[Il Sole 24 Ore 09/06/2012]
Era il 1984 quando Steve Jobs arrivò da Cupertino a Reggio Emilia per
conoscere di persona l'azienda distributrice dei suoi prodotti, appena
rilevata e diventata sede di Apple Italia (lo rimase ancora per qualche
tempo). Proprio in quello stesso anno, nella città emiliana, il primo
Mac entrò nelle scuole dell'infanzia, che «Newsweek» consacrerà nel 1991
come le migliori del mondo. Una sincronicità significativa se si
conosce il progetto educativo di Reggio Emilia: «Il bambino ha cento
lingue, cento mani, cento pensieri, cento modi di pensare, di giocare e
di parlare» scriveva in forma di poesia Loris Malaguzzi. [Leggi tutto...]
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lunedì 10 settembre 2012
martedì 26 aprile 2011
Identità Virtuali / Virtual Identities
[arte.go 25/04/2011] La mostra analizza il termine ‘identità’ alla luce del crescente ruolo di tecnologie digitali e nuove forme di comunicazione che hanno portato a un suo ripensamento sotto la pressione dello scontro tra privacy e compartecipazione, diritto alla libertà individuale e bisogno di sicurezza collettiva.
Identità virtuali presenta dieci opere e installazioni di artisti internazionali che riflettono sulle conseguenze politiche, sociali e culturali – ma anche sull’impatto nella vita di tutti i giorni – del nuovo rapporto tra uomo e tecnologia nel segno delle “identità virtuali” con cui sempre più spesso affrontiamo la realtà, anche senza accorgercene.
La cosiddetta "Network Culture" sta ridefinendo caratteri e confini della nostra identità sia personale che collettiva, imponendo un ripensamento delle nostre abitudini, attitudini, desideri, bisogni e valori. La nostra identità online sta diventando un’estensione dell’“io” fisico che creiamo per intrecciare relazioni e interagire con altri sulla rete.
Il web 2.0 ha ormai conquistato la vita di tutti i giorni. Condividere pensieri, esperienze e informazioni della propria vita tramite blog e social network è diventata, specialmente tra le giovani generazioni, una pratica giornaliera comune e sempre più diffusa.
Se da una parte, nell’odierna società dominata dallo sviluppo delle nuove tecnologie e di sempre più sofisticati mezzi di comunicazione, una persona sembra esistere solo se presente sulla rete, esposta e coinvolta in un costante flusso di informazioni e interazione, dall’altra sempre minore è la consapevolezza e la volontà di difendere la propria privacy o di proteggere il proprio anonimato.
I primi studi teorici degli anni Novanta ritenevano che assumere identità diverse avesse un effetto costruttivo e liberatorio sull’individuo, oggi invece i diversi servizi online richiedono l’autenticazione dei propri dati con la nostra “vera” identità.
Da quando il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato che nel mondo di oggi la sfera privata è diventata obsoleta, possiamo constatare una sempre minore cautela da parte degli utenti nel gestire i propri dati personali e la propria identità online. Mentre per anni l’anonimato, la privacy dell’utente e la protezione della sfera privata erano considerati aspetti fondamentali, oggi la difesa di questi valori sembra destare sempre un minore interesse da parte degli utenti.
Partendo dall’assunto che la continua relazione con i nuovi media implica per l’individuo un nuovo approccio verso computer e rete internet, le opere in mostra intendono affrontare, sia per un pubblico vasto che per esperti della cultura digitale, caratteristiche e contraddizioni di questa nuova relazione privata e personale dei singoli con il mondo virtuale, in una ricerca di identità, di autoaffermazione e di riconoscimento pubblico.
Michael Wolf (Germania), nella serie fotografica Street View Paris, porta all’estremo il paradosso del rapporto tra arte e tecnologia digitale, realizzando le immagini non per le strade della città francese, ma attingendo dal materiale disponibile su Google Street View. Questi casuali frammenti di vita urbana hanno una qualità estetica inaspettata che rimanda a opere della storia della fotografia e, decontestualizzate, raggiungono un valore simbolico del rapporto tra essere umano, spazio urbano reale e mondo digitale.
