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lunedì 4 novembre 2013

Cultura e Società: Media e minori: i "nativi digitali" costringono a riscrivere il Codice

[Roma Sette 28/10/2013]
Il nuovo presidente Maurizio Mensi ricorda le innovazioni tecnologiche intervenute in questi anni nelle modalità di fruizione della tv: «Al Comitato si affianchio famiglia e scuola» di Vincenzo Corrado (Agenzia Sir)

Quindici membri in rappresentanza di emittenti radiotelevisive, associazioni di utenti e Istituzioni. È composto così il Comitato Media e Minori, che si è insediato il 23 ottobre a Roma, dopo quasi due anni di assenza. Ricostituito con decreto del 17 luglio scorso su iniziativa del viceministro dello Sviluppo Economico con delega alle comunicazioni, Antonio Catricalà, il Comitato ha il compito di assicurare, attraverso un’attività di monitoraggio e di controllo, l’applicazione del Codice di autoregolamentazione «Tv e Minori», nato nel 2002 come atto di autodisciplina delle emittenti radiotelevisive e successivamente diventato oggetto di un obbligo di legge per tutte le emittenti attive in Italia. Ma compito del Comitato è anche promuovere iniziative di educazione e sensibilizzazione all’uso corretto dei media, rivolte a scuole, famiglie e al pubblico in generale. E non solo... Ne parliamo con il nuovo presidente Maurizio Mensi, già avvocato dello Stato, funzionario della Commissione europea e direttore del Servizio giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ora professore di diritto pubblico dell’economia e di diritto dell’informazione e della comunicazione all’Università Luiss Guido Carli di Roma.

Quali sono le principali questioni sul tappeto oggi per il Comitato?
«Il primo compito sarà quello di esaminare le segnalazioni pendenti e, al contempo, promuovere l’adeguamento e la revisione delle regole del Codice al mutato quadro di riferimento tecnologico. Il Comitato deve, infatti, diventare sempre più uno strumento al servizio del cittadino e delle Istituzioni, in stretto raccordo con l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e i Comitati regionali delle comunicazioni, che sia tale da assicurare una risposta tempestiva a tutte le segnalazioni, attraverso un meccanismo d’interazione con il cittadino che sia trasparente, rapido ed efficace».

Il Comitato è nato per un settore radiotelevisivo analogico, dopo undici anni è chiamato ad aggiornarsi, adeguandosi al mutato quadro tecnologico. In che modo intervenire con strumenti efficaci e adeguati alle nuove tecnologie?
«Da quando il Codice è stato sottoscritto sono trascorsi undici anni di profonde innovazioni tecnologiche che consentono ora ai giovani di costruire il proprio palinsesto in maniera del tutto autonoma e indipendente dalla programmazione proposta dalle grandi reti generaliste e tematiche. Otto milioni di ragazzi e bambini, circa il 13% della popolazione, sono “nativi digitali” per i quali è soprattutto Internet lo strumento di maggior utilizzo. Tuttavia, come emerge dai risultati di una recente ricerca dell’organismo di regolamentazione inglese (“Children and Parents: Media Use and Attitudes”), anche se la fruizione di contenuti avviene attraverso nuovi dispositivi e non più attraverso lo schermo tradizionale, la programmazione televisiva riveste un ruolo fondamentale per i bambini di età compresa tra i 5 e i 15 anni. Ecco perché, per non trovarsi a combattere una battaglia “di retroguardia”, il Comitato dovrà sollecitare fin da ora l’aggiornamento delle regole del Codice del 2002, per renderlo applicabile alle piattaforme dei ‘nuovi media’ e più in generale alla multimedialità, affinando tecniche e modalità d’intervento in linea con i migliori esempi internazionali e alla luce dei contenuti del Libro Verde comunitario sulla convergenza d’imminente adozione».

I pronunciamenti del Comitato sono quasi sempre visti come qualcosa di negativo, “in difesa di...”. È possibile ribaltare il quadro e guardare al positivo che c’è?
«Sono convinto che un impegno serio e realmente proficuo, non possa fondarsi soltanto sull’impianto repressivo, ma su un’azione di promozione e sensibilizzazione di una cultura che promuove e tutela l’infanzia. Non è, infatti, sufficiente che la programmazione sia sicura, ma è importante che sia anche di qualità. Occorre svolgere un’azione di sostegno a programmi che propongano esempi positivi, stimolando i giovani all’approfondimento, incentivando la cultura del ‘bello’ e del ‘buono’, e che siano portatori di valori positivi: la solidarietà, il dialogo, il rispetto degli altri, l’educazione a una cittadinanza responsabile. Soltanto in tal modo si potrà fornire un utile ausilio alla famiglia, a cui è affidata la principale responsabilità educativa».

L’azione del Comitato s’intreccia, per certi versi, con la “preoccupazione” cui la Chiesa italiana sta dedicando questo decennio: l’educazione. Negli Orientamenti pastorali viene chiesto, peraltro, di stringere «un’alleanza fra i diversi soggetti». È uno sforzo condiviso?
«Senza dubbio. Uno degli elementi qualificanti e distintivi dell’azione del Comitato dovrà essere la promozione d’iniziative di educazione e sensibilizzazione all’uso corretto dei media, straordinario ‘ambiente di vita’ abitato soprattutto da giovani, da avviare e realizzare insieme alla scuola e con il contributo di tutti gli attori del sistema. È questa la sfida con la quale si misurerà il Comitato».

In sintesi, quali sono gli elementi-cardine per il lavoro futuro del Comitato?
«Il Comitato orienterà la sua azione secondo tre principali elementi: responsabilità, innovazione, educazione. Sono le famiglie, insieme alla scuola, ad avere la fondamentale responsabilità di guidare e orientare i propri figli al rispetto dei valori e delle regole, per un’educazione e una formazione costruita su solide fondamenta. In tal senso, il Comitato si concentrerà in particolare su azioni mirate, rivolte ai minori, ai genitori e al pubblico in generale per l’uso corretto dei media, da avviare e realizzare sul territorio insieme alle istituzioni scolastiche»

venerdì 26 luglio 2013

RCS presenta Twigis.it: la versione italiana del social network per bambini Tweegee.com

[ADV strategie di comunicazione]
È stato presentato ieri presso la sede di RCS il sito Twigis.it, la versione italiana di Tweegee.com, il social network per bambini – nato nel 2008 – che vanta 4 milioni di utenti unici sparsi in tutto il mondo. Frutto della partnership tra il gruppo israeliano Tweegee e RCS, Twigis.it si propone come punto di riferimento online per bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, offrendo loro uno spazio sicuro e controllato per giocare, informarsi e interagire con i propri amici. Un progetto particolarmente innovativo in Italia, dove i bambini affrontano le prime esperienze digitali in rete sempre più presto, grazie a tablet e pc.
“Il lancio di Twigis.it si inserisce perfettamente nel nostro piano di sviluppo da editore a multimedia company”, spiega Alceo Rapagna, Chief Digital Officer di RCS Media Group. “Questa strategia favorisce la nascita di nuovi prodotti in ottica “digital first” e partnership con startup nazionali e internazionali e operatori digitali specializzati per creare quel “complemento di gamma” che ci permetterà di far emergere sempre di più il nostro approccio digital”.
“La strategia di Tweegee è quella di andare nei paesi non di lingua inglese e infatti, a oggi, è presente in Russia, Turchia, Brasile e Argentina, con partner importanti come Walt Disney, Ikea, Kellogg’s, Lego, Nestlé e molti altri”, sottolinea Enrico Filì, Responsabile RCS Digital Ventures. “Il business model è quello del social media marketing – continua Filì – che prevede la sponsorizzazione dei contenuti e l’interazione continua con gli utenti. Il vantaggio per gli advertiser è quello di raggiungere la loro audience concentrata in un unico posto, nel momento in cui è maggiormente predisposta a intergire con i brand”.
Intrattenimento e sicurezza sono le parole chiave di Twigis, che si presenta come un aggregatore di contenuti localizzati (giochi, news, musica, film, mondi virtuali pensati specificatamente per l’Italia) con funzionalità social costantemente controllate. News italiane e internazionali appositamente selezionate e pensate per ragazzi, condivisione di file e contenuti, calendari personali, forum e chat, ma anche fumetti e appassionanti sfide: ogni particolare è pensato per stimolare le abilità e la creatività dei piccoli visitatori, che si possono divertire in un’atmosfera colorata, coinvolgente e completamente sicura. Tutte le attività e i post, infatti, sono moderati: ogni discussione o messaggio viene sottoposto ad approvazione prima di poter essere pubblicato, in modo da proteggere i ragazzi da contenuti inappropriati.
“Twigis si propone di diventare la prima community online in Italia per i bambini dai 6 ai 12 anni”, afferma il responsabile del social network Giuliano Benaglia. “Il nostro obiettivo è quello di raggiungere più di 900mila utenti unici/mese entro 12 mesi dal lancio – previsto per settembre – costruendo con loro un rapporto di fiducia basato sulla qualità dei contenuti e le attvità dedicate”.
Shay Bloch, CEO e Fondatore di Tweegee, ha così commentato il lancio di Twigis.it in Italia: “Con questa piattaforma intendiamo lanciare  un nuovo modo di considerare internet, rivolgendoci a un mercato ancora poco esplorato e dalle grandi potenzialità. Inoltre, riteniamo che la localizzazione dei contenuti e l’attenzione alla cultura locale rappresentino un valore aggiunto per una realtà che, pur avendo un respiro internazionale, intende parlare di tematiche vicine al suo pubblico”.
Il lancio sarà comunicato sui mezzi RCS, ma sono previste anche campagne online su altri siti e portali in target. La raccolta pubblicitaria è affidata a PRS.

giovedì 20 settembre 2012

Internet e pubblicità: il Comitato Economico e Sociale europeo chiede regole più stringenti per la salvaguardia dei minori

[Key4biz 19/09/2012]
Il Comitato Economico e Sociale europeo (CESE), riunitosi ieri in sessione plenaria, ha sollevato il problema della salvaguardia dei minori dai contenuti dannosi online e nell’ambito della pubblicità televisiva, chiedendo l’adozione di nuove, specifiche regole.
Il CESE è un organo consultivo dell'Unione europea che fornisce consulenza qualificata alle istituzioni Ue attraverso l'elaborazione di pareri sulle proposte di leggi europee, e si esprime inoltre con pareri elaborati di propria iniziativa su altre problematiche che a suo giudizio meritano una riflessione. [Leggi tutto...]

martedì 10 gennaio 2012

Media e Minori, il Comitato scrive a Corrado Passera: ‘Non possiamo lavorare, mandati scaduti’

[Key4biz 09/01/2012]
“Il Comitato Media e Minori non è attualmente nelle condizioni di proseguire nel compito istituzionale che la legge gli affida”. Comincia così la lettera che il Presidente del Comitato Franco Mugerli ha indirizzato al Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera per chiedere di procedere a rinnovare con urgenza l’organismo. Il 23 dicembre scorso si è concluso il mandato di un elevato numero di componenti e anche del Presidente del Comitato che non è più in grado di riunirsi e di far fronte alla quotidianità delle segnalazioni collegate alla programmazione televisiva.

