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martedì 7 gennaio 2014

5 motivi per lasciare Facebook nel 2014

[Panorama 02/01/2014]
La prima ammissione è arrivata dall’azienda stessa. A ottobre del 2013 il team di Facebook aveva affermato come gli utenti più giovani fossero ai margini dell’ecosistema della piattaforma, con un utilizzo, su base giornaliera, minore che in passato. Un fuggi fuggi confermato a dicembre da Statista . Il “sentiment” pare essere quello di una saturazione globale di Facebook, non solo in termini di persone iscritte quanto di contenuti. Ecco qualche motivo che potrebbe bastare per convincervi a guardare oltre il social network di Mark Zuckerberg.
A nessuno interessa leggere quello che fai
Un calo di interesse che non riguarda i post in sé ma la forma in cui vengono pubblicati. La lettura non basta più a soddisfare l’umana curiosità e la voglia di pettegolezzo. Il 2013 ha dato uno scossone alla condivisione di foto e video che possano raccontare, più di un paio di righe di testo, cosa facciamo, con chi e perché. Non a caso il 2014 sarà l’anno di Instagram e Vine: ve lo avevamo detto .
Quanto conta (ri)tornare alla privacy?
La realizzazione del paradosso più grande: andiamo su Facebook per condividere ma ci preoccupiamo di quello che abbiamo condiviso. Il pericolo maggiore è che sulla nostra bacheca compaiano link, foto e contenuti dove siamo taggati ma dove non vorremmo mai essere, vuoi per principio, vuoi per pudore (tranne che non siate tra i fan dei gattini). Facebook, nel 2013, ha costretto le persone a controllare ogni singola impostazione di privacy, portando molti a cancellarsi dal network o a bloccare persone per non lasciare che invadessero la propria bacheca. Una serie di problematiche a cui Twitter non va incontro, pur rimanendo una rete globale.
Tu pubblichi, loro ti controllano
Alzate la mano se non vi è capitato, almeno una volta, di vedere attivata la funzione di localizzazione su Facebook mentre state inviando un post. Una “casualità” che avviene spesso su Android dove, grazie all’ A-GPS, l’app riesce a capire dove siamo, individuando la posizione dall’intreccio delle celle telefoniche. Un paio di post geo-localizzati possono raccontare a chi non vogliamo (parenti, amici, datori di lavoro) dove ci troviamo e magari cosa stiamo facendo. Per questo non serve Facebook, basta Foursquare.
Tu NON pubblichi, loro ti controllano
Qualche giorno fa è saltata fuori la notizia che Facebook sia in grado di leggere anche quello che si è scritto ma poi cancellato . A rivelarlo è ancora una volta il team di sviluppo che, durante il mese di dicembre, ha pubblicato uno studio che spiega l’avvio di un nuovo strumento di raccolta dati, in grado di leggere le frasi digitate dagli utenti e poi rimosse, senza che siano state mai pubblicate. La missione è quella di “capire perché gli utenti si auto-censurano” in determinate circostanze e situazioni. Eppure esiste un social network dove potete dire tutto, senza paura di far male a nessuno: www.worldtruth.org .
Sei messo continuamente in discussione
Avrà senso scrivere questo?”, “Chissà se in quella foto sono venuto bene?”, “Cosa penserà mia madre di questo post?”. Queste sono alcune delle frasi che ci circolano in testa prima di premere invio e pubblicare qualcosa. Facebook, più degli altri social network, ci mette in discussione, praticamente sempre. Non possiamo nemmeno fare i furbi e cancellare un contenuto pubblicato in piena notte, da ubriachi, eccitati o stanchi. In poco meno di un minuto quel contenuto, se di rilevanza (nel bene e nel male), viene ripreso, catturato e ricondiviso. Un recente studio del Dipartimento di Scienze Comportamentali della Utah Valley University ha evidenziato come gli utenti che passano più tempo su Facebook non sono di certo le persone più felici al mondo. Di 400 studenti intervistati “coloro che hanno utilizzato di più il social network erano concordi con l’affermare che le vite degli altri fossero migliori, considerando meno bella la propria”. Un’iniezione di autostima può arrivare da CircleMe , il social network “delle passioni”.
Antonino Caffo

Sei riflessioni sui social media per il 2014

[Vanityfair.it 02/01/2013]
Quindi, il Capodanno è andato, la parola più odiata dell’anno l’abbiamo eletta  - lovvo, per chi se la fosse persa – e io, che sono in montagna praticamente sempre senza connessione, ho scoperto con sollievo di non soffrire di sindrome FOMO ma di riuscire perfettamente a sopravvivere con qualche ora online al giorno anziché 24. In una delle due ore di connessione giornaliere, condivido alcuni spunti di riflessione – non previsioni, ché a tanto non mi azzardo – sull’evoluzione dei social media e soprattutto del nostro rapporto con loro per l’anno che arriva. Se invece amate chi prova a guardare il futuro e le previsioni le fa davvero, leggetevi quelle di Isaac Asimov per il 2014, scritte nel 1964. Buoni propositi non ne faccio, ma fate conto che siano i soliti: la dieta, lo sport, le sigarette, eccetera. Ah sì: la scritta della foto sopra era di cioccolato, l’ho mangiata, per buon auspicio. E buon anno.
1 Condividere meno, condividere con pochi Ce lo ha detto Nathan Jurgenson, ce lo conferma la direzione presa dai maggiori social media, sempre più impegnati a tutelare la privacy e a offrire possibilità per inviare messaggi privati a cancellare e modificare i contenuti. E’ finita l’era dell’apertura a tutti i costi e dei contenuti pubblicati per sempre, inizia quella della condivisione mirata, quasi ad personam, ed effimera. C’è chi dice che a soffrirne sarà soprattutto Facebook, già abbandonato in massa dagli adolescenti; vedremo.
2 Crederci davvero Il 75% delle Pmi europee è su internet e il 30% sui social, ma l’Italia è sotto la media Ue con il 67% ad avere un sito internet e il 25% (contro il 30%) ad utilizzare Facebook, Twitter o Youtube. (Dati Eurostat per il 2013, relativi alle imprese che hanno almeno 10 dipendenti.) In tutti gli ambiti, il cambiamento deve iniziare dall’alto. Se i grandi capi per primi non adottano i nuovi strumenti di comunicazione nel loro lavoro quotidiano, perché dovrebbero farlo tutti gli altri? Per una volta, non è un problema italiano: quasi il 70% dei 500 amministratori delegati più potenti al mondo, selezionati da Fortune, non hanno alcuna presenza sui social media. Del 30% che sceglie di esserci, quasi tutti (28%) lo fanno solo attraverso LinkedIn.
3 Esserci davvero Il 2014 sarà l’anno in cui le aziende dovranno fare una scelta: o fuori, o dentro. E visto che fuori dal web non si può stare, poiché coincide e coinciderà sempre più con il flusso delle altre attività, dovranno imparare a starci bene. Quindi, a non usare i social network come vetrine, brochure promozionali, canali unidirezionali, ma imparare finalmente a conversare e a rispondere. La strada da fare è molta: secondo uno studio Nielsen già nel 2012 più della metà dei consumatori si aspettava un servizio di customer care efficiente per risolvere problemi e controversie online. Oracle ha scoperto che l’81% degli utenti su Twitter attendono una risposta alle loro lamentele nello stesso giorno. A fronte di queste aspettative, una ricerca di Blogmeter ci dice che in Italia il numero delle aziende che segue i clienti sui social network è esiguo: il 2,4% di queste fornisce assistenza via Facebook e solo il 2% via Twitter. Secondo un altro studio di Sprout Social, nel 2013 le aziende hanno ricevuto in media il 175% in più di messaggi sui social rispetto al 2012. Il tasso di risposta ai messaggi, però,  è al di sotto del 20%, quindi 4 richieste su 5 restano a vagare nell’etere.
4 Tv, guardarla e non fidarsi. Poi commentare sui social
Secondo la VII Indagine di Demos-Coop “Gli Italiani e l’Informazione” per informarsi otto italiani su dieci scelgono ancora la televisione, anche se non si fidano più. Forse anche per questo cresce il numero di chi chi cerca notizie in Rete, percepita come libera e indipendente. La percentuale di chi usa Internet per informarsi è passata dal 31,7% del 2005 al 47,9% di oggi; la radio tiene ancora (39,5%), la carta stampata è cresciuta soltanto dello 0,1 per cento rispetto al 2012 (ferma al 25,4%). Va detto anche che la tv beneficia e beneficerà probabilmente sempre di più del fenomeno Social Tv.
5 Social, sempre più mobile A livello mondiale, il 60% circa di coloro che frequentano i social media lo fanno perlopiù in mobilità, su smartphone e tablet. Questo per dire che mentre da noi ci si balocca ancora con il dubbio amletico del Digital First, oltreoceano stanno già pensando – e da un po’ – al Mobile First.
6 Lavoro: se c’è, si trova online Tutti gli indicatori lo confermano: se volete trovare o cambiare lavoro, mettete mano ai vostri profili online e curate l’immagine che un selezionatore un po’ sgamato può ricomporre seguendo le tracce che lasciate sul web. Imparate a usare bene i social media come strumenti di comunicazione, non solo per pazzeggio, perché chi vi potrebbe assumere inizia a dare le competenze social per scontate. Ah, e non mentite: troppo facile scoprirvi. Altri suggerimenti qui.
Barbara Sgarzi

