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lunedì 13 gennaio 2014

Social network usati da narcisisti, lo dice una ricerca

[Webisland.net 12/01/2013]
e sono il luogo ideale – come tutti i – per i . Se molti di noi già lo sapevano, ora a confermarlo arriva la ricerca condotta dal professor Shaun Davenport della High Point University della North Carolina, ricerca su un campione di 515 studenti universitari e 669 adulti.
Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata «Computers in Human Behavior» , ha dimostrato «come il desiderio narcisista sia una molla primaria per gli utenti social», allo scopo di ottenere sempre nuovi follower o amici, a seconda del social a cui ci riferiamo. Così gli utenti sono spinti a twittare sempre di più e sempre più spesso, e a condividere continuamente status online.
Ci sono però differenze generazionali: se i più adulti preferiscono Facebook, i giovani amano soprattutto Twitter. «Il nostro studio ha evidenziato la mancanza di significative relazioni dirette o indirette fra gli studenti e la loro attività Facebook – si legge nella ricerca -  mentre, al contrario, il narcisismo è risultato essere sia direttamente che indirettamente collegato alla presenza su Facebook degli adulti, sebbene questa sia solo una delle ragioni (ma non certo l’unica) che li spinge ad aggiornare in continuazione la loro pagina».

mercoledì 20 novembre 2013

Il social network delle grandi inchieste

[18/11/2013 La Repubblica]
D al tweet al racconto il passo è breve. Almeno per Evan Williams, uno dei quattro cofondatori di Twitter. Il quale, dopo aver fatto una fortuna con il social network della sintesi, ha deciso di andare oltre i 140 caratteri. E insieme al sodale Biz Stone, che lo ha accompagnato anche nell’avventura di Twitter ora abbandonata da entrambi, ha fondato Medium: una piattaforma a metà tra il blog e il social network, che invita gli utenti a produrre e a leggere contenuti più estesi. «Storie che contano - sottolinea Williams decisamente più lunghe di un tweet. Con Medium stiamo provando a creare il luogo ideale per la condivisone di storie e di idee. Contenuti di sostanza, che non possono essere racchiusi in 140 caratteri, e che non sono stati pubblicati solo a uso e consumo degli amici”, come invece accade spesso sui social network». L’idea alla base di Medium, fondato circa un anno fa, è proprio quella di rendere più semplice ed efficace la condivisione di contenuti di maggiore ‘spessore’. E di permettere loro di diventare virali, proprio come accade per le vignette e i memesu Twitter e Facebook. «Su Medium trovano spazio molti argomenti diversi», sottolinea Williams, che della start-up è anche Ceo e l’ha presentata in grande stile con un’ampia intervista al mensile Wired, edizione americana. «Possono esserci post di natura professionale o personale, di fiction o di non fiction. Su Medium ci sono prospettive, idee e persino reportage giornalistici».
Per questo il servizio, invece di raccogliere i post per autore, preferisce un raggruppamento sulla base dei temi trattati. E se da un lato offre un’esperienza utente semplificata, con un’interfaccia minimale che permette l’autopubblicazione in pochi semplici passi , dall’altro mette in campo un’importante limitazione: un algoritmo che valuta la qualità dei contenuti editoriali e l’interesse suscitato negli utenti. Una sorta di filtro che mette in luce i post ritenuti di maggior qualità, a scapito di quelli individuati come di bassa fattura, e che costituisce il vero valore aggiunto del nuovo servizio. A questo si aggiunge una squadra di 40 editor e accordi con vari produttori di contenuti professionali, fra cui Epic, azienda americana che si occupa di trovare storie interessanti da trasformare in libri o film: industrial writer, come li chiama Williams, contrapponendoli a blogger e giornalisti della rete. La rivoluzione cui punta Medium, infatti, parte dalla presa di coscienza che la comunicazione su Internet, oggi, premi più la velocità e la praticità che la profondità. «Molti servizi hanno avuto successo nell’aprire a tutti la possibilità di produrre contenuti e condividerli - aggiunge il Ceo - ma ci sono stati meno progressi nell’innalzamento della qualità dei contenuti prodotti ». Invertire la tendenza non è semplice, ma secondo Williams è più che mai necessario: «Le necessità economiche portano i siti di news ad attirare l’attenzione degli utenti senza preoccuparsi della qualità editoriale». Basta, dunque, con le notizie a base di sesso, sangue e soldi: «Stiamo costruendo un sistema dove i buoni contenuti possono brillare e ad avere attenzione. E c’è un pubblico per idee e storie che fanno leva su qualcosa di più dei desideri di base degli esseri umani». Con Medium, ha precisato ulteriormente il fondatore, «non stiamo tentando solo di creare la piattaforma giusta per la condivisione. Ci sono già altri servizi che danno questa possibilità. Ognuno può crearsi il proprio blog, anche se pensiamo che la creazione di un blog non sia un’attività per tutti. Il buco che cerchiamo di riempire è principalmente sul lato della creazione». E dal punto di vista della creazione di contenuti, la precedente esperienza professionale di Williams è sicuramente d’aiuto. Nel curriculum del quarantenne americano, infatti, spicca, oltre a Twitter, anche la fondazione di Blogger, il servizio per la pubblicazione semplificata di blog, acquistato nel 2003 da Google. Un’evoluzione che sembra tracciare un disegno preciso: Twitter ha aperto la rete a chiunque avesse 140 caratteri da comunicare, Blogger a chi volesse avere una presenza sul web più strutturata. Adesso Medium – il cui nome sembra indicativo – si pone a metà tra i due modelli, fondendo sistema editoriale e social network. Presentando funzioni, come il commento dei singoli paragrafi e l’indicazione del tempo necessario per la lettura, di cui non dispongono nemmeno le più avanzate piattaforme di blog. Una forma di comunicazione che Williams ha contribuito a lanciare qualcuno ritiene che lo stesso termine blog sia stato reso popolare proprio da lui – ma che ai suoi occhi adesso sembrano segnare il passo. «I blog spesso creano una cultura superficiale», dice il Ceo sempre a Wired. «Parte della ragione per cui molti blog di tecnologia sono di cattiva qualità è che le persone che ne scrivono i contenuti non capiscono davvero la materia di cui si occupano. Le notizie, la maggior parte delle volte, sono irrilevanti. E le persone preferirebbero spendere il loro tempo consumando meno notizie e più idee». Tutto il web, nella visione di Williams, è infestato di contenuti di bassa qualità. Ce ne sono sui blog, ce ne sono su tutta la rete. E ce ne sono, a volte, anche su Medium: il servizio, quest’estate, è stato criticato per aver dato spazio a post offensivi, contrariamente all’obiettivo dichiarato. «Anche su Medium abbiamo contenuti di scarsa qualità», ammette Williams. «Ma stiamo lavorando per filtrarli e lasciare spazio a quei grandi contenuti che sono presenti sulla piattaforma e che senza Medium non vedrebbero la luce del sole». Alcune cifre sui due maggiori social network, Facebook e Twitter. Ora si aggiunge Medium per contenuti di qualità.

La storia dell’hasthag: il celebre simbolo di Twitter

[16/11/2013 Pionero Digital Innovation]

Proprio nei giorni in cui si assiste al grande successo della quotazione in borsa di Twitter – il popolarissimo Social Network per il microblogging – Offerpop ha pubblicato una interessante infografica per rendere omaggio alla storia dell’hashtag e delinearne in qualche modo il futuro, dove questo semplice simbolo ricoprirà un ruolo sempre più centrale per definire trends, collegare in tempo reale le conversazioni, l’organizzazione dei dati sociali e il rapporto tra aziende e clienti.
Per  i pochi chi non ne fossero a conoscenza, ricordo che l’hashtag (#) è il simbolo del carattere “hash” (cancelletto, da non confondere con il diesis) utilizzato per creare etichette (tag) finalizzate a facilitare la ricerca dei contenuti nel mondo social.
Questo simbolo, utilizzato in rete per la prima volta per etichettare i gruppi e gli argomenti di IRC (Internet Relay Chat) -  la prima chat web della storia – è poi diventato celebre grazie al suo utilizzo su Twitter, dove da semplice elemento per raggruppare conversazioni o argomenti è diventato il più potente e pervasivo strumento dei social media. Basti ricordare il ruolo fondamentale giocato da Twitter e dall’hashtag #IranElections per denunciare la repressione delle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali del 2009.
L’hashtag si dimostra anche uno strumento perfetto per fare controinformazione, grazie alla sua natura difficilmente controllabile. Sono numerosi i casi di questo tipo di utilizzo dell’hashtag, forse il caso recente più importante di quella che viene definita eterogenesi dei fini del social media marketing italiano è quello della campagna pubblicitaria di Enel guidata dall’hastag #guerrieri.
L’esplosione della comunicazione mobile, che domina con il 60% dei tweet inviati, ha fatto il resto: ad oggi circa il 70% delle comunicazioni fatte sui social contiene un hashtag e un tweet che ne contiene almeno uno ha il 50% di probabilità in più di essere ri-twittato.
Dopo Twitter infatti, Instagram, Google+ e per ultimo Facebook han deciso di adottare l’hashtag come strumento per veicolare e raggruppare le discussioni e le campagne di social media marketing.