Il Comitato ha il compito di dare applicazione al Codice di autoregolamentazione Tv e Minori, sottoscritto nel 2002 dalle principali emittenti italiane e dal 2004 recepito in via legislativa. Ne fanno parte rappresentanti di istituzioni, utenti ed emittenti, nominati dal Ministro dello Sviluppo Economico d’intesa con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

“Confido nella sua attenzione - scrive Franco Mugerli al Ministro Corrado Passera - per assicurare una tempestiva ripresa dell’attività del Comitato e un sollecito ripristino delle garanzie conferitegli a tutela dei minori nelle trasmissioni televisive”.

Mugerli ha aggiunto che “la crisi che stiamo attraversando è tra le più gravi della nostra storia. Se le scelte politiche, economiche e finanziarie saranno determinanti per il suo superamento, non meno importante sarà accompagnare le giovani generazioni in un’introduzione positiva nella realtà, nella quale non poca parte è rappresentata dai mezzi di comunicazione”.


lunedì 26 settembre 2011

Millennials: così i giovani cambiano il mondo del lavoro

[La Stampa 23/09/2011] Il gap generazionale non lo ha inventato Internet, ma per le generazioni nate tra gli anni Ottanta e Novanta, la distanza dai padri e dai fratelli maggiori si misura in gran parte nella familiarità con le tecnologie digitali. Chiamateli Millennials, chiamateli “nativi digitali”, fatto sta che parliamo di persone (circa 150 milioni in Europa) con pochissimi ricordi di pellicole, giradischi e registratori a nastro, e che hanno sguazzato fin da piccoli nella Rete come il gallico Obelix nella pozione magica, segreto della sua perenne invincibilità. Ora, questa generazione di invincibili padroni del web è già sbarcata o si prepara a sbarcare negli uffici, suscitando un conflitto di ansie e aspettative tra neo-impiegati e datori di lavoro.

Proprio questo conflitto è al centro di una ricerca commissionata a Netconsoulting da CA Technologies, società specializzata nella fornitura di servizi e software per le aziende, in particolar modo nel settore della sicurezza. L'indagine si è svolta con 285 interviste nel 2011, coinvolgendo giovani nati negli anni Ottanta, provenienti dalle facoltà di economia e di ingegneria di Milano e Torino. I risultati? Fanno prevedere qualche frustrazione per i nuovi lavoratori e importanti sfide per le aziende che li assumeranno.

Non è un luogo comune: gli studenti che stanno per uscire dagli atenei non hanno bisogno di essere istruiti su come si usa un pc e come si trova una informazione sul web, il loro habitat naturale. Ma non è detto che i futuri datori di lavoro condividano la loro disinvoltura nel maneggiare social network, cloud, dispositivi portatili, senza filtri reali tra un uso privato e un uso professionale di questi strumenti. L'identikit del “nativo digitale” è questo: nomade, molto accessoriato e assai poco incline alla riservatezza quando si tratta di comunicare online. Un ritratto quasi al negativo (o al positivo, se si preferisce) rispetto a quello delle aziende italiane.

Qualche esempio? Smartphone e notebook sono ormai appendici personalizzate e imprescindibili per i millennials, che sperano di poterle usare anche sul posto di lavoro. Possiede un pc portatile l'88% degli intervistati e il 52% di loro ha in tasca un cellulare di nuova generazione, ma se si parla semplicemente di cellulare, si arriva quasi a 100 su 100. Non sono solo strumenti di conoscenza o di lavoro, dal momento che quasi tutti gli intervistati sono iscritti a Facebook o ad altri social network e che nell'80% dei casi gli appuntamenti fra amici passano proprio da Facebook o dagli SMS (90%). La posta elettronica è quasi “desaparecida”, ferma al 50% delle preferenze e surclassata dai nuovi media, ma sempre in auge per comunicazioni formali (il 93% la usa per contattare i docenti). E, guarda caso, la ricerca evidenzia che le aziende si attrezzano soprattutto con pc da scrivania e posta elettronica.

La privacy, poi, non è certo una priorità: sono molto sensibili al tema solamente il 15,8% degli ingegneri, mentre fra i futuri economisti si sale al 34,8%. Numeri che sembrerebbero ribaltarsi, però, quando si va a vedere quale tipo di dati i giovani siano disponibili a divulgare sui propri social network. Pubblicare l''indirizzo mail non è un problema per l'82% degli “economisti”, contro il 17,9 degli ingegneri, ma le distanze si accorciano se si parla di gusti, hobby, informazioni anagrafiche. Persino il numero di telefono (il 22% degli intervistati lo ha pubblicato online) e l'indirizzo di casa (pubblicato dall'8%) per qualcuno non è un tabù.

(Con)divide et impera
L'imperativo sembra essere condividere, un'attitudine esercitata anche nell'ambito dell'università non solo attraverso i social network. Un'abitudine che molti giovani immaginano di poter coltivare anche nei loro uffici di domani. Quasi il 60% degli intervistati si aspetta di poter accedere a Facebook almeno una volta al giorno (e il 24% tra loro di poterlo fare più volte al giorno). Cattive notizie per questi ottimisti: a meno che non siano assunti nelle pubbliche amministrazioni (e le probabilità sembrano basse secondo un altro dato di questa indagine), dove il 75% degli enti interrogati ha confessato una politica di accesso illimitato a Facebook, i neo-lavoratori troveranno restrizioni di vario tipo, legate alle mansioni e alle necessità lavorative, quando non assolute, come avviene nel 66% delle aziende classificate come Utilities e Energy dalla ricerca.

Privacy, riservatezza, regole: questi sembrano punti imprescindibili per le società, che pure attendono i giovani digitali con non poche aspettative. L'insofferenza per le limitazioni imposte dalle aziende potrebbero essere un prezzo da pagare accettabile a fronte della implicita capacità di gestire i nuovi media, di aprirsi al cambiamento, di lavorare in contesti flessibili e decentrati. Tutte qualità che le aziende avrebbero già osservato nelle prime nidiate di digitali che si sono affacciate al lavoro. Qualche problema in più potrebbe crearla, invece, la pretesa di usare i propri strumenti tecnologici (smartphone, tablet o notebook) anche sul lavoro, con inevitabile confusione tra il piano professionale e quello privato. “Bring Your Device” (porta il tuo dispositivo) sembra essere lo slogan giovanile ben sintetizzato in un'analisi della KuppingerCole e confermato nei dati di NetConsoulting. I ragazzi si sono impadroniti dello spazio virtuale configurandolo a loro immagine e personalizzandolo con i tanti strumenti a disposizione perché risultasse il più “ergonomico” possibile. Perché affidarsi a fredde e magari scomode impostazioni altrui? Un'esigenza in palese contraddizione con i protocolli, le politiche sulla sicurezza e la protezione dei dati.

Occorrerà, insomma, che i dirigenti trovino la via per un giusto compromesso, che valorizzi le qualità e la sintonia con il nuovo millennio dei nuovi assunti con le esigenze di protezione del business e di riservatezza, che le nuove tecnologie mettono a rischio.

Social network e altri strumenti di condivisione e collaborazione online possono migliorare il lavoro in termini di produttività (se lo aspetta il 67% delle aziende) e di efficienza (67%) e di creatività (60%), ma anche il nomadismo digitale tipico delle nuove generazioni, e quindi il famoso “telelavoro”, può incidere positivamente sui costi e sui risultati. CA Technologies, promotrice della ricerca, naturalmente sostiene di avere in tasca soluzioni software e organizzative capaci di conciliare flessibilità e decentramento con sicurezza e privacy. In ogni caso, il suggerimento sembra essere quello di non tarpare le ali dei millennial, costringendoli in regole che vorranno (e in molti casi sapranno) aggirare, ma di approfittare delle loro qualità per dare una rinfrescata a modelli di business e di organizzazione del lavoro. Facile a dirsi, ma non a farsi. Il vecchio non ha mai ceduto il passo al nuovo senza resistenze, uno schema fin troppo evidente in Italia. Ma forse anche gli scalpitanti nativi digitali dovrebbero concedere ai veterani dell'analogico qualche chance. Anche le rivoluzioni più radicali conservano legami con il passato.
Claudio Leonardi

martedì 28 giugno 2011

Addio corsivo, i bambini scrivono solo in stampatello

[TG1online 28/06/2011] ROMA - Una volta la calligrafia era un vanto. Si facevano gare e si riceveva un voto per questo a scuola. Ora, complici tastiere, computer e smartphone, scrivere in corsivo è diventata un'arte in via d'estinzione, un cimelio misterioso per le nuove generazioni, che usano sempre di più lo stampatello e stanno disimparando a scrivere. A rilevare il problema è la rivista della società italiana di pediatria, sulla scorta dell'allarme lanciato nei mesi scorsi da alcuni studiosi americani. Un fenomeno evidente in tutto il mondo. "Quando chiedo in aula di alzare la mano a chi scrive abitualmente in corsivo - spiega Jimmy Bryant, docente della Central Arkansas University - nessuno studente, ormai da anni, risponde e a malapena sanno leggerlo".

COLPA DELLE NUOVE TECNOLOGIE. La colpa è da imputare al fatto che si scrive sempre più con tastiere e smartphone, spesso in stampatello, e al fatto che in molte scuole si dedica sempre meno tempo all'insegnare a scrivere a mano e in corsivo. "In Italia il fenomeno è più limitato e coinvolge soprattutto i ragazzi, che scrivono poco e quando lo fanno, è in stampatello - rileva Alberto Ugazio, presidente della società italiana di pediatria - alle elementari si continua ancora a scrivere e usare il corsivo. Il che da un lato è una fortuna, ma dall'altro dimostra che il pc è scarsamente diffuso nella scuola primaria". A preoccupare non è però tanto uno stile di scrittura o l'altro, precisa Ugazio, ma il fatto che "si scrive sempre meno e in modo più povero, con un vocabolario molto ridotto e una minore complessità di linguaggio. Spesso chi scrive messaggi su pc e telefoni lo fa in modo così modesto che comunica in modo apparente e non reale".

