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giovedì 15 dicembre 2011

10Share « Precedente Commenti (0) TrackBack (0) 14 dicembre 2011 - 9:04 Humanistic Management 2.0: la visione di Gary Hamel

[Il Sole 24 Ore 14/12/2011]
Gary Hamel sta diventando uno dei paladini del passaggio dal Management 1.0 allo Humanistic Management 2.0. Abbiamo già dato conto del pensiero espresso in un suo post pubblicato sul tema a novembre. Hamel adesso ha scritto un nuovo articolo che offre altri interessanti spunti di riflessione e che vale la pena riprendere anche alla luce dell’indagine Delphi 2.0 La rivoluzione social e le aziende cui stanno aderendo numerosi manager ed esperti italiani e che è tuttora in corso.

In primo luogo merita una menzione il titolo dello scritto di Hamel: The Facebook Generation vs. the Fortune 500, che richiama irresistibilmente quello da me dato ad un post risalente ad ormai quasi tre anni fa: Facebook vs HR.

Non è una coincidenza. Hamel infatti rivolge la sua attenzione alle aspettative della "Generazione F" - la generazione Facebook- nel momento in cui entrano in una organizzazione: un problema di competenza squisitamente HR. “Come minimo", osserva lo studioso, "questi giovani si aspettano un ambiente di lavoro che rifletta il contesto sociale del Web, ben diverso da quello in cui sono destinati ad impattare e le cui caratteristiche sono ancora quelle di una burocrazia weberiana (intesa nel senso più deteriore del termine) risalente metà del 20 ° secolo. Se la vostra azienda spera di attirare i membri più creativi ed energetici della generazione F, avrà quindi bisogno di capire molto bene queste ​​aspettative, derivanti dal modello conversazionale imposto da Internet (come già avvertiva un inascoltato rapporto da Gartner Group del 2008, ndr), e poi reinventare le sue pratiche di gestione. Un passaggio inevitabile: chi non avrà investito ora nelle competenze della generazione Facebook si troverà ben presto fuori dal mercato”.

Ciò premesso, Hamel ha compilato una lista di 12 caratteristiche rilevanti della vita online. Questi sono i parametri di valutazione che i dipendenti utilizzeranno sempre più frequentemente per determinare se la loro azienda si è adattata alle sfide del management 2.0, post-burocratico e conversazionale. Nella preparazione di questo breve elenco, spiega Hamel, “non ha cercato di catalogare ogni caratteristica saliente dell’ambiente sociale del Web, ma solo quelle che sono più in contrasto con i metodi e i processi di lavoro ereditati dal passato ancora fortemente presenti nelle grandi aziende.”

1. Tutte le idee competono su un piano di parità. Sul web, ogni idea ha la possibilità di ottenere seguito e nessuno ha il potere di uccidere un'idea “sovversiva” o un dibattito imbarazzante. Le idee si impongono o in base al loro merito percepito, piuttosto che sul potere politico dei loro sponsor.

2. Conta il contributo effettivo più che le credenziali. Come a dire, occorre essere autorevoli, non autoritari. Quando si posta un video su YouTube, nessuno ti chiede se sei andato a scuola di cinema. Quando si scrive un blog, a nessuno importa se il blogger ha una laurea in giornalismo. Nelle strutture burocratiche aziendali vige ancora un criterio di selezione basato su titoli accademici e anzianità. Sul web, ciò che conta non è il tuo curriculum, ma quanto puoi contribuire.

3. Le gerarchie sono naturali, non prescritte. In ogni forum ci sono alcuni individui che ottengono più rispetto e attenzione di altri e hanno più influenza di conseguenza. Questi individui tuttavia non sono stati nominati da una qualche autorità superiore. Invece, il loro peso riflette l'approvazione liberamente data dei loro coetanei. Nella terminologia dello Humanistic Management 2.0, ciò di cui Hamel parla in questo e nel successivo punto è la leadership convocativa, estesamente descritta da Piero Trupia in Potere di convocazione (Liguori 2002) e da me proposta come chiave di volta della leadership 2.0 (vedi ad esempio la presentazione effettuata al management di Illy qualche tempo fa). In particolare c’è una differenza fondamentale fra il potere di convocazione e le altre forme di leadership: proprio come osserva Hamel, si costruisce nel suo esercizio anzi nel tentativo di esercitarsi. Le altre forme di potere invece – il prestigio, il carisma, la tradizione, l’autorità… - sono pre-dati: sono già costituiti prima del loro esercizio. Di pre-dato nella convocazione c’è solo la volontà di esercitarla. Il prestigio viene esibito, l’autorità esercitata, il carisma irraggiato: la convocazione discorsiva viene costruita nell’interazione e in cooperazione con il convocato.

4. I leader servono, piuttosto che presiedono. Sul web, scrive Hamel, ogni leader è un leader di servizio, nessuno ha il potere di comando o sanzione. Argomenti credibili, competenza dimostrata e comportamento altruistico sono le leve per ottenere risultati attraverso altre persone. In maniera a mio avviso più precisa, lo Humanistic Management 2.0 parla di “potere di convocazione” del leader 2.0, un potere che esiste da quando esistono comunicatori efficaci, ovvero coloro che sanno attivare la comunicazione di altri: Gesù, Kennedy, Mandela, ad esempio. Il convocatore è colui che sulla base di una idea forte sa aprirsi agli altri con l’ingenuità del principe Myschkin, l’idiota, facendoli aprire a loro volta al dialogo.

