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mercoledì 8 giugno 2011

Arriva la dieta da multitasking

[Oneweb 30/05/2011]

Giusto un anno fa su questo blog abbiamo parlato del multitasking, e dello scontro ideologico fra chi pensa faccia male e chi invece ritiene sia degno delle migliori intelligenze. All’epoca andavano di moda dei test. Ora negli USA è uscito un libro che tratta la nostra dipendenza dalle tecnologie legate al Web 2.0 come fosse il cibo, e ci raccomanda una dieta.

L’autore è un famosissimo blogger, Daniel Sieberg, che sta sbancando con il suo ultimo libro, “La dieta digitale“. La teoria principale è che la nostra vita è diventata un parossismo: stiamo attaccati al cellulare, soffriamo se non possiamo twittare o postare sul nostro blog o su Facebook, le nostre percezioni, persino quelle uditive per non parlare della nostra attenzione, sono modificate al punto da non poter più rispondere agli stimoli come un tempo. Che ci è successo?

“Non c’è la tabella delle calorie sul nostro iPhone. Pensate al piacere di scegliere da soli i migliori cibi per sé. Lo stesso vale per la tecnologia. La dieta digitale aiuta a trasformarvi in una grande potenza comunicatrice: ci vuole un dimagrimento generale, dai gadget ai social network ai videogiochi, nella speranza di renderci più sani e più felici senza abbandonare il ventunesimo secolo.”

Abbiamo esagerato, ma attenzione: è come cercare di dimagrire senza riprendere subito peso, quindi l’unica soluzione è fare un passo alla volta, cominciando coi fine settimana: spegnere lo smartphone, non portarsi dietro il netbook al lago o in montagna, e poi prendersi altre ore, altre giornate.

La dieta digitale ha ottenuto recensioni entusiastiche da praticamente tutti i giornali americani, e il Washington Post si è persino inventato un metodo di calcolo per stabilire il nostro Indice di massa e-corporea così da sapere di quanto dobbiamo dimagrire. Eccolo.

Peso da eccesso digitale:

    1. Per ogni telefono non fisso segnate 3 punti;
    2. Per ogni laptop: 1 punto;
    3. Per ogni tablet: 2 punti;
    4. Per ogni e-reader: 1 punto;
    5. Per ogni servizio di sms: 5 punti;
    6. Per ogni differente identità con login: 5 punti;
    7. Per ogni computer fisso: 1 punto;
    8. Per ogni account di posta: 2 punti;
    9. Per ogni macchina digitale: 1 punto;
    10. Per ogni altro gadget con caricatore: 1 punto;
    11. Per ogni blog che scrivete o su cui commentate aggiungete 2 punti.

E, di seguito, i risultati:

  • 24 punti o meno: Magri
    Siete in forma, ma mai abbastanza per evitare un regime più equilibrato;
  • 25-35 punti: Sovrappeso
    Subito una dieta digitale per tornare in forma;
  • 36 punti o più: Obesi
    Dovete dare un taglio alla vostra dipendenza tecnologica o la vostra salute, e qualità della vita, ne risentirà.

martedì 22 marzo 2011

«Più smartphone che computer: cambiano i linguaggi digitali»

[Corriere.it 22/03/2011]

Donald A. Norman presenta «Vivere con la complessità»: «Dobbiamo essere comprensibili, non semplici»

L'ingegnere e psicologo A MILANO

«Più smartphone che computer:
cambiano i linguaggi digitali»

Donald A. Norman presenta «Vivere con la complessità»: «Dobbiamo essere comprensibili, non semplici»

«Il design italiano? Bello ma poco funzionale»
L'incontro a Milano con il «Corriere» - Il video

«Lo predissi oltre dieci anni fa. E avevo ragione: i computer stanno diventando invisibili». Donald A. Norman, ingegnere e psicologo, studioso di Scienze cognitive, tra i nomi più illustri nel campo del design, aggiorna la tesi enunciata nel 1998 nel suo The Invisible Computer (Apogeo). Lo anticipa al «Corriere» in occasione dell'uscita in Italia del nuovo libro, Vivere con la complessità (Pearson) e della partecipazione, questa sera, al ciclo di incontri Meet the media guru a Milano (ore 19, Mediateca Santa Teresa).

La copertina di «Vivere con la complessità» (Pearson)
La copertina di «Vivere con la complessità» (Pearson)
Il computer però è ancora molto diffuso...
«Non dappertutto: in Cina e Giappone, ad esempio, si usano già oggi più smartphone che pc. Le funzioni del computer verranno sempre più inglobate dentro altri dispositivi, come le cosiddette "tavolette". Userà il pc in senso classico solo chi, come gli scrittori o gli ingegneri, non potrà fare a meno dello schermo e della tastiera. Per tutti gli altri, non sarà più così necessario».

