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mercoledì 13 aprile 2011

La democrazia di Google

[Europa 13/04/2011]
Riecco apocalittici e integrati che, come mezzo secolo or sono a proposito dell’homo videns, se le danno di santa ragione a proposito di business e privacy sui server del web 2.0. Prima il Bauman lanciato da Repubblica e ripreso da Fabio Fazio ha parlato del carattere fasullo degli “amici” che si incontrano nei social network.
Poi Report con l’inchiesta su Facebook, Google e affini ha spiegato che gli utenti del web sono il prodotto che viene venduto per fini di propaganda, pubblicità e, non ultimo, di intelligence. Fra tante suggestioni, ci pare di avere capito che aderire a un social network facendosi precedere dal proprio “profilo” è un po’ come andare in piazza e mostrarsi con il vestito che ci pare più adatto. A qualcuno sembreremo belli, ad altri appariremo ridicoli e questi giudizi dedotti dalla nostra esteriorità alimenteranno la nostra notorietà; mentre al lato privato provvederanno rapporti più rari e intimi, magari frutto di spunti nati in rete, ma non esauribili nella comoda relazionalità che questa consente. Tutto sommato non ci pare di essere in presenza di rischi drammatici solo perché la piazza del paese si è allargata a dismisura.
Più intrigante ci pare il lato dei soldi. Sul web si stanno confrontando infatti due concezioni circa il modo di ottenere ricavi dalla pubblicità. Quella più simile all’antico modello di business dei mass media è praticata da Facebook, un colossale profilatore di target grazie al possesso dei profili auto redatti dagli iscritti. A quelli piace il rock, a quegli altri la disco music, c’è chi abita nel paesello e chi nella grande città, di qua i laureati di là i meno istruiti, da una parte i gay dall’altra i seguaci del bunga bunga....
Ogni prodotto o servizio può ritagliarsi con l’aiuto di Facebook il pezzo di società a cui gli pare più utile offrirsi. Messo così Fb ci sembra omogeneo alla società che più conosciamo, quella della tv di Cologno Monzese, anche se potrà contenderle la pubblicità di inserzionisti minori che puntano al target ristretto e vogliono sfuggire ai costi del classico spot teletrasmesso. Il risultato di fatturato ad oggi sembra essere di un paio di miliardi di dollari l’anno. Rispettabile, ma contenuto se si pensa alla rilevanza sociale che Facebook ha assunto.
Più innovativa, invece, è l’idea di Google.
Chi acquista pubblicità su Google sa che la sua offerta non verrà diffusa a un target prestabilito, ma che sarà visto da singoli individui le cui ricerche fanno supporre una potenziale attenzione a quel che l’inserzionista intende offrire. Tant’è che Google otterrà il suo ricavo solo se l’utente avrà effettivamente clickato sul minuscolo ads-esca e sarà entrato a vedersi la pubblicità vera e propria. Così, con pochi soldi, ogni aspirante venditore può sperare di ottenere qualche click di attenzione. Con questo servizio Google ha raggiunto in pochi anni 29 miliardi di dollari di fatturato stracciando qualunque altro motore di ricerca, segno, a nostro parere, dell’aver costruito una opportunità davvero nuova, e forse la prima davvero bilaterale, per realizzare l’incontro tra domande e offerte. Per capirci: la marea di pubblicità che gli oligopoli del detersivo, del dolciume, del detersivo etc riversano negli schermi della tv serve ad occupare la domanda e funziona essenzialmente come barriera mediatica contro l’apparizione di eventuali concorrenti. Tant’è che quando a tener fuori i concorrenti ci pensa la crisi, la spesa per pubblicità è la prima ad essere tagliata (alla faccia delle chiacchiere sul fatto che invece proprio con la crisi servirebbe un po’ più di sollecitazione a spendere). Invece anche negli anni di crisi i ricavi di Google hanno continuato a crescere. C’è dunque, e Google lo ha interpretato, un bisogno socialmente diffuso, staremmo per dire “democratico”, di offrire agli altri quel che si ha da vendere.
L’idea che ci siamo fatta è che la disponibilità di un modello commerciale e relazionale così “su misura” sia un potente aiuto per una società dove siano più forti gli individui e contino meno oligopoli e corporazioni.
Detto questo, non ignoriamo i lati problematici della questione, che non riguardano tanto la privacy (anche se son queste le cose che rimbombano sui media) quanto le regole di disponibilità dei contenuti (fronte degli autori e degli editori) e quelle della tassazione sulle transazioni (fronte del fisco). Proprio per questo converrà schivare i dibattiti epocali e cercare invece di spremere più sugo possibile da questi frutti della rete.