Francesco Montanari

Eccovi l’infografica:



Infografica hashtag

lunedì 5 agosto 2013

Twitter vara nuove regole contro abusi e minacce

[La Repubblica 03/08/2013]
LONDRA - Twitter, il servizio di microblogging del momento, ha introdotto nuove regole per mettere un freno agli abusi compiuti attraverso il social network. L'azienda californiana ha annunciato di avere aggiornato la propria policy per far capire chiaramente agli utenti che i comportamenti offensivi non verranno più tollerati. "La gente merita di sentirsi al sicuro su Twitter", hanno annunciato la responsabile della sicurezza Del Harvey e Tony Wang, direttore generale per il Regno Unito. [Leggi tutto...]

giovedì 2 febbraio 2012

Arrivano i genitori su Facebook? I giovani passano a Twitter

[La Stampa.it 02/02/2012]
Mamma, papà e nonni arrivano su Facebook? Allora me ne vado su Twitter. Sembra essere proprio questo il modo di ragionare di molti adolescenti americani che secondo un sondaggio dell'organizzazione no-profit Pew Internet & American Life Project, hanno iniziato a migrare in maniera consistente sulla piattaforma di microblogging. In quanti scelgono di spostarsi? Almeno il 16% dei giovani, dai 12 ai 17 anni, dichiara di utilizzare Twitter. Percentuale che potrebbe essere ritoccata verso l'alto in base alle proiezioni più aggiornate.

Da due anni a questa parte il trend è in forte crescita. L'esodo avviene in maniera lenta ma costante. Nella fascia di età dai 18 ai 29 anni la popolarità di Twitter è ancora maggiore. Del resto, la creatura di Jack Dorsey, Evan Williams e Biz Stone ha nel giro di poco tempo, superando la cifra di 300 milioni nel 2011, moltiplicato il numero di utenti registrati, i quali pubblicano giornalmente milioni di tweet o cinguettii, in più paesi via sms. In un primo momento, quando Twitter fu lanciato nel 2006, si pensava che le sue caratteristiche non si potessero conciliare con le abitudini mostrate online dai teenager, oltre la metà dei quali già faceva uso di Facebook o di altri social network. Ai suoi esordi, il servizio di scambio messaggi fondato negli Stati Uniti sembrava uno strumento per pochi privilegiati, spazio riservato di un ristretto gruppo di esperti del settore, come sottolinea Alice Marwick, ricercatrice senior di Microsoft Research, specializzata nel monitorare i comportamenti degli adolescenti su Internet.

Pian piano però le cose sono cambiate. Il suo sviluppo e allargamento ha significato il modificarsi delle modalità di utilizzo da parte delle varie persone e comunità attratte nel suo circuito. Per tantissimi giovani, che apprezzano una comunicazione ridotta al limite di 140 caratteri, Facebook ha cominciato a perdere appeal perché giudicato troppo dispersivo. Stare su Facebook è come gridare in una folla mentre su Twitter si ricrea un ambiente più raccolto, come se ci si trovasse a chiacchierare in una stanza. Una volta fatto ingresso nel network molti adolescenti spesso usano account protetti o pseudonimi in modo da autorizzare o mettere al corrente esclusivamente i loro amici. Le conversazioni su Twitter possono divenire private mediante i direct message e in generale le sue impostazioni sono più flessibili consentendo anche l'anonimato. Davanti a Facebook alcuni ragazzi confessano di subire una sorta di pressione sociale che li spinge a sentirsi in dovere di stabilire amicizie con chi è nella propria scuola o nella cerchia di propri amici. Twitter è invece meno impegnativo e permette maggiore libertà di manovra.

Naturalmente si twitta per una infinità di ragioni. Alcuni vogliono seguire da fun le celebrità favorite per restare al corrente sulla loro attività aspettando che un personaggio famoso, loro beniamino, magari risponda al tweet inviato. Qualche teenager desidera al massimo avere visibilità o semplicemente ottenere e condividere informazioni mantenendo pubblico l'account non diversamente dagli adulti. Altri ancora sono alla ricerca di un luogo dove esprimersi, raccontarsi e sfogarsi in forma privata, nel chiuso del piccolo mondo delle amicizie, al riparo dagli occhi indiscreti e intrusivi dei genitori. Per questi comunque le insidie e le minacce dei predatori che circolano nel cyberspazio restano un fondato motivo di preoccupazione, valido per rivendicare un diritto al controllo. I timori dei più grandi a volte però sono esagerati se si considera il contenuto innocente dei messaggi twittati.
CARLO LAVALLE

venerdì 23 dicembre 2011

Twitter e giornalismo, un amore nato nell’era del web 2.0

[pmi servizi 22/12/2011]

Con le modifiche apportate alla definizione di breaking news per il premio Pulitzer si segna una definitiva nuova era del giornalismo. Il fenomeno esiste da anni, si chiama reporter diffuso o anche citizen journalism, tutti termini che indicano che il web grazie alla sua modalità democratica di condivisione dei contenuti dà la possibilità a chiunque di fare del giornalismo. Bastano uno smartphone, una fotocamera e una connessione per rendere noto al pubblico un evento a cui si sta assistendo. A fare da padrone in questo panorama c’è sicuramente Twitter, 160 caratteri e possibilità di aggiornamento continuo permettono di dare una notizia, corredata di foto, in pochi secondi. Le prove ci sono state in occasione delle recenti rivoluzioni in nord Africa, durante le quali le notizie arrivavano dagli account Twitter delle testate ufficiali, ma ancor di più da quelli privati dei giornalisti. Vanno poi ricordati i 12 fotoreporter che la CNN ha sostituito con le immagini scattate dagli utenti. Sulla stessa linea l’ultimo lancio dello shuttle, la cui immagine che ha girato il mondo è stata scattata da una persona comune con un normalissimo smartphone dal finestrino dell’aereo su cui stava viaggiando.

Da una parte le varie testate giornalistiche si sono dovute adeguare alla nuova tendenza, se non avessero fatto così avrebbero chiuso da tempo. Il 2009 è stato infatti un anno di forte crisi anche per le testate più importanti, che si sono trovate a fare i conti con mancate inserzioni pubblicitarie ed è per questo che fra il 2010 e il 2011 c’è stata un’inversione di rotta, i grandi media tradizionali si sono accorti che il web era una nuova opportunità e hanno cominciato a frequentarlo in maniera massiccia. Dall’altra parte i social non hanno potuto fare a meno di cogliere la palla al balzo. In particolare Twitter ha dedicato una sezione proprio a chi il giornalismo lo fa di mestiere ed è costretto ad utilizzare Twitter con lo scopo di farsi ascoltare e diffondere. È nata così la sala stampa, una sorta di pagina tutorial rivolta ai giornalisti, per insegnare loro ad utilizzare al meglio Twitter. Si chiama Newsroom e contiene le sezioni:

  • Report, per cercare informazioni attraverso vari livelli di approfondimento, sia le più recenti che quelle di archivio.
  • Engage, indicazioni su come raggiungere e coinvolgere gli utenti Twitter con la presentazione di case history di successo.
  • Publish, strumenti e aiuti per una pubblicazione più efficace.
  • Extra, link e risorse utili esterni a Twitter.
  • Security, informazioni su come preservare l’account da intrusioni esterne.

Facebook ha invece dedicato una Fan Page al giornalismo, si chiama Facebook + Journalism e qui i giornalisti possono condividere i propri contenuti o incontrarsi per discutere argomenti e confrontarsi.

sabato 3 dicembre 2011

Internet – Come cambia Twitter, ora il social network è il re della comunicazione

[Italia H2403/12/2011]
Nel momento in cui è nato Twitter ha faticato a crescere soprattutto per la diffidenza degli internauti, ormai abituati a utilizzare in modo particolare Facebook per le loro attività di comunicazione e poco propensi a provare uno strumento diverso che era stato presentato soprattutto come una sorta di “micorblogging”, dove i post non dovevano superare i centoquaranta caratteri , ma recentemente il sito sembra essere notevolmente cambiato nei consensi del pubblico al punto tale da farlo diventare un mezzo diverso da quello che avevano in mente gli ideatori. Inizialmente, infatti, gli utenti che sceglievano di iscriversi a Tiwtter trovavano come tag line all’interno del loro profilo “Cosa succede nel tuo mondo?”, mentre ora questa frase si è in parte modificata in “Cosa succede nel mondo?” in modo tale da creare una conversazione meno diretta con gli altri iscritti, che può essere realizzata più facilmente con altri strumenti.