5. Le attività sono scelte, non assegnate. Quando una persona contribuisce a un blog, lavora su un progetto open source, o condivide consigli in un forum, sceglie di lavorare sulle cose che la interessano, afferma Hamel. Non a caso il tema del commitment diffuso è uno dei task centrali del nostro Delphi online.

6. I gruppi sono auto-definizione e auto-organizzazione. In ogni comunità online, si ha la libertà di collegarsi con alcuni individui e ignorare il resto, di condividere profondamente informazioni e competenze con alcune persone e nulla con gli altri. Così come nessuno può assegnare un compito noioso o non interessante, nessuno può costringerti a lavorare con colleghi stupidi o che più semplicemente non condividono i tuoi interessi. Anche da qui scende la sfida-chiave della Formazione 2.0, la trasformazione delle famiglie professionali in learnig communities (vedi schema proposto da Jane Hart).

7. Risorse attratte, non assegnate. Nelle grandi organizzazioni, le risorse (tecniche, economiche ed umane) vengono assegnate top-down, in un politicizzato stile sovietico, come lo definisce Hamel. Sul Web, i flussi di risorse si dirigono verso idee e progetti che sono interessanti (e divertenti), mentre si allontanano da quelli che non lo sono. In questo senso, il Web è un'economia di mercato in cui sono milioni di individui a decidere, momento per momento, come spendere la moneta preziosa del loro tempo e attenzione.

8. Il potere viene dal condividere le informazioni, non dal loro accaparramento. Il Web è anche una economia del dono. Per guadagnare influenza e status, si deve offrire la propria esperienza e competenza. E devi farlo in fretta, perché, se non lo fai, lo farà qualcun altro che raccoglierà il credito che potrebbe essere stato tuo. On-line, ci sono un sacco di incentivi per condividere la conoscenza, e pochissimi ad accumularla.

9. Le opinioni mescolate e le decisioni peer-reviewed. Su Internet, le idee davvero intelligenti fanno rapidamente guadagnare un seguito, non importa quanto dirompenti possano essere. Il Web è un mezzo quasi perfetto per aggregare la saggezza della folla, l’intelligenza collettiva. E una volta aggregata, la voce delle masse online può essere usata come un ariete per sfidare gli interessi consolidati delle istituzioni nel mondo offline.

10. Gli utenti possiedono potere di veto sulle decisioni più politiche. Molti hanno imparato a proprie spese quanto gli utenti online sono testardi e rumorosi, pronti ad attaccare qualsiasi decisione o cambiamento politico che sembra contrario agli interessi della comunità. L'unico modo per mantenere gli utenti fedeli è quello di dare loro un ruolo nelle decisioni chiave. Fin qui Hamel. Torna, per citare ancora Trupia, il modello del convento, alternativo a quello della caserma (che prescinde dal coinvolgimento, dalla crescita personale e dalla motivazione): qui è dove tutti i membri della confraternita hanno “voce in capitolo”, ovvero potere di parola. Quando questa condizione si realizza il social network diviene un vero mondo vitale (cfr. Il mondo vitale di Facebook). By the way, è opportuno ricordare che “l'ordinamento conventuale è al massimo coinvolgente; la motivazione è altrettanto forte ed è di tipo ideologico sub-specie confessionale. La crescita personale è prevista, ma segue un cursus totalizzante (non diversamente da quanto accade ai “sacerdoti” di Wikipedia), secondo la formula "o prendere o lasciare", con la clausola implicita nella pronuncia dei voti della esclusione dell'alternativa lasciare. D’altro canto le community online sono abitate da discussioni feroci, ma anche questa non è una novità. “E' noto che i grandi santi hanno dovuto aprire un conflitto con la propria comunità, per poter affermare la loro visione innovativa. San Giovanni della Croce, quando annunciò di voler riformare il proprio ordine, il carmelitano, venne addirittura imprigionato dai propri confratelli. Dovette materialmente evadere dalla cella con un prodigio di astuzia e di serenità spirituale (Alonzo, 1987)” (Secondo Rapporto sulla comunicazione d'impresa CNEL, 2000, p. 308).

11. Le ricompense intrinseche contano di più. Il web è una testimonianza del potere di ricompensa intrinseca. Pensate, esorta Hamel, a tutti gli articoli che hanno contribuito alla crescita di Wikipedia, a tutto il software open source creato, a tutti i consigli liberamente dati su Yahoo! Answers: sono tutte ore di puro volontariato ed è ovvio che gli esseri umani danno generosamente sé stessi quando è data loro la possibilità di contribuire a qualcosa che effettivamente condividono valorialmente. Il potere del denaro è grande, ma lo sono pure il riconoscimento e la gioia della realizzazione. Tema anche questo ben presente nel nostro Delphi. Al punto 11 infatti proponiamo questa riflessione: “Nel quadro economico attuale, segnato dalla rivoluzione social ma anche da una profonda crisi a livello mondiale e dall’emergere di nuove modalità contrattuali, l’empowerment coniugato a forme flessibili di retribuzione, di orario, di organizzazione si ottiene solo se la persona trova consistenti ragioni di adesione psicologica alla mission della società di appartenenza. La rivoluzione social richiede un profondo ripensamento di comportamenti manageriali che mai come oggi devono essere ispirati da una forte visione etica. Come già molti anni fa ha osservato Peter Drucker, sotto questo profilo, il modello di riferimento per le aziende profit dovrebbero essere le associazioni non-profit, che possono contare sulla risorsa più importante di tutte: l’entusiasmo. L’entusiamo è derivante dalla consapevolezza o, almeno, dalla fiducia nel fatto che l’organizzazione persegue un fine giusto, per cui è importante battersi. La condivisione di valori che si traduce in progetti concreti a beneficio della società diventa cruciale per rafforzare la coesione aziendale e in ultima analisi la sua stessa forza produttiva.”