mercoledì 20 novembre 2013

#eJournalism, il 96% dei giornalisti Uk usa i social media per lavoro

[Key4biz 18/11/2013]

Quasi tutti i giornalisti del Regno Unito usano i social media per lavoro, tutti i giorni. E' l'indicazione di un sondaggio compiuto su 589 giornalisti del paese nell'ambito del "2013 Social Journalism Study" curato da Cision e dalla Canterbury Christ Church University, secondo cui il 96% è sui social media ''tutti i giorni'' e il 92% usa soprattutto Twitter.
Un fortissimo aumento rispetto al 70% di due anni e all'80% che l'anno scorso diceva di utilizzare Twitter (Figura 1).

Il 42% loro ritiene che i social media "siano così importanti che ormai non sarebbero in grado di svolgere il loro lavoro senza di essi" , aggiunge il rapporto. [Leggi tutto...]

La storia dell’hasthag: il celebre simbolo di Twitter

[16/11/2013 Pionero Digital Innovation]

Proprio nei giorni in cui si assiste al grande successo della quotazione in borsa di Twitter – il popolarissimo Social Network per il microblogging – Offerpop ha pubblicato una interessante infografica per rendere omaggio alla storia dell’hashtag e delinearne in qualche modo il futuro, dove questo semplice simbolo ricoprirà un ruolo sempre più centrale per definire trends, collegare in tempo reale le conversazioni, l’organizzazione dei dati sociali e il rapporto tra aziende e clienti.
Per  i pochi chi non ne fossero a conoscenza, ricordo che l’hashtag (#) è il simbolo del carattere “hash” (cancelletto, da non confondere con il diesis) utilizzato per creare etichette (tag) finalizzate a facilitare la ricerca dei contenuti nel mondo social.
Questo simbolo, utilizzato in rete per la prima volta per etichettare i gruppi e gli argomenti di IRC (Internet Relay Chat) -  la prima chat web della storia – è poi diventato celebre grazie al suo utilizzo su Twitter, dove da semplice elemento per raggruppare conversazioni o argomenti è diventato il più potente e pervasivo strumento dei social media. Basti ricordare il ruolo fondamentale giocato da Twitter e dall’hashtag #IranElections per denunciare la repressione delle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali del 2009.
L’hashtag si dimostra anche uno strumento perfetto per fare controinformazione, grazie alla sua natura difficilmente controllabile. Sono numerosi i casi di questo tipo di utilizzo dell’hashtag, forse il caso recente più importante di quella che viene definita eterogenesi dei fini del social media marketing italiano è quello della campagna pubblicitaria di Enel guidata dall’hastag #guerrieri.
L’esplosione della comunicazione mobile, che domina con il 60% dei tweet inviati, ha fatto il resto: ad oggi circa il 70% delle comunicazioni fatte sui social contiene un hashtag e un tweet che ne contiene almeno uno ha il 50% di probabilità in più di essere ri-twittato.
Dopo Twitter infatti, Instagram, Google+ e per ultimo Facebook han deciso di adottare l’hashtag come strumento per veicolare e raggruppare le discussioni e le campagne di social media marketing.

Francesco Montanari

Eccovi l’infografica:



Infografica hashtag

lunedì 4 novembre 2013

Web: l’Italia e' piu' Social degli Stati Uniti

[La Voce 25/10/2013]

Secondo una ricerca di LiveXtension, agenzia di marketing e comunicazione dell’incubatore Digital Magics, l’Italia è più social degli USA. l’Italia avrebbe infatti un tasso di penetrazione dei social network maggiore rispetto agli USA, soprattutto fra gli over 50

Incrociando i dati sull’utenza internet americana del report Pew Research 2013 (aprile-maggio) e quelli italiani di Audiweb (giugno 2013) è emerso che la penetrazione americana – rispetto a coloro che usano la rete – dei social network è del 72%, in Italia è invece del 75% (20.597.000 milioni di italiani utilizzano almeno un sito di social networking), sfiorando nei mesi scorsi l'80%.

Un segnale inatteso è dato dall’analisi della diffusione dei social network per fascia d’età: se in Italia la popolazione più anziana è decisamente meno digitale che altrove, quando utilizza internet è invece super social: oltre il 60% degli utenti internet italiani over 64 usa anche i social network. Negli Stati Uniti sono solo il 43%.

Per quanto riguarda invece la fascia d’età 50-64:
il 60% degli americani usa i social, mentre in Italia è il 75%.1

Una verifica ulteriore di questo fenomeno è stata effettuata confrontando i dati relativi al mese di luglio 2013 di Nielsen USA e di Audiweb per quanto riguarda l’uso dei social network. Pur con qualche differenza rispetto ai dati di Pew Research, il “vantaggio” italiano rimane.
La penetrazione complessiva dei social network in America è del 63,4% e sui 50-64 del 65,4%. In entrambi i casi siamo lontani dai dati del nostro Paese, gli Italiani che navigano sui social network corrispondono al 73% e al 74,5% nella fascia 50-64 anni. Per quanto riguarda gli over 64 gli USA si allineano al dato italiano del 60%.2.
Sono gli italiani over 50, insomma, che rendono l’Italia più social rispetto al Paese che ha inventato i social network! Questi siti rappresentano un fenomeno assolutamente di massa, che coinvolge ormai larghissime fette degli utenti internet di tutte le età, non solo quelle più giovani.

