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lunedì 13 gennaio 2014

Social network usati da narcisisti, lo dice una ricerca

[Webisland.net 12/01/2013]
e sono il luogo ideale – come tutti i – per i . Se molti di noi già lo sapevano, ora a confermarlo arriva la ricerca condotta dal professor Shaun Davenport della High Point University della North Carolina, ricerca su un campione di 515 studenti universitari e 669 adulti.
Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata «Computers in Human Behavior» , ha dimostrato «come il desiderio narcisista sia una molla primaria per gli utenti social», allo scopo di ottenere sempre nuovi follower o amici, a seconda del social a cui ci riferiamo. Così gli utenti sono spinti a twittare sempre di più e sempre più spesso, e a condividere continuamente status online.
Ci sono però differenze generazionali: se i più adulti preferiscono Facebook, i giovani amano soprattutto Twitter. «Il nostro studio ha evidenziato la mancanza di significative relazioni dirette o indirette fra gli studenti e la loro attività Facebook – si legge nella ricerca -  mentre, al contrario, il narcisismo è risultato essere sia direttamente che indirettamente collegato alla presenza su Facebook degli adulti, sebbene questa sia solo una delle ragioni (ma non certo l’unica) che li spinge ad aggiornare in continuazione la loro pagina».

venerdì 10 gennaio 2014

“Spam Totale”, ecco cosa fanno i ragazzini su Facebook

[Wired 08/01/2014]
Selfie come piovesse, cuoricini elargiti in cambio di un giudizio, provocazioni (finte) a profusione. Benvenuti in Spam Totale, gruppo chiuso di Facebook con oltre 995mila partecipanti (numero che varia costantemente tra defezioni e aggiunte). Cos’hanno in comune tutte queste persone? L’approccio comunicativo. Le regole nei gruppi prendono subito piede, e l’uniformazione diventa automatismo. Fatta la tara sui fake, e preso in considerazione il nome – una dichiarazione d’intenti –  le dinamiche sono piuttosto abitudinarie. [Leggi tutto...]

martedì 7 gennaio 2014

Su Facebook sempre meno adolescenti: come cambierà il social network?

[Blogo 06/01/2014]
In questi ultimi tempi non si fa altro che parlare del fatto che i giovanissimi stanno abbandonando i lidi di Facebook per andare a sperimentare realtà più frizzanti come Snapchat o Twitter. Mentre ci si interroga sempre sul perché di questa diaspora e su come fare per prevenirla, un'altra domanda dovrebbe sorgere spontanea: come cambierà Facebook privo di questo bacino di utenza adolescenziale?
Non si tratta solamente di fare sterili ricerche demografiche, un recente studio ha dimostrato come Facebook sia morto e sepolto per gli adolescenti i quali pare siano tutti emigrati su piattaforme come Instagram, Snapchat e Twitter. Dunque chi è rimasto su Facebook? I loro genitori, of course.
Il caso che viene portato ad esempio è quello della presenza di una madre settantenne su Facebook. Per sua scelta, sul suo profilo ha pochi amici, il concetto di inserire come amici anche sconosciuti e conoscenti è tipicamente giovanile, le persone più grandicelle selezionano attentamente i loro contatti, preferendone pochi, ma buoni.
Rispetto ad un giovane, questa madre avrà meno collegamenti sulla piattaforma, di sicuro sarà meno attiva rispetto ad un eventuale figlio. Questo significa avere anche meno dati a disposizione per Facebook, quindi una minor accuratezza delle informazioni a disposizione. Magari la madre in questione non ha volutamente inserito i dati del profilo che Facebook continuava a richiederle (casa, lavoro e via dicendo) o magari ha erroneamente confermato quelli che Facebook suggeriva, contribuendo così a generare informazioni errate.
Se ciò dovesse succedere per un alto numero di utenti, ecco che l'allontanamento dei giovani da Facebook avrebbe un'inaspettata conseguenza: la qualità e l'accuratezza dei suoi dati diminuisce in maniera proporzionale. E questo significa una piattaforma meno interessante per gli inserzionisti. In più dobbiamo considerare che se dal punto di vista pubblicitario i giovani non sono molto redditizi, da quello delle attività sul social network lo sono, eccome. Sono più energici, postano, linkano, condividono, chattano di continuo, ne sono quasi ossessionati. E tutti questi contatti generano traffico, cosa che fa piacere a Facebook. Cosa che non succede con gli utenti più anziani, più diffidenti e restii a condividere tutto così su pubblica piazza.
E il guaio è che se i giovani si spostano su altri lidi, ben presto anche i loro genitori faranno lo stesso, non fosse altro che per tenerli sotto controllo. Stiamo assistendo all'apocalisse di Facebook?
Manuela Chimera

5 motivi per lasciare Facebook nel 2014

[Panorama 02/01/2014]
La prima ammissione è arrivata dall’azienda stessa. A ottobre del 2013 il team di Facebook aveva affermato come gli utenti più giovani fossero ai margini dell’ecosistema della piattaforma, con un utilizzo, su base giornaliera, minore che in passato. Un fuggi fuggi confermato a dicembre da Statista . Il “sentiment” pare essere quello di una saturazione globale di Facebook, non solo in termini di persone iscritte quanto di contenuti. Ecco qualche motivo che potrebbe bastare per convincervi a guardare oltre il social network di Mark Zuckerberg.
A nessuno interessa leggere quello che fai
Un calo di interesse che non riguarda i post in sé ma la forma in cui vengono pubblicati. La lettura non basta più a soddisfare l’umana curiosità e la voglia di pettegolezzo. Il 2013 ha dato uno scossone alla condivisione di foto e video che possano raccontare, più di un paio di righe di testo, cosa facciamo, con chi e perché. Non a caso il 2014 sarà l’anno di Instagram e Vine: ve lo avevamo detto .
Quanto conta (ri)tornare alla privacy?
La realizzazione del paradosso più grande: andiamo su Facebook per condividere ma ci preoccupiamo di quello che abbiamo condiviso. Il pericolo maggiore è che sulla nostra bacheca compaiano link, foto e contenuti dove siamo taggati ma dove non vorremmo mai essere, vuoi per principio, vuoi per pudore (tranne che non siate tra i fan dei gattini). Facebook, nel 2013, ha costretto le persone a controllare ogni singola impostazione di privacy, portando molti a cancellarsi dal network o a bloccare persone per non lasciare che invadessero la propria bacheca. Una serie di problematiche a cui Twitter non va incontro, pur rimanendo una rete globale.
Tu pubblichi, loro ti controllano
Alzate la mano se non vi è capitato, almeno una volta, di vedere attivata la funzione di localizzazione su Facebook mentre state inviando un post. Una “casualità” che avviene spesso su Android dove, grazie all’ A-GPS, l’app riesce a capire dove siamo, individuando la posizione dall’intreccio delle celle telefoniche. Un paio di post geo-localizzati possono raccontare a chi non vogliamo (parenti, amici, datori di lavoro) dove ci troviamo e magari cosa stiamo facendo. Per questo non serve Facebook, basta Foursquare.
Tu NON pubblichi, loro ti controllano
Qualche giorno fa è saltata fuori la notizia che Facebook sia in grado di leggere anche quello che si è scritto ma poi cancellato . A rivelarlo è ancora una volta il team di sviluppo che, durante il mese di dicembre, ha pubblicato uno studio che spiega l’avvio di un nuovo strumento di raccolta dati, in grado di leggere le frasi digitate dagli utenti e poi rimosse, senza che siano state mai pubblicate. La missione è quella di “capire perché gli utenti si auto-censurano” in determinate circostanze e situazioni. Eppure esiste un social network dove potete dire tutto, senza paura di far male a nessuno: www.worldtruth.org .
Sei messo continuamente in discussione
Avrà senso scrivere questo?”, “Chissà se in quella foto sono venuto bene?”, “Cosa penserà mia madre di questo post?”. Queste sono alcune delle frasi che ci circolano in testa prima di premere invio e pubblicare qualcosa. Facebook, più degli altri social network, ci mette in discussione, praticamente sempre. Non possiamo nemmeno fare i furbi e cancellare un contenuto pubblicato in piena notte, da ubriachi, eccitati o stanchi. In poco meno di un minuto quel contenuto, se di rilevanza (nel bene e nel male), viene ripreso, catturato e ricondiviso. Un recente studio del Dipartimento di Scienze Comportamentali della Utah Valley University ha evidenziato come gli utenti che passano più tempo su Facebook non sono di certo le persone più felici al mondo. Di 400 studenti intervistati “coloro che hanno utilizzato di più il social network erano concordi con l’affermare che le vite degli altri fossero migliori, considerando meno bella la propria”. Un’iniezione di autostima può arrivare da CircleMe , il social network “delle passioni”.
Antonino Caffo