L'IMPORTANZA DEL CORSIVO.
Imparare a scrivere in corsivo "aiuta i bambini a perfezionare le loro capacità motorie - avverte Sandy Schefkind, terapista pediatrica dell'ospedale di Bethesda - la chiave è la destrezza, la fluidità, la capacità di dosare la pressione della penna sul foglio". Non solo. Il corsivo, da sempre, "è stata una fonte di arte e il passaggio allo stampatello - aggiunge Ugazio - significa una perdita di creatività".

lunedì 23 maggio 2011

Twitter e Facebook trappole per gli adolescenti?

[DireDonna 20/05/2011]

Si torna a parlare, nel bene e nel male, dei social network. Questa volta grazie alla provocazione del direttore del New York Times, che dal suo blog lancia un interrogativo semplice ma che nasconde dietro problematiche profonde. Twitter è una trappola?

Bill Keller esordisce descrivendo l’esempio della figlia teenager, che dopo pochissime ore dalla sua iscrizione su Facebook aveva già conquistato un gruzzolo di 171 amicizie virtuali. Questa estrema facilità nel comunicare con le persone, che poi reale comunicazione non è, può essere considerata un bene o un male?


“Prima di soccombere all’idolatria digitale, dovremmo considerare che l’innovazione avviene spesso a un prezzo. E qualche volta mi chiedo se il prezzo da pagare sia una parte di noi stessi.”

Il tono è abbastanza polemico, e per sottolineare come i social network limitino le capacità cognitive dei ragazzi, Keller propone un paio di esempi esaustivi citando come l’uso della calcolatrice riduca inevitabilmente la capacità di fare i conti mentalmente, oppure come il navigatore satellitare ci impedisca ormai di memorizzare percorsi e aree geografiche.

Ma questo colpevolizzare i social network per la carente predisposizione dei giovanissimi verso la fatica, anche mentale, e lo studio, non sarà forse troppo limitativo? Un’eventuale incapacità da parte degli adolescenti di valutare un comportamento, o un intervento su Facebook, ad esempio, non è da attribuire al sistema stesso. Le tecnologie di per se non influiscono negativamente sulla mente umana, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa.

Ciò non toglie, tuttavia, che la supervisione degli adulti non sia necessaria, soprattutto tenendo conto dei rischi ai quali si può andare incontro entrando in contatto con persone sconosciute, oppure partecipando a iniziative da condannare a priori come l’ultimo episodio accaduto a una giovane studentessa disabile a Milano, oggetto di pesanti insulti e offese da parte di un gruppo di coetanei proprio su Facebook.

In casi come questi, la tentazione di bandire i social network dai PC dei giovanissimi è tanta, ma probabilmente non basterebbe a evitare episodi di bullismo e prevaricazione, virtuale o reale che sia.

A Reggio Emilia "Media e minori: le abitudini dei baby spettatori"

[Orizzonte scuola 18/05/2011]

Servizio CORECOM - Regione Emilia Romagna - A Reggio Emilia i risultati della ricerca di CORECOM e Reggio Children sui bambini in età prescolare.

“Bambini e media, tra TV, cartoons, computer e videogiochi” è il titolo dell’iniziativa che avrà luogo sabato 21 maggio, dalle 9.15 alle 12.30, presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia. L’evento vedrà la presentazione dei risultati di una ricerca, realizzata dal CORECOM Emilia-Romagna e da Reggio Children, che ha indagato i ruoli e i significati dei media nella vita dei bambini in età prescolare, attraverso un percorso della durata di due anni, che ha coinvolto minori, genitori e insegnanti.

La ricerca ha permesso di analizzare le abitudini nella fruizione mediatica nella prima infanzia, attraverso un questionario rivolto alle famiglie, i focus group con genitori, insegnanti e pedagogisti e il coinvolgimento diretto di bambini tra i 20 mesi e i 6 anni. Il progetto, oltre a promuovere un uso responsabile e consapevole dei media, si è posto l’obiettivo ambizioso di costruire uno strumento di ricerca e formazione che potesse essere diffuso sull’intero territorio dell’Emilia-Romagna.

Cosa guardano i bambini e con quali modalità? Cosa pensano di pubblicità e TG? I risultati tracciano il quadro di bambini che già dalla primissima infanzia sono ampiamente esposti ai media; la televisione si conferma in cima alle preferenze, ma molti bambini della scuola materna utilizzano anche computer e videogiochi. Permangono alcune cattive abitudini, come guardare la tv durante i pasti o prima di dormire, ma emergono con forza anche le preoccupazioni dei genitori, per i contenuti violenti di videogiochi e tv – tanto che molti preferiscono utilizzare dvd e filmati scaricati dalla rete – e per una tecnologia che entra a far parte precocemente della vita dei loro figli.

L’incontro, moderato dal Direttore di Rai Regionale, Fabrizio Binacchi, vedrà la presenza di Arianna Alberici (Componente CORECOM) e di Carla Rinaldi (Presidente di Reggio Children). A presentare la ricerca le pedagogiste Paola Strozzi (Istituzione Nidi e Scuole dell’Infanzia, Comune di Reggio Emilia), Mascia Marconi (Progettinfanzia Bassa Reggiana) ed Elena Bega (Coopselios). Agli interventi di Franco Mugerli (Comitato Media e Minori) e dell’Ufficio Scolastico Regionale, seguirà un dibattito aperto a tutti i partecipanti

giovedì 21 aprile 2011

Genitori e prof, attenti all’"insostenibile leggerezza" digitale

[Il sussidiario.net 20/04/2011]

Se un navigatore appassionato di web 2.0 avesse passato i giorni scorsi a curiosare tra blog e social network, si sarebbe imbattuto in due filoni di discussione animata tra i frequentatori della Rete. Uno dei due si riferiva alla recente puntata di Report dedicata a Facebook, Google, Twitter e all’uso che simili siti (e le società che stanno loro dietro) fanno dei dati personali che gli utenti loro affidano. L’altro prendeva le mosse dalla giornata di mobilitazione per la scuola, la “Notte bianca della scuola” organizzata dal Partito Democratico per lo scorso 8 aprile, al quale un nutrito gruppo di blogger ha proposto di far seguire un’analoga giornata di mobilitazione sul Web, per dire la propria sulla scuola italiana e sulle sue prospettive.
Due argomenti solo apparentemente irrelati, che difatti in pochi hanno esplicitamente messo in rapporto. Eppure, parlare di istruzione, di educazione, di formazione, attraverso Internet e gli strumenti di condivisione non può non richiamare a una riflessione sul canale che si sta utilizzando, e che gli stessi partecipanti alla discussione hanno dovuto imparare a maneggiare. Anzitutto, facendo i conti con il suo potere di diffusione.
“Il web 2.0 è un formidabile moltiplicatore, tanto nel bene quanto nel male” afferma Monica Gobbato, avvocato, esperta di privacy e attenta osservatrice delle nuove tecnologie. “Dei centinaia e centinaia di contenuti diffusi ogni giorno su Internet dagli utenti, pochi sono le informazioni, i commenti o i post sensati o interessanti; ma tutti vengono diffusi allo stesso modo, spesso oltre la stessa consapevolezza di chi li ha immessi in Rete”. Tra questi rientrano i dati e le informazioni personali: non solo quelle degli autori stessi dei contenuti, ma anche di terzi, magari citati a loro insaputa, magari non sempre in maniera lusinghiera.

Per carità, niente di più che comuni confidenze da bar: solo che invece che scorrere via, come accadrebbe se fossero nate davanti a un caffè, in Rete restano lì a duratura testimonianza.

“Da tempo parliamo di diritto all’oblio”, afferma ancora Gobbato, “vale a dire del diritto di ogni persona a non essere giudicato per errori compiuti molto tempo prima”: errori che in Rete diventano storia, e faticano ad essere cancellati e quindi perdonati - una lezione importante per chi ha la vita davanti. Oltre alla diffusione, il Web è caratterizzato dalla permanenza: tutto quello che viene scritto o immagazzinato - opinioni, immagini scherzose e/o compromettenti, dati sensibili - resta impresso nella memoria collettiva della Rete, pronto a restituire l’immagine di chi l'ha originato a chiunque si metta sulle sue tracce. E più frequenti e più corposi sono i contributi - come quelli quotidianamente assicurati dalla componente più giovane dei frequentatori di social network -, più l’immagine sarà completa, e indelebile.

Il rischio ultimo è quello di esporre pubblicamente, e prolungatamente, il bene più prezioso che possediamo: la nostra stessa identità. Chi sostiene la necessità della scuola italiana di mettersi al passo con i tempi, auspicando un maggiore coinvolgimento delle nuove tecnologie già frequentate dai ragazzi, non può esimersi dal confronto con questo problema, e con la necessità di educare gli allievi ad affrontarlo a loro volta.
Non perché siano tecnologicamente poco edotti, al contrario: ma proprio questa familiarità “nativa” con la Rete, sostiene Gobbato, potrebbe ostacolare un approccio più mediato e riflesso con il mezzo. Compito degli educatori, a partire dalla famiglia, è quello di smascherare la leggerezza solo apparente dell’immaterialità digitale, che cela l’insostenibile pesantezza della parola. Ma per insegnare a sostenerla, non servono nuove né vecchie tecnologie: serve etica, esempio, rispetto, in una parola responsabilità.

Paola Liberace

martedì 12 aprile 2011

'Comportamenti digitali': "vecchie" e nuove generazioni a confronto

[NanniMagazine 12/04/2011] Il libro di Luigi Proserpio, docente di tecnologia alla Bocconi, analizza il profondo cambiamento sociale generato dal web, evidenziando le nuove dinamiche di ricerca dell'informazione e di relazione nate con la Rete.

I più forse non lo ricordano, ma fino a qualche anno fa
le vacanze si prenotavano basandosi sui racconti degli amici e sulle loro segnalazioni, si poteva cucinare con il ricettario della nonna, le riunioni e gli appuntamenti si ricordavano a memoria. Con l'avvento di Internet tutto questo è una visione lontana. Anche se, in realtà, la tecnologia, e la rete in particolare, hanno agito in modo più profondo, cambiando non solo le routine, ma modificando il comportamento stesso delle persone.

Da questa evoluzione sono nati 'comportamenti digitali', che fanno da spartiacque e distinguono chi è nato con e nella rete, la generazione Y, e chi alla rete si è dovuto abituare. Due mondi a volte non distanti anagraficamente, ma decisamente lontani quanto a bisogni e modi di agire, come emerge nel libro appena pubblicato di Luigi Proserpio, professore associato di management e tecnologia all'Università Bocconi di Milano.