12. Gli hacker sono eroi. Le grandi aziende tendono a rendere la vita scomoda ad attivisti e sobillatori, per quanto costruttivi essi siano. Al contrario, la community online di frequente abbraccia con forza quelli con forte punto di vista anti-autoritario. Anche questo è un elemento che sta emergendo nel nostro Delphi: “La rivoluzione social richiede un profondo ripensamento di comportamenti manageriali che mai come oggi devono essere ispirati da una forte visione etica. Che deve confrontarsi ancora una volta con prospettive nuove, come quella dell’”etica hacker “una nuova concezione del lavoro che rigetta i valori tipici dell’etica capitalistica e li sostituisce con altri: passione, libertà, valore sociale, apertura, creatività” (Bennato 2011, p. 131).”

Queste caratteristiche della vita Web-based, conclude Hamel, “sono inscritte nel DNA sociale della generazione F, che però mancano completamente nel DNA manageriale della media delle società “Fortune 500”. Sì, ci sono un sacco di ragazzi in cerca di lavoro in questo momento, ma pochi di loro potranno mai sentirsi a casa in “cubicolandia”. Così, cari lettori, ecco un paio di domande: Quali sono i valori sociali basati sul Web che si pensa siano più in contrasto con il DNA manageriale che si trovano all'interno di un tipico gigante aziendale? E come dovremmo reinventarne gestione per renderlo più coerente con queste sensibilità emergenti online?” Questioni critiche, quelle poste da Hamel, a cui non possiamo che invitare a rispondere anche i manager italiani, ad esempio partecipando a La rivoluzione social e le aziende.

dal blog

Le Aziende In-Visibili di Marco Minghetti & Living Mutants Society

giovedì 1 settembre 2011

La comunicazione al tempo dei social network

[Vanity Fair 31/08/2011]

Poniamo il caso di essere entrati a far parte da poco di un social network: magari abbiamo ritrovato qualche vecchio amico su Facebook o scelto qualche persona interessante da seguire su Twitter, la nostra foto o qualcosa che abbiamo scelto per rappresentarci campeggia su un riquadro bianco che aspetta solo di essere riempito, anzi una domanda invita l’utente esplicitamente a farlo: «A cosa stai pensando?», leggiamo su Facebook. «Che c’è di nuovo?», su Twitter. A questo punto come dobbiamo comportarci?

Come ben sapranno tutti i frequentatori di social network la via più semplice è, in realtà, la condivisione di video, foto o testi già presenti nella Rete, quel riquadro viene così riempito con un semplice copia e incolla di un indirizzo Internet e pazienza se il «Che c’è di nuovo?» di Twitter potrà apparire paradossale se, ad esempio, ho deciso di condividere un video dei Led Zeppelin. Ma posso anche fare la scelta, senza dubbio più impegnativa, di rispondere davvero a quelle domande, o quanto meno di scrivere qualcosa di mio, che sia un pensiero o un’osservazione, come fanno in genere quelle persone che sui social network riescono a crearsi un vasto gruppo di seguaci. Già, ma come?

Intanto ricordando che mai come qui ha senso parlare del dono della sintesi, e per andare sul sicuro Twitter ha fissato un limite massimo di caratteri, 140, un invalicabile Nanga Parbat per i prolissi.

Lo sappiamo, questo è il tempo della comunicazione breve; Christopher Johnson, che a questo argomento ha dedicato un libro dal titolo significativo, «Microstyle», dove analizza appunto lo stile più efficace per questo tipo di messaggi, parla di una vera e propria «ossessione collettiva per la brevità».