lunedì 4 novembre 2013

Facebook non è più il sito preferito dai teenager americani. La competizione tra i social network è aperta

[ Prima On Line 26/10/2013]
Facebook non è più il social network più apprezzato dai teenager degli Stati Uniti. Lo comunica il rapporto semestrale sulle abitudini dei teenager americani di Piper  Jaffray, riportato dall’Huffington Post Usa. Ora è il sito preferito solo dal 23% degli under 20, mentre nel 2012 era la pagina più visitata dal 42% dei teenager.
“Ho creato un account Facebook al mio sesto anno della scuola primaria, per un po’ ne sono stata ossessionata. Poi ho scoperto Twitter e Instagram e ho dimenticato Facebook”, così una ragazza di 14 anni ha dichiarato al centro di ricerca Pew Research durante un’intervista del sondaggio Teens, Social Media and Privacy. Dal rapporto di Piper Jaffray però emerge che anche Twitter è in calo (ha perso 4 punti negli ultimi sei mesi).
Secondo Pew Research il social network di Zuckerberg è ancora il social network con il maggior numero di utenti registrati: il 94% dei ragazzi statunitensi ha un profilo Facebook, il 24% ha un account Twitter e l’11% è registrato a Instagram (che è di proprietà dello stesso Facebook).
Utilizzo dei social network tra i teenager americani
Dal rapporto di Piper Jaffray però non emerge un nuovo vincitore: Twitter supera (di poco) Facebook, mentre Instagram è quello che registra la crescita più rapida. Il dato più significativo è la categoria “altri”: si riferisce a servizi sociali neonati come Vine e Snapchat che, nel sondaggio, non hanno una categoria precisa. Si può concludere che, se fino ad ora, i social network hanno avuto un re, Facebook, adesso c’è una reale competizione nel mercato. E conquistare quote tra i teenager sembra un obiettivo chiave.
La strategia di Facebook (che non ammette di avere un problema con i giovani) consiste nel rassicurare gli investitori. Zuckerberg infatti ribadisce che la quasi totalità dei teenager americani ha un profilo sul suo social network. Ma essere registrati è diverso dall’utilizzare un sito in modo attivo (ed è ciò che interessa agli investitori pubblicitari). L’Huffington Post Usa commenta: “Registrarsi a Facebook è una cosa, cliccare ‘Mi piace’ è un’altra”.

venerdì 13 luglio 2012

Facebook rende stupidi?

[L'Espresso 11/07/2012]
Altro che regno della libertà. Internet assomiglia sempre di più a una specie di casa dello studente globale e abbacinante che ci incarcera in una vita forzosamente pubblica. Colpa dei social media, che frantumano la nostra identità costringendoci a vivere continuamente fuori da noi stessi. E che mettendoci a nudo, sacrificano la nostra privacy alla tirannia utilitaria delle corporation digitali.

Almeno così la pensa Andrew Keen nel suo ultimo libro "Digital Vertigo: How Today's Online Social Revolution Is Dividing, Diminishing, and Disorienting Us". Ovvero come la rivoluzione in salsa social del Web che non risparmia nessuna attività, neppure quelle più tradizionalmente isolate e individualistiche, quali la lettura, ci sta traghettando in un'era di "ipervisibilità" e di ipertrofia dell'ego. Con pesanti conseguenze sociali e psicologiche.

Una tesi piuttosto forte che però, considerata la provenienza, non stupisce. Keen è un saggista e imprenditore della Rete di origine britannica che ama fare il bastian contrario. Nel 2007 destò scalpore il suo "Dilettanti.com", un saggio-pamphlet in cui si scagliava contro il Web 2.0, la produzione amatoriale di contenuti e la loro condivisione gratuita. E il sottotitolo non lasciava spazio a compromessi: "Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia". Una critica a Internet che però oggi, riformulata nel nuovo libro appena uscito sul mercato internazionale (per l'Italia è in corso una trattativa con un editore), si avvicina alle preoccupazioni espresse da altri intellettuali (e anche da molti utenti). Non stiamo cioè cedendo troppo dei nostri dati e del nostro controllo sugli stessi alle grandi aziende della Rete? "L'Espresso" lo ha chiesto a Andrew Keen.

Perché secondo lei la condivisione on line è una trappola?
«Lo è su tre livelli. Il primo è che Facebook - ma anche Google - l'hanno trasformata in un prodotto da vendere agli inserzionisti. E i consumatori, che sono sempre più spinti a essere trasparenti, a rivelarsi, finiscono col cedere informazioni e quindi potere alle aziende. Perché quelle stesse informazioni possono essere usate in tanti modi, anche per negare un lavoro o una copertura sanitaria. Il secondo livello è che anche i governi usano i social media per aggregare dati sui cittadini, e noi gli abbiamo reso la vita facile. Pensiamo al film "Le vite degli altri", agli sforzi che facevano servizi segreti come la Stasi per carpire informazioni personali: ora gliele cediamo noi in blocco. Infine, e veniamo al terzo livello della trappola, i social network creano dipendenza, proprio come le bibite o le sigarette: una dipendenza alimentata dal nostro narcisismo, dalla vertigine di poter dire al mondo che cosa facciamo, pensiamo, e preferiamo in ogni momento. Tirano cioè fuori la nostra parte più infantile, facendoci dimenticare che spesso siamo più interessanti quando stiamo zitti».

Ma lei arriva addirittura a paragonare Mark Zuckerberg e gli altri imprenditori della Silicon Valley a Jeremy Bentham, il filosofo utilitarista che teorizzò il panopticon, la prigione-modello in cui un solo controllore riesce a sorvegliare tutti i detenuti. Davvero c'è un legame?
«Hanno la stessa concezione dell'essere umano, un'idea infantile degli uomini come aggregazione di desideri. Zuckerberg è così che ci vede. E ricordo che il panopticon non era nato solo per le carceri, ma anche per le scuole e gli ospedali. I problemi che la società digitale sta facendo affiorare oggi in modo plateale erano già emersi all'alba dell'età industriale. La storia si sta ripetendo, non so se con una accentuazione più tragica o farsesca».