Facebook non è più il sito preferito dai teenager americani. La competizione tra i social network è aperta

[ Prima On Line 26/10/2013]
Facebook non è più il social network più apprezzato dai teenager degli Stati Uniti. Lo comunica il rapporto semestrale sulle abitudini dei teenager americani di Piper  Jaffray, riportato dall’Huffington Post Usa. Ora è il sito preferito solo dal 23% degli under 20, mentre nel 2012 era la pagina più visitata dal 42% dei teenager.
“Ho creato un account Facebook al mio sesto anno della scuola primaria, per un po’ ne sono stata ossessionata. Poi ho scoperto Twitter e Instagram e ho dimenticato Facebook”, così una ragazza di 14 anni ha dichiarato al centro di ricerca Pew Research durante un’intervista del sondaggio Teens, Social Media and Privacy. Dal rapporto di Piper Jaffray però emerge che anche Twitter è in calo (ha perso 4 punti negli ultimi sei mesi).
Secondo Pew Research il social network di Zuckerberg è ancora il social network con il maggior numero di utenti registrati: il 94% dei ragazzi statunitensi ha un profilo Facebook, il 24% ha un account Twitter e l’11% è registrato a Instagram (che è di proprietà dello stesso Facebook).
Utilizzo dei social network tra i teenager americani
Dal rapporto di Piper Jaffray però non emerge un nuovo vincitore: Twitter supera (di poco) Facebook, mentre Instagram è quello che registra la crescita più rapida. Il dato più significativo è la categoria “altri”: si riferisce a servizi sociali neonati come Vine e Snapchat che, nel sondaggio, non hanno una categoria precisa. Si può concludere che, se fino ad ora, i social network hanno avuto un re, Facebook, adesso c’è una reale competizione nel mercato. E conquistare quote tra i teenager sembra un obiettivo chiave.
La strategia di Facebook (che non ammette di avere un problema con i giovani) consiste nel rassicurare gli investitori. Zuckerberg infatti ribadisce che la quasi totalità dei teenager americani ha un profilo sul suo social network. Ma essere registrati è diverso dall’utilizzare un sito in modo attivo (ed è ciò che interessa agli investitori pubblicitari). L’Huffington Post Usa commenta: “Registrarsi a Facebook è una cosa, cliccare ‘Mi piace’ è un’altra”.

lunedì 23 settembre 2013

The innovation of loneliness: i social network ci fanno sentire soli?

[Ninja Marketing 20/09/2013]
Per ogni marketer è importante seguire i trend che caratterizzano una società in un dato periodo, essere a conoscenza dei pro e dei contro e valutarne i benefici per la propria strategia. Ecco perché oggi, invece di parlarvi dell’ultima campagna non convenzionale, abbiamo scelto di proporvi una riflessione sul difficile rapporto tra la solitudine dell’essere umano e i social network.
“Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Questa affermazione di Arthur Schopenhauer ci è utile per introdurre una interessante infografica animata opera di Shimi Cohen da cui parte la nostra riflessione. [Leggi tutto...]

Internet e social media, ecco come navigano gli studenti lombardi

[Data Manager Online 19/09/2013]


I liceali usano internet per informarsi, gli studenti degli istituti professionali pubblicano musica e video. Ma tutti sono sui social network. Ecco quanto rivela uno studio dell’Università di Milano-Bicocca condotto su oltre duemila studenti delle scuole superiori lombarde. Secondo i dati, un uso intenso di internet si associa negativamente al rendimento scolastico

Trascorrono circa tre ore al giorno in Rete, principalmente chattando sui social network (83 per cento) e cercando informazioni e approfondimenti (53 per cento). Ma per ogni ora passata in più su Internet, l’apprendimento (calcolato utilizzando i dati INVALSI) cala di 0,8 punti in italiano e di 1,2 punti in matematica.

È quanto emerge dall’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde (scarica il report completo), condotta dal Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, ricercatore in Sociologia dei media e con la supervisione scientifica di Giorgio Grossi, ordinario di Sociologia della comunicazione. Alla ricerca ha collaborato anche l’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La ricerca è stata svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e ha analizzato le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Per la prima volta in Italia, inoltre, ha associato l’utilizzo dei media digitali ai livelli di apprendimento, utilizzando i dati dei test SNV/INVALSI. Il campione è rappresentativo per tipo di scuola e area geografica.
Internet, social media e apprendimento

Dai dati emerge una relazione negativa tra alcune pratiche di uso della rete e l’apprendimento in italiano e in matematica. In una scala da 0 a 100, per ogni ora passata in più su internet a casa l’apprendimento cala di 0,8 punti in italiano e di 1,2 punti in matematica. Tale calo è ancora più marcato se si considera solo la quota di tempo che gli studenti trascorrono online per motivi di studio: meno 2,2 punti in italiano e meno 3,2 punti in matematica. Inoltre, gli usi poco frequenti e molto frequenti della rete sono associati alle performance peggiori, mentre gli utilizzi moderati sono associati a quelle migliori.
L’identikit dello studente online

La posizione sociale dei ragazzi non si associa più direttamente all'intensità del loro uso di Internet, anzi i ragazzi dei centri di formazione professionale hanno superato quelli dei licei e dei tecnici nel tempo speso online. La permanenza online dello studente medio è infatti di circa 3 ore giornaliere, ma i ragazzi dei licei stanno online in media circa 2 ore e 48 minuti, quelli dei centri di formazione professionale circa 3 ore e un quarto.

Per quanto riguarda invece l’utilizzo dei social network, Facebook è protagonista: l’82 per cento degli intervistati possiede un profilo e il 57 per cento lo tiene addirittura aperto mentre fa i compiti. Tuttavia emergono due stili d’uso: uno più chiuso con poche informazioni condivise online, profilo privato e con contatto prevalentemente con persone conosciute offline (tipico dei ragazzi dei licei e di chi ha genitori istruiti) e uno più aperto alle nuove conoscenze online con molte info messe a disposizione e profilo aperto (più frequente tra gli studenti con meno risorse culturali ed economiche: il 35 per cento degli studenti dei Centri di formazione professionale hanno un profilo completamente pubblico contro il 18 per cento dei liceali).

I genitori sono percepiti dai ragazzi come meno competenti di loro e sembrano non essere in grado di fornire competenze digitali avanzate. Un po’ più competenti i genitori dei liceali che sono anche quelli che controllano maggiormente i tempi di utilizzo del computer dei figli.

L'uso di Internet per la scuola appare diffuso (il 32,4 per cento cerca informazioni che non trova nei testi, il 41 per cento scambia informazioni con i compagni) ma poco guidato da genitori e insegnanti, cosa che spiega probabilmente anche la relazione non incoraggiante di queste attività con l’apprendimento.

Il livello di competenza digitale critica (inteso come capacità di valutare le fonti, capire i rischi, comprendere la natura dei contenuti) mostra disuguaglianze per tipo di scuola e tra italiani e figli di immigrati (i liceali rispondono correttamente al 69 per cento delle domande del test, gli studenti dei Centri di formazione professionale solo al 56 per cento; simile divario si nota tra figli di italiani e figli di genitori immigrati). In generale, i deficit più importanti si riscontrano nel riconoscimento critico di indirizzi web, la consapevolezza dei meccanismi commerciali del web e la valutazione del livello di affidabilità dei contenuti. Ad esempio solo il 32,7% ha risposto correttamente a una domanda dettagliata sul modo in cui funziona Wikipedia, un’analoga percentuale (34,8%) riesce a riconoscere una pagina di login falsificata a partire dall’indirizzo web, e il 33% si rende conto dello scopo di lucro dietro a siti commerciali di uso comune.