Il numero di tweet che ogni giorno vengono pubblicati sul social network sembrano essere così in costante crescita e infatti si è passati dai duecento milioni del mese di giugno ai duecentocinquanta milioni toccati a metà ottobre dato che si è capito che in questo modo si possono diffondere facilmente e velocemente pensieri stringati, ma allo stesso tempo efficaci. Ora Twitter non può più essere considerato un social network, ma più che altro un “information network”dato che sono sempre di più gli utenti che scelgono attraverso un tweet di diffondere notizie che li riguardano o che li hanno toccati in modo particolare in modo tale da poter suscitare commenti , anche se non tutti gli utenti hanno un comportamento attivo sulla piattaforma ma si limitano a leggere quello che gli altri iscritti pubblicano online.

Chi non vuole un semplice sito adatto a comunicare i propri stati d’animo finisce quindi per privilegiare l’utilizzo di Twitter ed è per questo che appare sempre più probabile, anche se non ancora confermata, una collaborazione con “Mixi”, il Facebook diffuso in Oriente, con cui da tempo Marck Zuckenberg ha provato ad attuare un accordo senza riuscirci, ma importante è anche l’acquisizione di Whishper System che servirà a garantire la sicurezza dei dati per chi ha un dispositivo Android. Facebook, infatti, finora ha sempre avuto come lacuna principale quella di non riuscire a garantire sicurezza e privacy per i suoi iscritti, mentre Twitter ha compreso bene come possa essere utile per continuare in un processo di crescita e non è da escludere quindi che questo possa finire per portare a danneggiare il colosso della “Grande F”.

Ilaria Macchi

lunedì 26 settembre 2011

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori

[Corriere della Sera 24/09/2011]

«Facebook è il posto dove menti a chi conosci, Twitter è il posto dove sei sincero con gli sconosciuti». Postato su Twitter a maggio da Giulio Tolli, studente di ingegneria che aveva dieci anni nel 2000, e subito adottato dalla rete e rilanciato nell'etere - retweetted con parola tecnica.

La frase, nella sua compattezza assiomatica offre in effetti una sintesi suggestiva che sembra subito evocativa di verità, quasi come quelle dei baci Perugina d'antan, dell'era pre-Moccia per intenderci, e viene da chiedersi: come mai non ci avevo pensato prima? E rilancia il dibattito sui due social network principali in quanto ne mette a fuoco le diverse anime: perché se Facebook non è proprio il regno della menzogna, di sicuro è il luogo della rappresentazione un po' narcisista di sé dove tutto è permesso, anche qualche esagerazione, il mettersi qualche piuma, imbellire la realtà, aggiungere qualche piccola bugia o mezza verità senza paura di andare all'inferno, anche se papa Ratzinger nel suo discorso di gennaio di apertura alla Rete aveva invitato a «non mentire» nelle costruzione dei propri profili. Con la possibilità un po' barocca che offre ad ognuno di costruire le proprie identità Facebook risponde bene alle esigenze di quella che Zygmunt Bauman ha definito società fluida, che prevede la costruzione di continue nuove vite e rappresentazioni di sé seguendo un percorso di vita non più lineare ma flessibile e circolare. Alzi la mano chi su Facebook non si è allargato un po', non ha scelto con cura la foto più bella anche se non la più veritiera, non ha insomma costruito un po' l'Avatar di sé rappresentandosi al meglio.

Tutt'altro discorso per Twitter, regno della sintesi e dell'essenziale, perché già quell'obbligo a stare nelle 140 battute porta a mettersi un po' sull'attenti, a essere coincisi (fatto che aiuta a non raccontar bugie) e ad andare subito al nocciolo della questione anche quando non si tratta di pensieri, ma di emozioni e di privato. Cosa che hanno subito sfruttato i belli e famosi che hanno individuato in Twitter il medium per una comunicazione diretta su se stessi, che salta tutte quelle mediazioni del sistema giornalistico che - a dir loro - sono diventate una trappola. Basta pensare all'utilizzo accorto che ne ha fatto per prima Demi Moore fotografandosi in situazioni normali e quotidiane, persino abbruttenti (all'inizio fece scalpore l'immagine in cui le mancava un dente davanti), arrivando nel tempo a costruire un canale diretto di fiducia con il suo pubblico.

Giulio Tolli, l'autore della frase da cui siamo partiti, che è studente di ingegneria informatica e che intervalla allo studio i suoi pensieri su Twitter, Facebook, MySpace, precisa che su Facebook ci si mostra come gli altri vogliono che siamo. «Ma alla fine la platea degli amici di Facebook resta adolescenziale e meno stimolante. E quel che scrivi spesso casca nel vuoto, mentre su Twitter proprio perché parli a gente che non conosci, spesso a stranieri, sei più libero, più originale e ti confronti di più» dice con cognizione di causa perché avendo a volte postato la stessa frase sui due network, ha notato come su Twitter abbia avuto più risonanza.

Più chiusa e provinciale, dunque, seguendo il ragionamento, la platea di FB, più internazionale l'altra. Di sicuro, sostiene Stefano Menichini, direttore del quotidiano Europa , che usa da tempo i due network mischiando l'uso professionale a quello personale «non puoi mai farne un uso freddo, perché non funziona». Ma lei arriva a mentire? «Quello no, ma molti amici mi dicono che bravo papà sei perché parlo spesso di mio figlio, ho pubblicato molte foto con lui, anch'io mi metto qualche piuma» scherza, ma riconosce una certa prevalenza di Twitter per l'uso professionale: «È un continuo flusso di notizie e informazioni, un arricchimento e hai continui feedback. Per un giornalista si potrebbe dire quasi una continua riunione di redazione, in contatto con il mondo. L'importante è che poi consideri quello che ti arriva da lì come spunti e non punti di arrivo».

Simona Siri, giornalista e blogger, nonché social network addict, riconosce l'ambivalenza di fronte a Facebook, da una parte l'esibizionismo, dall'altra l'esigenza di confondere un po' le acque per non «dare le coordinate esatte di vita» e così confessa di mettere in atto strategie diversificatorie, piccoli depistaggi per non far capire in che luogo sia: ha anche fondato una pagina Fb, titolo «Fingere di prenotare e cancellare biglietti aerei». Mentre l'attrice Chiara Francini spesso indulge alle esigenze consolatorie della platea degli amici e, pur di non deluderli, annuncia scaramanticamente una giornataccia mentre tutto va benissimo.

Va oltre ed incrocia il tema della Grande memoria della Rete che non sa dimenticare, Fabrizio Rondolino, scrittore e autore tv. Dice che quando gli ricapitano davanti alcuni «stati» scritti da lui nel passato ha come un senso di straniamento, di alcuni è pentito amaramente, questo per esempio, scritto due anni fa quando Dario Franceschini successe a Veltroni: «Finalmente il Pd ha un segretario non post-comunista» («e la smentita è stata amara, si è rivelato un gruppettaro»).
La tendenza, ora, degli utilizzatori compulsivi di Fb e Twitter, è quella di unificare, con un solo clic, pubblicare su entrambi i network. E chissà allora che nel tempo anche la divisione fra menzogna e verità non si assottigli ancora. Nella rete, si sa, tutto va più veloce.

Maria Luisa Agnese

giovedì 1 settembre 2011

La comunicazione al tempo dei social network

[Vanity Fair 31/08/2011]

Poniamo il caso di essere entrati a far parte da poco di un social network: magari abbiamo ritrovato qualche vecchio amico su Facebook o scelto qualche persona interessante da seguire su Twitter, la nostra foto o qualcosa che abbiamo scelto per rappresentarci campeggia su un riquadro bianco che aspetta solo di essere riempito, anzi una domanda invita l’utente esplicitamente a farlo: «A cosa stai pensando?», leggiamo su Facebook. «Che c’è di nuovo?», su Twitter. A questo punto come dobbiamo comportarci?

Come ben sapranno tutti i frequentatori di social network la via più semplice è, in realtà, la condivisione di video, foto o testi già presenti nella Rete, quel riquadro viene così riempito con un semplice copia e incolla di un indirizzo Internet e pazienza se il «Che c’è di nuovo?» di Twitter potrà apparire paradossale se, ad esempio, ho deciso di condividere un video dei Led Zeppelin. Ma posso anche fare la scelta, senza dubbio più impegnativa, di rispondere davvero a quelle domande, o quanto meno di scrivere qualcosa di mio, che sia un pensiero o un’osservazione, come fanno in genere quelle persone che sui social network riescono a crearsi un vasto gruppo di seguaci. Già, ma come?

Intanto ricordando che mai come qui ha senso parlare del dono della sintesi, e per andare sul sicuro Twitter ha fissato un limite massimo di caratteri, 140, un invalicabile Nanga Parbat per i prolissi.

Lo sappiamo, questo è il tempo della comunicazione breve; Christopher Johnson, che a questo argomento ha dedicato un libro dal titolo significativo, «Microstyle», dove analizza appunto lo stile più efficace per questo tipo di messaggi, parla di una vera e propria «ossessione collettiva per la brevità».