E cosa ci porta a restare sui social network nonostante questi problemi?
«E' chiaro che nessuno è materialmente obbligato a rimanere su Facebook, ma di fatto starne fuori è quasi impossibile. Perché, in una economia della conoscenza sempre più individualizzata, siamo costretti continuamente a inventarci, a pubblicizzarci, a fare "personal branding". Diciamo che solo le persone molto ricche o molto povere possono permettersi di ignorare la piattaforma di Zuckerberg. Io ad ogni modo non sono iscritto.ma è una scelta che si accorda, per così dire, col mio brand».
Ma qualcosa di buono in queste piattaforme ci sarà, non crede? Ad esempio come mezzo di diffusione di notizie o di organizzazione dei cittadini...
«Naturalmente hanno anche effetti positivi, specie a livello politico, specie in Paesi autoritari, pensiamo all'Egitto. E tuttavia per la loro stessa natura le mobilitazioni nate sui social media tendono a essere individualistiche, e non favoriscono la nascita di movimenti politici coesi. La Primavera araba, purtroppo, non si è trasformata in estate. E anche Occupy Wall Street non ha fatto un salto di qualità».

Se dipendesse da lei, qual è la prima cosa che cambierebbe dei social network?
«Il modello di business. Farei pagare alle persone qualche dollaro al mese, ma garantirei loro la privacy. Credo che arriveranno presto delle piattaforme così fatte».

Altrimenti?
«Il rischio è di finire come la rana nella pentola, che non si accorge di bollire se la temperatura dell'acqua cresce gradualmente. Non ci sarà un momento netto in cui la privacy finisce, ma assisteremo alla cessione progressiva di un valore importante, la cui riduzione non può che diminuirci come esseri umani».

C'è chi sostiene: «Io tanto non ho nulla da nascondere».
«Una frase triste da dire. Forse si dice quando manca autoconsapevolezza».

Va bene, ma se questa è l'analisi, cosa dovremmo fare? Educare le persone a salvaguardare la propria privacy? Intervenire a livello legislativo?
«L'educazione è sempre una soluzione nebulosa. E poi in questo caso si tratterebbe di insegnare a essere umani: come si fa? Forse ha più senso cercare di umanizzare il mondo digitale. Per andare sul concreto, mi piace molto il lavoro che sta facendo la commissaria europeaViviane Reding sulla tutela della privacy e sulla protezione dei dati personali dei cittadini. Ma anche sul diritto all'oblio. Dobbiamo insegnare a Internet a dimenticare; e dobbiamo incoraggiare gli imprenditori a sviluppare tecnologie che ci diano il controllo dei nostri dati. Se è vero, come dice il personaggio di Sean Parker nel film "The Social Network", che dopo le fattorie e le città noi vivremo in Internet, allora dobbiamo rendere la Rete un posto davvero abitabile».

Quando uscì il suo libro "Dilettanti.com", in cui si scagliava contro il mondo amatoriale e gratuito dei contenuti generati dagli utenti, era una voce isolata e anche molto biasimata. Ora è in buona compagnia: Nicholas Carr, Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov... La critica ai social media è diventata una moda?
«E' vero, e mi lasci dire, è anche un po' deludente. "Dilettanti.com" fu denigrato a tutto spiano, e la cosa mi divertì molto. Ora invece ovunque vada è un coro di applausi, perfino dagli amici del Partito pirata. Ironia della sorte, un mio articolo sulla Cnn relativo ai temi del libro ha raccolto 20 mila "Mi Piace" su Facebook. Ma il punto è che tutte queste voci critiche provengono da persone immerse nel mondo tecnologico, e che non possono certo definirsi dei luddisti. Io stesso vivo in Silicon Valley e ho una trasmissione su "TechCrunch", un sito di informazione hi-tech. Al contrario, non vedo in giro opere significative da parte dei "social entusiasti"».

Ha poi rivalutato i contenuti generati dagli utenti e la possibilità data a tutte le persone di usare Internet per dire qualcosa?
«"Dilettanti.com" era un libro che voleva far arrabbiare. Dopodiché riconosco che esiste del valore in questa forma di produzione dal basso. Anche se credo ancora nella necessità di avere contenuti curati da professionisti. Alla fine, le mie tesi hanno tenuto meglio di quelle di Chris Anderson (direttore del mensile americano "Wired" e autore di libri come "La coda lunga" e "Gratis", ndr): la sua teoria della coda lunga, l'idea cioè che la Rete potesse moltiplicare i mercati e i prodotti culturali, dando spazio alle nicchie, si è rivelata essere soltanto un mito.
Carola Frediani

Stare ore su Facebook non porta a depressione

[LaStampa.it 11/07/2012]
WASHINGTON
E' infondato il timore di un legame tra depressione e numero di ore trascorse su Facebook o altri siti di social network. E' quanto è emerso da uno studio condotto dall'Università del Wisconsin per verificare il rapporto pubblicato nel 2011 dall'Organizzazione dei pediatri americani(Aap), secondo cui una lunga esposizione a Facebook aumentava il rischio di depressione tra gli adolescenti.

«Il nostro studio è il primo a presentare prove scientifiche sul presunto legame tra l'uso dei social media e il rischio di depressione», ha sottolineato la ricercatrice Lauren Jelenchick. I risultati, pubblicati sul Giornale della salute dell'adolescente, «hanno implicazioni importanti per i medici che potrebbero aver allarmato troppo presto i genitori sull'uso dei social media e sui rischi di depressione».

Jelenchick e il docente Megan Moreno hanno seguito 190 studenti dell'Università, di età compresa tra i 18 e i 23 anni, che trascorrevano oltre metà del loro tempo su Facebook; e non hanno rinvenuto alcun nesso importante tra l'uso dei social media e il rischio di depressione. Tuttavia, Moreno, pediatra che studia il consumo dei social media tra bambini e adolescenti, ha sottolineato: «Seppure il numero di ore trascorso su Facebook non è associato alla depressione, noi invitiamo i genitori ad essere modelli attivi e insegnanti su un uso corretto ed equilibrato dei media per i loro figli».
(TMNews)

martedì 15 maggio 2012

Facebook: donne e giovanissimi a rischio dipendenza

[10/05/2012 Key4biz]
La rapida crescita dell’utilizzo dei social network ha generato una nuova forma di dipendenza da internet che colpisce, prevalentemente, le donne e i più giovani. E’ questa la conclusione cui giunge uno studio condotto dalla psicologa Cecilie Schou Andreassen dell’Università di Bergen e pubblicato sull’autorevole rivista Psychological Reports.
Si tratta del primo studio di questo tipo ed è stato condotto su 423 studenti - 227 donne e 196 uomini - sulla base del Bergen Facebook Addiction Scale (BFAS) che racchiude 18 elementi, 3 per ognuna delle sei condizioni fondamentali della dipendenza (salienza, modifica dell'umore, tolleranza, ritiro, conflitto e ricaduta), insieme ad altri parametri di autovalutazione.
[Leggi tutto...]