venerdì 22 ottobre 2010

Google: un X Factor per l’innovazione

[PCTuner.net 22/10/2010]Si chiamerà Demo Slam ed è l’ultima trovata di Mountain View, in pratica una sorta di American Idol (l’equivalente del nostro X Factor), dove a scontrarsi e a cercare il favore del pubblico non saranno cantanti, ma startup, sia di aziende che di singoli o di comuni. Un modo nuovo e insolito per promuovere l’innovazione tecnologica nell’era del Web 2.0 e di YouTube o ancora altra pubblicità per Google?

La domanda non è così insinuante come potrebbe sembrare, visto che l’unico limite per questi progetti innovativi è quello di usare solo ed esclusivamente tecnologie sviluppate e messe a disposizione da Google stessa.

Il contest che si terrà sul sito appena avviato avrà lo stile di un vero e proprio talent show, con scontri diretti a cadenza settimanale tra due progetti, presentati attraverso filmati in opposizione tra loro. I demo saranno caricati sulla piattaforma di video sharing YouTube, e saranno relativi appunto alla presentazione di un progetto tecnologico da parte di società, gruppi universitari o semplici individui armati di un’idea. Gli utenti di BigG potranno quindi votare il proprio filmato preferito, contribuendo così alla sua eventuale scalata alla vetta di una hall of fame dei demo. Il primo vincitore uscirà dalla sfida tra due progetti caricati dalla stessa Google in occasione del lancio ufficiale della piattaforma Demo Slam.

Sul sito sarà possibile peri partecipanti scegliere tra vari settori tecnologici legati all’azienda di Mountain View. Obiettivo, condividere con il mondo una serie di innovazioni relative al search locale, alla personalizzazione dei servizi, alla ricerca attraverso fotografie o in tempo reale. Un modo per promuovere l’innovazione o per promuovere se stessa e le proprie tecnologie? O ancora ottenere sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche nei propri campi di interesse a costo quasi zero? Ai lettori l’ardua sentenza, anche se siamo abbastanza certi che nessuno si interrogherà su questo aspetto.

giovedì 19 agosto 2010

Google, l'autodifesa del GF "Non vi spiamo, ecco perché"

[La Repubblica 19/08/2010] vertici dell'azienda Usa rispondono all'inchiesta di Repubblica di venerdì. Per voce del capo dello staff per la difesa della privacy di ALMA WHITTEN

Google, l'autodifesa del GF "Non vi spiamo, ecco perché"

L'evoluzione di Internet pone una serie di quesiti importanti relativi alla privacy. La scorsa settimana La Repubblica ha pubblicato un'inchiesta su questo tema 1 e abbiamo pensato che fosse importante intervenire per far sapere a tutti i lettori quanto Google prenda seriamente il tema della privacy. Posso testimoniarlo personalmente, dato che in questa azienda sono responsabile di un team dedicato a sviluppare e migliorare strumenti tecnologici per tutelare la privacy, instaurare un rapporto aperto con i nostri utenti e metterli in condizione di controllare direttamente le loro informazioni.