«Quelli che vengono definiti nativi digitali appaiono invece bisognosi di guida rispetto agli usi significativi della Rete», afferma Marco Gui. «C’è oggi un grande spazio di intervento per scuola, istituzioni e ricerca nell’identificazione e promozione di “diete mediali” che supportino lo sviluppo scolastico e personale dei ragazzi».

L’indagine, supportata da Regione Lombardia e dall’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, si iscrive nell’insieme di iniziative della Regione allo scopo di facilitare l’interazione tra studenti e scuole sul tema delle nuove tecnologie della comunicazione.

martedì 3 settembre 2013

L’uso dei social network tra adulti e adolescenti in un’infografica

[PMI servizi 30/08/2013]

I social media sono potenti strumenti di comunicazione entrati nella quotidianità della maggior parte delle persone, indipendentemente dall’età.
L’uso che viene fatto dei diversi social network offerti dalla rete è però diverso in base all’età dell’utente, probabilmente a causa delle diverse esigenze ma anche perché i più giovani sono cresciuti a stretto contatto con le nuove tecnologie a differenza di chi, già adulto, si è confrontato con nuovi modi di comunicare online attraverso mezzi quali Facebook e Twitter.
L’infografica che segue, realizzata per NextAdvisor.com, mette a confronto l’utilizzo dei più diffusi social network da parte di ragazzi e adulti, sulla base di recenti studi del Pew Research Center, ponendo l’accento sulle preferenze dei diversi target per le piattaforme social più diffuse sul web: Tumblr, instagram, Pinterest, Twitter e Facebook.
I dati mostrati dell’infografica analizzano essenzialmente tre aspetti:
  • In che percentuale adulti e ragazzi utilizzano i social media
  • Quali sono i social network preferiti dai due diversi target
  • Quali le percentuali in base alle fasce d’età degli utenti social
I dati mostrano che l’81% degli adolescenti utilizza i social network ma anche che gli adulti non sono poi così distanti da questo mondo aggiudicandosi una percentuale di utilizzo di tutto rispetto: il 72%.
Per quel che riguarda nello specifico le piattaforme scopriamo che i teenager rimangono fedeli ai social network più consolidati, ovvero Facebook (94% contro il 67% degli adulti) e Twitter (26% contro il 18% degli adulti), mentre sono gli adulti che si avvicinano con maggiore frequenza a nuove reti, soprattutto nel caso di Pinterest, ma anche per Instagram e Tumblr, anche se con una percentuale di poco maggiore rispetto ai ragazzi.
La fascia d’eta di utenti più coinvolti dai social media è quella che va dai 18 ai 29 anni (89%), subito a seguire i giovanissimi di età compresa tra i 13 e i 18 anni (81%).
Infografica social media adulti e ragazzi

lunedì 5 agosto 2013

Business Insider, in Usa social network sempre più "mobili"

[Corriere delle comunicazione 02/08/2013]
Il collegamento ai social network sta avvenendo sempre più in mobilità negli Usa. Come riporta una recente ricerca di Business Insider, in media gli utenti dei social media si collegano per il 40% del loro tempo da dispositivi mobili, ma Twitter e Facebook hanno già sorpassato la soglia del 50% e Foursquare e Instagram toccano il picco del 99%.
Le “regine” del mobile sono proprio la rete sociale basata sulla geolocalizzazione, disponibile tramite web e applicazioni per dispositivi mobili, e la piattaforma per condivisione immagini acquistata da Facebook (da poco lanciatasi anche nei video). [Leggi tutto...]

lunedì 26 novembre 2012

I nativi digitali italiani: il 91% dei ragazzi è sui social network

[23/11/2012 Gizmodo]
In Italia, i giovani tra i 18 e i 30 anni, i cosiddetti nativi digitali, quelli cresciuti (o addirittura nati) durante il boom dei social network e del web 2.0, sono il 14% della popolazione, la percentuale più bassa di tutta Europa. Di questi, il 91% è iscritto a un social network, il 55% è iscritto a un forum, il 34% segue uno o più blogger con continuità, il 17% ne ha uno proprio.
Sono i dati emersi dalla ricerca “Generazione 2.0 Made in Italy” presentata a Milano e condotta da Federico Capeci di Duepuntozero Reasearch (Gruppo Doxa) e promossa da Asseprim, l’Associazione nazionale dei servizi professionali per le imprese.
Secondo la ricerca, che ha esaminato un campione di 1.500 casi rappresentativi degli utenti di internet italiani suddivisi per fascia di età, sesso, area geografica, istruzione, utilizzo internet, la generazione 2.0 italiana risulta connessa, globale e interattiva attraverso video, foto e testi in blog, forum e social network. Un dato che non stupirà molti di voi che a questa categoria appartengono e vivono la cosa in amniera assolutamente naturale.
Tra i siti più frequentati compaiono, prevedibilmente, Youtube, Facebook e Wikipedia, che di fatto rappresentano l’intrattenimento, la socialità e l’informazione, spesso contemporaneamente.
I giovani 2.0, poi, consultano post e commenti nel web (65%), partecipano a concorsi a premi e consultano/acquistano in gruppi d’acquisto (63%), scrivono qualcosa di sé e dei propri pensieri (61%) e seguono i consigli in rete di persone che non conosce (59%).
L’esito della ricerca è che per relazionarsi con questo target enti, istituzioni, genitori e imprese devono comprendere e agire secondo lo S.T.I.L.E. 2.0: S come socialità, T come trasparenza, I come immediatezza,L come libertà, E come esperienza. Questi sono i parametri di base emersi dalla ricerca “Generazione 2.0 Made in Italy”.
“Non si può più prescindere dall’online e dal ‘mondo digitale’ con cui, per lavoro o intrattenimento, dobbiamo relazionarci tutti i giorni – ha dichiarato Umberto Ripamonti, Presidente di Assirm -. Anche le aziende stesse stanno sempre di più puntando su questo strumento per le iniziative di marketing e, secondo i dati Kantar, nel 2012 gli investimenti delle aziende in attività di Digital Marketing sono cresciuti del 3,3%“.
“La ricerca offre un interessante spaccato sociologico sulla riconfigurazione comportata dalle nuove tecnologie, ed in particolare da Internet, di esperienze, comportamenti, atteggiamenti e vissuti dei giovani Italiani oggi- ha osservato Guendalina Graffigna, Vice Direttore del Centro Studi Assirm -. Quello che l’autore definisce il nuovo ‘S.T.I.L.E’ della generazione 2.0, le cui ricadute sul piano delle strategie di comunicazione e marketing delle aziende, nonché degli approcci della ricerca di marketing, appaiono tutte ancora da esplorare e metabolizzare…una bella sfida, insomma, per la nostra community professionale”.
[Fonte: Assirm]

lunedì 15 ottobre 2012

Bambini sicuri sui social media

[14/10/2012 Città Nuova Online]
I bambini sono oggi nativi digitali. Sembrano conoscere il mondo virtuale del web e cosa farci quasi di default. Ma questo spazio non sempre è un luogo adatto a loro, alle loro giovani menti, alla loro età, alla loro inesperienza del mondo, quello reale. Spesso i genitori temono quello che possono fare in Rete tutto il giorno. Ma da una parte non riescono, o non vogliono, staccarli dagli schermi e dall’altra, troppo spesso, non sanno come difenderli durante la navigazione.