lunedì 23 aprile 2012

Facebook for Parents, genitori e social network

[18/04/2012 Vodafone Lab]
I social network sono ormai di uso quotidiano e la generazione dedita a Facebook si è estesa a vista d’occhio. Genitori, nonni, insegnanti, educatori si trovano a interagire con giovani sempre più internauti, che navigano abilmente tra social media e siti web. Per accorciare le distanze tra le due generazioni, Digital Accademia ha lanciato Facebook for Parents. Si tratta di un corso divulgativo, realizzato dalla prima scuola per la diffusione della conoscenza del digitale in Italia, e mirato ad aiutare gli adulti a prendere confidenza con il popolare social network.
Il corso, scandito da tre appuntamenti (4, 28 maggio e 11 giugno) ha l’obiettivo di insegnare ai genitori che si avvicinano al mondo digitale per la prima volta come interagire con Facebook. Forte focus sulle opportunità che può offrire l’utilizzo di questo strumento, fino a capire come interagire con i propri figli, convertendo il social network in un canale di dialogo.
Non pretendiamo di rispondere a tutte le domande, ma vogliamo aprire un tavolo di confronto con tutti quei genitori, nonni ed educatori che si trovino di fronte ad una realtà che cambia ogni giorno e a cui i ragazzi sono istintivamente abituati ed immersi – ha dichiarato Valentina Paruzzi, Direttore Training di Digital Accademia – Ci auguriamo innanzitutto di riuscire a incuriosire e stimolare la comprensione degli strumenti, a partire da Facebook, e, perché no, a dissipare qualche piccola preoccupazione, naturalmente legata a ciò che si conosce poco.”
Olimpia Bartalini

lunedì 2 aprile 2012

Facebook, le app sanno tutto di te i dati rimangono in quelle degli amici

[31/03/2012 La Repubblica]
IL NUMERO DELLE APP su Facebook è in crescita continua. Difficile per gli iscritti al social network non provarne nemmeno una, e così per i loro amici. Ma una volta che si decide di disattivarle, non è detto che gli amici facciano altrettanto. E le informazioni raccolte sul di voi da quella applicazione rimangono custodite nel codice, perché sia l'utente che gli amici dell'utente hanno accettato, attivandole, che queste app prelevassero dati "social" dai profili personali e collegati. [Leggi tutto...]

giovedì 2 febbraio 2012

Arrivano i genitori su Facebook? I giovani passano a Twitter

[La Stampa.it 02/02/2012]
Mamma, papà e nonni arrivano su Facebook? Allora me ne vado su Twitter. Sembra essere proprio questo il modo di ragionare di molti adolescenti americani che secondo un sondaggio dell'organizzazione no-profit Pew Internet & American Life Project, hanno iniziato a migrare in maniera consistente sulla piattaforma di microblogging. In quanti scelgono di spostarsi? Almeno il 16% dei giovani, dai 12 ai 17 anni, dichiara di utilizzare Twitter. Percentuale che potrebbe essere ritoccata verso l'alto in base alle proiezioni più aggiornate.

Da due anni a questa parte il trend è in forte crescita. L'esodo avviene in maniera lenta ma costante. Nella fascia di età dai 18 ai 29 anni la popolarità di Twitter è ancora maggiore. Del resto, la creatura di Jack Dorsey, Evan Williams e Biz Stone ha nel giro di poco tempo, superando la cifra di 300 milioni nel 2011, moltiplicato il numero di utenti registrati, i quali pubblicano giornalmente milioni di tweet o cinguettii, in più paesi via sms. In un primo momento, quando Twitter fu lanciato nel 2006, si pensava che le sue caratteristiche non si potessero conciliare con le abitudini mostrate online dai teenager, oltre la metà dei quali già faceva uso di Facebook o di altri social network. Ai suoi esordi, il servizio di scambio messaggi fondato negli Stati Uniti sembrava uno strumento per pochi privilegiati, spazio riservato di un ristretto gruppo di esperti del settore, come sottolinea Alice Marwick, ricercatrice senior di Microsoft Research, specializzata nel monitorare i comportamenti degli adolescenti su Internet.

Pian piano però le cose sono cambiate. Il suo sviluppo e allargamento ha significato il modificarsi delle modalità di utilizzo da parte delle varie persone e comunità attratte nel suo circuito. Per tantissimi giovani, che apprezzano una comunicazione ridotta al limite di 140 caratteri, Facebook ha cominciato a perdere appeal perché giudicato troppo dispersivo. Stare su Facebook è come gridare in una folla mentre su Twitter si ricrea un ambiente più raccolto, come se ci si trovasse a chiacchierare in una stanza. Una volta fatto ingresso nel network molti adolescenti spesso usano account protetti o pseudonimi in modo da autorizzare o mettere al corrente esclusivamente i loro amici. Le conversazioni su Twitter possono divenire private mediante i direct message e in generale le sue impostazioni sono più flessibili consentendo anche l'anonimato. Davanti a Facebook alcuni ragazzi confessano di subire una sorta di pressione sociale che li spinge a sentirsi in dovere di stabilire amicizie con chi è nella propria scuola o nella cerchia di propri amici. Twitter è invece meno impegnativo e permette maggiore libertà di manovra.

Naturalmente si twitta per una infinità di ragioni. Alcuni vogliono seguire da fun le celebrità favorite per restare al corrente sulla loro attività aspettando che un personaggio famoso, loro beniamino, magari risponda al tweet inviato. Qualche teenager desidera al massimo avere visibilità o semplicemente ottenere e condividere informazioni mantenendo pubblico l'account non diversamente dagli adulti. Altri ancora sono alla ricerca di un luogo dove esprimersi, raccontarsi e sfogarsi in forma privata, nel chiuso del piccolo mondo delle amicizie, al riparo dagli occhi indiscreti e intrusivi dei genitori. Per questi comunque le insidie e le minacce dei predatori che circolano nel cyberspazio restano un fondato motivo di preoccupazione, valido per rivendicare un diritto al controllo. I timori dei più grandi a volte però sono esagerati se si considera il contenuto innocente dei messaggi twittati.
CARLO LAVALLE

mercoledì 18 gennaio 2012

Ecco perché usiamo Facebook

[Wired 18/01/2012]
Forse, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti Facebook sta davvero perdendo colpi, con il numero di nuovi utenti che rallenta la corsa. Ma, per fortuna di Zuckerber, ci sono India e Brasile a tenere alta la curva della crescita. Così che, dopo quota 800 milioni (toccata lo scorso settembre) Facebook viaggia verso il miliardo di utenti: cifra che potrebbe raggiungere già ad agosto, secondo l’analista di iCrossing, Gregory Lyons. Ma perché tutte queste persone si creano un profilo su Facebook? Per Ashwini Nadkarni e Stefan G. Hofmann dell’ Università di Boston, i motivi possono riassumersi sostanzialmente in due necessità fondamentali: il bisogno di appartenenza a qualcosa e quello di auto- rappresentazione.

Le conclusioni dei ricercatori tirano in realtà le somme da una serie di studi che nel corso degli ultimi anni si sono accumulati sulle caratteristiche demografiche, culturali e personali degli utenti che si iscrivono ai social network. Si scopre così che tra i fattori che più contribuiscono al bisogno di appartenenza ci sono quelli demografici e culturali, mentre narcisismo, timidezza e stima personale sono fondamentali per l’altra metà della mela, che così appagherebbe il bisogno di auto-rappresentazione. Ma andiamo con ordine.

Come riporta Readwriteweb, per capire perché le persone usino i social network, la prima cosa è sapere chi effettivamente li utilizza. Il popolo più numeroso e attivo di Facebook sembrerebbe essere quello femminile in generale, e quello delle minoranze etniche in particolare. Secondo uno studio pubblicato su Journal of Computer-Mediated Communication, gli afroamericani, le popolazioni latine e gli indiani sarebbero quelle con una “maggiore intensità di identità culturale”. Cosa che, per i ricercatori dell’Università di Boston, spiegherebbe in parte la loro forte presenza sui social network.

Secondo: anche il tipo di personalità influenza la partecipazione degli utenti a Facebook. Gli estroversi hanno una vita piuttosto movimentata sul social network, e in genere hanno più amici rispetto ai timidi, ma sono questi ultimi a passare più tempo su Facebook e ad appassionarsi alla piazza virtuale. Anche chi in genere ha poca stima di sè usa molto il social network, insieme a quelli che a scuola non se la cavano molto bene.