Anche i libri e i giornali saranno letti sui supporti elettronici?
«Il futuro è digitale. Io uso il Kindle, dove posso raccogliere tantissimi saggi e romanzi dentro un unico strumento. Anche il giornale non ha più bisogno di essere stampato: scaricando un'applicazione su un dispositivo elettronico si hanno le notizie del giorno e delle settimane precedenti, con più foto, filmati e mappe interattive».

Fin da «La caffettiera del masochista» (1988, edito in Italia da Giunti), si è battuto contro le tecnologie troppo elaborate che non consentono la facilità d'uso. In «Vivere con la complessità» sostiene che quest'ultima è inevitabile. Ha cambiato idea?
«Il mio messaggio è solo diventato più sofisticato. Ho capito che la complessità è necessaria in un mondo sempre più articolato e interconnesso. Per questo agli utenti non bisogna offrire semplicità ma comprensibilità: oggetti, cioè, con molte funzioni ma intellegibili già dopo la prima lettura delle istruzioni. A questo scopo, designer e ingegneri devono praticare l'empatia e studiare le scienze sociali. I singoli individui devono applicarsi nell'apprendimento, come fecero in passato con il telefono o la televisione».

È stato vicepresidente del settore Tecnologie avanzate alla Apple. Nel suo libro racconta il passaggio dell'azienda dal mouse a un tasto a quello a due tasti: è stata una buona scelta?
«Suggerii la soluzione a più tasti già negli anni 90. Il mouse con un pulsante infatti era una proposta corretta negli anni 80, per favorire la facilità d'uso. Una volta che gli utenti avevano capito il funzionamento del nuovo strumento, però, non serviva aspettare il 2005 per il design a più tasti».

Da sempre sostiene le nuove iniziative imprenditoriali. Si può rischiare nell'attuale situazione economica?
«Dipende dai luoghi. Sì negli Stati Uniti, dove anche un fallimento è giudicato positivamente, perché segue un'idea e un tentativo. No in Italia: i vostri migliori designer sono costretti ad andare all'estero; i vostri prodotti sono belli ma non sempre funzionali».

L'emergenza nucleare in Giappone, le rivolte in Nord Africa e la guerra in Libia. Quali saranno le conseguenze, dal punto di vista cognitivo e tecnologico, nel mondo interconnesso?
«La catastrofe di Fukushima comprometterà per qualche tempo la fiducia degli individui nelle macchine, ma il genere umano è abbastanza arrogante per superare lo choc. Ciò che tutti questi eventi dovrebbero infondere, invece, è l'umiltà: la natura trionfa sulla tecnologia; le esigenze politiche e culturali possono vincere sulla logica e la razionalità».

Alessia Rastelli

martedì 14 dicembre 2010

Il televisore mangia tutto Computer, internet e console

[La Repubblica 14/12/2010]UN TEMPO si diceva televisore, ed era finita lì. Si sapeva bene cosa faceva e a cosa serviva. Oggi no, televisore vuol dire tante altre cose, perché sullo schermo si vede molto altro. Le foto di famiglia, ad esempio, le pagine di un giornale, i siti Internet preferiti, le trasmissioni del satellite, i videogiochi, il digitale terrestre e i film on demand, la posta elettronica e i social network, la radio e la musica. Insomma, l'oggetto che troneggia nel salotto di casa è diventato più largo, più sottile e soprattutto ha cambiato natura.

Tutto è cambiato da quando anche la televisione è entrata nell'era digitale, da quando, semplificando esageratamente, i chip hanno preso il posto del tubo catodico. Del vecchio televisore è rimasto poco o nulla. Sono cresciute le dimensioni degli schermi e si sono ridotte all'infinitesimo quelle delle altre parti, fino a trasformare le tv in futuristiche cornici, dallo spessore millimetrico, che possono elegantemente essere appese al muro come un quadro. Il televisore ha inglobato tutto, lentamente, costantemente, ribadendo il proprio ruolo centrale non solo nel nostro salotto ma, soprattutto, nella nostra vita. Due schermi resistevano, strenuamente, a questa lenta conquista, ed erano quelli del computer e dello smartphone. Entrambi hanno provato a fare il gioco contrario: prendere il contenuto della tv e portarlo dentro le loro trame, e qualche successo lo hanno ottenuto, ma chi produce computer e cellulari non si aspettava che la vecchia televisione fosse in grado di reagire,
potesse improvvisamente rimescolare le carte di un gioco che sembrava già deciso.