Sensibilizzare figli e genitori a un uso consapevole di questi strumenti si può. È l’ambizioso obiettivo che si pone il progetto "Safe Social Media". Abbiamo incontrato la dott.ssa Francesca Ranni, coordinatrice del progetto per l’associazione "Davide.it Onlus", capofila del progetto, che ci ha spiegato meglio in cosa consiste.

In cosa consiste "Safe Social Media"?
«Safe Social Media è un progetto finanziato dal programma dell'Unione europea Daphne III e mira a prevenire e combattere la violenza presente nei social media, strumenti oggi sempre più utilizzati da bambini e ragazzi. Iniziato a gennaio 2011, è promosso da tre organizzazioni: l'associazione "Davide.it", che da anni si occupa di tutela dei minori online, con sede a Torino, "Intermedia consulting", con sede a Roma e l'organizzazione spagnola "Cece". Finora ha visto coinvolti 6 mila adolescenti di oltre cinquanta scuole medie e superiori italiane, con i loro genitori e insegnanti. Un percorso analogo è stato fatto in Spagna».

Parliamo dei pericoli online: quali sono quelli più prossimi ai bambini e come evitarli?
«Le nuove tecnologie sono una grande risorsa, ma comportano anche dei rischi, perché è più semplice entrare in contatto con contenuti violenti, nocivi, per i quali i ragazzi non possiedono ancora i giusti strumenti d'interpretazione. Il discorso vale sia per Internet che per i videogiochi. Sui social network occorre scegliere con cura le persone con cui entrare in relazione e pensare bene prima di postare foto o commenti: tutto ciò che si mette su Internet rimane per sempre! Attenzione anche alle azioni di cyberbullismo: i ragazzi non devono contribuire alla loro diffusione, ma “spezzare la catena” e parlare con gli adulti di cui si fidano». 

Come ridurre i contenuti violenti non adatti ai più piccoli?
«
Installare un buon filtro per la navigazione, che protegga da contenuti nocivi e non adatti è un buon punto di partenza, ma è poi fondamentale agire dal punto di vista educativo. Nell'indagine condotta per "Safe Social Media" emerge che appena il 35 pe cento dei ragazzi parla in famiglia di cosa succede online: un dato allarmante. I genitori devono essere vicini ai propri figli anche in questo aspetto così importante della loro vita, che occupa gran parte della giornata. Devono parlare con loro, capire cosa fanno su Internet, quali siti frequentano, come usano i social network e poi dare alcune semplici regole, come fanno già nella vita reale. Per il mondo virtuale spesso valgono gli stessi princìpi: non dare confidenza agli sconosciuti, trattare con rispetto i propri amici, essere responsabili nel prendere decisioni sono alcuni di questi».

Discrepanze generazionali. Come aiutare genitori e insegnanti a trasformarsi in protagonisti digitali?
«Siamo convinti che coinvolgere genitori e insegnanti, cioè le figure di riferimento più importanti nell'educazione e nella crescita dei ragazzi, sia fondamentale. Per questo "Safe Social Media" tenta un approccio educativo congiunto, con incontri formativi destinati agli adulti e materiale di approfondimento che è possibile reperire anche sul sito web del progetto».

Il vostro è un progetto ambizioso. Quali sviluppi futuri prevede?
«Questa edizione del progetto durerà fino a gennaio 2013 e vedrà la pubblicazione dei risultati dello studio che stiamo conducendo sugli stili di vita digitali degli adolescenti italiani e spagnoli. Per il futuro ci auguriamo, in presenza di adeguate risorse, di poter coinvolgere sempre più ragazzi e offrire a sempre più famiglie l'opportunità di una formazione su temi così importanti ma ancora trascurati dai curricula scolastici tradizionali».
Eloisa De Felice

lunedì 10 settembre 2012

Il curriculum diventa social

[La Stampa.it 05/09/2012]
Se volete avere piu' chanche di raggiungere la realizzazione professionale, entrate in rete. Secondo la ricerca internazionale "Business etiquette " condotta da Robert Half, nell'era digitale i social network rappresentano una possibilita' di attrarre attenzione professionale positiva, a patto di rispettare alcune regole.
Social network, usare con cautela
L'indagine svolta da Robert Half sottolinea l'importanza che social network come Facebook, Linkedin e Twitter stanno assumendo nella delicata fase della ricerca del lavoro. L'associate director di Robert Half, Erika Perez, commentando i dati raccolti fa notare come oggi il 41% dei selezionatori verifichi le referenze degli aspiranti candidati sui profili di Facebook e di Twitter.
Diviene fondamentale, dunque, fare un uso corretto delle proprie bacheche e pagine personali. Nella sua ricerca, la Robert Half stila le regole da rispettare per mantenere un comportamento appropriato. Di seguito le riassumiamo punto per punto.
Per avere successo con i social network, bisogna:
1- manifestare un punto di vista, condividendo articoli e notizie rilevanti e offrendo un valore aggiunto formulando osservazioni che potrebbero essere non ovvie per gli altri.
2- instaurare rapporti con gli altri, raccogliendo osservazioni sul proprio network.
3- proporsi come un punto di riferimento per i propri contatti, postando idee professionali, ritwittando i post altrui, ringraziando per i ritweet ricevuti (questo aiutera' ad allacciare i rapporti con i follower, incoraggiando discussioni).
4- connettere Twitter e LinkedIn per ottenere maggiore visibilita'.
5- cercare di aggiungere almeno una persona al proprio network ogni settimana: i profili in crescita sono piu' visibili di quelli stagnanti;
6- arricchire il proprio profilo con piu' informazioni possibili, aggiungendo competenze chiave e chiedendo ad ex colleghi di scrivere una raccomandazione: si otterra' cosi' una maggiore visibilita' del proprio percorso lavorativo;
7- restare focalizzati sulle attivita' professionali, evitando frivolezze: si potrebbe perdere l'interesse di chi desidera ricevere informazioni di lavoro;
8- mantenere un certo riserbo ed evitare gli sfoghi personalii commenti negativi sul capo o sui colleghi o le informazioni confidenziali possono essere lette dalla persona sbagliata.
M. Campodonico

giovedì 30 agosto 2012

Social Media e tv, un binomio inscindibile

[Il Giornale.it 29/08/2012]
Secondo una ricerca effettuata da Ericsson ConsumerLab utilizzare i social network mentre si guarda la tv sta diventando un fenomeno di massa.
Il 62% dei consumatori infatti utilizza i social media mentre guarda la TV, su base settimanale, registrando un incremento del 18% rispetto allo scorso anno. Anche in Italia questo fenomeno sta diventando sempre più comune: nel nostro Paese la percentuale sale al 69%. In rapporto al genere degli intervistati, il 66% delle donne dichiara questa abitudine, contro il 58% degli uomini. In particolare, il 25% dei consumatori a livello globale utilizza i social media per discutere in tempo reale ciò che sta guardando, percentuale che in Italia si attesta invece intorno al 30%. I dispositivi mobili inoltre stanno avendo un ruolo importante nella fruizione della TV, come dimostra il fatto che il 67% dei consumatori utilizzi smartphone, tablet, o PC portatili per la visione di TV e video. Inoltre, il 60% dei consumatori afferma di utilizzare servizi on-demand almeno una volta alla settimana.
E anche guardare la TV in mobilità sta diventando una pratica sempre più diffusa: il 50% del tempo speso nella visione di TV e video su smartphone avviene fuori casa, tendenza in crescita il cui aumento è facilitato dalle connessioni a banda larga mobile.
Anche se le modalità di fruizione e i bisogni stanno cambiando, solo l'8% degli intervistati dichiara di voler ridurre i propri abbonamenti TV in futuro. Infatti, piuttosto che prestare attenzione alla riduzione dei costi, i consumatori sono disposti a pagare di più per una migliore esperienza di fruizione tanto che il 41% dichiara di essere disposto a pagare per TV e video in alta definizione.
La propensione alla spesa deriva anche dal fatto che oltre la metà dei consumatori vuole poter scegliere la propria TV e contenuti video. I dati sono stati rilevati in Brasile, Cile, Cina, Germania, Italia, Messico, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti. Complessivamente, sono state condotte e 12mila interviste, rappresentative di più di 460 milioni di consumatori.
Maddalena Camera