Quando effettuate una qualunque ricerca sul nostro motore senza aver precedentemente effettuato login, Google è in grado di raccogliere numerose informazioni ma il nostro obiettivo non è quello di identificarvi. Come molti altri motori di ricerca fanno al fine di fornire il miglior servizio possibile, anche Google conserva dei file di log che indicano le interazioni con i nostri server attraverso informazioni come: l'indirizzo IP del computer o del network di computer da dove è stata effettuata la ricerca, il browser utilizzato, la chiave di ricerca immessa, ora e giorno della ricerca, il sistema operativo del computer utilizzato e il codice identificativo del cookie. Il cookie è semplicemente un file che viene salvato sul vostro computer e che memorizza le vostre preferenze nell'utilizzo del nostro sito: il fatto che volete i risultati di ricerca in italiano e non più di 10 per pagina, ad esempio. Quello che un cookie non ci dice sono invece le vostre informazioni personali: chi siete, dove vivete, il vostro numero di telefono.

Google utilizza le informazioni fornite nei file di log per migliorare la qualità dei propri risultati di ricerca, non per stilare profili delle persone. Nonstante ciò e per proteggere ulteriormente la vostra privacy, abbiamo deciso di cancellare una parte degli indirizzi IP e i codici dei cookies che sono stati salvati nei nostri file di log per più di 18 mesi. Questo riguarda chi naviga su Google o utilizza i nostri servizi senza aver effettuato attività di login tramite un Account Google, poiché in questo secondo caso il livello di informazioni é un altro ancora. L'account Google è infatti associato ad un nome ma si tratta unicamente del nome che voi avete deciso di attribuirgli personalmente ed è l'unico contesto in cui possiamo esserne a conoscenza.

Tuttavia, anche in questo caso, abbiamo deciso di essere trasparenti e permettervi di controllare le informazioni associate al vostro account attraverso un apposito strumento: Google Dashboard (google. com/dashboard). Per chi come noi lavora in ambito tecnologico, la trasparenza è un principio fondamentale. Senza trasparenza non avremmo la vostra fiducia e di conseguenza la possibilità di portare avanti i nostri progetti. Google Dashboard consente dunque a chiunque abbia un account Google di verificare direttamente tutte le informazioni relative a quell'account e al contempo accedere ai link necessari per modificare le singole impostazioni di privacy, controllando direttamente i servizi Google utilizzati tramite login.

Questi principi di trasparenze e libertà valgono per ciascuno dei prodotti e servizi che sviluppiamo, anche quelli adottati da terze parti come ad esempio Google Analytics. Analytics è un programma che fornisce ai responsabili dei siti informazioni sugli utenti che accedono ai loro contenuti al fine di migliorarne l'uso. Si tratta di dati aggregati e anonimi (ad esempio, il numero di visitatori al sito o i clic raccolti da determinate pagine) che però non possono identificare chi accede ai vari siti.

Anche qualora sia l'utente stesso ad inserire i propri dati personali nel sito, registrandosi a dei servizi che chiedono di esplicitare il proprio nome e cognome, queste informazioni non vengono raccolte dal programma. Lo scorso maggio, inoltre, abbiamo annunciato la possibilità per gli utenti che non intendono partecipare, anche se in forma anonima, alla raccolta di questi dati di effettuare un opt-out definitivo direttamente dal loro browser attraverso l'installazione di un apposito plugin.

Come molti sapranno, la possibilità di fornire a tutti servizi gratuiti come il motore di ricerca e gli altri prodotti del nostro portafoglio, così come investire risorse per il loro miglioramento, è soggetta all'attività di pubblicità online che rappresenta la nostra principale fonte di introiti. Anche in questo caso cerchiamo costantemente di migliorare i nostri servizi per fornire a quante più persone annunci utili ma lo facciamo nel pieno rispetto della trasparenza e della libertà di scelta di ciascuno.