La parola magica è "convergenza", nata assieme all'era digitale e arrivata oggi, dopo essere stata annunciata centinaia di volte, davvero nelle nostre case. Tutto "converge" verso il televisore di casa, il telefono, il computer, il cavo, il digitale terrestre, Internet, tutto raccolto in un solo schermo. Fino a qualche anno fa, quando il mondo era analogico, i vari media non potevano essere mescolati, ognuno aveva la sua tecnologia e non c'era verso di mettere insieme, ad esempio, le pagine di un giornale e le onde della radio. Oggi non è più così, perché tutto si è trasformato in bit, e un bit di radio è uguale al bit di un giornale. Il che significa che i programmi televisivi e radiofonici, i giornali, i film, i giochi, possono passare tutti attraverso un unico terminale e finire in un unico schermo, quello della tv.

Il primo passo verso la convergenza lo ha fatto il computer, ed era ovvio che fosse così. La rivoluzione digitale nelle nostre case è iniziata da li, da quei computer sempre più "personal", che hanno iniziato a prendere sempre più spazio nella nostra vita e che, tramite Internet, hanno portato la radio, la tv, i giornali, i libri, sullo schermo del pc. Poi, però, sono arrivati gli smartphone, che hanno provato a fare di più e soprattutto dall'arrivo dell'iPhone in poi, hanno rivoluzionato tutto con le "apps", che ci consentono di fare non tutto ma di tutto. La televisione sembrava destinata a soccombere, a restare confinata in un angolo, toccata solo di striscio dalla diffusione del web, sempre più legata ad un pubblico di anziani, mentre i giovani restavano collegati al web attraverso pc e cellulari. Cosa è successo, cosa ha cambiato le carte in tavola, cosa ha portato improvvisamente la vecchia tv a riconquistare il suo spazio? Anche la tv è diventata digitale: abbandonate le vecchie frequenze analogiche, in Europa come negli Usa, tutta la tv ha iniziato a vivere di bit. E, visto che di bit si tratta, era naturale che qualcuno pensasse di metterli insieme, sullo schermo della televisione.

I produttori di televisioni si sono mossi immediatamente, offrendo una ampia gamma di televisori che si collegano alla Rete e che sono in grado non solo di ricevere i segnali della nuova televisione digitale, ma anche quelli del Web, tramite moltissime "apps" pensare apposta per la tv, con contenuti spesso sorprendenti, come quelli dei giornali. E anche Repubblica ha realizzato la propria app, per far arrivare le notizie in diretta sui nuovi televisori "connected".

Questi televisori si collegano a Internet via cavo, tramite una presa Ethernet, o in wi-fi. I contenuti e i servizi di cui è possibile fruire su una "connected tv" sono di vario tipo, si va dalla visualizzazione di notizie e informazioni alla navigazione web, dalla videoconferenza via Skype o videosorveglianza fino alla riproduzione in streaming di film, anche in alta definizione, presenti sul proprio pc o direttamente dalla rete, su YouTube o disponibili attraverso servizi di vendita o noleggio online, ricette, giochi, contenuti per bambini ed esercizi per il fitness, un po' di tutto, insomma. Poi si sono attrezzati i produttori di console per videogiochi, la Microsoft, la Sony e la Nintendo, trasformando le loro macchine in centrali multimediali in grado non solo di far giocare gli adolescenti, ma di far vedere film e tv ai genitori.

E quindi sono arrivati i grandi operatori del mondo digitale che hanno scoperto che lo schermo del computer o quello del cellulare non erano abbastanza grandi per stare in salotto e che le nuove tv servivano bene al loro scopo. Lo ha fatto la Apple, presentando la sua Apple Tv qualche settimana fa, lo ha annunciato Google, che proporrà tra breve la sua Google Tv, Yahoo nel frattempo ha preparato "apps" e "widget" attraverso le quali distribuire anche i propri contenuti, dimostrando che il mondo di Internet è più che interessato a conquistare spazio nei nuovi televisori. "E' un mercato per noi importantissimo", dice Arlo Rose, direttore dell'area "connected tv" di Yahoo!, "stiamo portando una grande varietà di contenuti e servizi della Rete direttamente nel salotto degli utenti, incorporando il video on demand, i social network, i giochi, lo shopping online, e rendendo più semplice per i telespettatori personalizzare il proprio consumo televisivo. Stiamo cambiando le regole del gioco".

Per il futuro già si parla di standard comuni per le tv "connesse", Loewe, Philips e Sharp lo hanno già annuciato, come sottolinea Stefano Borgognoni amministratore di Loewe Italia: "E' una novità che allargherà molto lo sviluppo di nuove applicazioni e di nuovi canali, facendo diventare queste televisioni sempre più utili per molte cose, non solo per guardare programmi, ma anche per acquisti, interattività, giochi". Ne è convinto anche Paolo Sandri, vicepresidente della divisione audio-video di Samsung Italia: "Aumenteranno le possibilità d'interazione con lo spettatore, i nuovi televisori diventeranno sempre più centrali nella vita quodidiana". E accanto a loro ci sono Lg, Sony, Panasonic: gli analisti prevedono che nel giro di 5-6 anni tutti i nuovi televisori avranno il collegamento alla rete e che per il 2015 la maggior parte delle case sarà dotata di una "connected tv".