Usa 2012, siti e social network al servizio degli elettori

[TM news 30/08/2012]
Livestreaming, notizie in tempo reale, articoli che rimbalzano da un profilo all'altro. Il Web non è mai stato così coinvolto nelle elezioni americane. Si diceva anche nel 2008, quando Barack Obama puntò molto su Internet, ma rispetto al 2012 non avevamo ancora visto niente.Facebook ha mandato un team in trasferta alla convention repubblicana di Tampa e farà la stessa cosa con i democratici a Charlotte."Adesso ci sono più persone iscritte a Facebook di quante fossero registrate per il voto nel 2008 - dice il manager del team Noyes - la consapevolezza riguardo ai social media è cresciuta".Facebook ha anche realizzato due progetti con CNN: uno è "i'm voting", app per condividere opinioni sui temi elettorali; l'altro è "Facebook Election Insights" che permette di studiare la popolarità dei candidati a seconda di quanti parlano di loro sul social network, con statistiche Stato per Stato, servizio simile a quello messo in campo da Twitter, con "Political Index".Google ha schierato tutti i suoi strumenti, dal social network Google+ a YouTube. Per le due convention è stato organizzato un servizio di livestreaming, che continuerà anche la notte delle elezioni. Nella nuova "sezione Politics and elections" invece, vengono raccolte tutte le news e i video. Per i militari e i residenti all'estero c'è un'area speciale con tutte le istruzioni per il voto via mail.

venerdì 13 luglio 2012

Facebook rende stupidi?

[L'Espresso 11/07/2012]
Altro che regno della libertà. Internet assomiglia sempre di più a una specie di casa dello studente globale e abbacinante che ci incarcera in una vita forzosamente pubblica. Colpa dei social media, che frantumano la nostra identità costringendoci a vivere continuamente fuori da noi stessi. E che mettendoci a nudo, sacrificano la nostra privacy alla tirannia utilitaria delle corporation digitali.

Almeno così la pensa Andrew Keen nel suo ultimo libro "Digital Vertigo: How Today's Online Social Revolution Is Dividing, Diminishing, and Disorienting Us". Ovvero come la rivoluzione in salsa social del Web che non risparmia nessuna attività, neppure quelle più tradizionalmente isolate e individualistiche, quali la lettura, ci sta traghettando in un'era di "ipervisibilità" e di ipertrofia dell'ego. Con pesanti conseguenze sociali e psicologiche.

Una tesi piuttosto forte che però, considerata la provenienza, non stupisce. Keen è un saggista e imprenditore della Rete di origine britannica che ama fare il bastian contrario. Nel 2007 destò scalpore il suo "Dilettanti.com", un saggio-pamphlet in cui si scagliava contro il Web 2.0, la produzione amatoriale di contenuti e la loro condivisione gratuita. E il sottotitolo non lasciava spazio a compromessi: "Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia". Una critica a Internet che però oggi, riformulata nel nuovo libro appena uscito sul mercato internazionale (per l'Italia è in corso una trattativa con un editore), si avvicina alle preoccupazioni espresse da altri intellettuali (e anche da molti utenti). Non stiamo cioè cedendo troppo dei nostri dati e del nostro controllo sugli stessi alle grandi aziende della Rete? "L'Espresso" lo ha chiesto a Andrew Keen.

Perché secondo lei la condivisione on line è una trappola?
«Lo è su tre livelli. Il primo è che Facebook - ma anche Google - l'hanno trasformata in un prodotto da vendere agli inserzionisti. E i consumatori, che sono sempre più spinti a essere trasparenti, a rivelarsi, finiscono col cedere informazioni e quindi potere alle aziende. Perché quelle stesse informazioni possono essere usate in tanti modi, anche per negare un lavoro o una copertura sanitaria. Il secondo livello è che anche i governi usano i social media per aggregare dati sui cittadini, e noi gli abbiamo reso la vita facile. Pensiamo al film "Le vite degli altri", agli sforzi che facevano servizi segreti come la Stasi per carpire informazioni personali: ora gliele cediamo noi in blocco. Infine, e veniamo al terzo livello della trappola, i social network creano dipendenza, proprio come le bibite o le sigarette: una dipendenza alimentata dal nostro narcisismo, dalla vertigine di poter dire al mondo che cosa facciamo, pensiamo, e preferiamo in ogni momento. Tirano cioè fuori la nostra parte più infantile, facendoci dimenticare che spesso siamo più interessanti quando stiamo zitti».

Ma lei arriva addirittura a paragonare Mark Zuckerberg e gli altri imprenditori della Silicon Valley a Jeremy Bentham, il filosofo utilitarista che teorizzò il panopticon, la prigione-modello in cui un solo controllore riesce a sorvegliare tutti i detenuti. Davvero c'è un legame?
«Hanno la stessa concezione dell'essere umano, un'idea infantile degli uomini come aggregazione di desideri. Zuckerberg è così che ci vede. E ricordo che il panopticon non era nato solo per le carceri, ma anche per le scuole e gli ospedali. I problemi che la società digitale sta facendo affiorare oggi in modo plateale erano già emersi all'alba dell'età industriale. La storia si sta ripetendo, non so se con una accentuazione più tragica o farsesca».

E cosa ci porta a restare sui social network nonostante questi problemi?
«E' chiaro che nessuno è materialmente obbligato a rimanere su Facebook, ma di fatto starne fuori è quasi impossibile. Perché, in una economia della conoscenza sempre più individualizzata, siamo costretti continuamente a inventarci, a pubblicizzarci, a fare "personal branding". Diciamo che solo le persone molto ricche o molto povere possono permettersi di ignorare la piattaforma di Zuckerberg. Io ad ogni modo non sono iscritto.ma è una scelta che si accorda, per così dire, col mio brand».
Ma qualcosa di buono in queste piattaforme ci sarà, non crede? Ad esempio come mezzo di diffusione di notizie o di organizzazione dei cittadini...
«Naturalmente hanno anche effetti positivi, specie a livello politico, specie in Paesi autoritari, pensiamo all'Egitto. E tuttavia per la loro stessa natura le mobilitazioni nate sui social media tendono a essere individualistiche, e non favoriscono la nascita di movimenti politici coesi. La Primavera araba, purtroppo, non si è trasformata in estate. E anche Occupy Wall Street non ha fatto un salto di qualità».

Se dipendesse da lei, qual è la prima cosa che cambierebbe dei social network?
«Il modello di business. Farei pagare alle persone qualche dollaro al mese, ma garantirei loro la privacy. Credo che arriveranno presto delle piattaforme così fatte».

Altrimenti?
«Il rischio è di finire come la rana nella pentola, che non si accorge di bollire se la temperatura dell'acqua cresce gradualmente. Non ci sarà un momento netto in cui la privacy finisce, ma assisteremo alla cessione progressiva di un valore importante, la cui riduzione non può che diminuirci come esseri umani».