Il fotografo Evan Baden (USA) coglie volti di adolescenti immersi nella comunicazione digitale. I visi assorti, quasi assenti, sono illuminati unicamente dalla luce degli schermi dei diversi supporti tecnologici che li connettono a una realtá virtuale apparentemente più reale di quella del mondo fisico.
Nell’opera video Immersion, Robbie Cooper (Gran Bretagna) affronta il tema del feedback visivo ed emotivo tra individuo e mondo digitale, soffermandosi sulle reazioni a videogiochi di bambini, i cui volti divengono specchi degli accadimenti sullo schermo.
Analizzando il tema della tracciabilità e del controllo che le nuove tecnologie permettono, il video The Catalogue di Chris Oakley (Gran Bretagna) mette in scena un sistema di videosorveglianza di un grande magazzino in cui le persone riprese, visualizzate e indicate attraverso i loro dati personali rintracciabili, diventano entità/identità trasparenti e, in un certo senso, vulnerabili.
Tracciabilità e visualizzazione di dati personali sono anche al centro del lavoro del designer Nicholas Felton (USA), il quale crea diagrammi e tabelle per documentare meticolosamente tutte le azioni e i dati, dai più banali ai più significativi, che caratterizzano la sua vita quotidiana.
Il collettivo etoy.CORPORATION (Svizzera) propone Tamatar, un’installazione del progetto Mission Eternity, con cui si affronta il tema dell’identità e della sua memoria a partire dalle diverse tracce lasciate nell’interazione con la rete, riflettendo su ciò che rimane della persona dopo la morte.
Il gruppo Les liens invisibles (Italia) si caratterizza per progetti online che, con ironia ma sempre puntando su un forte senso di attivismo politico, riflettono su distorsioni e paradossi nel rapporto con i social network. Il loro progetto Seppukoo permetteva di riprendere possesso della propria identità e del proprio anonimato commettendo il “suicidio” del proprio profilo su Facebook, che ha bloccato questa applicazione intraprendendo un’azione legale contro gli artisti.
Il Sociable Media Group (USA) del MIT di Boston propone Metropath(ologies), un’installazione multimediale che, tramite il semplice inserimento del proprio nome, permette la visualizzazione spaziale di frammenti di informazioni disponibili online di ogni persona, dimostrando la trasparenza e la visibilità dell’individuo sulla rete.
Sul tema della comunicazione partecipativa online, la videoinstallazione Hello World! di Christopher Baker (USA) mette in scena un monumentale puzzle di video provenienti da YouTube, in cui, dall’intimità della loro sfera privata, singoli individui lanciano il loro videomessaggio al pubblico anonimo e globale della rete, creando un’accumulazione in cui centinaia di voci si uniscono in un indistinto rumore di fondo.
Approfondendo ulteriormente i temi della dissolvenza del singolo e dell’omologazione dell’individuo nella massa degli utenti online, l’opera Mass Ornament di Natalie Bookchin (USA) crea un’unica coreografia di movimenti unendo video tratti da YouTube, in cui singole persone ballano nella solitudine delle loro case private, davanti all’occhio della webcam.
La mostra ospita anche un progetto della fotografa iraniana Diana Djeddi (Iran/Germania) che ricostruisce il caso di Neda Agha-Soltan, la giovane studentessa uccisa a Teheran durante le manifestazioni del 2009, esempio delle potenzialità ma anche dei rischi legati alla diffusione di informazioni sulla rete.
Questo episodio ha avuto infatti grande notorietà tramite i social network ma ha dato luogo a uno scambio di identità con un’omonima ragazza iraniana fisicamente molto simile, Neda Soltani, la cui fotografia del profilo Facebook è diventata icona della rivoluzione suo malgrado, costringendo la ragazza a lasciare il paese per paura di ritorsioni.
Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano/inglese) pubblicato da Silvana editoriale, con contributi di esperti del settore come Michael Wesch (Associate Professor of Cultural Anthropology, Kansas State University), Sherry Turkle (Professor of Social Studies of Science and Technology, MIT, Boston), Roberto Simanowski (Institut for Media Studies, Università di Basilea) e Antonio Glessi (ISIA, Firenze).