Del resto i numeri parlano chiaro: il pubblico della tv tradizionale è in ritirata, è diventato sempre meno numeroso e sempre più vecchio, mentre il pubblico di Internet, più numeroso e più giovane, è alla ricerca di contenuti video sempre più interessanti, da vedere al di fuori delle regole del vecchio palinsesto, con piena libertà di orari e di scelta. E' per intercettare questi nuovi spettatori, pronti a sostituire i vecchi, che la tv sta cambiando, si confonde con la rete, prova a diventare più "social", più interattiva, più personalizzata, abbandonando innanzitutto il vecchio palinsesto. "La vera innovazione è rappresentata da quello che gli anglosassoni definiscono "mash-up", l'incontro tra i tradizionali palinsesti lineari ed i contenuti on demand, permesso dal collegamento dello schermo con le reti a banda larga", sottolinea Marco Ghiglioni, direttore generale di Telecom Italia Media, ed è proprio in questo territorio "ibrido" che possono nascere gli esperimenti più interessanti. Come quello di qualche giorno fa, la diretta su Facebook di "Le invasioni barbariche", il talk show di Daria Bignardi.

E gli artisti, cosa pensano di questo "schermo unico" che sta per inglobare tutto? "Gli artisti sono sempre stati multimediali", dice Jovanotti, "ma la cosa bella di questa epoca è che gli spazi si espandono bel oltre il luogo fisico", Da sempre interessato alle nuove tecnologie, primo artista al mondo ad essere su Ping, il social networkl della Apple, sempre impegnato sul fronte del video in maniera creativa, Jovanotti non teme le nuove tecnologie: "Sfido chiunque a non entusiasmarsi per i nuovi media, chi non si entusiasma è solo per timore del nuovo. Una cosa positiva è che nessun nuovo media cancella quelli passati ma si aggiunge, espande, rilancia". Lo schermo unico, quello del grande televisore in salotto, digitale, multimediale, interattivo, prova a catturare l'attenzione di una generazione che fino ad ora lo ha snobbato, preferendo comunicazioni mobili, veloci, leggere. "Si, l'iPad, la consolle Wii e i nuovi videogame stanno introducendo nuovi sistemi di navigazione che superano strumenti come il mouse e il joystick e il futuro è nel 3D e nei suoi sviluppi", aggiunge Jovanotti, "Credo nell'immersione all'interno dello spazio digitale con tutto il proprio corpo. Non è la realtà virtuale che si pensava in passato, quella con gli occhiali per intenderci, ma l'animazione dello spazio reale, la sovrapposizione della rete e della realtà, credo che ne vedremo delle belle".
ERNESTO ASSANTE

mercoledì 10 marzo 2010

De Kerckhove: "Il futuro cammina su sentieri digitali"

[Mediablog 10/03/2010] Derrick de Kerckhove, sociologo belga naturalizzato canadese, allievo di Marshall McLuhan, è considerato uno dei maggiori studiosi mondiali di comunicazione e nuove tecnologie. Attualmente è docente alla facoltà di sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove tiene un corso di Sociologia della cultura digitale.

Hans Magnus Enzensberger ritiene che per studiare l’uomo non ci sia niente di meglio che la strada, un’esposizione universale perenne. Oggi abbiamo anche un’autostrada digitale, la rete, dove tutto, o quasi tutto, avviene. Quanto è importante essere sul web per capire il mondo?

"La virtualità raddoppia la società reale, anzi è la stessa cosa grazie alla nostra dimensione sociale in rete. In qualche modo virtuale e reale sono le facce della stessa medaglia. La nostra realtà è aumentata, condivisa, moltiplicata. Le cose che accadono adesso sono molto veloci: la strada ci dà la dimensione tattile, la dimensione cognitiva è sempre di più legata alla rete, a internet. Se l’uomo della strada ignora la rete si sbaglia completamente: da Napoli al Sud Africa noi siamo assolutamente immersi in un cambiamento profondo che tocca tutti i livelli della società".

I social media sono la nuova frontiera della comunicazione?

"Sì, lo sono in modo sorprendente. I social media sono una realizzazione molto attuale e si configurano come un passo ulteriore rispetto al Web 2.0. Il blog è stato un momento di maturazione di quanto stiamo osservando oggi. Era la molteplicità delle fonti, il pensiero che si esplica in tempo reale. L’idea di networking era legata alle televisioni negli anni 60 e 70. Solo in seguito si è trasferita sullo schermo del computer e la comunicazione è diventata bidirezionale. I social media sono l’estrema maturazione di questo processo".