Altro aspetto importante da considerare è l’approccio che vogliamo avere nei confronti del social network a cui ci siamo iscritti e per farlo potrà essere utile ricordare brevemente alcune nozioni di teoria della comunicazione, soprattutto quelle sei funzioni del linguaggio individuate dal linguista russo Roman Jakobson: la funzione emotiva, conativa, referenziale, fàtica, metalinguistica e poetica. La funzione emotiva riguarda l’emittente e ne esprime i sentimenti, le riflessioni e la personalità. La funzione conativa è centrata sul destinatario e mette in evidenza nella comunicazione ciò che può sollecitare i riceventi a pensare o agire in un certo modo. È quella predominante nel linguaggio pubblicitario. La funzione referenziale è la funzione più ricorrente, è quella centrata sul referente (contesto) ed esprime la nozione, la notizia, tutto ciò che serve a spiegare un argomento con indicazioni circostanziate. La funzione fàtica riguarda il canale ed è centrata sul contatto che è necessario stabilire per la trasmissione del messaggio. Come ad esempio nelle espressioni: «Pronto?». «Mi senti?». La funzione metalinguistica concerne il codice ed esprime l’esigenza di controllare l’efficienza e la chiarezza del linguaggio utilizzato; è la funzione prevalente nei libri di grammatica (e nei nostri post). La funzione poetica riguarda il messaggio in quanto tale e la sua strutturazione attraverso i segni scelti. Nel linguaggio verbale, questa funzione concentra l’attenzione sull’aspetto fonico delle parole, sulla scelta dei vocaboli e sulla costruzione delle frasi.
Premettendo che in una comunicazione le varie funzioni possono essere compresenti, anche se in genere ne esiste sempre una prevalente o dominante, possiamo notare che i due social network più conosciuti con le loro domande ci indirizzano verso due differenti funzioni linguistiche. Facebook, che mi chiede a che cosa sto pensando, sembra invitarmi a scrivere qualcosa in cui a prevalere siano i miei pensieri, i miei sentimenti, e dunque la funzione emotiva, mentre Twitter, chiedendomi che cosa c’è di nuovo, sembra indirizzarmi verso una comunicazione incentrata su quello che mi sta accadendo intorno, comunicazione in cui la funzione dominante è quella referenziale. Non è un caso che Twitter abbia goduto di un grande successo nel mondo del giornalismo, anche quest’ultimo infatti ha come funzione prevalente quella referenziale. Ma c’è un limite di fondo che rappresenta la condizione necessaria per questo tipo di funzione: ci deve essere un fatto, una notizia da comunicare, evenienza che non è sempre possibile per l’utente di Twitter, che magari sogna di poter raccontare in presa diretta un evento epocale, ma che in realtà è costretto a fare i conti con la normale banalità del quotidiano, ecco allora che per forza di cose la funzione prevalente può diventare un’altra: quella emotiva, ad esempio, se decido di scrivere i miei pensieri, ma anche quella poetica se cerco di organizzarli in modo tale da evitare brutte ripetizioni o cacofonie.

Il lavoro su questa funzione è il segreto dei tweet più riusciti a volte simili per forza e concisione a dei veri e propri haiku.

mercoledì 13 aprile 2011

Storify - Raccontare una storia aggregando frammenti raccolti dal web

[100blog 11/04/2011] Storify è una innovativa piattaforma Web 2.0 che consente di aggregare tweet, post, commenti, foto e video per raccontare una storia.

Tramite una comoda interfaccia drag&drop è possibile "assemblare" il proprio racconto con frammenti raccolti in rete e restituiti al lettore in forma strutturata.

Storify è un ottimo strumento per il webgiornalismo ma non solo. E' anche un potente strumento per blogger e creatori di contenuti.

La piattaforma è ancora in beta e molto è ancora da fare ma si offre certamente come un ottimo strumento per creare rapidamente del valore aggiunto partendo dalla grande massa di informazioni presenti in rete.

Cosa c'è di meglio nel descrivere cosa è Storify con una storia scritta con Storify?

Eccola qui!

Massimiliano Puccio

mercoledì 26 gennaio 2011

Obama e Twitter

[26(01/2011 L'espresso] Come sta cambiando radicalmente la tecnologia dei mass media? L’ho toccato con mano martedì sera durante l’intervento di Barack Obama davanti al Congresso. Era il discorso sullo Stato dell’Unione, un appuntamento che si ripete ogni anno a fine gennaio. In passato ho sempre seguito l’intervento da casa visto che va in onda alle 21 e dura circa un’ora. Quest’anno sono andato al Greene Space.

WNYC-LEED-Greene-Space-3Cosa sia esattamente il Greene Space mi è difficile da spiegare. E’ una via di mezzo fra un auditorium e una sala di registrazione che da qualche tempo è stata aperta al pubblico dalla stazione radiofonica WNYC. Quest’ultima è un’ottima radio d’informazione finanziata sia con denaro pubblico che con donazioni private di corporations e di individui. WNYC – che per chi se ne intende è la struttura di New York di NPR, National Public Radio – con il Greene Space ha espanso le possibilità di trasformare la radio in un mezzo interattivo con la partecipazione del pubblico dal vivo. E così martedì sera ero una di quasi 200 persone in questo auditorum a livello strada con grandi vetrate su Varick Street cosicchè anche i passanti sono in un qualche modo partecipi di quanto avviene all’interno.

2794980310_4604e16abd_oA condurre la serata era Brian Lehrer, una delle voci più note di WNYC conduttore da anni di un seguitissimo talk show del mattino. Come ha spiegato Lehrer “solitamente negli auditori vi chiedono di spegnere il cellulare, noi invece vi chiediamo di tenerlo acceso”. Un invito motivato dal fatto che durante gli oltre sessanta minuti di discorso di Obama eravamo sollecitati a esprimere le nostre opinioni in diretta attraverso Twitter.

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3638204140_e955a8f4a3Per chi ancora ha dubbi su che cosa sia Twitter è un sito web che permette agli utenti di mandare e ricevere brevi messaggi (non oltre 140 caratteri) chiamati appunto Tweet. A differenza di messaggini sms con Twitter si può “seguire” un particolare ” Tweet stream” che fa da filo conduttore su uno specifico argomento.

Su un grande schermo era proiettato l’intervento del Presidente e su un monitor molto più grande appariva una schermata di computer con i commenti su Twitter che scorrevano a mano a mano che venivano aggiornati.

twitter-zoomed-inL’argomento specifico naturalmente era lo State of the Union e per accedere chiunque di noi presenti dotato di cellulare o di Ipad ha usato un particolare codice per dare via a questo “stream” interattivo. Chiunque avesse un’osservazione, un pensiero o una considerazione sulle parole di Obama poteva commentare in diretta con il suo messaggino che appariva sul grande schermo per essere letto da tutti.