Il mondo elettronico, infatti, porta con sé nuove forme di vita digitali: ne è un esempio il cervello umano che, come spiega Proserpio è diventato 'orizzontale', ossia "memorizza meno informazioni rispetto al passato, ma è in grado di connettere un maggior numero di dati e di persone". Un cervello diverso rispetto a quello di chi si è formato prima dell'avvento di internet, "il quale è tendenzialmente 'verticale' ", cioè caratterizzato da "un limitato, autosufficiente e preciso corpus di nozioni; con molte informazioni su pochi argomenti". Il rovescio della medaglia, aggiunge l'autore, è che "quando è disconnesso dalla rete, il cervello digitale si sente un poco sperduto, gli manca una componente ormai essenziale dei suoi processi cognitivi".

La copertina del libroPer capire come e quanto profondamente internet abbia modificato abitudini e comportamenti, il docente della Bocconi passa in rassegna le caratteristiche sulle quali si fonda la rete di oggi. Non quelle tecnologiche, ma quelle legate ai contenuti e ai loro modi di utilizzo. Dalla enorme capacità di memoria di internet, alla difficoltà, in questo mare di informazioni, di ricavare quelle effettivamente rilevanti e di qualità. Fino alla nascita, sul web, di nuovi concetti di amicizia, di atmosfera e di rapporti sociali, veicolati da social media come Facebook o Twitter o da blog e forum di discussione.

Con tutto ciò che ne consegue in positivo (rapidità e diffusione dei contatti, possibilità di trovare comunità di appassionati per quasi ogni argomento di interesse, capacità di emozionarsi anche in un mondo sintetico), ma anche in negativo. Se l'identità fisica di una persona, ad esempio, è destinata a cambiare e scomparire, non così avviene per quella digitale, che non ha scadenza: le foto che ci ritraevano in pose sconvenienti dieci anni fa possono non essere più rappresentative del nostro modo di essere di oggi, eppure tali rimangono.

"Una volta che si è lasciata una traccia digitale", spiega Proserpio, "quella tende a rimanere e ad avere una patina di 'recentezza' che è causa di preoccupazione per chi l'ha lasciata quando era giovane e vorrebbe cancellarla ora che è adulto". Una immagine potenzialmente distorta dell'individuo che già oggi rischia di produrre danni: "Ci sono aziende", sottolinea l'autore, "che iniziano a considerare i profili dei candidati all'assunzione sui social network, o a fare ricerche approfondite in Internet, per scremare quelli con comportamenti lontani dall'etica aziendale".

E proprio alle aziende e alle istituzioni è dedicato il capitolo finale del volume, che sonda il riflesso dell'era digitale sulle organizzazioni. Una considerazione amara: l'Italia, nel suo insieme, subisce un digital divide enorme rispetto ad altri paesi, come gli Stati Uniti, il Giappone o la Svezia. "Digital divide che non gioca a favore del nostro paese - commenta Proserpio - l'Italia deve infatti lottare ancor più duramente degli altri per integrare i nuovi comportamenti nelle realtà delle aziende, e usarli per ottenere vantaggio competitivo".

Inoltre, istituzioni e imprese faticano ancora a comprendere che la rivoluzione digitale non è nelle tecnologie, disponibili a tutti senza sforzo. La differenza è nei comportamenti e nelle abitudini delle persone. "Ed è la parte più difficile", spiega Proserpio, "perché è la più astratta. Ragionare di comportamenti invece che di tecniche o di prodotti o di tecnologie da integrare è più complesso per le abitudini aziendali". È facile costruire un canale di vendita via Internet, è difficile usare il lessico giusto per comunicare con i giovani della rete. Ed è qui che normalmente le imprese falliscono l'ingresso nella rete.

In conclusione, per comprendere la natura della rete bisogna studiare i comportamenti dei suoi abitanti. Così è più semplice capire quali effetti della rete possano essere considerati transitori e quali altri siano destinati a durare a lungo. Con un auspicio, conclude Proserpio: "Internet può crescere in modo anarchico e guidato dal basso, stimolando creatività e innovazione, oppure si può decidere che il caos che spesso caratterizza l'informazione e la sua ricerca non sia il modo migliore per lo sviluppo futuro della rete e agire in modo che una regolazione dall'alto si affianchi all'autoregolazione dal basso". "Indipendentemente dall'approccio (io preferisco il primo), è nostro dovere guardare alla rete come a uno dei motori più potenti di generazione di abitudini, regole, opportunità, stili di vita e nuovi comportamenti digitali di cui dobbiamo tenere conto".

INFORMAZIONI
Titolo:
'Comportamenti digitali. Essere giovani ed essere vecchi ai tempi di Internet'
Autore: Luigi Proserpio
Editore: Egea
Anno: 2011
Pagine: 176
Prezzo: 22 euro

mercoledì 23 marzo 2011

Ragazzi vittime dell’insonnia da tecnologia attiva

[Corriere.it 23/03/2011] MILANO - Dovrebbero essere pieni di energia. E invece si trascinano insonnoliti a scuola, lottano tutta la giornata con le palpebre che vorrebbero chiudersi, si rianimano soltanto davanti a Facebook. Sono gli adolescenti di oggi, che dormono troppo poco quasi sempre proprio perché "distratti" dalle tecnologie: internet, cellulari, televisione si sono ormai piazzati stabilmente in camera da letto degli under 18 e una buona notte di sonno è ormai una meta irraggiungibile per la maggioranza dei ragazzini. Anche per questo la recente Giornata mondiale del sonno (il 18 marzo) era dedicata proprio agli adolescenti, per cercare di far capire loro quanto sia importante riposarsi. Un’impresa ardua, a giudicare dai dati diffusi dalla National Sleep Foundation americana: in media i ragazzi delle superiori dormono un’ora e mezza in meno di quanto dovrebbero, 1 su 10 meno di 6 ore a notte. E la faccenda potrebbe peggiorare, in Italia, fra una settimana, quando sposteremo in avanti le lancette per l’ora legale: si dormirà un’ora in meno e una ricerca finlandese dimostra che il passaggio non sarà indolore per nessuno (tutti sperimenteremo una sorta di mini jet-lag), ma sarà più complicato per chi già non riesce a garantirsi un buon sonno. Lo psichiatra Tuuli Lahti, dell’università di Helsinki, ha osservato che l’effetto negativo dell’ora legale è consistente soprattutto in chi preferisce stare alzato fino a tardi alla sera, come gli adolescenti: il giorno che si allunga, infatti, rende i ragazzi ancor meno propensi a infilarsi a letto, rosicchiando altre ore al riposo.

SINDROME DA SONNO INSUFFICIENTE - «I giovani fino a 30 anni, sono spesso vittime della "sindrome da sonno insufficiente", disturbo provocato dalla volontaria riduzione delle ore di riposo — spiega Fabio Cirignotta, direttore del Centro di Medicina del Sonno del Policlinico S. Orsola, di Bologna —. Ciò che manca in questi casi è una corretta igiene del sonno: per colpa di cattive abitudini adottate durante la giornata, addormentarsi diventa un’impresa. Alla sera, ad esempio, il sistema nervoso deve "regolarsi verso il basso" per prepararsi al sonno: bisogna scegliere attività rilassanti e sgombrare la testa dalle preoccupazioni, perché tutto ciò che mantiene attivo il cervello allontana il riposo. No quindi a studio, lavoro, attività fisica di sera; bisognerebbe anche bandire dalla camera da letto computer e cellulari, tecnologie "attive" e per questo ancora più dannose di un film visto in Tv». Proprio ciò che non fanno i giovanissimi: stando ai dati Usa - che secondo Cirignotta sono validi anche per i ragazzi italiani - nell’ora prima di dormire oltre 1 adolescente su 2 naviga su internet, parla o manda messaggi al cellulare; 1 su 10 viene svegliato quasi ogni notte da email o sms; il 14% gioca tutte le sere ai videogames. Gli adulti preferiscono guardare la Tv, che ormai è nel 95% delle camere; ma questo compromette meno la qualità del sonno, visto che solo il 10% degli adulti lamenta sonnolenza durante il giorno rispetto a oltre il 20% dei giovanissimi. «La sonnolenza diurna è il segnale che non si sta dormendo a sufficienza: ognuno ha bisogno di una certa quantità di ore di sonno geneticamente determinata, per scoprirla basta capire quanto occorre dormire per essere ben svegli ed energici durante il giorno — osserva Cirignotta —. Purtroppo molti pensano che dormire abbastanza sia un "optional": invece chi riposa poco e male rischia di ingrassare, di ritrovarsi con la pressione o la glicemia alta, di sviluppare irritabilità, ansia e disturbi dell’umore. Senza contare il pericolo di incidenti stradali: uno studio recente su 300 ragazzi delle superiori ha verificato che gli incidenti in auto, gravi e non, sono più frequenti in chi dorme di meno». Ma c’è da sperare che un adolescente, ribelle per definizione, ascolti chi gli spiega che deve riposarsi? «Non sarei pessimista: la nostra indagine ha dimostrato che i giovani sanno bene, ad esempio, che la sonnolenza è fra le maggiori cause degli incidenti del sabato sera dopo velocità eccessiva e uso di droghe. I ragazzi sono meno impermeabili alle buone abitudini di quello che temiamo, educarli fin da piccoli alle regole del dormire sano non è impossibile» conclude l’esperto.

Elena Meli

sabato 26 febbraio 2011

Associazione Genitori A.Ge. Toscana - Consigli per genitori, insegnanti e parrocchie

[Orizzonte scuola 26/02/2011]

Il web che è un rullo compressore nelle nostre vite e che il Papa paragona alla rivoluzione industriale è di fatto un gioco per i nostri figli, ma noi adulti come lo viviamo? Luca Paolini, blogger e insegnante di religione nella scuola media, ha dispensato utili consigli a genitori, insegnanti e mondo cattolico in occasione del corso "Te lo do io il computer!", organizzato a San Donnino (FI) dai Centri diocesani di pastorale familiare e giovanile dell'Arcidiocesi di Firenze insieme all'Associazione genitori A.Ge. Toscana.

La riflessione si è fatta anche filosofica, perché ad esempio il perdono cristiano equivale a una cancellazione, mentre invece in rete ciò che è stato pubblicato rimane per sempre. Il problema invece diventa sociale quando alcuni genitori riportano notizia di giovani che restano connessi fino alle 4 di notte, senza riuscire a staccarsi. Lo web comunque è uno spazio di dialogo fatto di condivisione, collaborazione, comunicazione e non manca mai di chiedere a ciascuno il proprio parere, proprio ciò su cui di fonda il successo di portali come Ebay.