Dove stiamo andando?

"Suppongo che il futuro vada verso lo sviluppo di computer quantistici, cioè basati sul calcolo quantistico, che superando la logica binaria “sì-no” saranno in grado di eseguire operazioni molto più efficaci dei computer classici. La conoscenza, il sapere, emergono da pressioni diverse come la sensazione tattile o il contesto ambientale in cui una determinata domanda è posta. Il quantum è capace di analizzare una quantità infinita di pressioni e dare risposte più precise. Il computer in futuro sarà sempre di più letteralmente coscienza in rapporto diretto con la mente umana. La macchina sostituirà sempre più il comando, l’operazione, la ricerca: si può immaginare che un giorno basterà pensare una cosa per vederla materializzare immediatamente sullo schermo".

La carta sopravviverà a internet?

Penso di sì. I media non si eliminano l’un l’altro, c’è piuttosto concertazione tra loro. Il libro da sostanza e conferisce autorevolezza a ciò che già esiste in rete. Ciò che passa velocemente nella rete si sostanzia nella carta che fissa il pensiero e lo approfondisce.

Pensa che l’informazione online debba essere a pagamento?

"Sicuro, anche se sono fra i pochi a dirlo. E’ giusto pagare quello che ti serve in rete come paghi un viaggio in aereo o un servizio che ritieni indispensabile per la tua vita. Certo devono essere trovate forme di pagamento più intelligenti di quelle brutali delle telecom. Oggi puoi far pagare la notizia, oppure mantenere la gratuità dell’informazione sfruttando la pubblicità. Sono strategie diverse, entrambe valide, ma resta il fatto che chi produce informazioni utili debba trovare un giusto compenso".

Come proteggere il diritto d’autore nell’era digitale?

"Con i creative commons che danno all’utente la possibilità di citare o usare testi o documenti o file audio e video alle condizioni stabilite sul digitale. E’ necessario accorciare i limiti dei diritti d’autore in modo da creare un mercato semi-regolato che disarmi gli abusi".

L’Italia è rimasta indietro nello sviluppo digitale rispetto ad altri Paesi?

"Sì, totalmente. L’Italia è un Paese molto più capace di quello che esprime in questo momento: un “fascismo elettronico” che si è manifestato con il decreto Alfano o la sentenza del tribunale di Milano che ha condannato i vertici italiani di Google. Dobbiamo stare attenti a non toccare la libertà e i diritti civili. La democrazia è un bene sostanziale della nostra società e va difesa. Anche contro chi vorrebbe imporre controlli sul web".

mercoledì 17 febbraio 2010

Il web 2.0 è forte: lo dice il Rapporto sulla multicanalità 2009 del MIP

[Working capital 17/02/2010]

Gli utenti multicanale sono ormai il 40% della popolazione italiana e il social networking fa ancora la parte del leone. I dati dell’Osservatorio Mulicanalità del Politecnico di Milano forniscono un interessante spaccato sull’uso del web nel nostro paese.

logo mip

Crossmedialità è il tormentone degli ultimi mesi per chi si occupa di nuove tecnologie: non ci si può più accontentare di inviare un messaggio attraverso un solo canale,

ma si devono cercare più strade attraverso cui veicolarlo e, se possibile, adattarlo di volta in volta a queste.

Proprio la diffusione dell’utilizzo di più mezzi di informazione è monitorata in Italia dalla School of Management del Politecnico di Milano con un Osservatorio ad hoc, che ha da poco sfornato, in collaborazione con Nielsen, Nielsen Online e Connexia, il Rapporto sulla multicanalità 2009.

Si tratta di dati particolarmente interessanti, che voi – progettisti, start-upper o semplicemente interessati al mondo dei nuovi media – dovete assolutamente conoscere, per capire bene qual è il mercato di riferimento che la vostra futura impresa si troverà ad affrontare.

Innanzitutto, per chi lavora sul web in Italia è imprescindibile sapere che i connazionali internauti hanno ormai raggiunto quota 23,6 milioni, che nel 2009 in media hanno navigato per 29 ore (l’11% del tempo in più rispetto all’anno precedente) e hanno visitato 2040 pagine pro capite. Si tratta di una crescita del 7%, ovvero 1,6 milioni in più, rispetto al 2008, determinata soprattutto da donne (+10%) e ultra cinquantaquattrenni (il 19% in più dell’anno precedente).

Mentre le news sono in ottima ripresa – crescono di ben il 20% i lettori che si informano in rete – il web 2.0 è ancora una dimensione centrale in rete: la popolarità dei social network non solo non è stata intaccata, ma l’incremento del 13% dei loro utilizzatori nell’ultimo anno conferma che è in forte crescita.