Ovviamente, ci sono anche i narcisisti tra gli appassionati di Facebook, cioè quelli che usano la loro bacheca come un luogo per autopromuoversi. Tutti questi fattori - stima personale, timidezza e rendimenti scolastici - giocherebbero un ruolo fondamentale nello spingere le persone a utilizzare il social network. In questo contesto, Fb servirebbe proprio per aumentare il senso di appartenenza (anche solo virtuale) o la stima personale, come vuole dimostrare un altro studio dal titolo eloquente: Mirror, Mirror on my Facebook Wall: Effects of Exposure to Facebook on Self-Esteem.

Ma, cosa non meno importante, avere un profilo su Facebook risponderebbe al nostro bisogno di auto-presentazione, di riservarci un posto come persone pubbliche.
Dare, insomma, un’ impressione agli altri (sarà anche per questo che non esiste il don't like su Fb?). È sufficiente fare due esempi, come quelli riportati da Readwriteweb: pensate a un appuntamento al buio e a un datore di lavoro in cerca di informazioni su aspiranti candidati. Dare uno sguardo al profilo su Facebook prima di incontrarsi o una sbirciatina per farsi un’idea di potenziali collaboratori è infatti un comportamento piuttosto comune tra i clienti di Zuckerberg.
Anna Lisa Bonfranceschi

lunedì 3 ottobre 2011

Rivoluzione Facebook: pronti?

[L'Espresso 30/09/2011] Stavolta l'ambizione dell'ex ragazzo prodigio, multimiliardario, Mark Zuckerberg non ha remore: vuole trasformare il suo Facebook nello specchio totale della vita degli utenti. E' questa la funzione Timeline, appena resa disponibile sul social network più famoso al mondo.

«La cosa più innovativa mai vista sul web», secondo Zuckerberg. «La maggiore minaccia alla privacy degli ultimi tempi», replica Marc Rotenberg, direttore dell'Electronic privacy information center.

Timeline stupisce e spaventa perché è un diario automatico e condiviso: raccoglie e mette in bell'ordine cronologico tutti gli eventi, fatti, foto e notizie che l'utente pubblica. Un'enorme autobiografia digitale aperta agli "amici" del network. Timeline diventerà il nuovo Facebook: per ora è una funzione opzionale, ma dall'8 ottobre sarà attiva per tutti.

«Fino ad oggi qualsiasi nuova attività entrava a far parte della pagina home che mostra tutte le attività del gruppo di amici. D'ora in poi invece, ogni nuova attività andrà immediatamente a far parte di Timeline, ma non entrerà nella pagina delle attività degli amici a meno che l'utente non decida di farlo», ha spiegato Zuckerberg.

«I grandi eventi che riguardano il singolo utente saranno nella parte centrale della pagina, mentre lateralmente ci sarà spazio per colonne con eventi collaterali e altre attività; inoltre sarà possibile raggruppare le attività in sezioni differenti».

Timeline non si limita a mettere in ordine cronologico gli eventi pubblicati dall'utente d'ora in avanti. No, va oltre: si presta a essere subito un diario e un album dei ricordi passati. Possiamo cliccare su una data qualsiasi e aggiungervi immagini, informazioni su come ci sentivamo all'epoca, il lavoro che facevamo, "questa è un'immagine di quando i miei genitori erano ancora vivi", "ecco il mio quarto compleanno", "nel 1998 ho cambiato di nuovo lavoro" e così via. Dalla nascita al presente. L'utente può sempre indicare gli amici con cui condividere certe informazioni.

Timeline diventerà il nuovo profilo Facebook gradualmente: dal 4 ottobre sarà così per tutti. Ma è già possibile attivare la nuova funzione, per provarla subito. Il modo più rapido è scrivere "sviluppatore" nel motore di ricerca in alto, su Facebook, cliccare su quest'applicazione e abilitarla. Clic poi su "Crea applicazione". Dobbiamo fingere di crearne una, per impersonare il ruolo di sviluppatori di Facebook e quindi provare Timeline. Scriviamo un nome a caso per la nostra fittizia applicazione, poi scegliamo il comando "OpenGraph". Facebook ci proporrà quindi di adottare Timeline. Accettiamo ed eccoci subito catapultati nel futuro del social network. Gli esperti di privacy temono che s'innescherà un processo pericoloso: le persone condivideranno aspetti della propria vita sempre più intimi. «Agli utenti si dovrebbe concedere di decidere di partecipare ai cambiamenti che Facebook crea, ma il social network non dà questa opzione. Semplicemente continua a marciare nella sua direzione e gli utenti devono acconsentire», protesta Rotenberg, in una lettera alla Federal trade commission americana (come la nostra Antitrust).

«Ogni volta che Facebook cambia qualcosa, bene o male impatta sui nostri comportamenti e sui nostri schemi mentali», aggiunge Charlene Li, analista indipendente fondatrice dell'osservatorio Altimeter. A conferma che il tema non vada sottovalutato.

Perché Facebook lo faccia, rischiando le polemiche, è presto detto. «Potrà lanciare pubblicità ancora più finemente personalizzata sui gusti e le attività dei propri utenti», spiega Sean Corcoran, analista di Forrester Research. Obiettivo, 5,8 miliardi di dollari di ricavi nel 2012, contro i 3,8 miliardi previsti nel 2010.

«Ma non è solo un fatto di soldi puro e semplice», aggiunge Whit Andrews, analista di Gartner. Bisogna ricordare infatti che Facebook ora ha il primo vero rivale: Google+, il social network di Google, che ha aperto al pubblico la settimana scorsa. «Con Timeline lo scopo di fondo è intrappolare l'utente in Facebook», dice Andrews. «Come puoi andartene altrove, infatti, quando lì trovi la storia di tutta la tua vita?».
Alessandro Longo

martedì 27 settembre 2011

http://tecnologia.bloglive.it/un-italiano-su-tre-teme-per-la-propria-privacy-in-internet-4879.html

[Corriere della sera.it 26/09/2011]

La nuova versione di Facebook (disponibile dal 30 settembre) rappresenta un punto di svolta per i social network: se finora hanno reso visibili (e quindi ‘pensabili’) le nostre relazioni, ora si propongono di raccontare la nostra storia.

I social network riuniscono in un solo luogo tutte le nostre relazioni. Un’esperienza altrimenti eccezionale e, potenzialmente, imbarazzante: non è un caso che ai matrimoni vengano assegnati i posti a tavola.

Ed è per questo che Google+ ha introdotto le ‘cerchie’, un espediente interessante, anche se non del tutto efficace: quando si è tutti sotto lo stesso tetto, basta che una persona conosca qualcuno in un’altra cerchia (o a un altro tavolo), per rendere permeabili i confini e far circolare le informazioni.

Sui social network – rispetto all’interazione faccia-a-faccia – è più difficile mantenere una distinzione tra i ruoli e ‘recitare in modo diverso a seconda dei diversi teatri’. Sta accadendo l’opposto di quanto previsto (e temuto) da Zygmunt Bauman: i social media non rappresentano una ‘extraterritorialità virtuale’ per bricoleur che giocano con il puzzle delle loro ‘identità plurali’.

Al contrario, i social network identitari chiedono ai propri utenti di accedere con la propria identità ‘reale’ e di metterci la faccia, una sola. A queste condizioni, è difficile mantenere i confini tra identità professionale e personale, tra colleghi e amici, tra tempo di lavoro e tempo libero.

Il nuovo Facebook ha introdotto due novità che accelerano questi processi. La prima è la ‘timeline’: chi ha un profilo su Facebook, d’ora in poi – oltre al collasso degli spazi sociali – dovrà gestire anche quello del tempo. I contenuti meno recenti non verranno più sostituiti da quelli più attuali e sarà favorita la navigazione nella cronologia delle attività.