Altro aspetto importante da considerare è l’approccio che vogliamo avere nei confronti del social network a cui ci siamo iscritti e per farlo potrà essere utile ricordare brevemente alcune nozioni di teoria della comunicazione, soprattutto quelle sei funzioni del linguaggio individuate dal linguista russo Roman Jakobson: la funzione emotiva, conativa, referenziale, fàtica, metalinguistica e poetica. La funzione emotiva riguarda l’emittente e ne esprime i sentimenti, le riflessioni e la personalità. La funzione conativa è centrata sul destinatario e mette in evidenza nella comunicazione ciò che può sollecitare i riceventi a pensare o agire in un certo modo. È quella predominante nel linguaggio pubblicitario. La funzione referenziale è la funzione più ricorrente, è quella centrata sul referente (contesto) ed esprime la nozione, la notizia, tutto ciò che serve a spiegare un argomento con indicazioni circostanziate. La funzione fàtica riguarda il canale ed è centrata sul contatto che è necessario stabilire per la trasmissione del messaggio. Come ad esempio nelle espressioni: «Pronto?». «Mi senti?». La funzione metalinguistica concerne il codice ed esprime l’esigenza di controllare l’efficienza e la chiarezza del linguaggio utilizzato; è la funzione prevalente nei libri di grammatica (e nei nostri post). La funzione poetica riguarda il messaggio in quanto tale e la sua strutturazione attraverso i segni scelti. Nel linguaggio verbale, questa funzione concentra l’attenzione sull’aspetto fonico delle parole, sulla scelta dei vocaboli e sulla costruzione delle frasi.
Premettendo che in una comunicazione le varie funzioni possono essere compresenti, anche se in genere ne esiste sempre una prevalente o dominante, possiamo notare che i due social network più conosciuti con le loro domande ci indirizzano verso due differenti funzioni linguistiche. Facebook, che mi chiede a che cosa sto pensando, sembra invitarmi a scrivere qualcosa in cui a prevalere siano i miei pensieri, i miei sentimenti, e dunque la funzione emotiva, mentre Twitter, chiedendomi che cosa c’è di nuovo, sembra indirizzarmi verso una comunicazione incentrata su quello che mi sta accadendo intorno, comunicazione in cui la funzione dominante è quella referenziale. Non è un caso che Twitter abbia goduto di un grande successo nel mondo del giornalismo, anche quest’ultimo infatti ha come funzione prevalente quella referenziale. Ma c’è un limite di fondo che rappresenta la condizione necessaria per questo tipo di funzione: ci deve essere un fatto, una notizia da comunicare, evenienza che non è sempre possibile per l’utente di Twitter, che magari sogna di poter raccontare in presa diretta un evento epocale, ma che in realtà è costretto a fare i conti con la normale banalità del quotidiano, ecco allora che per forza di cose la funzione prevalente può diventare un’altra: quella emotiva, ad esempio, se decido di scrivere i miei pensieri, ma anche quella poetica se cerco di organizzarli in modo tale da evitare brutte ripetizioni o cacofonie.

Il lavoro su questa funzione è il segreto dei tweet più riusciti a volte simili per forza e concisione a dei veri e propri haiku.

lunedì 30 maggio 2011

Tim Berners-Lee contro Twitter: è troppo estremo

[webnews 28/05/2011]

Durante la conferenza londinese Profiting From The New Web svoltasi lunedì presso la Royal Society, il padre fondatore del Word Wide Web, Tim Berners-Lee, ha criticato il social network Twitter definendolo troppo estremo. Secondo Berners-Lee, il problema principale del social network risiede nella politica comunicativa che, non dando la possibilità agli utenti di digitare periodi più lunghi di 140 caratteri, rende le discussioni poco argomentative e scoraggia discussioni ragionate. Inoltre alcuni fruitori, sempre per la mancanza di spazio, tendono ad assumere punti di vista fortemente radicali e non cercano l’argomentazione. Secondo quello che è da considerarsi l’inventore del Web, ci vorrebbe piuttosto uno strumento comunicativo più sofisticato, anche perché l’attuale limitazione potrebbe mettere in seria discussione il futuro dell’idea.

Berners-Lee è inoltre preoccupato per la politica del social network, che permette ai suoi utenti di dire tutto ciò che pensano, a prescindere dalla legalità. Una critica è rivolta anche al funzionamento a “sistema chiuso” di Twitter, che impedisce agli utenti di comunicare con i membri di altri social network. Lo scorso anno Berners-Lee aveva peraltro espresso il suo dissenso, per lo stesso motivo, anche nei confronti di Facebook e Linkedln.

Il genio britannico ha infine dichiarato che gli sviluppatori di software dovrebbero cercare di progettare applicazioni che funzionino su tutta la Rete, inclusi i telefoni cellulari, piuttosto che sviluppare applicazioni per piattaforme specifiche controllate da singoli produttori come iOS di Apple o Android di Google. Quello che vuole il mentore del Web è semplicemente un WWW meno vincolato e più incentrato sulla libertà dell’utente. Più apertura e maggiori opportunità di espressione, insomma, invece di ambiti chiusi e limiti comunicativi.

venerdì 15 aprile 2011

Net Delusion: Chi è Evgeny Morozov

[IlSole24Ore 14/04/2011]

Quando internet aiuta lo sviluppo della democrazia? È una domanda per ricostruire il percorso di Evgeny Morozov, blogger e ricercatore universitario che sfida le convinzioni monolitiche dei guru del web. E ha dimostrato, per esempio, che pochi iraniani hanno scritto messaggi sul social network twitter durante le proteste di piazza a Teheran. Anzi, racconta nel suo libro "Net Delusion" che in Russia gli spazi di intrattenimento online spostano l'attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. E negli ultimi mesi ha indagato sulle connessioni tra le manifestazioni in strada e l'attivismo online nelle nazioni del Nord Africa: Tunisia, Libia, Egitto.

Quella di Morozov è una biografia complessa. È nato in Bielorussia, la nazione dove sopravvive l'ultimo dittatore dell'Europa, il presidente Alexander Lukashenko. Ha partecipato a organizzazioni non governative impegnate per la democrazia nell'Europa orientale. Poi è entrato nella Open Net Initiative, un'associazione per difendere la liberà di espressione attraverso internet.

Ma ha conquistato l'attenzione dei blogger tre anni fa, quando ha scritto un post sulle proteste in Moldavia, al confine con la Romania: i manifestanti comunicano su twitter per amplificare la loro voce, come sarebbe avvenuto pochi mesi dopo in Iran durante la "rivoluzione twitter", quando gli studenti scendono in piazza contro i risultati delle elezioni presidenziali. E arriva una pioggia di messaggi sui social network.

Morozov, però, è stato tra i primi a dubitare dello slogan "rivoluzione twitter". Poco tempo dopo dimostra che in realtà soltanto una frazione delle comunicazioni proveniva dall'Iran. La maggior parte, invece, ha origine all'estero: gli utenti segnalano link o inoltrano altri micropost. E alimentano l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale. Morozov scrive in quei giorni che l'attività sui social network è stata "un grande aiuto per portare le informazioni fuori dalla nazione. Ma se abbia contribuito a organizzare le proteste – un'idea che i media stanno dichiarando al momento- non è del tutto certo. Una piattaforma pubblica come twitter non è molto utile per pianificare una rivoluzione (le autorità potrebbero leggere i messaggi!)". E il suo blog, Net Effect, diventa un punto di riferimento per giornalisti, politici, analisti. Inotre pubblica articoli per la stampa internazionale: Economist, Wall Street Journal, Financial Times, Washington Post.

L'ex attivista della Bielorussia ha criticato altre volte l'ideologia di chi sostiene che internet sia sempre sinonimo di democrazia. Fino a scrivere un libro, "Net Delusion", che esplora i limiti delle "cyberutopie". Ricorda, per esempio, che la caduta del muro di Berlino è stata ricollegata alla diffusione di fotocopiatrici e fax che hanno facilitato la diffusione di messaggi per la libertà dietro la "cortina dell'informazione" nell'ex Urss. Ma, sottolinea Morozov, sono ipotesi prive di analisi dei contesti sociali, culturali e politici. Negli ultimi anni ha esplorato Runet, l'universo online delle Russia contemporanea: osserva che la proliferazione di contenuti di intrattenimento attraverso video e social network non incrina il consenso verso il Cremlino. Anzi, alcuni blogger sono diventati parte dell'establishment.

Nelle recenti proteste in Medio Oriente i social network come Facebook hanno contribuito a diffondere, anche all'estero, i messaggi di libertà. Soprattutto in Tunisia. Per Morozov è un'occasione di capire l'attivismo per la democrazia, in strada e su internet. Nelle ultime pagine di "Net Delusion" propone un manifesto per i "cyber-realisti": "Accetteranno che un mondo fatto di bytes può sconfiggere perfino la legge di gravità, ma non esiste assolutamente nessuna imposizione sul fatto che dovrebbe piegare anche la legge della ragione".