Messaggi seri sui contenuti politici del discorso, messaggi scherzosi sui capelli di Hillary Clinton o sul colore della cravatta del vicepresidente Joe Biden. Messaggi emotivi e messaggi sostanziali. Messaggi buffi e messaggi di riflessione. Messaggi controversi e messaggi irrilevanti. Insomma, uno specchio delle più di centocinquanta persone – newyorkesi qualunque – nel Greene Space per il discorso di Obama.

Al di la dei contenuti specifici è stata la tecnologia della serata a colpirmi:

ERO PARTE DEL PUBBLICO DAL VIVO A UNA STAZIONE RADIO DOVE ERO PARTECIPE DI UN PROGRAMMA TELEVISIVO ATTRAVERSO UN SITO SU INTERNET.

mercoledì 20 ottobre 2010

Nascere digitali

[Scienza in rete 20/10/2010] di Giuseppe O.Longo
Negli ultimi anni gli scambi comunicativi mediati dai dispositivi tecnologici hanno subito un incremento impressionante, tanto che alcuni paventano un intasamento dei sistemi di trasmissione. Le cause principali di questo vero e proprio surriscaldamento comunicativo sono: l'aumento dell'efficienza tecnica, la diminuzione radicale dei costi e l'indebolimento dei filtri che in passato limitavano la diffusione dell'informazione. Tra questi filtri vanno annoverati: la chiesa, la scuola, la famiglia, e in genere le istituzioni politiche e sociali che esercitavano il monopolio dell'informazione, la sorveglianza e la censura. In ultima analisi questi filtri erano sorretti dal costo della comunicazione, dal diffuso analfabetismo e dalla lentezza degli scambi comunicativi.

Lo sviluppo della tecnologia ha reso la comunicazione sempre più rapida ed economica e ha contribuito alla nascita di quella che si chiama società dell'informazione. Tra le tappe più significative di questa evoluzione ricordiamo:

* la convergenza di telecomunicazioni e computer;
* la digitalizzazione delle sorgenti d'informazione e dei canali di trasmissione;
* lo sviluppo di servizi multimediali e interattivi;
* la concentrazione di un numero crescente di funzioni in minuscoli dispositivi tascabili.

Siamo entrati nell'era digitale, caratterizzata tra l'altro dalla formazione di una generazione di giovani che, plasmatisi sulle nuove tecnologie o addirittura nati con le nuove tecnologie, le usano con grande disinvoltura e insieme con sovrana indifferenza per i loro meccanismi profondi, attenti solo al loro utilizzo opportunistico. Questa generazione digitale interagisce con le strutture tradizionali, in particolare con la scuola, in modi nuovi, che prefigurano altri e più incisivi cambiamenti, destinati a investire tutti gli aspetti dell'individuo e della società.

Tramite l’ibridazione con la tecnologia cambia la natura umana, tramite la genomica l’uomo cessa di riprodursi e comincia a prodursi. Cambia il modo di fare i figli, di allevarli e di educarli. Cambia il modo di comunicare, di apprendere e di insegnare, cambiano la nozione di tempo, la percezione dello spazio, il concetto di realtà. Tutti questi cambiamenti moltiplicano le scelte, esaltano la creatività e insieme estendono l’omologazione, ci sopraffanno con l'eccesso di dati e di possibilità, provocano lacerazioni e disadattamenti. Il lessico e la sintassi subiscono distorsioni e meticciamenti profondi. E la rappresentazione mediatica di tutti questi cambiamenti genera un “doppio” spettacolare del mondo che a volte è percepito più reale del mondo reale e accelera le mutazioni. In questa potente dinamica trasformativa le velocità di cambiamento non sono uniformi: certe componenti mutano più rapidamente di altre e questa disuniformità genera tensioni, disagi, conflitti e sofferenze. La transizione è così rapida che non ci permette la messa a fuoco e continuiamo a vedere il futuro con gli occhi, i parametri e i valori di un passato che fatichiamo a superare e in cui permangono robuste tracce di categorie aristoteliche. Ciò provoca un disorientamento e una sensazione di inadeguatezza che possono sfociare in angoscia o, all'opposto, in precipitose fughe in avanti.

I giudizi sull'avvento dell'era digitale sono diversissimi: vanno da un'esaltazione senza riserve a un cupo catastrofismo, con tutti i gradi intermedi. La comunicazione è un fenomeno complesso, pertanto può (e deve) essere descritto a livelli e da punti di vista diversi, nessuno dei quali può fornirne un resoconto completo. Ne segue che le valutazioni positive come quelle negative possono essere giustificate da osservatori diversi con argomenti fondati.

Giudizi tanto contrastanti indicano che siamo di fronte a una rivoluzione vasta e coinvolgente, le cui radici affondano nell'interazione tra tecnologia e società e le cui ripercussioni riguardano la cultura, la scuola, la politica, i rapporti sociali, l'organizzazione aziendale e istituzionale, la lingua, l'epistemologia e la scienza. Nelle prossime puntate cercherò di esaminare alcune di queste conseguenze, senza curarmi troppo dei particolari tecnici e dell'alluvione di gadget, ma cercando di scrutare le radici e le conseguenze culturali degli accadimenti. In ogni caso, che si giudichi la rivoluzione mediatica in senso positivo o negativo, non si deve dimenticare che sotto la variegata superficie dei fenomeni comunicativi si annida un potente sistema economico che mira ad accumulare denaro e potere mediante sagaci politiche di mercato e astute strategie pubblicitarie.
L'ingresso nell'era digitale si accompagna a due transizioni importanti. In primo luogo vi è il passaggio sempre più evidente dall'evoluzione biologica, retta dai meccanismi darwiniani di mutazione e selezione, all'evoluzione bioculturale, e in particolare biotecnologica, dove ai meccanismi precedenti si affianca anche il meccanismo lamarckiano dell'ereditarietà dei caratteri (culturali) acquisiti.