Ecco allora preziosi consigli per insegnanti, parrocchie e soprattutto genitori: a scuola un social network può essere utilizzato per creare un gruppo ristretto ai soli alunni e veicolare contenuti e lezioni. Attenzione però a come ci si mette in relazione: è bene usare l'opzione da uno a molti, evitando di mettersi in contatto con il singolo alunno, e avvisare dirigente scolastico e genitori o genitori e parroco. Da evitare poi il rischio 'alone digitale', ossia di sopravvalutare un alunno solo perché è connesso.

In classe il blog potrà essere usato per approfondire una lezione o coinvolgere i genitori; il podcast per fare audiolibri o lezioni registrate o commentare un fatto di cronaca; con la modalità collaborativi wiki si costruiscono storie e racconti, mentre con il codice bidimensionale QrCode si possono inserire approfondimenti testuali oppure link a video, musiche e siti web; infine il document sharing dà l'abitudine di condividere lezioni, documenti, video, foto, relazioni, conferenze.

In parrocchia invece ampio spazio ai social network per far conoscere eventi o creare sondaggi e sottoscrizioni. Il blog sarà un valido sostituto del giornalino parrocchiale e offrirà servizi come mappe, orari e calendari; il podcast invece sarà il vero e proprio radiogiornale della parrocchia offrendo omelie e riflessioni e commenti sul Vangelo. Con Wiki si costruirà la fase preparatoria di un'assemblea parrocchiale o di un sinodo e con QrCode si lasceranno messaggi in bacheca per i più giovani e si organizzeranno attività ludiche come la caccia al tesoro o più impegnate come la Via crucis interattiva.

Infine non poteva mancare una riflessione sul difficile compito dei genitori che oggi soffrono il divario mediatico oltre a quello consueto generazionale: spesso infatti il genitore non sa usare il computer ed è completamente all'oscuro di ciò che fa il figlio. Le lamentele più frequenti sono: "le attività di mio figlio sfuggono al mio controllo" oppure "il tempo al computer va a discapito dello studio e lo allontana dalla vita reale, dagli amici". Di positivo c'è che il ragazzo connettendosi in rete si mette in contatto con amici vecchi e nuovi, parla, riceve attenzione, combatte la solitudine.

Certo che Internet non è una babysitter e che la maturità anche in questo campo va conquistata: ecco allora le fasce orarie e i tempi massimi di utilizzo che ogni genitore legittimamente può imporre al proprio figlio in relazione alla sua età.
La prevenzione migliore è una relazione salda fra genitori e figli, poi si può navigare insieme per le ricerche e per reperire materiali, insegnare un atteggiamento critico e solidale, conoscere gli amici virtuali così come lo si fa con quelli reali. Ai più piccoli occorrerà insegnare a non dare mai informazioni personali e a tutelare la propria privacy. E' utile che il genitore conosca il mezzo e che dia l'esempio di come ci si comporta.

Sabato 26 febbraio ore 15,30-17,30, sempre allo Spazio Reale di San Donnino (FI), l'esperta di nuovi media e social network Elena Farinelli approfondirà il tema: "Aiuto, questi ragazzi stanno sempre al computer! Capire il mondo digitale per capire i giovani". A seguire sabato 12 marzo "La barca di Pietro nel mare di Internet" e sabato 26 marzo "Va ora in onda. Processo ai media!".

E' gradita l'iscrizione presso: giovani@diocesifirenze.it 055 2763724, famiglia@diocesifirenze.it 055 2763731 agetoscana@age.it 328 8424375. L'ingresso è gratuito.

Le dispense del prof. Paolini sono disponibili su www.agetoscana.it

giovedì 10 febbraio 2011

I nostri rgazzi sono troppo fraigili

[Corriere della sera 10/02/2011]

MILANO - A fine giugno il Dipartimento politiche antidroga del governo ha annunciato che nel 2009 i consumi di droga si sono ridotti di un quarto rispetto all'anno precedente, con un calo evidente anche nella popolazione generale dei giovani fra i 15 e i 19 anni. Negli stessi giorni, però, uno studio dell'Istituto di Psichiatria e Psicologia dell'università Cattolica di Roma ha richiamato l'attenzione su altre forme di dipendenza dei giovani: analizzando i comportamenti di poco meno di 3mila studenti delle superiori (stavolta, come nel caso dei dati governativi, non si tratta di obesi ma dei ragazzi in generale), Gianluigi Conte e i suoi collaboratori si sono accorti che l'11 per cento soffre di shopping compulsivo (diffuso soprattutto fra i minorenni, che sperperano la paghetta in un baleno), l'8,5 per cento non riesce a fare a meno dell'esercizio fisico, il 7 per cento gioca d'azzardo alle slot-machine o dovunque capiti.

INTERNET - La dipendenza da internet pare invece meno frequente di quanto si temesse: poco più dell'1 per cento degli adolescenti non riesce a staccarsi dalla rete. Come nel caso dello studio del CNR di Pisa, i ricercatori hanno verificato che le dipendenze vanno spesso a braccetto l'una con l'altra, a confermare l'esistenza di una "sindrome da dipendenza" dovuta a una predisposizione psicopatologica di base. Ma perché i ragazzi oggi sembrano così fragili di fronte alle dipendenze? «La famiglia e gli altri "contenitori" istituzionali tipici, dalla chiesa alla scuola, non hanno più il peso di una volta - risponde Conte -. I giovani sono più disorientati, per giunta si trovano di fronte a una maggior possibilità di scelta e occasioni per trasgredire, evadere, tentare di compensare le proprie angosce. E cadono più spesso vittime della dipendenza da una o più sostanze o comportamenti».

Elena Meli

mercoledì 20 ottobre 2010

Nascere digitali

[Scienza in rete 20/10/2010] di Giuseppe O.Longo
Negli ultimi anni gli scambi comunicativi mediati dai dispositivi tecnologici hanno subito un incremento impressionante, tanto che alcuni paventano un intasamento dei sistemi di trasmissione. Le cause principali di questo vero e proprio surriscaldamento comunicativo sono: l'aumento dell'efficienza tecnica, la diminuzione radicale dei costi e l'indebolimento dei filtri che in passato limitavano la diffusione dell'informazione. Tra questi filtri vanno annoverati: la chiesa, la scuola, la famiglia, e in genere le istituzioni politiche e sociali che esercitavano il monopolio dell'informazione, la sorveglianza e la censura. In ultima analisi questi filtri erano sorretti dal costo della comunicazione, dal diffuso analfabetismo e dalla lentezza degli scambi comunicativi.

Lo sviluppo della tecnologia ha reso la comunicazione sempre più rapida ed economica e ha contribuito alla nascita di quella che si chiama società dell'informazione. Tra le tappe più significative di questa evoluzione ricordiamo:

* la convergenza di telecomunicazioni e computer;
* la digitalizzazione delle sorgenti d'informazione e dei canali di trasmissione;
* lo sviluppo di servizi multimediali e interattivi;
* la concentrazione di un numero crescente di funzioni in minuscoli dispositivi tascabili.

Siamo entrati nell'era digitale, caratterizzata tra l'altro dalla formazione di una generazione di giovani che, plasmatisi sulle nuove tecnologie o addirittura nati con le nuove tecnologie, le usano con grande disinvoltura e insieme con sovrana indifferenza per i loro meccanismi profondi, attenti solo al loro utilizzo opportunistico. Questa generazione digitale interagisce con le strutture tradizionali, in particolare con la scuola, in modi nuovi, che prefigurano altri e più incisivi cambiamenti, destinati a investire tutti gli aspetti dell'individuo e della società.

Tramite l’ibridazione con la tecnologia cambia la natura umana, tramite la genomica l’uomo cessa di riprodursi e comincia a prodursi. Cambia il modo di fare i figli, di allevarli e di educarli. Cambia il modo di comunicare, di apprendere e di insegnare, cambiano la nozione di tempo, la percezione dello spazio, il concetto di realtà. Tutti questi cambiamenti moltiplicano le scelte, esaltano la creatività e insieme estendono l’omologazione, ci sopraffanno con l'eccesso di dati e di possibilità, provocano lacerazioni e disadattamenti. Il lessico e la sintassi subiscono distorsioni e meticciamenti profondi. E la rappresentazione mediatica di tutti questi cambiamenti genera un “doppio” spettacolare del mondo che a volte è percepito più reale del mondo reale e accelera le mutazioni. In questa potente dinamica trasformativa le velocità di cambiamento non sono uniformi: certe componenti mutano più rapidamente di altre e questa disuniformità genera tensioni, disagi, conflitti e sofferenze. La transizione è così rapida che non ci permette la messa a fuoco e continuiamo a vedere il futuro con gli occhi, i parametri e i valori di un passato che fatichiamo a superare e in cui permangono robuste tracce di categorie aristoteliche. Ciò provoca un disorientamento e una sensazione di inadeguatezza che possono sfociare in angoscia o, all'opposto, in precipitose fughe in avanti.

I giudizi sull'avvento dell'era digitale sono diversissimi: vanno da un'esaltazione senza riserve a un cupo catastrofismo, con tutti i gradi intermedi. La comunicazione è un fenomeno complesso, pertanto può (e deve) essere descritto a livelli e da punti di vista diversi, nessuno dei quali può fornirne un resoconto completo. Ne segue che le valutazioni positive come quelle negative possono essere giustificate da osservatori diversi con argomenti fondati.

Giudizi tanto contrastanti indicano che siamo di fronte a una rivoluzione vasta e coinvolgente, le cui radici affondano nell'interazione tra tecnologia e società e le cui ripercussioni riguardano la cultura, la scuola, la politica, i rapporti sociali, l'organizzazione aziendale e istituzionale, la lingua, l'epistemologia e la scienza. Nelle prossime puntate cercherò di esaminare alcune di queste conseguenze, senza curarmi troppo dei particolari tecnici e dell'alluvione di gadget, ma cercando di scrutare le radici e le conseguenze culturali degli accadimenti. In ogni caso, che si giudichi la rivoluzione mediatica in senso positivo o negativo, non si deve dimenticare che sotto la variegata superficie dei fenomeni comunicativi si annida un potente sistema economico che mira ad accumulare denaro e potere mediante sagaci politiche di mercato e astute strategie pubblicitarie.
L'ingresso nell'era digitale si accompagna a due transizioni importanti. In primo luogo vi è il passaggio sempre più evidente dall'evoluzione biologica, retta dai meccanismi darwiniani di mutazione e selezione, all'evoluzione bioculturale, e in particolare biotecnologica, dove ai meccanismi precedenti si affianca anche il meccanismo lamarckiano dell'ereditarietà dei caratteri (culturali) acquisiti.