C'è chi sostiene: «Io tanto non ho nulla da nascondere».
«Una frase triste da dire. Forse si dice quando manca autoconsapevolezza».

Va bene, ma se questa è l'analisi, cosa dovremmo fare? Educare le persone a salvaguardare la propria privacy? Intervenire a livello legislativo?
«L'educazione è sempre una soluzione nebulosa. E poi in questo caso si tratterebbe di insegnare a essere umani: come si fa? Forse ha più senso cercare di umanizzare il mondo digitale. Per andare sul concreto, mi piace molto il lavoro che sta facendo la commissaria europeaViviane Reding sulla tutela della privacy e sulla protezione dei dati personali dei cittadini. Ma anche sul diritto all'oblio. Dobbiamo insegnare a Internet a dimenticare; e dobbiamo incoraggiare gli imprenditori a sviluppare tecnologie che ci diano il controllo dei nostri dati. Se è vero, come dice il personaggio di Sean Parker nel film "The Social Network", che dopo le fattorie e le città noi vivremo in Internet, allora dobbiamo rendere la Rete un posto davvero abitabile».

Quando uscì il suo libro "Dilettanti.com", in cui si scagliava contro il mondo amatoriale e gratuito dei contenuti generati dagli utenti, era una voce isolata e anche molto biasimata. Ora è in buona compagnia: Nicholas Carr, Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov... La critica ai social media è diventata una moda?
«E' vero, e mi lasci dire, è anche un po' deludente. "Dilettanti.com" fu denigrato a tutto spiano, e la cosa mi divertì molto. Ora invece ovunque vada è un coro di applausi, perfino dagli amici del Partito pirata. Ironia della sorte, un mio articolo sulla Cnn relativo ai temi del libro ha raccolto 20 mila "Mi Piace" su Facebook. Ma il punto è che tutte queste voci critiche provengono da persone immerse nel mondo tecnologico, e che non possono certo definirsi dei luddisti. Io stesso vivo in Silicon Valley e ho una trasmissione su "TechCrunch", un sito di informazione hi-tech. Al contrario, non vedo in giro opere significative da parte dei "social entusiasti"».

Ha poi rivalutato i contenuti generati dagli utenti e la possibilità data a tutte le persone di usare Internet per dire qualcosa?
«"Dilettanti.com" era un libro che voleva far arrabbiare. Dopodiché riconosco che esiste del valore in questa forma di produzione dal basso. Anche se credo ancora nella necessità di avere contenuti curati da professionisti. Alla fine, le mie tesi hanno tenuto meglio di quelle di Chris Anderson (direttore del mensile americano "Wired" e autore di libri come "La coda lunga" e "Gratis", ndr): la sua teoria della coda lunga, l'idea cioè che la Rete potesse moltiplicare i mercati e i prodotti culturali, dando spazio alle nicchie, si è rivelata essere soltanto un mito.
Carola Frediani

lunedì 23 aprile 2012

Social network, Maestri: "Tarare i contenuti per centrare il target"

[23/04/2012 Corriere delle Comunicazioni]
«Me l’aspettavo. Questo in effetti è un problema». Alberto Maestri, esperto di social media per Ninja marketing, risponde così quando gli si chiede quanti degli articoli che pubblica riguardano le aziende della Penisola. “In effetti spesso le agenzie dicono di fare fatica a introdurre certi concetti nelle aziende italiane. In generale un articolo su 10 parla del nostro Paese. Si tratta di aziende molto grandi o iniziative piccole che hanno l’idea ma non l’investimento. Il problema è la dimensione media delle nostre aziende”.
Perché un’azienda dovrebbe usare i social media?
Servono a coltivare la relazione. Il primo passo è creare engagement, una piazza. I social media si posizionano in un punto intermedio fra la vendita e il consumatore, anzi l’individuo. In più attraverso la pubblicità su questi strumenti è possibile targettizzare la comunicazione.
Esiste poi da parte delle aziende un problema di misurazione dei ritorni.
Però è vero che alcuni strumenti sono già disponibili. Gli analytics di Facebook e Google sono in grado di offrire buone statistiche. Integrando questo tipo di strumenti con il lavoro delle agenzie specializzati si possono ottenere risultati interessanti. Bisogna poi sfatare il mito che Facebook, Twitter o Youtube siano gratis. Anche in questo ambito bisogna investire.
La loro utilità dipende anche dal tipo di target a cui si fa riferimento.
Il concetto di target deve essere inteso a livello macro. Per esempio Linkedin va bene se ci si rivolge a un mondo business to business. Con gli altri social network generalisti invece è possibile arrivare a un livello di profilazione che permette di segmentare il target di interesse. Ed è sbagliato ritenere che siano luoghi da ragazzini. A Facebook sono iscritti una ventina di milioni di persone quindi bisogna saper tarare i contenuti per colpire la fetta di pubblico desiderata.
Quindi i social network devono ormai fare parte della strategia comunicativa di un’azienda?
Sì, ormai sono parte integrante del marketing mix. Molti sostengono che dipende anche dai prodotti dell’azienda, ma credo che il vero problema sia lavorare sui contenuti. Con questo e la targettizzazione si può raggiungere l’obiettivo desiderato. Lombardini è un’azienda italiana che vende motori e il calendario per il nuovo anno l’ha realizzato con le foto dei utenti perché ha lavorato su forum e blog scoprendo un vasto circuito di appassionati. Hanno lavorato sul concetto di tribù e i risultati si sono visti. Il problema è che oggi all’interno delle aziende c’è molto learning by doing, si impara facendo e di strutturato non c’è nulla. Una situazione che non è solo italiana ma anche europea, con l’eccezione della Gran Bretagna. C’è un grosso lavoro da fare sulle strutture aziendali anche perché questi strumenti cambiano ogni giorno e ciò che andava bene ieri forse non servirà più domani. È necessario creare delle professionalità interne alle aziende mentre oggi la strada maestra è quella dell’esternalizzazione. L’azienda preferisce non occuparsi della gestione dei social media e appalta all’agenzia. Questo può essere un problema perché la cultura aziendale, l’immagine, sono fortemente collegate all’utilizzo di Facebook o Youtube: sarebbe molto meglio utilizzare una figura interna. Nelle aziende statunitensi ormai più che una figura unica esiste una gerarchia interna che fa riferimento alle gestione dei social network.
Ma è sempre necessario essere presenti su Twitter, Facebook e Youtube contemporaneamente?
Di default si aprono tutti anche se spesso Twitter presenta delle difficoltà. Spesso non si va oltre il custode service. In verità non è necessario essere su qualsiasi social network: dipende da prodotti e contenuti. Il blog, per esempio, ha senso se esiste una dimensione qualitativa e se ci sono i contenuti. Se non ci sono queste cose non si crea engagement. L’area interessante oggi è quella dei social network tematici che offrono già una interessante segmentazione  e rappresentano una strada interessante per il futuro.       
Luigi Ferro    

lunedì 2 aprile 2012

Giornalismo e new media, sotto con l'integrazione

[02/04/2012 Wired.it]
Internet fa bene o male al giornalismo? Una domanda ricorrente, che da anni risuona nei convegni, durante i telegiornali, persino davanti ai banconi del bar. Ma se la domanda non è cambiata, a mutare nel tempo è stata sicuramente la risposta. All’inizio, l’opinione diffusa tra gli operatori del settore era che blog prima e social network poi fossero come una pistola carica nelle mani di giornalisti improvvisati, incapaci di verificare le fonti o distinguere la verità dalle fandonie, ma in compenso abilissimi nel diffondere e rilanciare balle incontrollabili e spesso anche pericolose.