L’altra innovazione sono le ‘app lifestyle’: il registro attività non raccoglierà solo i contenuti intenzionalmente condivisi dall’utente, ma tutte le attività svolte, anche fuori dal social network.

La nostra pagina Facebook racconterà nel dettaglio quello che stiamo facendo e che abbiamo fatto. I manager di Facebook parlano di ‘storytelling’, ma forse sbagliano: la storia ci riguarda, ma non siamo noi a raccontarla. E poi, siamo sicuri che l’elenco di quello che facciamo dica veramente chi siamo?
Ivana Pais

lunedì 26 settembre 2011

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori

[Corriere della Sera 24/09/2011]

«Facebook è il posto dove menti a chi conosci, Twitter è il posto dove sei sincero con gli sconosciuti». Postato su Twitter a maggio da Giulio Tolli, studente di ingegneria che aveva dieci anni nel 2000, e subito adottato dalla rete e rilanciato nell'etere - retweetted con parola tecnica.

La frase, nella sua compattezza assiomatica offre in effetti una sintesi suggestiva che sembra subito evocativa di verità, quasi come quelle dei baci Perugina d'antan, dell'era pre-Moccia per intenderci, e viene da chiedersi: come mai non ci avevo pensato prima? E rilancia il dibattito sui due social network principali in quanto ne mette a fuoco le diverse anime: perché se Facebook non è proprio il regno della menzogna, di sicuro è il luogo della rappresentazione un po' narcisista di sé dove tutto è permesso, anche qualche esagerazione, il mettersi qualche piuma, imbellire la realtà, aggiungere qualche piccola bugia o mezza verità senza paura di andare all'inferno, anche se papa Ratzinger nel suo discorso di gennaio di apertura alla Rete aveva invitato a «non mentire» nelle costruzione dei propri profili. Con la possibilità un po' barocca che offre ad ognuno di costruire le proprie identità Facebook risponde bene alle esigenze di quella che Zygmunt Bauman ha definito società fluida, che prevede la costruzione di continue nuove vite e rappresentazioni di sé seguendo un percorso di vita non più lineare ma flessibile e circolare. Alzi la mano chi su Facebook non si è allargato un po', non ha scelto con cura la foto più bella anche se non la più veritiera, non ha insomma costruito un po' l'Avatar di sé rappresentandosi al meglio.

Tutt'altro discorso per Twitter, regno della sintesi e dell'essenziale, perché già quell'obbligo a stare nelle 140 battute porta a mettersi un po' sull'attenti, a essere coincisi (fatto che aiuta a non raccontar bugie) e ad andare subito al nocciolo della questione anche quando non si tratta di pensieri, ma di emozioni e di privato. Cosa che hanno subito sfruttato i belli e famosi che hanno individuato in Twitter il medium per una comunicazione diretta su se stessi, che salta tutte quelle mediazioni del sistema giornalistico che - a dir loro - sono diventate una trappola. Basta pensare all'utilizzo accorto che ne ha fatto per prima Demi Moore fotografandosi in situazioni normali e quotidiane, persino abbruttenti (all'inizio fece scalpore l'immagine in cui le mancava un dente davanti), arrivando nel tempo a costruire un canale diretto di fiducia con il suo pubblico.

Giulio Tolli, l'autore della frase da cui siamo partiti, che è studente di ingegneria informatica e che intervalla allo studio i suoi pensieri su Twitter, Facebook, MySpace, precisa che su Facebook ci si mostra come gli altri vogliono che siamo. «Ma alla fine la platea degli amici di Facebook resta adolescenziale e meno stimolante. E quel che scrivi spesso casca nel vuoto, mentre su Twitter proprio perché parli a gente che non conosci, spesso a stranieri, sei più libero, più originale e ti confronti di più» dice con cognizione di causa perché avendo a volte postato la stessa frase sui due network, ha notato come su Twitter abbia avuto più risonanza.

Più chiusa e provinciale, dunque, seguendo il ragionamento, la platea di FB, più internazionale l'altra. Di sicuro, sostiene Stefano Menichini, direttore del quotidiano Europa , che usa da tempo i due network mischiando l'uso professionale a quello personale «non puoi mai farne un uso freddo, perché non funziona». Ma lei arriva a mentire? «Quello no, ma molti amici mi dicono che bravo papà sei perché parlo spesso di mio figlio, ho pubblicato molte foto con lui, anch'io mi metto qualche piuma» scherza, ma riconosce una certa prevalenza di Twitter per l'uso professionale: «È un continuo flusso di notizie e informazioni, un arricchimento e hai continui feedback. Per un giornalista si potrebbe dire quasi una continua riunione di redazione, in contatto con il mondo. L'importante è che poi consideri quello che ti arriva da lì come spunti e non punti di arrivo».

Simona Siri, giornalista e blogger, nonché social network addict, riconosce l'ambivalenza di fronte a Facebook, da una parte l'esibizionismo, dall'altra l'esigenza di confondere un po' le acque per non «dare le coordinate esatte di vita» e così confessa di mettere in atto strategie diversificatorie, piccoli depistaggi per non far capire in che luogo sia: ha anche fondato una pagina Fb, titolo «Fingere di prenotare e cancellare biglietti aerei». Mentre l'attrice Chiara Francini spesso indulge alle esigenze consolatorie della platea degli amici e, pur di non deluderli, annuncia scaramanticamente una giornataccia mentre tutto va benissimo.

Va oltre ed incrocia il tema della Grande memoria della Rete che non sa dimenticare, Fabrizio Rondolino, scrittore e autore tv. Dice che quando gli ricapitano davanti alcuni «stati» scritti da lui nel passato ha come un senso di straniamento, di alcuni è pentito amaramente, questo per esempio, scritto due anni fa quando Dario Franceschini successe a Veltroni: «Finalmente il Pd ha un segretario non post-comunista» («e la smentita è stata amara, si è rivelato un gruppettaro»).
La tendenza, ora, degli utilizzatori compulsivi di Fb e Twitter, è quella di unificare, con un solo clic, pubblicare su entrambi i network. E chissà allora che nel tempo anche la divisione fra menzogna e verità non si assottigli ancora. Nella rete, si sa, tutto va più veloce.

Maria Luisa Agnese

mercoledì 14 settembre 2011

E se Facebook fosse obbligatorio a scuola?

[Wired 12/09/2011] Oggi ricomincia la scuola per la maggior parte dei ragazzi italiani. Armati sin dalla tenera età di cellulare e magari anche connesione Internet mobile, possono essere un osso duro per qualsiasi insegnante. Ma c'è sempre un però.

Prendiamo una classe in cui l'insegnante si è allontanato per un momento. E pensiamo a due studenti, seduti al proprio banco. Uno dei due ha il naso appiccicato al libro di testo, l’altro si dondola sulla sedia annoiato. Dopo qualche minuto, quest’ultimo i rende conto di essere l’unico nella classe a non avere gli occhi sul libro, si ricorda che un'interrogazione potrebbe essere dietro l'angolo e decide di aprire anche lui il libro e di mettersi a studiare.

È un esempio di come la peer pressure (in italiano, influenza sociale) possa incidere positivamente sulla concentrazione e l’apprendimento scolastico. Diversi studi recenti lo confermano: condividere con altri studenti l’esperienza didattica e lo studio può avere effetti sorprendenti sulle performance. Ecco, partendo da queste considerazioni, c’è chi ha pensato di applicare questo principio allo sviluppo di un social network educativo.