Questo fenomeno si basa su processi, come l'imitazione, l'apprendimento, la moda, che agiscono non solo da una generazione alla successiva, ma anche all'interno della stessa generazione. Ne segue che l'evoluzione bioculturale ha natura “epidemica”: è molto più rapida di quella biologica, ma i suoi prodotti sono più fragili e volatili. In secondo luogo, sul versante della tecnologia, accanto alle macchine tradizionali, che elaborano materia ed energia, sono comparse le macchine della mente, che elaborano informazione. In un susseguirsi sempre più rapido: il cinema, il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione, il calcolatore elettronico, le reti: sistemi e dispositivi che si sono affiancati a quelli tradizionali basati sulla comunicazione orale, sulla scrittura e sulla stampa. Inoltre lo sviluppo delle reti, derivate dall'accoppiamento fra telecomunicazioni e calcolatori, ha dimostrato che la vera vocazione dei computer non è solo o tanto l'esecuzione di calcoli laboriosissimi o il trattamento di enormi masse di dati, quanto il collegamento interattivo tra gli individui. Sempre più essi fungono da nodi della grande rete di comunicazione che si sta estendendo su tutto il pianeta. L’uomo è una creatura della comunicazione e dello scambio: la sua struttura corporea e la sua intelligenza si sono co-evolute in stretta interazione con un ambiente che ha impresso nella specie il proprio sigillo, dando origine a un apparato neuro-sensoriale e cognitivo che filtra le stimolazioni della realtà e costruisce il mondo da noi percepito, che è diverso da quello di ogni altra specie. Su questo apparato s’innesta in modo agevole e quasi anestetico (almeno in apparenza) la tecnologia informazionale, la quale prolunga l’evoluzione biologica in un'evoluzione biotecnologica, modificando le categorie della percezione e della cognizione e influendo anche sugli affetti.

Lungi dall’essere un fenomeno superficiale, la tecnologia incide dunque sul nostro modo di vedere il mondo e sulla nostra essenza cognitiva ed emotiva più intima. A questo proposito è esemplare il caso della televisione, che per molti costituisce un vero e proprio occhio sul mondo, fonte di informazione, intrattenimento ed emozioni (a prescindere dalla qualità). L’aspetto forse più limitativo del rapporto con la Tv è la sua unidirezionalità, temperata soltanto dall'uso del telecomando, che consente allo spettatore di ricavarsi un tracciato personale tra programmi di per sé rigidi. E' un inizio di interattività, che soddisfa, sia pure in modo embrionale, la profonda esigenza dialogica degli umani. La comunicazione è un fenomeno complesso, in cui si mescolano elementi naturali e convenzionali, sintattici e semantici, pragmatici ed emotivi. E' un'attività, quella comunicativa, intessuta di metafore, di significati empirici e di ambiguità che screziano e arricchiscono il puro scambio di informazioni, corredandolo di tutta una serie di valenze metacomunicative ed extracomunicative, senza le quali lo scambio si ridurrebbe a poco più di niente. La comunicazione si articola in codici più o meno flessibili, aperti in vario modo a interessi cognitivi, affettivi e collaborativi. Ed è proprio la volontà di collaborazione dei parlanti che ne costituisce forse l'aspetto più caratteristico e significativo: grazie a questa volontà e animati da essa, i dialoganti esplicano un controllo e un continuo aggiustamento dell'interazione, che porta alla condivisione di regole sempre diverse e alla costruzione di convergenze mutevoli, di volta in volta adatte agli scopi della comunicazione.

L'aspetto collaborativo della pratica linguistica (che secondo alcuni troverebbe un correlato fisiologico nei cosiddetti neuroni specchio) si esplica in una continua ridefinizione e reinterpretazione, da parte dei dialoganti, dei dati e delle relazioni, dati e relazioni che non sono solo interni alla lingua, ma anche esterni: per esempio la relazione tra gli stessi dialoganti. Emergono così le componenti extra-grammaticali ed extra-linguistiche della comunicazione, che è fatta non solo di informazioni scambiate ma anche, e soprattutto, di intenzioni e di progetti, di scopi e di aspirazioni che riguardano il mondo dei soggetti, cioè un contesto quanto mai ampio e articolato. Ed emerge anche l'idea, già espressa dagli antichi Stoici, che il pieno sviluppo delle caratteristiche umane, cognitive e non solo, avvenga grazie all'interazione sociale. Per questo è fondamentale che, per esempio, nella relazione tra docente e discente, si apra il canale della collaborazione empatica, dell’interesse affettivo e umano, della relazione personale, canale che è sempre bidirezionale, anche quando il discente tace: per quel canale empatico possono poi transitare tutte le informazioni, tutti i dati, tutte le nozioni. Se quel canale non si apre, non passa nulla.
L'intelligenza umana e il suo rispecchiamento verbale sono fenomeni contestuali, sistemici e diacronici: ciò significa che l'intelligenza è legata alla comunicazione e che il suo raggio d'azione si estende ben oltre i limiti costituiti dall'epidermide individuale; in più è sottoposta alle vicende dell'evoluzione, che la rendono una caratteristica mutevole nei modi e nelle forme. Anche gli interlocutori dell'attività comunicativa mutano e si moltiplicano. L'essenzialità del contesto e dei rapporti interpersonali comporta, tra l'altro, l'importanza, per l'intelligenza umana, del corpo, che è il tramite, e il filtro, attraverso il quale la mente dell'uomo, e quindi il suo linguaggio, entrano in contatto con il resto dell'universo.