Questo forse in parte era vero e in parte –obiettavano gli entusiasti del nuovo “giornalismo dal Basso” – un tentativo estremo ed inutile della stampa di difendere posizione, ruolo e privilegi. Quale che fosse la ragione, quel periodo di duro confronto sembra essere ormai alle spalle: la conferma arriva da alcune testimonianze raccolte durante la seconda giornata del Social Media World Forum a margine di un panel dedicato a “Social media and the news”. Il primo a dare un’idea precisa del nuovo corso è Mark Jones, Global Community Editor per Reuters, secondo il quale “i media sociali stanno migliorando il giornalismo, perché mettono a disposizione di chi fa informazioni nuove e valide fonti, diffondendo informazioni in un formato chiaro e semplice da usare”.

Gli fa eco Nick Petrie, Social Media & Campaigns Editor per The Times, che arricchisce il quadro sostenendo che “uno dei principali cambiamenti introdotti nella professione dall’avvento dei social media è che i giornalisti non hanno più il controllo delle storie che raccontano”, perché nel momento in cui le pubblicano esse appartengono ai lettori. Questi si guardano bene dal fruirle passivamente e le rilanciano, integrano, commentano oppure demoliscono mentre ci costruiscono intorno una conversazione alla quale il giornalista può e deve partecipare, che può provare a indirizzare ma che non può governare. E questo perché, dice sempre Petrie, nel moderno mondo dei media, “una volta pubblicata, la storia di ognuno diventa la storia di tutti”.

In questo contesto incredibilmente dinamico, dove l’ informazione è liquida e scorre ad altissima velocità, il mestiere del giornalista non passa certo di moda, ma assume una funzione nuova e richiede nuove skill: se infatti è vero che la “verifica delle nuove fonti è ancora una forma d’arte in via di definizione” - come ammette ironicamente Mark Jones - altrettanto vero è che il lavoro del giornalista si focalizza sempre di più sulla “content curation”, ovvero sulla selezione, la verifica dell’attendibilità, la cura (di forma, struttura), e la presentazione dei contenuti giornalistici dispersi nel world wide web. Oltre che ovviamente la produzione di approfondimenti ed analisi.

E se la cura dei contenuti diventa centrale alla professione, magari agevolata dal fatto che i social media consentono al giornalista di sentire il polso del lettore e capire cosa gli interessa davvero, allora la velocità di pubblicazione passa – finalmente - in secondo piano. Perché nessuna testata, per quanto grande, può competere con un esercito composto da milioni di potenziali citizen journalist, e perché il fattore differenziante, il focus del lavoro giornalistico diventa l’analisi delle cose e dei fatti. Che per definizione richiede tempo.

“Il giornalismo è cambiato, passando dal controllo dell’agenda delle notizie alla content curation e alla produzione di contenuti di qualità”, spiega infatti Peter Bale, Vice Presidente e General Manager per Cnn. Che poi sentenzia: “Un pezzo di 600 parole pubblicato due giorni dopo un evento ormai è morto in partenza. Oggi è tutto breaking news da 140 caratteri cui devono fare seguito approfondimenti di qualità”. Ed è qui che i professionisti del mestiere possono e devono fare la differenza.

Altro tema emerso a Londra riguarda la presenza del giornalista in rete: nel web sociale, dove la personalità emerge prepotentemente dietro la professionalità e dove il confine tra pubblico e privato diventa labile fino a sparire, “ogni giornalista è un brand” – afferma ancora Peter Bale – e deve svolgere un ruolo di ambasciatore presso gli utenti, contribuendo in prima persona all’immagine e alla credibilità della propria testata.

E quando infine chiediamo agli intervistati quali sono secondo loro le abilità fondamentali che ogni giornalista moderno dovrebbe avere, questi rispondono all’unanimità: deve abitare e conoscere i social media, sapere mettere in relazione fatti, notizie e fonti per effettuare puntuali verifiche incrociate e, soprattutto, deve essere (molto) scettico.

Alessio Iacona

giovedì 26 gennaio 2012

Social Media: ecco come li usano i giornalisti dell’era digitale

[Key4biz 25/01/2012]
L’impatto sociale dei Social Media è inarrestabile, così come la presenza nell’ecosistema dell’informazione. Ma qual è la loro effettiva influenza sul giornalismo e sui giornalisti? Quanto vengono considerati affidabili come fonte da sviscerare per costruire la notizia? Come sono utilizzati nel lavoro redazionale? E che ruolo hanno nella promozione dell’immagine di chi scrive?
[Leggi tutto]

martedì 20 dicembre 2011

Social network e televisione, intesa perfetta

[Europa 16/12/2011]
Il rapporto tra tv e social network è ormai sempre più indissolubile, e ce ne accorgiamo ogni volta che davanti al piccolo schermo accediamo a Twitter o a Facebook.
Ora a certificarlo arriva anche una ricerca, realizzata da Nextplora e commissionata da Facebook Italia.
Lo studio è stato condotto nel periodo settembre/ottobre 2011 su un campione di 2.004 intervistati, rappresentativi della popolazione internet oltre i 16 anni. Internet supera la televisione in termini di tempo speso, perché si guarda la tv nei giorni feriali in media per circa 1 ora e 43 minuti, mentre si naviga nel giorno medio per circa 2 ore e 39 minuti (il motivo è anche banale: la navigazione è possibile anche al lavoro, al contrario della visione della tv). Nel prime time, però, la tv ha ancora un ruolo da protagonista indiscusso, per abitudini condivise e importanza dei programmi trasmessi. Internet più che rubare tempo al piccolo schermo cambia le modalità di fruizione: il 52 per cento del campione quando guarda la televisione usa abitualmente anche il pc e il 31 per cento naviga sui social network. Molte sono le attività internet legate ai contenuti televisivi abitualmente fruiti: il 35 per cento vede video delle trasmissioni tv (spezzoni o puntate intere), il 28 per cento commenta sui social network cosa sta vedendo, il 24 per cento visita il sito ufficiale, il 22 per cento legge news su siti non ufficiali.

Piccolo schermo vitale
È la forza dei social network, che gli investitori pubblicitari dovrebbero cominciare a prendere in considerazione.
Facebook o Twitter sono utili alla tv per fidelizzare l’audience e offrire forme di interazione.
Un connubio produttivo per entrambi i media, che dimostra però la vitalità della tv, sempre data per spacciata e invece ancora media principale di cui (s)parlare, anche sul web. E per meriti propri, perché la tv ha saputo adattarsi. Il piccolo schermo ha saputo espandersi sui nuovi media, con i siti ufficiali e con i siti legati al fenomeno del fandom, esploso grazie a prodotti pensati ad hoc per creare affezione. La televisione si è anche resa visibile su web con una circolazione sia legale che illegale del materiale. I testi televisivi infatti sono pensati ormai per essere frammentati e condivisi (per questo va talvolta benedetta l’azione di bracconaggio del pubblico che fa circolare i contenuti rubacchiandoli al canale ufficiale). Accade anche a uno show classico come quello di Fiorello, accadrà anche per Sanremo, che avrà una pagina Facebook per votare giovani promesse. Sì, la tv c’è. E ti viene a cercare.