Il governo del Rajastan, lo stato più popoloso dell’India, ha finanziato la creazione di un social network chiaramente ispirato a Facebook che unisca alle solite caratteristiche (foto, link, status update, rete di contatti, chat e giochi online) delle funzionalità strettamente legate all’apprendimento e al proprio percorso scolastico.

L’idea è quella di utilizzare la popolarità dei social network tra gli studenti, a cui la maggior parte dei quali passano un sacco di tempo ogni giorno”, è stata la spiegazione ufficiale dell’Information Technology Department del Rajastan: “ Abbiamo pensato di rendere un più educativo questo strumento web in modo che su questi siti gli studenti possano non solo divertirsi ma anche imparare qualcosa”.

Ancora non esistono specifiche chiare sulle caratteristiche di questo nuovo social network, si sa solo che sarà studiato in modo da favorire la collaborazione professore-studente, la collaborazione studente-studente, e che lo stato del Rajastan incentiverà il suo utilizzo per il reperimento di risorse utili allo studio e per la realizzazione di progetti collettivi.

Fino a poco tempo fa, parlare di school social network significava parlare di community incentrate sul rintracciare i vecchi compagni di scuola (sì, ancora più di Facebook). Siti come Classmates.com e Graduates.com possono rivelarsi una buona risorsa se il tuo obiettivo è riallacciare i rapporti con il tuo vecchio compagno di banco del liceo (o con la tua vecchia fiamma), ma forniscono ben pochi strumenti per aumentare l’esperienza didattica.
Esistono poi risorse che vengono erroneamente classificate come social network, quando in realtà sono più un’evoluzione social dei primi forum per studenti e non integrano a fondo l’architettura delle reti sociali con le funzionalità primarie del sito (fornire informazioni utili allo svolgimento dei compiti e al recupero di alcune materie).

Il progetto annunciato dal Rajastan apre invece una prospettiva diversa: non più un forum per studenti con un’impostazione social, tantomeno un social network per mantere gli studenti in contatto, quanto un autentico nuovo strumento educativo da affiancare a quelli già esistenti.

Un’ indagine condotta tra la University of Hong Kong e la University of Science & Technology of China, rivela che tra gli studenti dei campus universitari che usano i social network (almeno il 90%), la maggior parte se ne serve per stringere amicizie e consolidare i rapporti all’interno del campus, ma anche per costituire gruppi di studio all’interno della facoltà e condividere informazioni relative al programma accademico. Perché non cercare di usare questi strumenti anche prima dell'università?

A questo proposito negli ultimi anni sono stati lanciati dei social learning network, come OpenStudy e p2pu, che offrono allo studente la possibilità di entrare a far parte di una community di contatti, e quindi fornire e ottenere aiuto e conoscenze utili all’apprendimento.



L’idea proposta dal governo del Rajastan ha però una qualità ulteriorie: l’ integrazione delle piattaforme di social learning con i piani di studio istituzionali. Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti nel campo dell’e-learning, come in quello dei social-network. Le nuove generazioni hanno una padronanza inedita delle reti sociali, ci dedicano una parte significativa del proprio tempo e mantengono in Rete gran parte delle loro relazioni sociali. Un social network che sappia integrare le funzionalità di Facebook, i meccanismi di Learning Management System di una risorsa come Moodle e che fornisca una piattaforma per condurre progetti didattici collettivi, mutuando magari dei meccanismi di risoluzione e ricompensa tipici dei giochi online, potrebbe rivelarsi uno strumento potenzialmente rivoluzionario nel campo dell’ educazione web-based. Se poi, come sembra stia per accadere in Rajastan, l’utilizzo di questo strumento verrà incoraggiato dalle scuole stesse, la rivoluzione potrebbe sfiorare anche il terreno dell’ educazione istituzionale.

Attenzione, però, sarebbe ingenuo pensare che la creazione di un simile social-network rappresenti una panacea per i perditempo e le persone con problemi di apprendimento. Torniamo per esempio alla classe di inizio articolo . È vero: l’ influenza sociale può avere un peso enorme nell’apprendimento, ma questo non significa che questo peso si collochi necessariamente sulla parte costruttiva della bilancia. Esiste una buona probabilità, in effetti, che il vicino di banco fannullone convinca il secchione a mollare sul banco la penna e prendere a dondolarsi anche lui in un ozio ristoratore. L’ago di questa bilancia, ovviamente, rimane la volontà personale dello studente di impegnarsi nello studio.

mercoledì 24 agosto 2011

[Esplora il significato del termine: Facebook :«amicizie» proibite tra insegnanti e allievi] Facebook :«amicizie» proibite tra insegnanti e allievi

[Corriere della Sera 24/08/2011] Quest’amicizia non s’ha da fare: studenti e insegnanti nel Missouri non possono dialogare né via sms né via social network, e chi lo farà verrà punito dalla legge. Dietro alla strana decisione dello stato americano si nasconde il timore di violenze sessuali nei confronti di minori e un tentativo di proteggere dal pericolo – qualche anno fa un giovane studente fu molestato ripetutamente da parte di un insegnante fuori dalla scuola – i più giovani e innocenti. Ma l’associazione degli educatori del Missouri dichiara guerra alla nuova legge, in vigore dal prossimo 28 agosto, e accusa lo stato di non rispettare il primo emendamento della Costituzione americana: quello che garantisce a ogni cittadino il diritto di parola, associazione e religione.

LA LEGGE – La Missouri Senate Bill 54 è la prima negli Stati Uniti a vietare il social networking tra studenti e insegnanti. In vigore dal prossimo 28 agosto, la legge proibisce ad allievi e professori di comunicare fuori dai canali ufficiali: aula ed edificio scolastico. Vietati telefono, sms, e contatti attraverso qualsivoglia sito internet, Facebook incluso. Questo significa che uno studente non potrà essere «amico» del suo professore in un social network, come invece avviene normalmente in tutto il mondo. Mentre resta aperta la possibilità di diventare «fan» della pagina pubblica di un professore su FB, in caso ve ne fosse una.

LA RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA - In più, in caso di professori dal dubbio curriculum, la scuola è tenuta ad avvisare studenti e genitori e se accadesse qualche episodio di violenza o molestia e la scuola non avesse avvertito per tempo le famiglie, sarà l’istituto scolastico a esserne responsabile. E sempre la scuola entro inizio 2012 dovrà stilare una serie di regole sul comportamento da tenere nel rapporto allievi-educatori, dando regole precise anche sui contatti fuori dall’orario di lezione.

IL PRECEDENTE – La legge viene anche chiamata Amy Hestir Student Protection Act, in riferimento al caso di cronaca legato alla donna – Amy Hestir – che qualche anno fa venne ripetutamente molestata da un giovane insegnante della scuola superiore che frequentava, fuori e dentro l’istituto, via sms e di persona. In quel caso, l’insegnante vantava un curriculum insospettabile, con diversi impieghi nello stato e pure una nomina a «insegnante dell’anno».

LA PROTESTA – Gli insegnanti del Missouri non ci stanno. Invocano il diritto di poter comunicare con i loro studenti senza paletti. E attraverso la loro associazione di categoria, la Missouri State Teachers Association, hanno portato in tribunale lo stato e chiesto che la nuova legge venga dichiarata incostituzionale almeno nella parte relativa a Facebook . Come si legge nei documenti presentati dai legali dell’associazione in tribunale, «gli insegnanti utilizzano i social network al di fuori del circuito professionale come mezzo per tenere i contatti con i loro studenti, sia nel corso di emergenze, sia per fini educativi quotidiani, per esempio quando uno studente ha difficoltà con un compito assegnato o per aiutarli a identificare casi di bullismo».

