forma: il gioco è virtuale, ma il benessere è reale».

E Facebook è un gioco?
«Del gioco ha alcuni aspetti, come il feedback: il sistema reagisce in tempo reale alle nostre azioni, come postare un link o una foto, e il punteggio è dato dagli amici che cliccano sul pulsante “Like”. Ma tra i social network, certamente Foursquare è più simile a un gioco: ci sono livelli, obiettivi, feedback. E ora, oltre a registrarsi in un luogo, si possono accumulare punti anche realizzando dei compiti, come dimagrire o smettere di fumare».

Grafica, strategia, coinvolgimento: cosa serve per fare un buon videogame?
«Far nascere emozioni, creare sfide coinvolgenti, epiche. Grafica ed effetti speciali servono a creare stupore, come nell’arte. Questo stupore ci fa sentire parte di qualcosa di grande, ci spinge a condividere esperienze e collaborare per raggiungere un obiettivo. Più la tecnologia avanza, più i giochi accentuano l’aspetto sociale, come si vede con i videogame per telefonini».

Non è meglio comunicare dal vivo anziché tramite un gadget?
«I giochi possono aiutare a superare la distanza e il fuso orario, ma anche le gerarchie o la spersonalizzazione dei rapporti lavorativi. Un’azienda americana ha introdotto un piccolo videogame in cui, all’avvio del computer, ogni dipendente deve identificare il collega di cui appare l’immagine: così guadagna punti e ottiene premi. Sono migliorati i rapporti umani e la produttività: ora ognuno conosce i rispettivi ruoli e sa a chi rivolgersi per sviluppare un’idea o segnalare qualcosa che non va».

Che differenza c’è tra un giocatore incallito e uno che ogni tanto si concede una partita ad «Angry Birds»?
«Le emozioni sono le stesse, entrambi cercano lo stress positivo del gioco. E’ la sfida che appassiona, come dimostra anche il lungo successo di “Tetris”, dove vincere è impossibile».

Lei parla di emozioni positive, ma esistono anche giochi violenti o angoscianti, come «Heavy Rain».
«Vero, “Heavy Rain” è un gioco che fa paura e mette a disagio. Ma ha un interessante effetto collaterale: permette di controllare gli incubi. Una ricerca canadese ha mostrato che molti giocatori riescono a vedersi in terza persona, attribuendo le emozioni negative al protagonista del sogno, come fosse un videogame: così si curano ansietà e disordini post traumatici».

Vivremo in un gioco, dunque?
«Per fortuna siamo ancora liberi di scegliere. E senza libertà il gioco non può esistere».
BRUNO RUFFILLI

venerdì 22 aprile 2011

L’analisi netnografica delle conversazioni online: il caso True Blood

[Ninja Marketing 21/04/2011] True Blood è una serie TV statunitense di ambientazione vampiresca ideata da Alan Ball, che dal 2008 tiene i suoi fan con il fiato in sospeso tra scene di nudo, sesso, violenza e splatter.

Il successo della serie nel periodo della rivoluzione mediatica portata dal web 2.0 ha permesso nel tempo la creazione di una web tribe di appassionati che non mancano di scambiarsi pareri, conoscenze e informazioni attraverso le piattaforme sociali.

L’analisi: il consumo telefilmico sui media digitali

Una ricerca del Centro Studi Etnografia Digitale svolta attraverso la tecnica di rilevazione netnografica ha cercato di trarre alcune conclusioni in merito, analizzando 4045 conversazioni avviate dai fan di True Blood su blog e forum online.

L’obiettivo dell’innovativo studio, scaricabile gratuitamente qui, era quello comprendere i contenuti delle conversazioni e, soprattutto, gli universi di senso prodotti grazie a queste ed allo scambio di informazioni tra utenti online (web tribes).

Stando alle parole dello stesso Alex Giordano, uno dei partecipanti alla rilevazione:

“Ciò che in pratica la ricerca mette in evidenza è come i prodotti mediali rappresentino un’occasione per il dispiegarsi di pratiche riflessive, per modi di conoscere e dare ‘senso’ ai propri vissuti e costruire visioni condivise dell’identità”

La ricerca ha permesso dunque di fare chiarezza sulle modalità di produzione culturale tipica degli ambienti in cui si discute di serie TV, e sui modi in cui queste forme sono alla base di forme di vita comuni resistenti.

Nel caso di True Blood, esse resistono a due principali forze: sistema televisivo mainstream e sistema produttivo del capitalismo cognitivo. Lo capiamo per esempio poiché la web tribe di True Blood decide autonomamente quali sono le pratiche di frizione della serie, senza farsi influenzare dagli esperti tradizionali (critici TV, etc.). Oppure nel momento in cui si osserva il tentativo della stessa tribù di riportare l’argomento vampiresco nella sua cornice di senso naturale, adulta, allontanandosi dall’immaginario comune per cui i vampiri sono ‘cose da bambini’.

Per concludere

L’analisi mostra dunque come gli utenti, nei loro scambi quotidiani di conversazioni, pareri e informazioni, riflettono collettivamente su se stessi e sul loro modo di abitare il mondo. Questa è una condizione ormai routinaria del vivere sociale ai tempi della comunicazione digitale 2.0, in cui i prodotti culturali diventano un luogo di auto ed etero riconoscimento.

Vi abbiamo incuriosito e volete saperne di più? Allora scaricate la ricerca completa. Costa poco, solo un tweet!

venerdì 18 febbraio 2011

I social media secondo Eric Schmidt

[Manageronline 18/02/2011]

"Con il mio permesso", Eric Schmidt condensa in questa frase i Social media e soprattutto ci aiuta a superare le diffidenze per usarli al meglio.

Troppo spesso mi capita di tenere corsi sui social media nei quali i partecipanti - generalmente marketing manager di imprese interessate ad utilizzarli come veicolo di marketing e di comunicazione - accettano con diffidenza l'iscrizione a tali contesti perchè, in modo assolutamente legittimo, temono un'invasione indebita nella loro privacy.

Come detto, tutto legittimo. Certo è che diventa difficile trovare la giusta direzione per un'azienda, senza mettersi prima dalla parte dell'utente e senza "vivere" Facebook, Twitter e i blog. Questi sono dei "luoghi" che dovrebbero innanzi tutto essere ascoltarti, prima ancora di volerli sfruttare in un'ottica di business, anche se le due cose sono assolutamente legate.

Il suggerimento è quello di Eric Schmidt - l'ormai ex AD di Google che, nel suo intervento al convegno DLD sullo stato dell'editoria digitale organizzato da Burda a Monaco la scorsa settimana, ha ripetuto come un mantra la frase «con il mio permesso».

Dobbiamo infatti imparare, come persone e come utenti della Rete prima ancora che come manager, ad utilizzare e a sentire nostri i social media (se non Facebook, altri che meglio possano essere in linea con il posizionamento della nostra azienda e con la conseguente strategia), non avendone timore perchè nulla è fatto in realtà se non "con il mio permesso".

La geolocalizzazione non offende la nostra privacy. Se noi non ci registriamo su Facebook Places o su Foursquare gli sconosciuti non curioseranno fra le nostre foto se noi non avremo settato il nostro profilo come pubblico; i nostri pensieri non verranno letti se non dagli amici che noi abbiamo accettato come tali.

Se non sapremo superare tali barriere noi come persone, difficilmente sapremo metterci nei panni degli utenti e trovare le parole giuste con le quali comunicare all'interno del piano editoriale che ci dovremo dare per essere capaci di offrire una ragione perchè loro possano con soddisfazione essere nostri fan o nostri follower.

Andrea Boscaro