Un esempio concreto è il recente lancio del servizio di pubblicità basata sugli interessi e che consente a persone che navigano su siti partner del programma AdSense di Google di visualizzare annunci relativi a categorie merceologiche di loro interesse. Quando visitate un sito che mostra annunci pubblicitari provenienti dal programma AdSense di Google, Google associa al vostro browser un cookie la cui funzione é ricordare le visite effettuate. Così, se per esempio da quello specifico browser accedete spesso a siti di cucina, Google assocerà quel browser alla categoria merceologica "prodotti e servizi per cucinare" e di conseguenza mostrerà per lo più annunci pubblicitari relativi a questo interesse. Ci tengo a sottolineare il servizio di pubblicità basata sugli interessi si avvale di un cookie a parte, che non è associato in alcun modo agli account Google o ai file di log relativi alle ricerche effettuate sul nostro motore. Inoltre, sebbene questo ambito pubblicitario fosse già diffuso da anni, abbiamo deciso di entrarci solo a partire dal 2009 quando abbiamo avuto la certezza di poter mantenere fede ai nostri principi fornendo agli utenti appositi strumenti per la tutela della loro privacy.

Per questo abbiamo sviluppato il servizio assieme ad una serie di strumenti atti a tutelare la privacy di ciascuno di voi, primo tra tutti il pannello di controllo per la gestione delle preferenze degli annunci (www. google. com/ads/preferences). Attraverso questo sito, accessibile anche dal link privacy posto sulla home page di Google e dal nostro centro privacy, é possibilità verificare le categorie associate al proprio browser, rimuovere quelle di minore interesse e aggiungerne di nuove. È inoltre possibile vedere chiaramente il cookie associato al proprio browser e scaricare il plugin per disattivare per sempre il servizio di pubblicità basata sugli interessi. Ma ci tengo a chiarire che non esiste alcuna associazione relativa ad informazioni di natura sensibile, da quelle sanitarie alle preferenze religiose, politiche o sessuali. Non raccogliamo queste informazioni per fini pubblicitari, né effettuiamo alcun attività di correlazione dei dati rispetto alle identità dei nostri utenti.

martedì 20 luglio 2010

Google si rafforza nel web semantico

[Il Sole 24ore 20/07/2010]
MILANO - Google ha acquistato Metaweb, società specializzata nella catalogazione e archiviazione delle ricerche sulle pagine web e il loro significato. Con l'acquisizione, segnalata sul blog di Google con un post del suo direttore prodotti Jack Menzel, la società californiana intende aumentare il suo vantaggio competitivo nel core business dell'azienda, vale a dire le ricerche web, delle quali detiene quasi il 75% del mercato.


Metaweb è stata acquisita per una somma non specificata. L'azienda, con sede a San Francisco, è stata fondata nel 2005 da Danny Hillis e Robert Cook, coppia di fuoriusciti da Applied Minds. Metaweb ha avuto due round di finanziamenti da parte di venture capitalist: nel 2006 per 15 milioni di dollari e ancora nel 2008 per 42,5 milioni. Il suo unico prodotto è "Freebase", un archivio costruito in maniera aperta e collaborativa da volontari sulla rete (ma strutturato secondo rigorosi criteri sviluppati dai ricercatori di Metaweb) e che contiene oltre 12 milioni di singole informazioni. Tim O'Reilly, uno dei principali osservatori degli sviluppi economici e sociali della tecnologia, ha definito Freebase «il ponte ideale fra l'approccio dal basso dell'intelligenza collettiva caratteristico del web 2.0 e quello più strutturato che è invece proprio del web semantico».

Proprio questo è il campo di azione di Metaweb che interessava a Google: il web semantico. I motori di ricerca solitamente rispondono alle domande dei loro utenti cercando di far collimare le parole contenute nella ricerca con le parole chiave raccolte indicizzando in maniera automatica il web e ordinando i risultati in base alla loro popolarità. In questo modo, però, non è possibile rivolgere ai motori di ricerca delle domande che richiedano la comprensione del significato della domanda stessa da parte del motore di ricerca. Si cercano ad esempio informazioni su Boston intesa come città (e negli Usa ce ne sono ben 26) o come gruppo rock?