Luca Dello Iacovo

giovedì 7 aprile 2011

Perché Facebook va forte in Italia?

[Il fatto quotidiano - Blog di Dino Amenduini 06/04/2011]
Facebook è arrivato a 18 milioni di utenti in Italia. Più di un italiano su quattro ha un profilo sul più popolare social media del mondo (600 milioni di iscritti in tutto).

Dall’infografica, realizzata da Michele Caivano del sito www.fortunecat.it, è possibile evincere due dati significativi:
- la fascia più rappresentata è quella di età compresa tra i 35 e i 54 anni: cade così, spero definitivamente, il mito che vorrebbe Facebook come uno strumento “per ragazzini”;
- Gli uomini sono più presenti delle donne: 54% di maschi, 46% di femmine. Negli Stati Uniti, nettamente primi per numero di iscritti, sono invece le donne a dominare: 56% a 44%. I dati delle altre 15 nazioni con il maggior numero di iscritti a Facebook sono disponibili sul sito che vi ho segnalato, con altrettante infografiche.

L’Italia è il nono paese al mondo come numero di iscritti. Qui la distribuzione mondiale dei top 15.

Dopo gli USA, a sorpresa, c’è l’Indonesia, poi il Regno Unito e la Turchia, quarta ma con lo spaventoso tasso di penetrazione di FB del 99%. Manca la Cina che si iscrive a a RenRen, un suo social media “interno” da 400 milioni di iscritti.

Tutti questi dati dimostrano che la presunta Facebook-mania del nostro Paese è in realtà molto più normale di come la si racconti. In questa tabella, ad esempio, è possibile confrontare il tasso di penetrazione di FB nei vari paesi del mondo.

Siamo consumatori di Facebook allo stesso modo in cui lo sono gli americani, gli inglesi e gli australiani. Lo siamo un po’ più dei francesi, un po’ meno degli islandesi; molto più dei tedeschi, molto meno degli indonesiani. Dunque, almeno da una prima sommaria analisi di questi dati, salta anche l’ipotesi secondo cui Facebook sia così diffuso in Italia per motivi “culturali”, per una presunta e maggiore vocazione relazionale del nostro popolo mediterraneo.

Facebook in Italia non va poi così forte, se analizzato in valore assoluto. È invece straordinariamente “pesante” se lo si paragona al suo principale avversario nel resto del mondo: Twitter. Se infatti la relazione tra iscritti al social media di Zuckerberg e quello dei cinguettii è di tre a uno, in Italia parliamo di un rapporto di 16 a 1.

Gli utenti Twitter, infatti, sono solo 1,3 milioni in Italia e di questi, solo 351 mila lo usano regolarmente (il 27%). L’Italia è assente dalla lista delle nazioni più presenti su Twitter. Nella prossima tabella scoprirete come gli Stati Uniti raccolgano, da soli, il 62% dell’utenza complessiva; non è un caso che lo staff di Barack Obama, nell’annunciare la ricandidatura del Presidente, abbia sottolineato l’importanza di Twitter nella strategia per la campagna elettorale del 2012.

La domanda, dunque, non dovrebbe tanto riguardare la popolarità di Facebook in Italia, che è nella media mondiale, quanto lo scarso appeal di Twitter in un paese, come il nostro, che usa con convinzione i nuovi media.

Alla luce di tutti questi dati, azzardo un’interpretazione: Facebook regge e Twitter no perché nel primo caso possiamo comunicare in italiano ed è verosimile che la matrice linguistica sia uno strumento di autosegmentazione sociale nella scelta degli amici e delle relazioni da approfondire. Twitter, invece, è uno strumento globale, che non vive di conoscenza diretta tra utenti ma di relazioni tra ‘leader’ e ‘follower’, di persone che producono contenuti e altri che seguono chi produce contenuti senza chiedere il “permesso”. Per questo motivo non esistono barriere sociali, culturali e linguistiche.

Twitter è uno strumento più globale di Facebook, dunque l’inglese è la sua lingua ufficiale, dunque gli italiani, fatalmente, si tengono alla larga.

Visti i dati di penetrazione di Twitter nel nostro Paese, non sorprende che Evan Williams non abbia investito in infrastrutture che favoriscano l’esperienza di utilizzo agli utenti italiani, soprattutto con un servizio SMS capillare ed efficiente come in altri Paesi, dove è oramai consetudine l’aggiornamento del profilo attraverso un messaggio di testo (è grazie a questa opportunità che i giovani iraniani, egiziani e libici hanno aggirato la censura imposta dai regimi dei loro Stati).

Ma il potenziale dello strumento è enorme, soprattutto in chiave informativa e giornalistica (forse anche più dello stesso Facebook): da neofita entusiasta di Twitter spero che il dominio di Facebook in Italia conosca una flessione almeno in termini relativi.

mercoledì 6 aprile 2011

"Eroi twittanti": i protagonisti del Risorgimento dialogano in 140 caratteri

[La Stampa 05/04/2011] «Bagarre in Parlamento! Il Presidente della Camera costretto a sedare un’accesa lite verbale tra l’onorevole G. e il ministro C.». Oppure: «Senza unità non v’è veramente Nazione… senza unità non v’è forza, e l’Italia ha bisogno anzitutto d’essere forte». Sembrano brani tratti dalla cronaca o dagli editoriali di questi giorni; invece si tratta di frasi ricavate da documenti di 150 anni fa (il ministro in questione è Cavour e l’onorevole Garibaldi), raccolte e divulgate su Twitter e Facebook da un gruppo di giornalisti e redattori piemontesi.

Roberto Cena, Silvia Alberto di Chivasso, Fabrizio Mastroleo, Marco Ferraris e Diego Scarella animano Eroi Twittanti, una lista pubblica di tweet al cui interno i principali protagonisti del Risorgimento riflettono e commentano la situazione italiana di un secolo e mezzo fa. C’è anche una pagina Facebook, TwItalia 150, in cui vengono riproposti i messaggi postati su Twitter.

«L'obiettivo – racconta Roberto, sceneggiatore cinematografico e cross mediale - è celebrare in modo originale l’Unità d'Italia sul web 2.0, raggiungendo un pubblico giovane che spesso s'informa solo attraverso il canale internet. L'idea di usare Twitter mi è venuta leggendo il Washington Post, che per i 150 anni della Guerra civile americana ha sfruttato il network in maniera simile».

Due personaggi a testa, e via: «dai nostri studi – prosegue Cena - eravamo consapevoli che molti dei patrioti dell'800 furono anche buoni scrittori. Pubblicando giorno dopo giorno le loro frasi originali, abbiamo perciò cercando di farli dialogare tra loro, e magari anche commentare l’attualità».

Dal 17 marzo, giorno del battesimo del profilo TwItalia 150 e della lista collegata di Eroi Twittanti, i dieci personaggi che hanno fatto la Storia d’Italia (Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Cattaneo, D'Azeglio, Cristina di Belgioioso, Gioberti, Pisacane e Nievo), hanno parlato perciò non solo di patria, papato e Savoia, ma anche di guerra, nei giorni dello scoppio del conflitto in Libia, federalismo, ruolo delle donne in politica e tirannia dei partiti, strizzando l’occhio alle (tristi) vicende che coinvolgono l’attuale casta di governo. Il litigio Cavour-Garibaldi, tratto dagli atti parlamentari del 18 aprile 1861, è stato postato in concomitanza con un’analoga lite La Russa-Franceschini di qualche giorno fa.

I primi riscontri sono stati piuttosto positivi; l’originalità dell’esperimento ha fatto proseliti soprattutto nelle scuole. «In due settimane – afferma Cena - abbiamo catturato, solo con il passaparola, un centinaio di followers. Tenendo conto che il 90% degli iscritti a Twitter non arriva a 50 followers, siamo soddisfatti per aver in qualche modo contribuito a diffondere il verbo dei nostri eroi risorgimentali a chi probabilmente non li aveva mai letti. E sappiamo che alcuni insegnanti hanno iniziato a usarli come strumento didattico: la forma del tweet è infatti molto più vicina al linguaggio degli studenti di quella dei lunghi trattati di storia».
«Bagarre in Parlamento! Il Presidente della Camera costretto a sedare un’accesa lite verbale tra l’onorevole G. e il ministro C.». Oppure: «Senza unità non v’è veramente Nazione… senza unità non v’è forza, e l’Italia ha bisogno anzitutto d’essere forte». Sembrano brani tratti dalla cronaca o dagli editoriali di questi giorni; invece si tratta di frasi ricavate da documenti di 150 anni fa (il ministro in questione è Cavour e l’onorevole Garibaldi), raccolte e divulgate su Twitter e Facebook da un gruppo di giornalisti e redattori piemontesi.