Questo fenomeno si basa su processi, come l'imitazione, l'apprendimento, la moda, che agiscono non solo da una generazione alla successiva, ma anche all'interno della stessa generazione. Ne segue che l'evoluzione bioculturale ha natura “epidemica”: è molto più rapida di quella biologica, ma i suoi prodotti sono più fragili e volatili. In secondo luogo, sul versante della tecnologia, accanto alle macchine tradizionali, che elaborano materia ed energia, sono comparse le macchine della mente, che elaborano informazione. In un susseguirsi sempre più rapido: il cinema, il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione, il calcolatore elettronico, le reti: sistemi e dispositivi che si sono affiancati a quelli tradizionali basati sulla comunicazione orale, sulla scrittura e sulla stampa. Inoltre lo sviluppo delle reti, derivate dall'accoppiamento fra telecomunicazioni e calcolatori, ha dimostrato che la vera vocazione dei computer non è solo o tanto l'esecuzione di calcoli laboriosissimi o il trattamento di enormi masse di dati, quanto il collegamento interattivo tra gli individui. Sempre più essi fungono da nodi della grande rete di comunicazione che si sta estendendo su tutto il pianeta. L’uomo è una creatura della comunicazione e dello scambio: la sua struttura corporea e la sua intelligenza si sono co-evolute in stretta interazione con un ambiente che ha impresso nella specie il proprio sigillo, dando origine a un apparato neuro-sensoriale e cognitivo che filtra le stimolazioni della realtà e costruisce il mondo da noi percepito, che è diverso da quello di ogni altra specie. Su questo apparato s’innesta in modo agevole e quasi anestetico (almeno in apparenza) la tecnologia informazionale, la quale prolunga l’evoluzione biologica in un'evoluzione biotecnologica, modificando le categorie della percezione e della cognizione e influendo anche sugli affetti.

Lungi dall’essere un fenomeno superficiale, la tecnologia incide dunque sul nostro modo di vedere il mondo e sulla nostra essenza cognitiva ed emotiva più intima. A questo proposito è esemplare il caso della televisione, che per molti costituisce un vero e proprio occhio sul mondo, fonte di informazione, intrattenimento ed emozioni (a prescindere dalla qualità). L’aspetto forse più limitativo del rapporto con la Tv è la sua unidirezionalità, temperata soltanto dall'uso del telecomando, che consente allo spettatore di ricavarsi un tracciato personale tra programmi di per sé rigidi. E' un inizio di interattività, che soddisfa, sia pure in modo embrionale, la profonda esigenza dialogica degli umani. La comunicazione è un fenomeno complesso, in cui si mescolano elementi naturali e convenzionali, sintattici e semantici, pragmatici ed emotivi. E' un'attività, quella comunicativa, intessuta di metafore, di significati empirici e di ambiguità che screziano e arricchiscono il puro scambio di informazioni, corredandolo di tutta una serie di valenze metacomunicative ed extracomunicative, senza le quali lo scambio si ridurrebbe a poco più di niente. La comunicazione si articola in codici più o meno flessibili, aperti in vario modo a interessi cognitivi, affettivi e collaborativi. Ed è proprio la volontà di collaborazione dei parlanti che ne costituisce forse l'aspetto più caratteristico e significativo: grazie a questa volontà e animati da essa, i dialoganti esplicano un controllo e un continuo aggiustamento dell'interazione, che porta alla condivisione di regole sempre diverse e alla costruzione di convergenze mutevoli, di volta in volta adatte agli scopi della comunicazione.

L'aspetto collaborativo della pratica linguistica (che secondo alcuni troverebbe un correlato fisiologico nei cosiddetti neuroni specchio) si esplica in una continua ridefinizione e reinterpretazione, da parte dei dialoganti, dei dati e delle relazioni, dati e relazioni che non sono solo interni alla lingua, ma anche esterni: per esempio la relazione tra gli stessi dialoganti. Emergono così le componenti extra-grammaticali ed extra-linguistiche della comunicazione, che è fatta non solo di informazioni scambiate ma anche, e soprattutto, di intenzioni e di progetti, di scopi e di aspirazioni che riguardano il mondo dei soggetti, cioè un contesto quanto mai ampio e articolato. Ed emerge anche l'idea, già espressa dagli antichi Stoici, che il pieno sviluppo delle caratteristiche umane, cognitive e non solo, avvenga grazie all'interazione sociale. Per questo è fondamentale che, per esempio, nella relazione tra docente e discente, si apra il canale della collaborazione empatica, dell’interesse affettivo e umano, della relazione personale, canale che è sempre bidirezionale, anche quando il discente tace: per quel canale empatico possono poi transitare tutte le informazioni, tutti i dati, tutte le nozioni. Se quel canale non si apre, non passa nulla.
L'intelligenza umana e il suo rispecchiamento verbale sono fenomeni contestuali, sistemici e diacronici: ciò significa che l'intelligenza è legata alla comunicazione e che il suo raggio d'azione si estende ben oltre i limiti costituiti dall'epidermide individuale; in più è sottoposta alle vicende dell'evoluzione, che la rendono una caratteristica mutevole nei modi e nelle forme. Anche gli interlocutori dell'attività comunicativa mutano e si moltiplicano. L'essenzialità del contesto e dei rapporti interpersonali comporta, tra l'altro, l'importanza, per l'intelligenza umana, del corpo, che è il tramite, e il filtro, attraverso il quale la mente dell'uomo, e quindi il suo linguaggio, entrano in contatto con il resto dell'universo.

La lingua risulta dunque un fenomeno globale, mentale e corporeo insieme: ogni atto linguistico, a ben guardare, è un atto sistemico del mondo, che si svolge sì sotto la particolare angolatura dell'individuo che compie l'atto, ma che attraverso quell'individuo si collega a tutto il resto. E ogni testo è scritto dal mondo su sé stesso. Chi scrive presta al mondo mente, mano e corpo, consentendogli di scrivere e di scriversi. E così chi parla e chi legge e chi ascolta è un tramite del mondo. Questo punto di vista permette, tra l'altro, di capire e valutare meglio la funzione attiva dell'ascoltatore o del lettore, di chi insomma ri-costruisce in sé il testo.

A questa forma costantemente dialogica e interattiva della comunicazione corrisponde il passaggio, ancora in corso ma già ben delineato, dalla prima forma di Internet, il Web 1.0, alla sua evoluzione, il Web 2.0, rappresentato da Wikipedia, Google, YouTube e in genere da tutta una generazione di funzioni e di servizi caratterizzati non più da una partecipazione passiva, bensì da una cooperazione attiva e creativa degli utenti, i quali contribuiscono a produrre conoscenze: le strutture del Web 2.0 si costruiscono dal basso, per effetto di apporti minimi ma costanti in continuo confronto e interazione, come accade in maniera paradigmatica in Wikipedia. Il protagonismo partecipativo degli utenti e la crescente mediazione tecnologica dell'attività comunicativa giustificano in pieno la nozione di intelligenza collettiva, anzi connettiva, distribuita ovunque, coordinata nella dimensione sincronica, che alcuni hanno proposto per indicare le attività cognitive che si svolgono in rete e grazie alla rete.

Per converso, pare che il sincronismo tipico del Web sopprima la dimensione temporale, annullando il passato e appiattendo tutto sul presente. A ciò corrisponde una drastica trasformazione cognitiva e culturale. C'è peraltro da osservare che non sempre i contenuti del Web (p. e. di Wikipedia) sono attendibili: ne segue che la rapidissima diffusione delle informazioni errate rischia di rendere “culturalmente instabile” il sistema. Nei media cartacei tradizionali questo rischio è molto minore, non tanto perché essi siano più attendibili quanto perché minore è la velocità di propagazione delle conoscenze e maggiore è il tempo concesso alla riflessione, alla maturazione e alla scelta dei contenuti (la fretta è cattiva consigliera).

Si può avanzare un'analogia tra Web e cervello, sulla base della struttura reticolare comune e del continuo scambi di messaggi tra i nodi di queste reti. I concetti e i siti nuovi introdotti e allestiti dagli utenti vengono integrati nella struttura di Internet e rafforzati dagli altri utenti che li scoprono e li usano, creando i rimandi (link). Come le sinapsi cerebrali si rafforzano in virtù della ripetizione, così le connessioni del Web si irrobustiscono in seguito all'attività collettiva di tutti i navigatori del Web.

Questa persuasiva analogia giustifica l'uso della locuzione “macchine della mente” per i computer e Internet, e illustra la simbiosi tra queste strutture macchiniche e l'intelligenza umana: il nostro sistema cerebrale si integra con un artefatto, la rete globale, che ne potenzia alcune capacità, altre ne deprime, e ne modifica la struttura e le funzioni, aprendo la strada alla formazione di quell'intelligenza connettiva che, secondo alcuni, segna il passaggio dalla società gutenberghiana alla società digitale. Nella società digitale i contenuti sono mutevoli e i navigatori contribuiscono alla formazione dal basso di conoscenze e procedure distribuite agli utenti in un vicendevole alternarsi nei ruoli di spettatore e attore ovvero fruitore e autore.

Ma l'impressione è che noi adulti non siamo (ancora) del tutto usciti dalla “galassia Gutenberg” di cui parlava McLuhan e non siamo (ancora) capaci di orientarci nella società digitale. E questo anche per una certa nostra resistenza ad abbandonare le sponde, fidate anche se corrose, della cultura tradizionale. Molto più spregiudicati sono i giovani e giovanissimi, che sono nati nel digitale e che non hanno nessuna difficoltà a immergersi e navigare in questa nuova “infosfera”: anzi dell'altra, della vecchia “bibliosfera” alla quale noi siamo avvezzi e affezionati, non sanno molto e forse non vogliono neppure sapere molto.

Ma anche noi adulti viviamo nella società digitale, e non possiamo non risentirne gli effetti. A parte l'uso più o meno impacciato che facciamo dei media digitali, subiamo le metamorfosi socioculturali e le derive politiche di questa grande trasformazione e non possiamo non riconoscere che termini tradizionali come lavoro, denaro, proprietà, diritto, economia, sono sottoposti a una forte tensione definitoria. Anche per effetto della rivoluzione digitale, i significati di questi termini stanno cambiando, spesso senza lasciarci il tempo di adeguarci alle nuove accezioni e provocando in noi e nella società una lacerazione tra le nuove realtà e la vecchia mentalità, ancora aggrappata a concezioni pre-digitali.

mercoledì 9 giugno 2010

Stupidi o multitasking nell’era del Web 2.0? Ecco i test

[OneWeb 09/06/2010]

Il libro appena pubblicato negli USA, “The shallows” di Nicholas Carr, da cui è nata la prima grande discussione attorno agli aspetti meno edificanti del rapporto uomo-interfacce, deve aver messo in allarme il popolo di Internet. Tant’è che soltanto 24 ore dopo il New York Times aveva già messo a disposizione due test cognitivi per stabilire il nostro grado di concentrazione. Siamo davvero multitasker, o siamo stupidi come qualcuno comincia a insinuare?