Il web semantico ha invece l'obiettivo di organizzare le parole-chiave per gruppi, definendone il senso e permettendo così di riorganizzare le pagine web sulla base del loro significato e quindi di trovare risultati più aderenti alla realtà. La principale difficoltà nel costruire gli enormi archivi di parole, legate fra loro con complessi rapporti basati sulle sfumature del senso a seconda del contesto, è il tempo e il dispendio di energie necessario.
Metaweb ha risolto brillantemente il problema creando una struttura tecnologica di base, sistematizzando i principi sui quali organizzare le parole e lasciando poi al lavoro dei volontari della rete di trovare e schedare milioni di termini. Il lavoro fatto da Metaweb e dai suoi volontari si contrappone a quello di analoghe iniziative commerciali o non profit che da tempo stanno cercando di schedare tutte le parole utilizzate in rete.

Google ha annunciato che non intende "privatizzare" l'archivio Freebase di Metaweb, anche se sicuramente verrà messo in contatto con l'analogo esperimento Google Squared creato nel 2009 dall'azienda di Mountain View, ma che anzi intende tenerlo aperto e lasciare così che possa continuare ad essere arricchito da volontari in tutto il mondo e che possa essere utilizzato anche da altri oltre che contribuire direttamente l'azienda stessa. Attualmente fra i 12 milioni di parole schedate su Freebase compaiono centinaia di migliaia di nomi di film, di libri, di show televisivi, di personaggi famosi, di località geografiche, di aziende e di decine di altre categorie che contribuiscono a creare ambiguità nelle ricerche effettuate sulle pagine web. «Siamo convinti – scrive sul blog dell'azienda Jack Menzel – che migliorando Freebase diventerà una risorsa ancor più potente per rendere l'esperienza del web migliore per tutti. E, nella misura in cui il web diventa un posto migliore, questo è meglio per tutti, utenti e creatori di pagine web».

venerdì 16 luglio 2010

Google, secondo trimestre con il segno più, ma delude le attese

[Affari Italiani.it 16/07/2010]Android, la pubblicità, gli investimenti nei social network: le continue innovazioni di Google non sono sofficienti e la trimestrale, nonostante il segno più, delude le attese. Mountain View registra un utile netto in aumento del 24% a 1,84 miliardi di dollari contro gli 1,49 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Al netto di alcune voci, l'utile per azione si attesta a 6,45 dollari per azione, meno dei 6,52 dollari stimati dagli analisti. I ricavi sono risultati pari a 5,09 miliardi di dollari.

Il titolo risente della delusione del mercato e scende nelle contrattazioni after hours, dove arriva a cedere oltre 20 dollari a 473,69 dollari a fronte dei 494,02 dollari della chiusura di Wall Street. Dall'inizio dell'anno le azioni Google sono in calo del 20%. A pesare sui conti di Google sono le spese, cresciute nel trimestre del 22% a 4,46 miliardi di dollari. Per mantenere il passo con i siti di social network come Facebook e non perdere terreno nei confronti di Apple, rivale nel software e nella pubblicità per cellulari, Google ha rafforzato gli sforzi nel perseguire la propria politica di acquisizioni. «Abbiamo avuto un trimestre solido, con una forte crescita nelle nuove attività. Abbiamo fiducia nel futuro e prevediamo di continuare a investire in modo aggressivo nelle attività core di interesse strategico» afferma l'amministratore delegato Eric Schimdt. Al 30 giugno Google vanta liquidità per 30,1 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 26,5 miliardi al 31 marzo 2010. Nell'illustrare i risultati del trimestre, Google si dice soddisfatta delle performance di Youtube, la cui «crescita è impressionante». Soddisfazioni anche sul fronte di Android, che ora ha circa 70.000 applicazioni: al momento - precisa Google - attiviamo in media 160.000 Android al giorno. Una notizia, questa, che arriva proprio mentre Apple sembra incontrare difficoltà nella telefonia mobile e ha convocato per oggi una conferenza stampa sull'iPhone 4. Nessun richiamo dello smartphone - secondo indiscrezioni - è atteso nonostante le critiche giunte da Consumer Reports, che non lo raccomanda per i problemi di ricezione.