La lingua risulta dunque un fenomeno globale, mentale e corporeo insieme: ogni atto linguistico, a ben guardare, è un atto sistemico del mondo, che si svolge sì sotto la particolare angolatura dell'individuo che compie l'atto, ma che attraverso quell'individuo si collega a tutto il resto. E ogni testo è scritto dal mondo su sé stesso. Chi scrive presta al mondo mente, mano e corpo, consentendogli di scrivere e di scriversi. E così chi parla e chi legge e chi ascolta è un tramite del mondo. Questo punto di vista permette, tra l'altro, di capire e valutare meglio la funzione attiva dell'ascoltatore o del lettore, di chi insomma ri-costruisce in sé il testo.

A questa forma costantemente dialogica e interattiva della comunicazione corrisponde il passaggio, ancora in corso ma già ben delineato, dalla prima forma di Internet, il Web 1.0, alla sua evoluzione, il Web 2.0, rappresentato da Wikipedia, Google, YouTube e in genere da tutta una generazione di funzioni e di servizi caratterizzati non più da una partecipazione passiva, bensì da una cooperazione attiva e creativa degli utenti, i quali contribuiscono a produrre conoscenze: le strutture del Web 2.0 si costruiscono dal basso, per effetto di apporti minimi ma costanti in continuo confronto e interazione, come accade in maniera paradigmatica in Wikipedia. Il protagonismo partecipativo degli utenti e la crescente mediazione tecnologica dell'attività comunicativa giustificano in pieno la nozione di intelligenza collettiva, anzi connettiva, distribuita ovunque, coordinata nella dimensione sincronica, che alcuni hanno proposto per indicare le attività cognitive che si svolgono in rete e grazie alla rete.

Per converso, pare che il sincronismo tipico del Web sopprima la dimensione temporale, annullando il passato e appiattendo tutto sul presente. A ciò corrisponde una drastica trasformazione cognitiva e culturale. C'è peraltro da osservare che non sempre i contenuti del Web (p. e. di Wikipedia) sono attendibili: ne segue che la rapidissima diffusione delle informazioni errate rischia di rendere “culturalmente instabile” il sistema. Nei media cartacei tradizionali questo rischio è molto minore, non tanto perché essi siano più attendibili quanto perché minore è la velocità di propagazione delle conoscenze e maggiore è il tempo concesso alla riflessione, alla maturazione e alla scelta dei contenuti (la fretta è cattiva consigliera).

Si può avanzare un'analogia tra Web e cervello, sulla base della struttura reticolare comune e del continuo scambi di messaggi tra i nodi di queste reti. I concetti e i siti nuovi introdotti e allestiti dagli utenti vengono integrati nella struttura di Internet e rafforzati dagli altri utenti che li scoprono e li usano, creando i rimandi (link). Come le sinapsi cerebrali si rafforzano in virtù della ripetizione, così le connessioni del Web si irrobustiscono in seguito all'attività collettiva di tutti i navigatori del Web.

Questa persuasiva analogia giustifica l'uso della locuzione “macchine della mente” per i computer e Internet, e illustra la simbiosi tra queste strutture macchiniche e l'intelligenza umana: il nostro sistema cerebrale si integra con un artefatto, la rete globale, che ne potenzia alcune capacità, altre ne deprime, e ne modifica la struttura e le funzioni, aprendo la strada alla formazione di quell'intelligenza connettiva che, secondo alcuni, segna il passaggio dalla società gutenberghiana alla società digitale. Nella società digitale i contenuti sono mutevoli e i navigatori contribuiscono alla formazione dal basso di conoscenze e procedure distribuite agli utenti in un vicendevole alternarsi nei ruoli di spettatore e attore ovvero fruitore e autore.

Ma l'impressione è che noi adulti non siamo (ancora) del tutto usciti dalla “galassia Gutenberg” di cui parlava McLuhan e non siamo (ancora) capaci di orientarci nella società digitale. E questo anche per una certa nostra resistenza ad abbandonare le sponde, fidate anche se corrose, della cultura tradizionale. Molto più spregiudicati sono i giovani e giovanissimi, che sono nati nel digitale e che non hanno nessuna difficoltà a immergersi e navigare in questa nuova “infosfera”: anzi dell'altra, della vecchia “bibliosfera” alla quale noi siamo avvezzi e affezionati, non sanno molto e forse non vogliono neppure sapere molto.

Ma anche noi adulti viviamo nella società digitale, e non possiamo non risentirne gli effetti. A parte l'uso più o meno impacciato che facciamo dei media digitali, subiamo le metamorfosi socioculturali e le derive politiche di questa grande trasformazione e non possiamo non riconoscere che termini tradizionali come lavoro, denaro, proprietà, diritto, economia, sono sottoposti a una forte tensione definitoria. Anche per effetto della rivoluzione digitale, i significati di questi termini stanno cambiando, spesso senza lasciarci il tempo di adeguarci alle nuove accezioni e provocando in noi e nella società una lacerazione tra le nuove realtà e la vecchia mentalità, ancora aggrappata a concezioni pre-digitali.

lunedì 20 settembre 2010

Comunicazione non è overdose di rumore

[Il Fatto Quotidiano 20/09/2010]
C’è uno spazio comunicativo in crescita, davvero prezioso per rivitalizzare il dialogo democratico, a fronte di un rischio gravissimo: il suo inquinamento acustico e la sua colonizzazione da parte di ristretti interessi economici.