Eva Perasso

martedì 23 agosto 2011

Facebook :«amicizie» proibite tra insegnanti e allievi

[Corriere della Sera 23/08/2011] Quest’amicizia non s’ha da fare: studenti e insegnanti nel Missouri non possono dialogare né via sms né via social network, e chi lo farà verrà punito dalla legge. Dietro alla strana decisione dello stato americano si nasconde il timore di violenze sessuali nei confronti di minori e un tentativo di proteggere dal pericolo – qualche anno fa un giovane studente fu molestato ripetutamente da parte di un insegnante fuori dalla scuola – i più giovani e innocenti. Ma l’associazione degli educatori del Missouri dichiara guerra alla nuova legge, in vigore dal prossimo 28 agosto, e accusa lo stato di non rispettare il primo emendamento della Costituzione americana: quello che garantisce a ogni cittadino il diritto di parola, associazione e religione.

LA LEGGE – La Missouri Senate Bill 54 è la prima negli Stati Uniti a vietare il social networking tra studenti e insegnanti. In vigore dal prossimo 28 agosto, la legge proibisce ad allievi e professori di comunicare fuori dai canali ufficiali: aula ed edificio scolastico. Vietati telefono, sms, e contatti attraverso qualsivoglia sito internet, Facebook incluso. Questo significa che uno studente non potrà essere «amico» del suo professore in un social network, come invece avviene normalmente in tutto il mondo. Mentre resta aperta la possibilità di diventare «fan» della pagina pubblica di un professore su FB, in caso ve ne fosse una.

LA RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA - In più, in caso di professori dal dubbio curriculum, la scuola è tenuta ad avvisare studenti e genitori e se accadesse qualche episodio di violenza o molestia e la scuola non avesse avvertito per tempo le famiglie, sarà l’istituto scolastico a esserne responsabile. E sempre la scuola entro inizio 2012 dovrà stilare una serie di regole sul comportamento da tenere nel rapporto allievi-educatori, dando regole precise anche sui contatti fuori dall’orario di lezione.

IL PRECEDENTE – La legge viene anche chiamata Amy Hestir Student Protection Act, in riferimento al caso di cronaca legato alla donna – Amy Hestir – che qualche anno fa venne ripetutamente molestata da un giovane insegnante della scuola superiore che frequentava, fuori e dentro l’istituto, via sms e di persona. In quel caso, l’insegnante vantava un curriculum insospettabile, con diversi impieghi nello stato e pure una nomina a «insegnante dell’anno».

LA PROTESTA – Gli insegnanti del Missouri non ci stanno. Invocano il diritto di poter comunicare con i loro studenti senza paletti. E attraverso la loro associazione di categoria, la Missouri State Teachers Association, hanno portato in tribunale lo stato e chiesto che la nuova legge venga dichiarata incostituzionale almeno nella parte relativa a Facebook . Come si legge nei documenti presentati dai legali dell’associazione in tribunale, «gli insegnanti utilizzano i social network al di fuori del circuito professionale come mezzo per tenere i contatti con i loro studenti, sia nel corso di emergenze, sia per fini educativi quotidiani, per esempio quando uno studente ha difficoltà con un compito assegnato o per aiutarli a identificare casi di bullismo».

Eva Perasso

mercoledì 27 luglio 2011

Facebook: le notizie diventano social

[Quomedia 27/07/2011]

Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, starebbe progettando di lanciare a settembre un nuovo servizio chiamato Facebook Editions. La mossa nasce dalla necessità di contrastare l'ultimo nato tra i social network, Google +, che, a tre settimane dal lancio, ha già tagliato il traguardo dei 20 milioni di utenti iscritti. La novità riguarderebbe il campo delle news online: la piattaforma dovrebbe infatti consentire la lettura delle notizie direttamente sul noto social network.

L'obiettivo di Zuckerberg non punta, perciò, ad aumentare il già considerevole numero di utenti iscritti (Facebook vanta più di 700 milioni di iscrizioni, di cui quasi 20 milioni solo in Italia) ma è piuttosto focalizzato a far trascorrere ai propri utenti più tempo tra le 'mura digitali' del social network. Come dimostra un recente sondaggio condotto da comScore per la Newspaper Association of America, infatti, sono i siti web dei quotidiani ad attrarre quasi i due terzi di tutti gli internauti adulti degli Stati Uniti.

Secondo Forbes, circa una dozzina di agenzie di stampa avrebbero già preso accordi per avere una propria versione dell'applicazione per essere consultati su Facebook. Cnn, The Daily e il Washington Post sono alcune delle società interessate. Anche il New York Times avrebbe ricevuto la richiesta di partecipare la progetto, ma secondo alcune fonti avrebbe optato per un rifiuto momentaneo, dovuto probabilmente alla sua strategia di fornire contenuti a pagamento online.

mercoledì 20 luglio 2011

Se mamma ti spia su Facebook

[Corriere della Sera 20/07/2011]

MILANO - Oltre la metà dei genitori inglesi spia i propri figli su Facebook per capire cosa fanno in rete e monitorare gli eventuali pericoli, ma anche per conoscerli meglio, perché si sentono «tagliati fuori» dalla loro vita. Questo il risultato dell’indagine promossa dalla Bullguard Internet Security che ha evidenziato che il 55% di papà e mamme d’Oltremanica guarda abitualmente i profili Facebook della prole, con il 41% che ne monitora gli aggiornamenti di status, il 39% la bacheca e il 29% che tiene d’occhio le foto caricate. Quanto alle motivazioni alla base dei controlli, queste spaziano dall’istinto iperprotettivo (6%) alla curiosità (14%) e se un quarto del campione genitoriale ammette di ricorrere a tale sistema per cercare di conoscere meglio i figli, un buon 40% si rifiuta di usare simili trucchetti, mentre il 5% dice che lo farebbe anche, se solo sapesse come si fa. E proprio per evitare di essere beccati a fare gli spioni al primo login, i genitori si stanno facendo furbi e uno su 20 ora accede a Facebook o Twitter dall’account di un amico.

Ma la presenza online di mamma e papà non infastidisce i ragazzi solo per il rischio-controlli, ma anche perché, a loro dire, «Facebook non è un posto per vecchi», come è spiegato nella descrizione del gruppo For the love of god–don’t let parents join Facebook («Per amor di Dio, non lasciate che i genitori arrivino su Facebook») fondato su Fb nel 2007 e che conta già oltre 7.700 iscritti. Ma il fenomeno dei genitori ficcanaso sembra perlopiù circoscritto all’Inghilterra, visto che da un recente studio commissionato dal Moige (il Movimento italiano genitori) a Trend Micro sui pericoli della rete è emerso che solo 6 genitori italiani su 10 mettono in guardia i propri figli sui rischi del web, mentre la maggior parte preferisce agire «sulla fiducia». Nove ragazzi su 10 usano regolarmente Facebook, pur conoscendone il corretto settaggio della privacy solo nel 40% dei casi. Dati che tutto sommato confermano quelli del Norton Online Family Report di Symantec, che nel 2010 aveva puntato il dito contro la scarsa attenzione mostrata dai genitori italiani sui pericoli della rete, visto che ben il 65% preferisce lasciare la libertà ai figli di esplorare il web, così da poter decidere in autonomia quale sia il comportamento più adeguato da adottare online. Non a caso, anche se il 58% dei giovani intervistati ha ammesso di aver avuto un’esperienza negativa in rete, solo il 40% degli adulti ha detto di esserne a conoscenza.

Simona Marchetti