In Italia gli utenti dei social network sono infatti giunti a quota 16 milioni. 9 milioni di italiani hanno costituito delle community online, mentre 10 milioni utilizzano i blog e 4 milioni i forum. 2,3 milioni i commenti lasciati complessivamente su queste piattaforme in Italia durante lo scorso anno.

Occhio a questo dato: gli utenti multicanale sono 20,4 milioni, vale a dire il 40% dell’intera popolazione italiana.

La multicanalità è soprattutto mobile: dei 50 milioni di utilizzatori di telefonini nel nostro paese, uno su quattro possiede uno smartphone (percentuale che sale al 35% nei 25-34enni). 8,5 milioni di italiani navigano in internet dal cellulare e il 13% di essi usa facebook da mobile.

Multicanalità poi non vuol dire soltanto utilizzo di più mezzi, ma anche contaminazione tra questi. E se l’11% degli italiani guarda almeno una volta al mese un programma tv su internet, il 14% ascolta almeno una volta al mese una webradio e il 27% legge un giornale sul web nello stesso periodo.

Di fronte a questi numeri ha ancora molto senso parlare di nuovi media? Una cosa è certa: mentre le aziende stanno mettendo a punto nuove strategie per relazionarsi a un mercato e a un consumatore sempre più liquidi, il terreno è fertile per fecondare – e far fruttare, è il caso di dirlo – i semi di creatività che contribuiranno a un utilizzo sempre più intelligente e innovativo di questi mezzi. E, a quanto pare, pensare – e progettare – in un’ottica multicanale paga.

Per approfondimenti sulla ricerca: http://www.multicanalita.it/

Le tre C della nuova informazione

[Corriere della Sera 17/02/2010] Condivisione, comunità e conversazione: così cambia l’universo dei media

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NOTIZIE CORRELATE
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IL BLOG: «Mediablog», di Marco Pratellesi

In «L’ultima notizia» Massimo Gaggi e Marco Bardazzi delineano il futuro delle news

Le tre C della nuova informazione

Condivisione, comunità e conversazione: così cambia l’universo dei media

Le news del New York Times sul Kindle, il lettore multimediale portatile che consente anche di leggere interi libri (Afp)
Le news del New York Times sul Kindle, il lettore multimediale portatile che consente anche di leggere interi libri (Afp)
«La radio ha impiegato trentotto anni a raggiungere la soglia dei 50 milioni di ascoltatori. Alla tv ne sono stati necessari tredici. Internet ha toccato quota 50 milioni di utenti in soli quattro anni, e lo stesso traguardo è stato raggiunto dall’iPod in poco meno di tre». Quella a cui stiamo partecipando, volenti o nolenti, è la più grande rivoluzione mai avvenuta nel campo delle comunicazioni. Non solo per celerità (gli anni sono diventati mesi, i mesi giorni, i giorni ore) ma per il radicale cambiamento in atto nell’universo mediatico. Questa mutazione ha un nome e si chiama convergenza.

Convergenza significa che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la vecchia teoria secondo cui in una società la struttura mentale delle persone e la cultura sono influenzate dal mezzo di comunicazione egemone (il famoso slogan di McLuhan «il medium è il messaggio»).
Convergenza è la voce del molteplice, dell’indiscernibile, dell’ibridato. Nel settore delle telecomunicazioni, il cambiamento basilare consiste nel fatto che ciascun medium non è più destinato a svolgere un singolo tipo di prestazione, ma è in grado di diffondere più generi di servizi (radio, cellulare, tv, social network, ebook e altre forme interattive). E se è vero che i media formano nuovi ambienti sociali che includono o escludono, uniscono o dividono le persone con modalità inusuali, è altrettanto vero che i cambiamenti dei media inaugurano rituali inediti, collettivi e personali. A questo cambiamento radicale e globale Massimo Gaggi e Marco Bardazzi hanno dedicato un prezioso libro: L’ultima notizia (Rizzoli), utilissimo non solo agli addetti ai lavori, ma a tutti coloro ai quali sta a cuore la comprensione del presente. Invece di piangere sulla presunta fine dei giornali o sulla crisi della tv generalista o sui pericoli del Web, i due si sono comportati da esploratori responsabili, disegnando varie mappe di una inedita geografia mediatica e antropica, cercando di capire come gli individui si adattino ai nuovi quadri ambientali.