Durante il periodo d’apertura, è previsto un calendario di lecture tenute da esperti di vari settori che apriranno spazi di confronto diretto con il pubblico.
Identità Virtuali / Virtual Identities
Periodo: 20/05/11 - 17/07/11
CCCS
CENTRO DI CULTURA CONTEMPORANEA STROZZINA
Palazzo Strozzi
Firenze
Identità virtuali presenta dieci opere e installazioni di artisti internazionali che riflettono sulle conseguenze politiche, sociali e culturali – ma anche sull’impatto nella vita di tutti i giorni – del nuovo rapporto tra uomo e tecnologia nel segno delle “identità virtuali” con cui sempre più spesso affrontiamo la realtà, anche senza accorgercene.
La cosiddetta "Network Culture" sta ridefinendo caratteri e confini della nostra identità sia personale che collettiva, imponendo un ripensamento delle nostre abitudini, attitudini, desideri, bisogni e valori. La nostra identità online sta diventando un’estensione dell’“io” fisico che creiamo per intrecciare relazioni e interagire con altri sulla rete.
Il web 2.0 ha ormai conquistato la vita di tutti i giorni. Condividere pensieri, esperienze e informazioni della propria vita tramite blog e social network è diventata, specialmente tra le giovani generazioni, una pratica giornaliera comune e sempre più diffusa.
Se da una parte, nell’odierna società dominata dallo sviluppo delle nuove tecnologie e di sempre più sofisticati mezzi di comunicazione, una persona sembra esistere solo se presente sulla rete, esposta e coinvolta in un costante flusso di informazioni e interazione, dall’altra sempre minore è la consapevolezza e la volontà di difendere la propria privacy o di proteggere il proprio anonimato.
I primi studi teorici degli anni Novanta ritenevano che assumere identità diverse avesse un effetto costruttivo e liberatorio sull’individuo, oggi invece i diversi servizi online richiedono l’autenticazione dei propri dati con la nostra “vera” identità.
Da quando il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato che nel mondo di oggi la sfera privata è diventata obsoleta, possiamo constatare una sempre minore cautela da parte degli utenti nel gestire i propri dati personali e la propria identità online. Mentre per anni l’anonimato, la privacy dell’utente e la protezione della sfera privata erano considerati aspetti fondamentali, oggi la difesa di questi valori sembra destare sempre un minore interesse da parte degli utenti.
Partendo dall’assunto che la continua relazione con i nuovi media implica per l’individuo un nuovo approccio verso computer e rete internet, le opere in mostra intendono affrontare, sia per un pubblico vasto che per esperti della cultura digitale, caratteristiche e contraddizioni di questa nuova relazione privata e personale dei singoli con il mondo virtuale, in una ricerca di identità, di autoaffermazione e di riconoscimento pubblico.
Michael Wolf (Germania), nella serie fotografica Street View Paris, porta all’estremo il paradosso del rapporto tra arte e tecnologia digitale, realizzando le immagini non per le strade della città francese, ma attingendo dal materiale disponibile su Google Street View. Questi casuali frammenti di vita urbana hanno una qualità estetica inaspettata che rimanda a opere della storia della fotografia e, decontestualizzate, raggiungono un valore simbolico del rapporto tra essere umano, spazio urbano reale e mondo digitale.
Il fotografo Evan Baden (USA) coglie volti di adolescenti immersi nella comunicazione digitale. I visi assorti, quasi assenti, sono illuminati unicamente dalla luce degli schermi dei diversi supporti tecnologici che li connettono a una realtá virtuale apparentemente più reale di quella del mondo fisico.
Nell’opera video Immersion, Robbie Cooper (Gran Bretagna) affronta il tema del feedback visivo ed emotivo tra individuo e mondo digitale, soffermandosi sulle reazioni a videogiochi di bambini, i cui volti divengono specchi degli accadimenti sullo schermo.
Analizzando il tema della tracciabilità e del controllo che le nuove tecnologie permettono, il video The Catalogue di Chris Oakley (Gran Bretagna) mette in scena un sistema di videosorveglianza di un grande magazzino in cui le persone riprese, visualizzate e indicate attraverso i loro dati personali rintracciabili, diventano entità/identità trasparenti e, in un certo senso, vulnerabili.