giovedì 20 maggio 2010

Addio atlanti, c'è Google Benvenuti nella scuola 2.0

[La Repubblica 20/05/2010] SONO lontani i tempi in cui per studiare materie come la storia e la geografia i ragazzi avevano a disposizione soltanto ponderosi manuali, con molto testo e poche immagini, e ingombranti atlanti che non entravano nello zaino. Oggi le nuove tecnologie hanno rivoluzionato le modalità di apprendimento e si comincia fin da piccoli a familiarizzare con i linguaggi informatici. Anzi: gli alunni delle scuole primarie, ormai da qualche anno a questa parte, sono "nativi digitali", vivono cioè immersi in ambienti ultratecnologici e hanno un'ottima padronanza dei gadget elettronici, spesso superiore a quella dei loro genitori. In alcuni casi anche dei loro insegnanti.

Facendo leva su questa innata predisposizione dei ragazzi nel mondo fioriscono iniziative per valorizzare il ruolo delle nuove tecnologie nell'apprendimento: gli Stati Uniti, il Giappone e l'India sono in prima fila. Al ForumPA in corso a Roma è di scena la "Scuola 2.0" grazie a un progetto italiano realizzato dalla Global Base, azienda partner di Google, presso l'istituto comprensivo Riva 2 "Luigi Pizzini" di Riva del Garda. "Un'iniziativa - spiega Massimo Nicolodi, referente del progetto per la Global Base - volta a creare una sinergia positiva tra docenti e studenti utilizzando tutte le nuove tecniche del web 2.0 e fungendo da stimolo creativo nell'usare la tecnologia in ambiente Google". Il settore education del colosso di Mountain View offre infatti un'ampia gamma di Apps & Maps - gratuite e senza pubblicità - con cui costruire percorsi didattici ad hoc nel solco dei social network.

Nello specifico i ragazzi della scuola primaria "Gianfranco Fedrigoni" di Varone hanno studiato il centro storico di Riva del Garda ricreando in classe un tour virtuale e interattivo utilizzando le mappe di Google Earth. Un lavoro articolato in più fasi in cui le rilevazioni gps, le foto scattate e i materiali audio/video raccolti da loro durante le uscite "sul campo" sono stati pubblicati su un blog online, punto di partenza per una condivisione dei contenuti a livello più ampio, come nel caso di gemellaggi con scuole di altre città. Un progetto glocal realizzato con il supporto dell'Iprase (Istituto Provinciale per la Ricerca e la Sperimentazione Educativi) Trentino e la facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Padova: di notevole interesse locale ma inserito in un contesto globale come il web.

Le potenzialità delle nuove tecnologie applicate alla scuola sono davvero tante, come sottolinea Nicolodi: "Un aspetto centrale è rappresentato dall'interattività e dalla competizione virtuosa che si genera tra alunni e insegnanti che lavorano fianco a fianco per raggiungere un obiettivo comune". Senza contare che le Apps della suite sono strumenti personalizzabili e favoriscono la comunicazione interna (posta elettronica, calendari condivisi, chat video integrati) e la collaborazione a livello globale (studenti e docenti possono condividere documenti online, ovunque e in qualsiasi momento). La sicurezza, poi, è garantita da adeguati filtri e livelli di protezione.

Le Maps e Google Earth rappresentano dei veri e propri "atlanti 2.0" interattivi, innovati in tempo reale e ricchi d'informazioni: una sorta di navigatori satellitari potenziati, con cui si può anche viaggiare indietro nel tempo. Navigazione in 3D, tour multimediali e immagini storiche dal mondo rappresentano un plus per gli studenti, che possono fare viaggi virtuali nei paesi oggetti di studio e trovare informazioni "georeferenziate", ma anche per gli insegnanti nel pianificare le gite scolastiche e creare modelli in 3D personalizzati. In definitiva queste mappe rappresentano uno strumento didattico "trasversale" che può essere utilizzato come supporto all'insegnamento di diverse materie - quali letteratura, storia e lingue - catturando l'attenzione dei ragazzi, che possono sentirsi protagonisti dell'azione.
MANUEL MASSIMO

mercoledì 17 marzo 2010

Le telecamere di Google fuori dalle strade di Gomorra

[Corriere della Sera 17/03/2010]Fotografati i quartieri di Napoli per il servizio «Street View», non le vie dello spaccio a Scampia