Roberto Cena, Silvia Alberto di Chivasso, Fabrizio Mastroleo, Marco Ferraris e Diego Scarella animano Eroi Twittanti, una lista pubblica di tweet al cui interno i principali protagonisti del Risorgimento riflettono e commentano la situazione italiana di un secolo e mezzo fa. C’è anche una pagina Facebook, TwItalia 150, in cui vengono riproposti i messaggi postati su Twitter.

«L'obiettivo – racconta Roberto, sceneggiatore cinematografico e cross mediale - è celebrare in modo originale l’Unità d'Italia sul web 2.0, raggiungendo un pubblico giovane che spesso s'informa solo attraverso il canale internet. L'idea di usare Twitter mi è venuta leggendo il Washington Post, che per i 150 anni della Guerra civile americana ha sfruttato il network in maniera simile».

Due personaggi a testa, e via: «dai nostri studi – prosegue Cena - eravamo consapevoli che molti dei patrioti dell'800 furono anche buoni scrittori. Pubblicando giorno dopo giorno le loro frasi originali, abbiamo perciò cercando di farli dialogare tra loro, e magari anche commentare l’attualità».

Dal 17 marzo, giorno del battesimo del profilo TwItalia 150 e della lista collegata di Eroi Twittanti, i dieci personaggi che hanno fatto la Storia d’Italia (Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Cattaneo, D'Azeglio, Cristina di Belgioioso, Gioberti, Pisacane e Nievo), hanno parlato perciò non solo di patria, papato e Savoia, ma anche di guerra, nei giorni dello scoppio del conflitto in Libia, federalismo, ruolo delle donne in politica e tirannia dei partiti, strizzando l’occhio alle (tristi) vicende che coinvolgono l’attuale casta di governo. Il litigio Cavour-Garibaldi, tratto dagli atti parlamentari del 18 aprile 1861, è stato postato in concomitanza con un’analoga lite La Russa-Franceschini di qualche giorno fa.

I primi riscontri sono stati piuttosto positivi; l’originalità dell’esperimento ha fatto proseliti soprattutto nelle scuole. «In due settimane – afferma Cena - abbiamo catturato, solo con il passaparola, un centinaio di followers. Tenendo conto che il 90% degli iscritti a Twitter non arriva a 50 followers, siamo soddisfatti per aver in qualche modo contribuito a diffondere il verbo dei nostri eroi risorgimentali a chi probabilmente non li aveva mai letti. E sappiamo che alcuni insegnanti hanno iniziato a usarli come strumento didattico: la forma del tweet è infatti molto più vicina al linguaggio degli studenti di quella dei lunghi trattati di storia».

venerdì 25 febbraio 2011

Social network, Facebook e Twitter satureranno il mercato

[BìTcity 25/02/2011] Secondo un recente rapporto dell'osservatorio di ricerca newyorchese eMarketer, più della metà degli americani utilizzatori di internet (ossia circa 132,5 milioni di persone) si collega regolarmente a Facebook.
La ricerca rivela inoltre che circa il 57% degli internauti americani navigherà su Facebook ogni mese del 2011, mentre nel 2013 la cifra passerà al 62% e più della metà della popolazione americana sarà connessa al social network blu.
Dal rapporto emerge inoltre che anche il sito di microblogging Twitter riuscirà ad ottenere un incremento del numero di iscritti, sebbene in maniera minore rispetto agli anni scorsi: si stima che nel 2013 saranno quasi 28 milioni gli utenti americani (ossia l'11,4% della popolazione statunitense) che faranno uso del social network più amato dalle star.
A livello planetario, nel corso del 2010 Twitter ha registrato 100 milioni di nuovi utenti, in particolar modo grazie agli smartphone con i quali sono stati inviati i "tweets".
Buoni risultati anche per alcuni siti cinesi, come il servizio di microblogging Sina Weibo tramite il quale sono stati spediti oltre 12500 messaggi durante il capodanno cinese, e il social network Renren, una sorta di Facebook asiatico che attualmente conta circa 160 milioni di utenti.

lunedì 14 febbraio 2011

Iran, la protesta corre sul web Le rivolte 2.0 sfidano i regimi

[Repubblica.it 14/02/2011] ROMA - "Cercando un altro Egitto", cantava De Gregori qualche anno fa. Un brano che racconta la violenza dell'uomo sull'uomo, dal titolo e dal contenuto profetico alla luce dei fatti di oggi. Che senza internet e i social network, forse non sarebbero mai accaduti. Così dopo la fuga di Mubarak, a "cercare un altro Egitto" sono le popolazioni dell'Iran. E lo fanno come i rivoluzionari del Cairo, cercando di organizzare e gestire le proteste dal web 1, un fenomeno che i regimi provano a stroncare sul nascere, limitando o eliminando del tutto l'accesso alla Rete.

Iran, la piazza sul web. Le proteste del 2011 sono di nuova generazione, come chi le immagina e le rende reali. Lo sono al punto di spingere il Dipartimento di Stato Americano a comunicare con le popolazioni coinvolte attraverso Twitter, chiedendo ai governi di permettere l'uso di internet ai popoli come mezzo per organizzare le manifestazioni. E' proprio il Dipartimento di Stato Usa, attraverso l'account "USAdarFarsi" a dirsi "consapevole dello storico ruolo" svolto fin qui dai social network nelle proteste.

Gli Usa inviano messaggi agli iraniani da domenica scorsa, attaccando apertamente il regime: Amadinejhad viene definito ipocrita dagli Usa perchè, avrebbe appoggiato i moti egiziani solo a parole, mentre cercava di soffocare le manifestazioni organizzate in Iran a sostegno delle rivolte popolari in Medio Oriente. L'ultimo 'tweet' è arrivato quasi in contemporanea alle prime notize da Teheran sugli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti: Washington ha invitato Teheran a permettere "alle persone che godono degli stessi diritti universali di riunirsi pacificamente e di manifestare come al Cairo".

Social net-world. Sulla pagina Facebook "Free Iran 2" c'è uno dei possibili flussi di informazioni su cosa accade a Teheran e Shiraz. Racconti dalla piazza e contributi multimediali, proprio come accaduto agli inizi delle manifestazioni in Egitto. Messaggi come "E' un buon inizio" e video che mostrano i poliziotti in tenuta antisommossa disperdere i manifestanti col gas. I video e le notizie fanno capo a Freedomessenger.com 3, un aggregatore iraniano sulle proteste contro il governo di Teheran. Su Twitter, IranFB 4 è una delle fonti di aggiornamenti più consistenti, con rimandi a Youtube e ai blogger che seguono gli eventi. Negli "hashtags" delle notize, le parole-chiave contraddistinte dal "#" iniziale che fanno capire l'argomento, spesso accanto a "Iran" si legge "Egypt" e "Tunisia". Come a significare che la protesta iraniana è il proseguimento logico di quanto accaduto in quei paesi.

Dal web al mondo. Internet è utilizzato come sponda anche da media tradizionali. L'emittente tv Al Jazira ha pubblicato sul suo sito la notizia degli spari uditi nel centro di Teheran, dove sono in corso manifestazioni anti-governative. A sua volta la notizia arrivava dalla pagina Facebook utilizzata per organizzare le dimostrazioni. Ancora su Facebook e Twitter, sono stati pubblicati messaggi secondo cui il leader dell'opposizione iraniana Mir Hossein Mussavi e sua moglie Zahra Rahnavard sono scesi in piazza per unirsi ai manifestanti. Allo stesso tempo, il sito dell'opposizione Kaleme.com ha segnalato che Mussavi e sua moglie sono stati posti oggi in stato di isolamento nella loro abitazione. Notizie contrastanti che lasciano intravvedere come la disinformazione, voluta o accidentale, filtri agilmente anche in Rete.

TIZIANO TONIUTTI

mercoledì 26 gennaio 2011

Obama e Twitter

[26(01/2011 L'espresso] Come sta cambiando radicalmente la tecnologia dei mass media? L’ho toccato con mano martedì sera durante l’intervento di Barack Obama davanti al Congresso. Era il discorso sullo Stato dell’Unione, un appuntamento che si ripete ogni anno a fine gennaio. In passato ho sempre seguito l’intervento da casa visto che va in onda alle 21 e dura circa un’ora. Quest’anno sono andato al Greene Space.

WNYC-LEED-Greene-Space-3Cosa sia esattamente il Greene Space mi è difficile da spiegare. E’ una via di mezzo fra un auditorium e una sala di registrazione che da qualche tempo è stata aperta al pubblico dalla stazione radiofonica WNYC. Quest’ultima è un’ottima radio d’informazione finanziata sia con denaro pubblico che con donazioni private di corporations e di individui. WNYC – che per chi se ne intende è la struttura di New York di NPR, National Public Radio – con il Greene Space ha espanso le possibilità di trasformare la radio in un mezzo interattivo con la partecipazione del pubblico dal vivo. E così martedì sera ero una di quasi 200 persone in questo auditorum a livello strada con grandi vetrate su Varick Street cosicchè anche i passanti sono in un qualche modo partecipi di quanto avviene all’interno.