Il ritmo incalzante che i moderni media ci impongono costringe la nostra mente ad adeguarsi, sempre precariamente e provvisoriamente (come nei giochi), a continue novità, a paesaggi diversi, a fabulazioni sconosciute del mondo. Alla generazione Gutenberg, che vanta alcune centinaia di anni di adattamento e di formazione, sta subentrando una nuova generazione, i digital native. Chi sono questi «nativi digitali»? Sono tutti quei ragazzi che sono cresciuti con le tecnologie digitali (computer, smartphone, iPod, ecc...) e che hanno scarsa confidenza con libri e giornali. Non solo: quando hanno un rapporto con l’informazione lo hanno in maniera disinibita, leggono notizie mentre sono impegnati in altre attività (la famosa attitudine multitasking). «Mediamente – scrivono i due autori – si continua a dedicare un’ora di ogni giornata a informarsi ma, rispetto a quanto accadeva anche solo dieci anni fa, quando quel tempo era diviso tra giornale e tg, oggi per le loro informazioni molti ricorrono anche a Internet. E sempre più spesso, Facebook e Twitter diventano, specie per i giovani, porta d’accesso alle news».

Internet ha generato un mutamento culturale di portata epocale. Per la facilità di raggiungere un numero sterminato di fonti, e per l’idea stessa di rete. Noi siamo cresciuti con un concetto di trasmissione del sapere di tipo verticale, strutturato per gerarchie, articolato secondo una concezione piramidale (il sapere è conquista verso l’alto). Il Web ha reso orizzontale buona parte della nostra conoscenza: sulla rete un’opinione vale l’altra, proprio perché è posta sullo stesso piano. La rivoluzione della comunicazione in rete ha posto seri problemi sia agli editori che ai giornalisti. Dopo anni in cui è prevalsa l’ideologia dell’informazione free (sul Web no copyright) si è scoperto che a beneficiare di ingenti guadagni non sono i giornali, ma altri soggetti fino a quel momento sconosciuti al mondo della carta stampata: motori di ricerca tipo Google, portali, provider (più traffico c’è sulla rete più c’è guadagno per i fornitori di servizi). Con la crisi della pubblicità l’informazione non può più essere gratuita.

Il grande problema, che L’ultima notizia affronta con dovizia di esempi, è come far pagare le news. Come sostiene Ton Curley, amministratore delegato di Ap, la più grande agenzia d’informazione d’America, «dobbiamo fare in modo che gli aggregatori di notizie prodotte da altri e tutti quelli che oggi approfittano di una sorta di libertà di plagio smettano di usare questi contenuti in modo abusivo oppure paghino il servizio». Anche per i giornalisti, niente è più come prima. Non tanto per il mito del citizen journalism (l’utente che, grazie alle moderne tecnologie, si trasforma in informatore) che può funzionare bene nei casi di cronaca, negli incidenti, nelle tragedie, ma che rivela tutta la sua fragilità quando si sale di livello e si passa a quello dell’interpretazione.

Con la rete, il giornalista deve reinventare le sue competenze, capire che la convergenza comporta un uso simultaneo di più media (la scrittura, ma anche la radio, il video, eventualmente i social network). Come sostengono Gaggi e Bardazzi, «Internet e i social network hanno fatto emergere quella che potrebbe essere definita la "regola delle tre C" della comunicazione del futuro: condivisione, comunità e conversazione ». Così il libro termina regalando alcuni consigli pratici per cambiare pelle e sopravvivere: il futuro sarà multipiattaforma e l’informazione non sarà più totalmente gratuita; la «purezza » delle rete è un mito da sfatare (i blog possono e devono funzionare da contraltare all’informazione professionistica ma non la sostituiscono); non tutta la stampa è di regime e non tutti citizen journalist che usano Twitter sono santi; la carta deve sapersi fondere con il digitale imparando a raccontare il mondo con modalità diverse da quelle finora utilizzate e insegnate ancora in qualche vecchia scuola di giornalismo.

Aldo Grasso


lunedì 15 febbraio 2010

«Made in Chinatown» e il finale del film si sceglierà su Internet

[Corriere della Sera 15/02/2010] MILANO — Un video-viaggio personale e interattivo dentro la comunità cinese di Milano, una delle più vecchie e importanti d'Europa. Si chiama Made in Chinatown ed arriva su Corriere.it lunedì: è il primo esperimento di documentario cross mediale (ovvero fruibile in modi diversi su più piattaforme) fatto in Italia. Il regista Sergio Basso, autore del film Giallo a Milano - presentato con successo al festival di Torino del 2009, nei cinema delle principali città italiane dal 18 febbraio, in Francia da marzo e in dvd dopo l'estate -, ha realizzato, insieme al produttore Alessandro Borrelli della Sarraz Pictures srl, 58 videoclip in esclusiva per Corriere.it: i primi 38 andranno on line lunedì, i rimanenti tra due settimane.