IL CASO

Le telecamere di Google
fuori dalle strade di Gomorra

Fotografati i quartieri di Napoli per il servizio «Street View», non le vie dello spaccio a Scampia

Il quartiere di Scampia su Google Maps: le strade non sono evidenziate, significa che non è possibile attivare il servizio 'Street View'
Il quartiere di Scampia su Google Maps: le strade non sono evidenziate, significa che non è possibile attivare il servizio "Street View"
NAPOLI — Sullo schermo del pc si possono vedere — e avere quasi la sensazione di essere lì — le strade del Bronx e le banlieue parigine, il Red light district di Amsterdam e il Tepito, roccaforte degli spacciatori di Città del Messico. Ma non Scampia, quartiere di Napoli, Italia. Come Medellin, patria dei narcos colombiani, la casbah di Algeri e le favelas di Rio, anche il rione 167 — quello dei palazzoni orrendi, del traffico di droga a ogni ora e della faida tra i Di Lauro e gli scissionisti che è stata l’ultima guerra di camorra a Napoli — è fuori dalla mappatura di Google Street View, il servizio offerto dal più grande motore di ricerca della Rete che ha messo il mondo a portata di mouse.

Non è dato sapere il perché. Da Google Italia non arriva una spiegazione precisa. Una portavoce ammette che «a volte le nostre auto non entrano in zone dove le strade sono particolarmente strette», ma questo non è il caso di Scampia, dove ci sono forse le vie più larghe di Napoli. Altre ipotesi non ne vengono fatte: «Il servizio è curato dalla struttura internazionale, dobbiamo chiedere a loro. Servirà qualche giorno». Sapremo, dunque, quando sarà il momento, anche se da chi vive nel tempo reale di internet ci si sarebbe aspettati una risposta immediata o quasi. Intanto Google Map è lì, e resta la stranezza dell’intera zona circostante coperta da Street View, e Scampia in mezzo come un’isola oscurata. Le immagini dal satellite ci sono, si riconoscono le «vele», la famigerata via Baku, teatro di una infinità di agguati, i tetti delle «case dei puffi», palazzi dipinti di celeste dove si trovano più spacciatori che abitanti. Ma le immagini a livello strada si fermano da un lato in via Fratelli Cervi e dall’altro in via Labriola, posti dove pure la polizia fa arresti in continuazione, ma ancora ai margini rispetto al degrado del rione.

Senza una spiegazione ufficiale si possono avanzare ipotesi. Si potrebbe pensare, per esempio, che i clan della zona non avessero piacere di veder circolare nel quartiere una macchina che fotografa tutto per metterlo poi in Rete, e che si siano quindi mossi per impedirlo, magari avvicinando autista e operatore e convincendoli a girare alla larga. Ma una rapida verifica in commissariato lo farebbe escludere: nessuno di Google ha mai denunciato intimidazioni, né risulta che qualcuno abbia chiesto l'accompagnamento di una volante, come capita abitualmente per troupe televisive sia italiane che straniere. Un'altra cosa che verrebbe da pensare è che gli inviati di Google possano aver preferito evitare quella zona, anche senza che nessuno li minacciasse, giustamente preoccupati dalla pessima fama di cui gode Scampia. Ma pure questo ragionamento vale fino a un certo punto, perché in quartieri come lo Zen o Brancaccio a Palermo, il servizio di Street View funziona, e se non c'è a Bari Vecchia, lì può essere davvero perché le strade sono troppo strette. Quindi il discorso torna solo su Scampia. E sull'occasione persa (almeno finora) di far vedere in Rete questo quartiere che comunque non è l’inferno in terra: è pieno di criminali, sì, ma anche di gente per bene e di parrocchie e di scuole dove si lavora ogni giorno anche più e meglio che in tanti altri quartieri di Napoli.

Fulvio Bufi