2794980310_4604e16abd_oA condurre la serata era Brian Lehrer, una delle voci più note di WNYC conduttore da anni di un seguitissimo talk show del mattino. Come ha spiegato Lehrer “solitamente negli auditori vi chiedono di spegnere il cellulare, noi invece vi chiediamo di tenerlo acceso”. Un invito motivato dal fatto che durante gli oltre sessanta minuti di discorso di Obama eravamo sollecitati a esprimere le nostre opinioni in diretta attraverso Twitter.

.

3638204140_e955a8f4a3Per chi ancora ha dubbi su che cosa sia Twitter è un sito web che permette agli utenti di mandare e ricevere brevi messaggi (non oltre 140 caratteri) chiamati appunto Tweet. A differenza di messaggini sms con Twitter si può “seguire” un particolare ” Tweet stream” che fa da filo conduttore su uno specifico argomento.

Su un grande schermo era proiettato l’intervento del Presidente e su un monitor molto più grande appariva una schermata di computer con i commenti su Twitter che scorrevano a mano a mano che venivano aggiornati.

twitter-zoomed-inL’argomento specifico naturalmente era lo State of the Union e per accedere chiunque di noi presenti dotato di cellulare o di Ipad ha usato un particolare codice per dare via a questo “stream” interattivo. Chiunque avesse un’osservazione, un pensiero o una considerazione sulle parole di Obama poteva commentare in diretta con il suo messaggino che appariva sul grande schermo per essere letto da tutti.

Messaggi seri sui contenuti politici del discorso, messaggi scherzosi sui capelli di Hillary Clinton o sul colore della cravatta del vicepresidente Joe Biden. Messaggi emotivi e messaggi sostanziali. Messaggi buffi e messaggi di riflessione. Messaggi controversi e messaggi irrilevanti. Insomma, uno specchio delle più di centocinquanta persone – newyorkesi qualunque – nel Greene Space per il discorso di Obama.

Al di la dei contenuti specifici è stata la tecnologia della serata a colpirmi:

ERO PARTE DEL PUBBLICO DAL VIVO A UNA STAZIONE RADIO DOVE ERO PARTECIPE DI UN PROGRAMMA TELEVISIVO ATTRAVERSO UN SITO SU INTERNET.

giovedì 20 gennaio 2011

Twitter, Facebook e Wikileaks: sarà la rete a liberare gli oppressi?

[21(01/2011 Giornalettismo]Timothy Garton Ash, grande studioso ed editorialista del quotidiano inglese Guardian, se lo chiede oggi in un editoriale sul quotidiano inglese. Quale è stato il ruolo di Internet, dei portali di social netrworking e di informazioni diffuse nel far nascere, favorire e portare alla vittoria la rivolta dei Gelsomini che ha deposto il governo di Ben Ali e che in questi minuti spinge verso il basso anche il fantoccio governo di unità nazionale a Tunisi?

RIVOLUZIONI 2.0 – Sta infatti diventando un luogo comune: senza la rete globale, tali eventi non sarebbero stati possibili. Ne è convinto persino un illustre vicino del regime deposto, Muhammar Gheddafi, leader della grande Jamarhya Libica Popolare e Socialista.

Persino voi, fratelli tunisini, persino voi avete letto questa Kleenex (nome con cui Gheddafi chiama Wikileaks). Qualsiasi inutile personaggio, qualsiasi bugiardo, ubriacone, istigato, qualcuno in overdose da droghe può parlare su internet, e voi leggete quel che lui dice e ci credete. Questo è chiacchericcio gratuito. Dobbiamo diventare le vittime di Facebook, Kleenex e Youtube?
Si, risponde Garton Ash, meglio la rete che le dittature. Ma, battute a parte, quale è il reale ruolo della rete, dicevamo, nel causare e supportare queste rivolte popolari che sono addirittura in grado di far cadere regimi ultradecennali?

Quale contributo danno siti internet, social networks e telefonini ai movimenti di protesta popolare? Siamo autorizzati ad etichettare le rivoluzioni tunisine, come alcuni hanno fatto, come “la Twitter revolution” o la “Wikileaks revolution”? Un importante e giovane attivista-analista bielorusso, Evgeny Morozov, ha appena sfidato i pigri dati di fatto dietro queste etichette politico-giornalistiche in un libro chiamato “La delusione della rete”, che è andato in stampa prima delle rivolte tunisine. Il sottotitolo della versione inglese si chiama “Come non liberare il mondo”. Morozov si è un po’ divertito deridendo e demolendo le visioni stupidamente ottimistiche che, particolarmente negli Stati Uniti, sembrano accompagnare l’emergere di qualsiasi nuova tecnologia di comunicazione (ricordo un articolo 25 anni fa chiamato “il fax ci renderà liberi). Il suo intento è mostrare che il contributo di Twitter e Facebook alla rivoluzione verde iraniana è stato sopravvalutato. Queste nuove tecnologie possono essere usate allo stesso modo da dittatori per guardare, intrappolare e perseguitare i propri avversari. Soprattutto, insiste sul fatto che Internet non sospende i metodi classici di operare della politica di potenza. E’ la politica che decide se il dittatore cadrà, come in Tunisia, o se i blogger saranno picchiati e rinchiusi, come in Bielorussia.

Da ridimensionare, dunque, il ruolo delle nuove tecnologie nello scoppio delle ultime rivolte popolari, secondo questo studioso. Alla fine della fiera, sono gli uomini in carne ed ossa a prendere le decisioni: e internet offre le stesse armi agli oppressori rispetto a quelle che offre agli oppressi.

INDISPENSABILI – Per Garton Ash, in realtà, lo studioso bielorusso, nella sua critica alla rete come veicolo di libertà, esagera “nel verso opposto”. E’ vero, le nuove tecnologie offrono- forse – uguali armi ad oppressi ed oppressori: ma pensare che dunque, la loro importanza non sia centrale in questa apertura di millennio sarebbe sbagliato. Esse forse non causano le rivolte dei giovani del 2000, ma sono indispensabili alla vittoria.
di cambiamento nel Maghreb. Se le cose vanno bene, internet e la tv satellitare diffonderanno le notizie nel mondo. Perciò si, internet fornisce armi per oppressi ed oppressori – ma non, come Morzov sembra sostenere, in ugual misura. Comparando, ne offre più agli oppressi. Credo che dunque Hillary Clinton ha ragione ad identificare la libertà di informazione mondiale in generale, e la libertà della rete in particolare, come una delle principali opportunità del nostro tempo. Ma ci sono anche pericoli in tutto questo: quelli che Morzov acutamente sottolinea.

Sulla bilancia dei pro e dei contro, dunque, internet è di grande aiuto alle popolazioni oppresse che tentano di liberarsi delle loro catene: un sostegno decisivo, questo, che vale tutti i rischi.

domenica 17 ottobre 2010

tg24 > mondo I consigli per gli acquisti delle mamme Twitter

[sky.it 17/10/2010] Dall’America arriva un interessante esempio di organizzazione dei consumatori per influenzare “dal basso” le scelte d’acquisto di determinati prodotti e orientare le stesse scelte commerciali delle aziende. Fulcro della mobilitazione è, manco a dirlo, un social network, nello specifico Twitter.

Un gruppo di 27.000 mamme americane, le Twitter Moms, molto attive sul sito, ha lanciato pochi giorni fa il proprio sigillo di qualità: prodotti per la casa, per l’igiene e la cura dei pargoli, verranno testati e valutati da un panel di almeno 25 madri e, se supereranno almeno l’85 % dei test effettuati, verranno consigliati per l’uso alle altre casalinghe.

Ogni panel è composto in modo da rappresentare uno spaccato rappresentativo della community. Le iscritte sono donne particolarmente presenti e ascoltate in Rete: ognuna ha in media 1.200 persone che la seguono su Twitter, due o più figli, un reddito familiare medio alto, ed è attiva in cinque o più social network.

”Sappiamo – affermano - che le mamme confidano soprattutto nell’opinione di altre mamme”. "I tradizionali bollini di qualità - proseguono cinguettanti - sono a pagamento o si affidano a dei test di laboratorio in ambienti sterilizzati. Le Twitter Moms provano i prodotti nelle loro case e li giudicano sulla base di esperienze reali di vita quotidiana”. I consigli delle casalinghe, secondo questa logica, potrebbero essere di grande aiuto sia ai clienti finali che alle aziende che vogliono avere un parere preliminare prima di immettere un prodotto sul mercato. A scanso di equivoci, quello offerto non è un servizio gratuito: le aziende che vogliono sottoporre i loro prodotti al giudizio insindacabile delle Twitter Moms, devono pagare.