A corredo di una lunghissima e a tratti divertente inchiesta, con protagonista un certo Mr. Cambell, emblematico multitasker alle prese con laptop, smartphone e strumenti Web che ha accettato di farsi monitorare lungo la sua giornata-tipo, il giornale ha allegato ben due test elaborati dalla Stanford University per valutare la nostra concentrazione e quanto siamo multitasking, cioè quanto velocemente ed efficacemente siamo in grado di gestire differenti input e passare dall’uno all’altro.

Nel primo test avrete a che fare con rettangoli rossi e blu, e bisogna stabilire se e quando quelli rossi si sono capovolti. È un test particolarmente noioso, ma se arriverete in fondo uno schema illustrerà la vostra performance paragonandola a risultati migliori e peggiori. Particolare risalto viene data alla capacità di ignorare le distrazioni, qualità che sembra tenda a disperdersi dopo un uso indiscriminato del computer e del Web.

Il secondo test è apparentemente più semplice: bisogna indicare una lettera, vocale (vowel) o consonante (consonant), o se un numero è pari (even) o dispari (odd). Oltre al numero di risposte giuste, conta anche il tempo di risposta.

Attenzione, però. In caso di risultati positivi non urlate al mondo che siete dei perfetti multitasker: secondo i ricercatori, dimostra esattamente il contrario. La tesi di fondo, infatti, è che gli “heavy multitasker” hanno maggiori problemi nel focalizzare l’attenzione e a lasciar perdere informazioni superflue.

Secondo Adam Gazzaley, neuroscienziato dell’Università della California, l’attività interattiva nonstop è un passaggio evolutivo enorme nello sviluppo dell’uomo.

Ma così facendo esponiamo i nostri cervelli a un condizionamento e chiediamo cose che evolutivamente non è scontato sappiano fare. Sappiamo invece che tutto ciò ha delle conseguenze.

Avete provato i test? Non siate timidi: raccontate i vostri risultati. Per onestà, l’autore del blog anticipa i suoi: disastrosi.

I test del NYT

Marco Viviani

martedì 9 marzo 2010

Le pratiche mediali dei giovani

[Medialog di Piecesare Rivoltella 07/03/2010] Il 3 marzo scorso sono stato invitato dalla Fondazione Ambrosianeum a commentare i dati del Rapporto Città di Milano 2009. Si tratta di un rapporto che annualmente fotografa la situazione della città dal punto di vista delle tematiche che meglio concorrono a definirne le linee di crescita e gli spazi di intervento. Quest'anno il rapporto ruota interamente attorno alla condizione giovanile. A me è stato chiesto di analizzarne i risultati dal punto di vista delle pratiche sociali dei giovani, tra reale e virtuale, o meglio tra media vecchi e nuovi.
Lo sfondo a partire dal quale ho provato ad accostare il tema è quello della ricerca che negli ultimi tre anni il mio centro, il CREMIT, ha sviluppato sull'argomento e i cui dati sono stati raccolti anche nella città di Milano. Mi riferisco in particolare a: I-pod, You-tube e noi?, un progetto di ricerca-intervento per la prevenzione del cyberbullismo in classe; Guinzaglio elettronico, una ricerca sull'uso intergenerazionale del cellulare nel contesto delle relazioni familiari (ora pubblicato in volume per Donzelli); A che gioco giochiamo, una ricerca sui comportamenti di gioco di bambini e adolescenti (2500 tra gli 8 e i 16 anni ) in Diocesi di Milano per verificare il rapporto esistente tra attività videoludica e di gioco all'aria aperta; infine Crescere nel conflitto (con l'Università di Milano Bicocca) per sviluppare una cultura della mediazione rispetto ai conflitti tra gli adolescenti.
Da questo sfondo si possono isolare tre evidenze utili a leggere le istanze contenute nel Rapporto:
- il problema del luogo;
- il problema della relazione;
- il problema della trasgressione.

1. Sul tema del luogo, il Rapporto in maniera opportuna indica il superamento della dialettica reale/virtuale. Non c'è discontinuità, ma continuità tra le pratiche poste in atto con e senza le tecnologie. La tecnologia è migrata dentro le vite dei giovani, è "reale" anche quando dispone di spazi di interazione mediata.
Piuttosto pare opportuno adottare come criterio di lettura delle pratiche giovanili un'altra coppia categoriale, quella di dentro/fuori. Essa ha a che fare con la questione cruciale della ridefinizione di ciò che è spazio pubblico e di ciò che invece è spazio privato: il confine tra le due dimensioni è reso sottile dalle tecnologie. Nel caso dei giovani si traduce in una sporgenza verso il fuori: estroflessione dell'identità, costruzione del sé nello spazio pubblico.
Infine, in relazione al luogo, occorre sottolineare lo sviluppo della tecnologia verso forme sempre più comode di portabilità. Questo comporta:
- l'emancipazione dal luogo (delocalizzazione) con l'allontanamento del consumo dalla casa;
- la perdita del "controllo" da parte dell'adulto (soprattutto genitore).

2. Quanto alla relazione le nostre ricerche ci dicono che le forme di dipendenza e di autoreclusione (per usare le parole di Charmet nel Rapporto) impattano fortunatamente in modo non significativo (circa l'1% da quanto risulta dal British Journal od Developmental Psychology che dedica un numero monografico, il n.1 2009, al consumo mediale in adolescenza). Questo non significa non preoccuparsene, ma percepire che educativamente parlando occorre lavorare sulla normalità e non solo sulla patologia.
Lo studio della normalità suggerisce alcuni spunti:
- la tecnologia non sostituisce ma prolunga la possibilità della relazione;
- questo materializza un fortissimo bisogno di contatto;
- l'incontro negli ambienti fisici, il face to face, se possibile, è gradito (come emerge quando si chiede riguardo al gradimento per il gioco all'aria aperta registrando come spesso il videogiocare sia la conseguenza dell'impossibilità di giocare all'aperto, soprattutto per problemi legati alla percezione di sicurezza dello spazio pubblico da parte del genitore).
Le attenzioni educative sono altre. Ne indico due:
- la tendenza a protesizzare le proprie competenze sociali attraverso la tecnologia (quando devo dire a qualcuno una cosa spiacevole gli mando un SMS);
- la tendenza a colonizzare i non-tempi con il conseguente fenomeno della fuga dal silenzio (quando ho un tempo libero lo riempio messaggiando, telefonando o giocando con il game-boy).

3. E siamo alla trasgressione. Qui occorre subito appuntare come il confine tra lecito e illecito sia diventato sottile, soprattutto varcabile nelle due direzioni e in modo reversibile (un tratto comune ad altri comportamenti giovanili a rischio, primo fra tutti l'abuso di sostanze). Esso è reso ancora più sottile dai caratteri tecnologici dei media digitali. Penso in particolare alla socialità (confusione tra dentro e fuori) e all'autorialità (facilità di pubblicazione).
Su questa base sono convinto che molti comportamenti trasgressivi siano dovuti sostanzialmente a:
- una cattiva conoscenza delle grammatiche e delle sintassi. Per seguire la metafora: mi pare che i ragazzi imparino a parlare in fretta (in tema di media digitali), ma spesso in modo scorretto;
- un approccio leggero, superficiale, spesso poco consapevole di effetti e impatti delle proprie azioni.
Questo richiama i compiti della famiglia e della scuola. Di fronte alla nuova socialità mediata giovanile, l'atteggiamento è di vietare e sanzionare per proteggere o di negare ed espellere credendo di educare. In questo modo si lascia solo l'adolescente con il suo problema, manifestando tutto il proprio disagio. Occorre invece educare le responsabilità perché oggi la competenza mediale è una delle competenze di cittadinanza-chiave. Nel Rapporto viene opportunamente richiamato.

mercoledì 24 febbraio 2010

A scuola di democrazia

[La Stampa 23/02/2010] Torino - Sostenibilità etica, economico-sociale e ambientale delle politiche e degli stili di vita: è il grande tema, urgente ed ineludibile, al centro di «Democrazia 2.0 - Sostenibilità», la manifestazione che dal 1 al 4 marzo riporta in primo piano Biennale Democrazia nell’ambito di Torino Capitale Europea dei Giovani. Tra gli ospiti, Woodrow W. Clark, vincitore nel 2007 - insieme ad Al Gore - del Nobel per la Pace con Intergovernmental Panel on Climate Change.

Il Forum che sta per aprirsi prevede tre lectio magistralis aperte al pubblico e una trentina di incontri riservati ai giovani: è il traguardo di un percorso che ha coinvolto in sei mesi di lavoro migliaia di ragazzi di oltre 40 scuole, università e associazioni studentesche piemontesi e italiane in un ampio e approfondito progetto di formazione realizzata con incontri e attraverso il portale web www.democrazia20.it su filoni di discussione incentrati su acqua, aria, terra, energia e città sostenibili.

Dal 1 marzo saranno ospiti della città 600 giovani, 50 dei quali in arrivo da Ungheria, Bulgaria, Lituania, Olanda, Francia, Romania e Spagna. Il Forum, organizzato dallo staff di Biennale Democrazia della Città in collaborazione con Environment Park, Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Torino, Goethe Institut Torino e Slow Food, e sostenuto dalla Regione, si articola in una serie di workshop, tavoli di lavoro, sedute plenarie e semi-plenarie non aperti al pubblico che si terranno nelle sale del Centro Interculturale della Città di Torino e dell’Environment Park.

Ma l’evento - presentato ieri dal presidente di Biennale Democrazia Gustavo Zagrebelsky, dalla presidente della Regione Mercedes Bresso, dall’assessore regionale alla Cultura e Politiche giovanili Gianni Oliva, dagli assessori comunali alla Cultura e alle Politiche giovanili Fiorenzo Alfieri e Marta Levi, dalla direttrice di BD Angela la Rotella - coinvolgerà anche il grande pubblico con le tre lezioni aperte tenute dall’economista Jean Paul Fitoussi, da Woodrow Clark, Premio Nobel per la Pace, e da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

Il presidente Zagrebelsky ieri ha ricordato che «la sostenibilità non è soltanto materia per la discussione di scienziati ed esperti, ma è, prima di tutto, un modo per porre in questione la qualità e le forme della nostra convivenza democratica». E ha aggiunto: «L’Unione Europea non ha scelto Torino a caso come Capitale dei Giovani, ma l’ha fatto perché qui, anche in vista del 2011, ci si sta riappropriando di una storia di crescita civile che ci rende punto di riferimento della riflessione su questi temi».