Il sociologo di Berkeley Manuel Castells lo definisce “autocomunicazione orizzontale di massa”: la piazza virtuale creata dai cosiddetti Web 2.0 e 3.0, “ossia il grappolo di tecnologie, dispositivi e applicazioni che supportano la proliferazione degli spazi sociali in Iternet” (Comunicazione e Potere, Egea Milano 2009).

Dimensione frequentata in prevalenza dalle generazioni più giovani, i cosiddetti Millenials (quanti hanno compiuto il percorso all’età adulta nel Terzo Millennio) che si sono formati sulla schermata del Pc o del cellulare; a differenza di noi anziani che l’abbiamo fatto sulla pagina scritta del libro. Non è un caso – per inciso – il successo de Il Fatto Quotidiano cartaceo che conquista lettori anche in questa fascia generazionale, solitamente refrattaria al cartaceo, proprio perché ha saputo sintonizzarsi con i format dell’on line.

Qui, nel cyberspazio, nel mondo wireless, si aprono autostrade per la discussione e la partecipazione in forme nuove, ancora tutte da esplorare e mettere a punto. Comunque già sappiamo che la vittoria elettorale di Zapatero in Spagna è anche figlia delle centinaia di messaggini che smascherarono la truffa mediatica tentata dal premier uscente Aznar per attribuire ai baschi l’attentato terroristico islamico della stazione di Atocha; che il successo di Obama è legato all’uso intelligente dei social forum; che la dissidenza cinese e iraniana utilizza i blog come megafono per denunciare le malefatte dei rispettivi regimi. Non va dimenticato come nel 2003 il blocco informativo delle autorità di Guangdong sull’epidemia Sars venne forzato grazie alle e-mail e agli sms dei medici e dei parenti degli ammalati.

Ci siamo ripetuti più volte che la mobilitazione per le grandi adunate del No-B Day del dicembre scorso è stata attivata proprio grazie alle potenzialità connettive della “mobile comunication”.

Dunque, le nuove tecnologie aprono opportunità pressoché infinite di incontro e confronto democratico. Ma su questo spazio di libertà stanno indirizzandosi le mire di chi vorrebbe asservirlo alle logiche della commercializzazione e del profitto. Si parla di “murdochizzazione dei media” e la battaglia per “Internet libera” è tuttora in corso. Così come la crescente denuncia dei rischi autoritari insiti nei processi di concentrazione nel mondo delle informazioni e ormai sono noti i danni arrecati alla determinazione degli orientamenti collettivi da tycoon come Rupert Murdoch o il nostro Silvio Berlusconi.

Ma c’è un’altra minaccia incombente, altrettanto pericolosa, rappresentata dall’uso deviato (e sostanzialmente distruttivo) che noi stessi facciamo di tale opportunità. Prendiamo questo blog, dove provo ad avviare discussioni critiche (e la critica – dice Michel Foucault – è lo smascheramento del Potere nei suoi discorsi di Verità e la Verità nelle sue pratiche di Potere). Fateci caso: non pochi interventi sono in perfetta sintonia con l’intento, seppure – ovviamente – sostenendo anche tesi molto divergenti e al limite contestative. Ed ecco che subito dopo irrompono post che non entrano nel merito ma tentano di bloccare la discussione con aggressioni verbali e sentenze apodittiche. E la comunicazione (che significa processo a due vie, come scambio di enunciati e feed back) viene sommersa da rumori antichi, tra l’insulto gratuito o il pernacchio plebeo; la brutta abitudine di storpiare i nomi (uso fascista, rilanciato per primo da Emilio Fede). Non è questione di bon ton, è molto di più: la dissipazione incivile della straordinaria possibilità di intendersi reciprocamente. Imbarbarimento delle pratiche discorsive spiegabile con il fatto che si sono perse le regole del dialogo e ormai ci siamo assuefatti allo spot come sostitutivo del ragionamento. E la garanzia di anonimato dello pseudonimo diventa il riparo da dove il cecchino può sparare indisturbato i suoi colpi proditori, un po’ vigliacchi.

Poi ci sono altri aspetti inquietanti, che inducono al sospetto sulla conclamata natura “sorgiva” di tanti discorsi in rete. Leggi simulazione commerciale della spontaneità. Infatti già operano società che – previo pagamento – intasano di commenti avversi un sito sgradito. Persino uno dei blog più frequentati – quello di Beppe Grillo – risulterebbe un artefatto: MicroMega (rivista a cui collaboro da oltre quindici anni) segnalava due numeri fa la sua totale gestione da parte di un gruppo di tecnici ex Telecom.

Insomma, contro le manipolazioni si consiglia come sempre l’uso critico della ragione. Perché, se le tecnologie sono neutrali, tale non è l’utilizzo che ne facciamo. Di cui dobbiamo assumerci la responsabilità. E vigilare. Soprattutto se si tratta dell’aggressione ai nuovi spazi comunicativi democratici.

Pierfranco Pellizzetti