Per il momento i prodotti approvati sono due: uno strofinaccio in microfibra e un detersivo per piatti, prodotto da un grande marchio come Procter & Gamble. La lobby in rosa ha pensato a tutto, perfino a come integrare il loro servizio con le funzionalità avanzate degli smartphone. Nel bollino applicato ai prodotti sarà presente infatti anche il QR Code, quel quadratino pieno di ghirigori che campeggia in alcuni cartelloni pubblicitari. In questo caso, fotografandolo col cellulare, il codice rimanderà a una scheda di valutazione completa del prodotto, con tanto di spiegazione approfondita dei singoli test effettuati.

L’operazione, insomma, appare accattivante e ben congegnata; ma nei vari forum dei genitori su Internet, non mancano le perplessità. “Dove starà la differenza tra una madre che elargisce – spontaneamente – consigli e la madre che vivrà delle sue raccomandazioni commerciali? – scrivono ad esempio in Mamme nella Rete”. E ancora: “Ti fideresti dei consigli di una mamma come te che percepisce un guadagno dall’utilizzo di un prodotto piuttosto che di un altro?”.

In teoria il rischio di “sponsorizzazioni occulte” non dovrebbe esserci: quelli effettuati secondo quanto dichiarato dalla lobby delle mamme cinguettanti, sono dei test “ciechi”: il prodotto da provare è mescolato ad altri, senza che vi sia alcuna indicazione della relativa marca. È più difficile invece rispondere alla prima domanda: il capitale di fiducia posseduto dalle madri si basa infatti in gran parte sulla spontaneità delle loro raccomandazioni; inventariare e mettere all’asta questo patrimonio potrebbe essere, nel medio e lungo periodo, il sistema migliore per dilapidarlo.
Federico Guerrini

sabato 25 settembre 2010

Facebook e Twitter non fermano la crescita dei blog

[lsdi 25/09/2010]

Blogging1Nel 2014 saranno almeno il 60% (contro il 50% di oggi) gli internauti americani che leggeranno un blog almeno una volta al mese – Una ricerca di eMarketer – La crescita continuerà fino a quando i blog aumenteranno la loro influenza sui media mainstream

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I social network e i microblog hanno scalzato in questi ultimi anni il blogging dal piedistallo dei social media. Per alcuni utenti, quelli che hanno sotto mano più strumenti di comunicazione rispetto a qualche anno fa, Facebook e Twitter hanno soppiantato i blog come sbocchi principali. Ma i blog continuano ad essere importanti.

eMarketer, in particolare, stima che quest’ anno più della metà degli internauti leggeranno un blog almeno una volta al mese. Nel 2014 i lettori di blog negli Usa cresceranno a più di 150 milioni,cioè il 60% dei navigatori americani. E una delle ragioni di questa crescita è che i blog sono diventati una parte importante del paesaggio mediatico.

“Ci si attende che la crescita continui a mano a mano che i blog continueranno ad accrescere la loro influenza sui media mainstream”, osserva Paul Verna, senior analyst di eMarketer e autore di una nuova ricerca dal titolo “The Blogosphere: Colliding with Social and Mainstream Media. “Ma c’ è un avvertimento da fare: col tempo i blog finiranno per essere sempre più indistinguibili dagli altri canali informativi”.

Blogging2La produzione dei blog, invece, è un’ attività più di nicchia. Solo il 12% della popolazione online aggiornerà almeno una volta al mese un blog quest’ anno, stima eMarketer. Mentre nel 2014 questa percentuale dovrebbe crescere un pochino, toccando il 13,3%.

Ci sono diversi fattori che determinano la crescita del blogging, fra cui la facilità di uso delle piattaforme di personal blogging e il crescente peso dei blog come strumenti di informazione. Ma nello stesso tempo, social media come Twitter e Facebook stanno fornendo agli utenti una strada alternativa e meno intensiva per comunicare le proprie idee al mondo. Il blogging non è più il mezzo principale per esprimere se stessi online.

(via Giornalaio; il sito dà notizia anche di una interessante infografica realizzata da Infographic Labs per The Blog Herald sullo stato della blogosfera aggiornata al 2010)

mercoledì 15 settembre 2010

E' arrivata l'ora di abbandonare Twitter?

[Download|blog.it 15/09/2010]

Negli Stati Uniti si parla inequivocabilmente di disastro per Twitter: John Mayer ha chiuso il proprio account. Per chi non conosce Twitter e per chi non ha mai sentito parlare di John Mayer, facciamo un passo indietro.

Twitter è stata la moda del web 2.0 di due o tre anni fa: chi non aveva un account era considerato “out”. Con il tempo Twitter ha iniziato a diffondersi tra i personaggi pubblici, grazie alla particolare modalità di comunicazione. Twitter avvicina la star di Hollywood, così come il politico più navigato, ai propri fan. Possono far sapere ai propri “followers” cosa stanno facendo durante la giornata, allegando foto della vita di tutti i giorni. Gli utenti si sentono in questo modo più vicini ai propri beniamini, come mai era stato possibile in precedenza. Si tratta però di una vicinanza “falsa”, perchè il canale di comunicazione è ad un senso solo. Osservando la situazione da un’angolazione diversa possiamo infatti vedere che da una parte c’è chi scrive e decide a chi rispondere, mentre tutti gli altri possono unicamente leggere, rimanendo in questo modo spettatori passivi.

Arretrati culturalmente a livello tecnologico, i personaggi pubblici italiani non sono mai stati in grado di portare avanti un proprio profilo Twitter. Questo, unito alla monodirezionalità della comunicazione, ha messo Twitter nella condizione di non sfondare davvero in Italia. Da quello che possiamo notare, Twitter ha trovato comunque la propria nicchia nel nostro Paese nella distribuzione immediata delle notizie. I più grandi quotidiani, agenzie di stampa ed emittenti televisive hanno un account Twitter dal quale poter ricevere immediatamente le notizie pubblicate.

Torniamo allora negli Stati Uniti e diamo qualche numero, per capire l’impatto del fenomeno Twitter. L’account del presidente Obama è seguito da quasi 5 milioni e mezzo di utenti, Lady Gaga si attesta sui 6,2 milioni mentre Justin Bieber, astro nascente della musica pop, è attorno ai 5 milioni. Da tenere presente che il 3% di tutti i server di Twitter sono occupati a gestire l’account di Bieber, uno che tra l’altro aggiorna spessissimo il proprio “status”.

Veniamo allora alla questione iniziale. John Mayers è un cantante e chitarrista americano. Mayers è uno dei pochi che ha saputo usare Twitter per rompere quella sorta canale monodirezionale di cui accennavamo qui sopra. Rispondeva un po’ a tutti i fans, regalava biglietti gratis per i proprio concerti, dibatteva con Perez Hilton, si difendeva da accuse scaturite tramite interviste mal rilasciate su Playboy. Come dicono su CNet: John ci mancherai. Una sorte di elogio funebre per i 3,7 milioni di utenti che lo seguivano.

Mettiamo insieme i pezzi per capire cosa è successo e cosa potrebbe accadere. Uno dei personaggi più seguiti e che più avevano intuito cosa fare “su” Twitter, scarica in un istante tutti i propri “followers”. E come avete letto si tratta di numeri stratosferici. Ufficialmente la motivazione è che l’account era nato per promuovere il proprio tour e che ora non serve più. Come motivazione ci sembra poco probabile. Forse l’ennesima mossa studiata a tavolino per far parlare di sè? Potrebbe essere. Una sorta di snobismo nei confronti di un mezzo che oggi negli Stati Uniti usano tutti? Anche questa potrebbe essere un’ipotesi valida. Ma se così fosse, quanti personaggi potrebbero lasciare Twitter? Un po’ come coloro che affermano orgogliosamente di “non avere un profilo Facebook”: una sorta di rifiuto per poter dimostrare di far parte di una minoranza “illuminata”. Se far parte dell’avanguardia dei primi utenti Twitter poteva essere “cool”, oggi potrebbe essere vero il contrario, ovvero far parte di quelli che per primi lo hanno abbandonato.

La notizia che Mayer ha lasciato Twitter, ed ovviamente i suoi 3,7 milioni di “followers”, sta facendo parlare i media americani ma sta facendo ancora più parlare “dove” sia finito ora il cantante. Perchè come avrete capito questo Mayer è uno che, almeno per quanto riguarda la rete, sa il fatto suo. Potete trovarlo su Tumblr, altra piattaforma di microblogging. Su Tumblr è altrettanto facile aggiornare il proprio status ma è più semplice postare immagini o links. Soprattutto su Tumblr è possibile ricevere commenti al post specifico, cosa impossibile su Twitter. A quanto pare la cosa sta funzionando, perchè negli ultimi due post sono presenti quasi 1500 commenti sul primo e più di 2000 sull’altro. Che Mayer ci abbia visto giusto? E’ arrivata davvero l’ora di abbandonare Twitter?