La vita quotidiana della chinatown milanese, i personaggi, i luoghi, le domande «scomode»che ricorrono nella mente degli italiani (e dei cinesi). Ognuno potrà crearsi un percorso interattivo e vedere il film come vuole. Viaggiando liberamente e trasversalmente tra una clip e l'altra: attraverso la mappa di Milano, attraverso i sedici personaggi del docu-web o attraverso gli archetipi che compongono il film. Si potrà far iniziare il proprio documentario cliccando su una via di Milano, spostarsi «geograficamente» per clip attraverso la mappa della città e vederla attraverso i luoghi dove i video sono stati girati. Oppure selezionare l'opzione «personaggi»: dei 16 raccontati in «Made in Chinatown» si potrà seguire l'intera vicenda passando da un clip all'altro attraverso le varie sottostorie in cui ciascuno di loro appare. Oppure ancora si potrà navigare per «temi»: scegliendo il viaggio, la donna, il vegliardo, la guardiana, il guaritore, il giovane eroe, la finzione, il gioco, il ponte, l'uomo adulto o il sacro pezzo di carta si viaggerà in un personale percorso video sul singolo argomento con la possibilità di passare ai clip correlati.

Ogni video è poi integrato, per chi lo voglia, da testi di approfondimento. Due ore di immagini divise in 58 clip da due minuti ciascuno con una veste grafica semplice e efficace: due ore da montare e rimontare come un grande video-puzzle che ognuno può vedere come preferisce. Made in Chinatown è un web documentario con cui approfondire una storia o esplorare i racconti della comunità cinese di Milano attraverso gli occhi dei cinesi stessi, passando per i luoghi in cui le storie sono state raccontate e vissute. «Compresa la Cina dove una parte del film è stato girato», dice Sergio Basso, 35 anni, sinologo, laureato in lingue e letterature orientali a Venezia prima di iscriversi al centro sperimentale cinematografico di Roma e diventare allievo di Gianni Amelio (è stato assistente alla regia de La stella che non c'è girato nel 2005 in Cina). «Se chi naviga si accorgerà di vedere la vita di persone come noi e non quella di una comunità di alieni sarà un successo — prosegue il regista che è partito per la prima volta per la Cina a vent'anni —. Non c'è nessuna comunità a Milano, ci sono 30 mila cinesi in Lombardia che provano a sfangarla, non hanno alcuna preparazione industriale, hanno delle difficoltà e vivono in una realtà con cui si integrano poco. Per non parlare delle seconde generazioni, dei ragazzini nati qui con genitori cinesi che si trovano a cavallo di due culture che non sempre riescono a dialogare». Il film-documentario prende l'avvio dalla guerriglia che scoppiò intorno a via Sarpi, nota come la Chinatown milanese, il 12 aprile 2007 tra trecento cinesi e venti gazzelle della polizia accorse in aiuto dei vigili. Come si è acceso questo astio? È possibile indagarlo e raccontarlo? È vero che la comunità cinese è così chiusa e refrattaria? Made in Chinatown prova a rispondere a queste domande. Col vantaggio che ognuno può provare a trovare la sua risposta.

Iacopo Gori

Una Web TV fatta da e per i clochards

[Ciaoblog 15/02/2010]

Sta accadendo a Torre Annunziata. Il comune campano ha deciso – in seguito ad una proposta dell’artista multimediale Salavtore Sparavigna – di coinvolgere i senza tetto in un articolato progetto editoriale, il cui culmine consiste – per l’appunto – in una Web TV realizzata da e per i clochards.

Il re-inserimento nel mondo “ordinario” di donne e uomini che – per diverse ragioni – si sono allontanati dalle dinamiche che connettono gli esseri umani alla società in cui vivono, deve partire necessariamente dall’educazione al multimediale. Il nostro mondo è fortemente caratterizzato dalla presenza della Rete, con tutto ciò che essa implica e comporta; per tanto non solo è giusto, ma è necessario relazionarsi ai clochards consegnando nelle loro mani i nuovi mezzi di cui il mondo si serve; perché imparino ad utilizzarli e – magari – a rientrare attraverso di essi nelle dinamiche sociali.

Al giorno d’oggi, non sapere cos’è Internet, come si usa, quali sono le caratteristiche preponderanti del mezzo, equivale ad essere dei disadattati, degli esuli in patria. E non perché sia Internet sia di fondamentale importanza per la sopravvivenza, ma perché non si può prescindere dalla conoscenza del mezzo, così come non si poteva prescindere dalla consapevolezza di cosa fosse il “telefono” dopo la sua invenzione.

A monte di quest’iniziativa, c’è una percorso fotografico – ideato dallo stesso Sparavigna – in risposta ad una provocazione: Se la mia strada fosse stata un’altra?

Negli scatti del fotografo torrese si riconoscono, travestiti da clochards, volti noti della televisione, del teatro, della musica e dello sport napoletano.

Da Rispo a Carpentieri, da Colasurdo a Peppino di Capri, da Rosolino a Gragnianiello, sono in 12 ad essersi prestati a vestire – per qualche ora – i panni di un senza tetto.