La presidente Bresso, che ha ricordato di essersi dedicata come studiosa ai temi della sostenibilità, ha sottolineato: «È importante che i giovani capiscano, attraverso le riflessioni di esperti di primo piano, come questo sia un problema che rischia di essere banalizzato mentre richiede soluzioni complesse».

maria teresa martinengo

martedì 16 febbraio 2010

La tv rubata ai bambini

[La Repubblica 15/02/2010] Melevisione addio. E quindi tanto vale approfittare di questa perdita per ragionare sul ruolo della tv «per ragazzi». Anche se oggi è difficile distinguere fra un pubblico di giovanissimie uno di adulti, fra un mondoe l' altro, fra una psicologia cresciuta e un universo ancora infantile. Quando la televisione era povera, democristiana e moralista offriva un servizio dedicato con chiarezza alla propria clientela: nessuno allora parlava di audience o di share, al massimo si studiava l' "indice di gradimento", sulla base delle accurate interviste realizzate da solerti signorine sul territorio: ma il marketing è il marketing, in qualsiasi epoca. Nei primi tempi della Rai, la Tv dei ragazzi non era una parte residuale nel palinsesto dell' unico canale pubblico. Anzi, la tv nazionale si caratterizzava p e r u n ' o f f e r t a molteplice rivolta a settori specifici di spettatori: al pubblico generalista con gli sceneggiati come Una tragedia americana, all' Italia premoderna con il programma pedagogico Non è mai troppo tardi del maestro Manzi, e ai giovani o giovanissimi con lo spazio intitolato La tv dei ragazzi. Ma forse sarebbe sbagliato considerare la Tv dei ragazzi semplicemente uno "spazio". La televisione-contenitore non era ancora stata inventata. Era invece un vero e proprio appuntamento quotidiano. Qualcosa che interrompeva lo studio e talvolta radunava gruppi di amici. I pomeriggi si qualificavano nell' immaginario infantile (e non soltanto infantile) di massa per telefilm come Avventure in elicottero, o per le serie di Rintintin e di Lassie. Tuttavia il programma che ha creato una vera fedeltà nei giovani spettatori degli anni Cinquanta e Sessanta è stato Chissà chi lo sa?, un' altra trasmissione "scolastica", che tuttavia determinava fenomeni di identificazione nel pubblico, e tifoserie divise fra le squadre nell' arena. «Squillino le trombe, entrino le squadre», proclamava Febo Conti, ed era subito competition. Forse il segreto della Tv dei ragazzi era la combinazione, potremmo dire con il lessico di oggi, di fiction e di programmi in diretta. Intere generazioni sono cresciute aspettando la puntata settimanale della saga di Ivanhoe, interpretata da un giovane e atletico Roger Moore; mentre la domenica era monopolizzata da Giovanna, la nonna del Corsaro nero, uno sceneggiato musicale vagamente salgariano, scritto da Vittorio Metz e interpretato fra gli altri da Giulio Marchetti e Pietro De Vico, di cui furono realizzate tre serie a partire dal 1961 (per inavvertenza, tutte le puntate furono cancellate, e quindi non esiste traccia di questa serie di eccezionale successo popolare). La Nonna era interpretata da Anna Campori, la sigla è ancora nella memoria di molti: «Un doppio urrah per Nonna Sprint, la vecchia ch' è più forte di un bicchiere di gin...». Qualcosa si può trovare su YouTube, ma si tratta di pochi frammenti. La Melevisione a sua volta è il risultato di una reinterpretazione del genere fantasy, ma costituisce soprattutto una riserva di senso dentro una televisione fatta di automatismi e di format. Riuscire a portare i giovani telespettatori, un pubblico d' élite, naturalmente, dentro il «Fantabosco» e la «Piana del re», nella folla dei singolari, fiabeschi personaggi della Melevisione, implica uno sforzo creativo ragguardevole, esercitato con passione per oltre dieci anni (la Melevisione esordisce il 18 gennaio 1999), di cui c' è da essere grati agli autori e all' apparato di produzione del programma. Adesso sembra proprio che la Melevisione sia destinata al digitale terrestre. Era un frammento, piccolo, di televisione strappato chissà come alla esondante volgarità della tv generalista e commerciale. RaiTre ha il merito di avere mantenuto questa riserva indiana e di averla proposta per anni a un pubblico di modesta entità numerica ma via via più fidelizzato e consapevole. Sono, o erano, bambini e ragazzini, dai quattro ai quattordici anni, che hanno avuto la forza di sintonizzarsi su un programma in netta controtendenza riapetto ai palinsesti correnti. Non si spiega altrimenti, se non per il successo "intellettuale" del programma, la sua durata e la permanenza pluriennale nel palinsesto della Rai: nessuno fa programmi per beneficenza. E questo spiega anche il successo «commerciale» della Melevisione, il che significa avere individuato una fascia di pubblico e avere offerto un prodotto per essa attraente. Di più: la sola e unica forma di spettacolo offerta al pubblico più giovane, al di là dei cartoni animati. Adesso si celebrano canti di lutto. L' intero gruppo della Melevisione (una cinquantina di persone) teme l' oscuramento, e di conseguenza la scomparsa, o un ridimensionamento brutale. È un atteggiamento naturale, ma oltre alle condizioni in cui si troverà lo staff del programma, in linea più generale occorrerà vedere come il giovane pubblico della Melevisione sostituirà il programma nel proprio portafogli di preferenze televisive. Nulla resta vuoto nella televisione; e dunque niente è più facile che il telecomando dei teenager scivoli per inerzia verso Canale 5, e cioè verso Uomini e donne di Maria De Filippi. Quindi si assisterà semplicemente a una «sostituzione di immaginario»: l' immaginario costituito dai panorami favolistici della Melevisione verrà sostituito dall' immaginario pop e trash della televisione commerciale, con i suoi tratti iper-realistici. Al posto del folletto Milo Cotogno e di Lupo Lucio, di Re Quercia e della Principessa Odessa, arriveranno nelle case, anche in quelle che ne erano esenti, tronisti e concorrenti pieni di gel. Sarebbe ingenuo affidare a un programma come la Melevisione la trincea di resistenza rispetto ai programmi di autentica tendenza, le trasmissioni che portano a un' identificazione pressoché totale con i protagonisti dell' iper-realtà televisiva. Piuttosto, c' è da pensare che dopo la De Filippi viene necessariamente, per pura grammatica televisiva, Grande Fratello. E quindi lo stordimento televisivo comincia dove finisce la Melevisione. Sembra nulla, un' ovvietà, ma la televisione è fatta di abitudini, di gesti automatici, di zapping. Non trovare su RaiTre l' appuntamento con l' isola felice della Melevisione non è una perdita in sé: è il segno che nella televisione di Stato qualcuno ha abdicato a un ruolo. Non che la tv debba avere per forza un ruolo pedagogico; tuttavia perdere la Melevisione, con la sua leggera fantasy spedita nel regno oscuro del digitale, significa che la televisione pubblica relega se stessa a un ruolo secondario. I ragazzini se ne faranno una ragione, scivolando verso i giochi machos della De Filippi. Ma forse sono i genitori che dovrebbero preoccuparsi: avere in casa un ragazzino felice della sua età, che scherza sull' Orco Manno e sull' Orchessa Orchidea, in fondo è piuttosto diverso dal trovarsi di fronte a un emulo di Fabrizio Corona, pronto a scivolare nel mondo stregato di Amici, in uno scenario estetico, e filosofico, fatto di lampade Uva e di tatuaggi. - EDMONDO BERSELLI

Statistiche ed immagini

lunedì 15 febbraio 2010

Journal of Children and Media: Special issue on Children, Media, and Health

Journal of Children and Media: Special issue on Children, Media, and Health
Call for Papers
Media, in various formats, can influence the healthy development of children and adolescents in both positive and negative ways. This special issue of the Journal of Children and Media (JOCAM) will add to the inter-disciplinary literature by providing well-designed studies and theoretical papers exploring whether and how media use affects the physical, mental, and behavioral health of young people.

CMCH Director, Dr. Michael Rich and Dina L.G. Borzekowski, guest editors, invite contributions to a special issue on Children, Media, and Health from a wide range of disciplines, perspectives, theoretical, and methodological approaches.

The guest editors are particularly interested in compiling quality papers that can inform risk assessment, intervention design, and positive media applications aimed at a diversity of populations, technologies and content.

A 300 word abstract, full contact information for the corresponding author, and a biographical note (up to 75 words) on each of the authors should be submitted to Dr. Dina Borzekowski (e-mail below) as an e-mail attachment by no later than March 15, 2010.
Expected publication date is Volume 6 Issue 1, Winter 2012.

For more information:
dborzeko@jhsph.edu
http://www.tandf.co.uk/journals/cfp/rchmcfp1.pdf

International Children's Day of Broadcasting

March 10 2010
January 1 1970


International Children's Day of Broadcasting - 'All Rights All Children'

The International Children’s Day of Broadcasting (ICDB) was created to give exposure to the issue of children’s rights. Over the years, it also has become a day of celebrating young people in the media.

The rights to participation and expression are an integral part of adolescent development. Broadcasters have the chance to empower young people by giving them media skills and putting their voices on the air. This shows other young people that they, too, can have a voice. It also shows the world what young people’s thoughts are about their lives and communities.

On 7 March 2010, UNICEF invites radio and television broadcasters to celebrate the ICDB and highlight programming by, for and about children. The theme is ‘All Rights All Children’.

In honour of the 20th anniversary of the CRC, UNICEF calls for broadcasters around the world to invite young people into the studio and on the air to share their opinions and access their rights to media and expression. Join the network of broadcasters celebrating the ICDB in 2010 and Tune in to Kids!

UNICEF will award the International Children's Day of Broadcasting Award to honor television and radio broadcasters who capture the spirit of the ICDB. The submission process for entries will open directly following the ICDB in spring 2010, when broadcasters will be able to submit their programs from the 2010 International Children's Day of Broadcasting. The deadline will be 15 June 2010.

For more information:
http://www.unicef.org/videoaudio/video_38486.html