Tracciabilità e visualizzazione di dati personali sono anche al centro del lavoro del designer Nicholas Felton (USA), il quale crea diagrammi e tabelle per documentare meticolosamente tutte le azioni e i dati, dai più banali ai più significativi, che caratterizzano la sua vita quotidiana.
Il collettivo etoy.CORPORATION (Svizzera) propone Tamatar, un’installazione del progetto Mission Eternity, con cui si affronta il tema dell’identità e della sua memoria a partire dalle diverse tracce lasciate nell’interazione con la rete, riflettendo su ciò che rimane della persona dopo la morte.
Il gruppo Les liens invisibles (Italia) si caratterizza per progetti online che, con ironia ma sempre puntando su un forte senso di attivismo politico, riflettono su distorsioni e paradossi nel rapporto con i social network. Il loro progetto Seppukoo permetteva di riprendere possesso della propria identità e del proprio anonimato commettendo il “suicidio” del proprio profilo su Facebook, che ha bloccato questa applicazione intraprendendo un’azione legale contro gli artisti.
Il Sociable Media Group (USA) del MIT di Boston propone Metropath(ologies), un’installazione multimediale che, tramite il semplice inserimento del proprio nome, permette la visualizzazione spaziale di frammenti di informazioni disponibili online di ogni persona, dimostrando la trasparenza e la visibilità dell’individuo sulla rete.
Sul tema della comunicazione partecipativa online, la videoinstallazione Hello World! di Christopher Baker (USA) mette in scena un monumentale puzzle di video provenienti da YouTube, in cui, dall’intimità della loro sfera privata, singoli individui lanciano il loro videomessaggio al pubblico anonimo e globale della rete, creando un’accumulazione in cui centinaia di voci si uniscono in un indistinto rumore di fondo.
Approfondendo ulteriormente i temi della dissolvenza del singolo e dell’omologazione dell’individuo nella massa degli utenti online, l’opera Mass Ornament di Natalie Bookchin (USA) crea un’unica coreografia di movimenti unendo video tratti da YouTube, in cui singole persone ballano nella solitudine delle loro case private, davanti all’occhio della webcam.
La mostra ospita anche un progetto della fotografa iraniana Diana Djeddi (Iran/Germania) che ricostruisce il caso di Neda Agha-Soltan, la giovane studentessa uccisa a Teheran durante le manifestazioni del 2009, esempio delle potenzialità ma anche dei rischi legati alla diffusione di informazioni sulla rete.
Questo episodio ha avuto infatti grande notorietà tramite i social network ma ha dato luogo a uno scambio di identità con un’omonima ragazza iraniana fisicamente molto simile, Neda Soltani, la cui fotografia del profilo Facebook è diventata icona della rivoluzione suo malgrado, costringendo la ragazza a lasciare il paese per paura di ritorsioni.
Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano/inglese) pubblicato da Silvana editoriale, con contributi di esperti del settore come Michael Wesch (Associate Professor of Cultural Anthropology, Kansas State University), Sherry Turkle (Professor of Social Studies of Science and Technology, MIT, Boston), Roberto Simanowski (Institut for Media Studies, Università di Basilea) e Antonio Glessi (ISIA, Firenze).
Durante il periodo d’apertura, è previsto un calendario di lecture tenute da esperti di vari settori che apriranno spazi di confronto diretto con il pubblico.
Identità Virtuali / Virtual Identities
Periodo: 20/05/11 - 17/07/11
CCCS
CENTRO DI CULTURA CONTEMPORANEA STROZZINA
Palazzo Strozzi
Firenze
lunedì 14 giugno 2010
I musei a caccia di arte sul Web Il Guggenheim setaccia YouTube
[La Stampa 14/06/2010] Cari smanettoni della Rete, mandateci i vostri lavori e vi troveremo un posto fra Mondrian e Rachel Whiteread. Suona più o meno così l’appello del direttore del Guggenheim Museum di New York, che sta setacciando il Web per trovare i prossimi capolavori di video arte che saranno esposti per due anni a partire dall’inizio di ottobre e, in seguito, faranno il giro degli altri musei del gruppo.
Il Guggenheim ha aperto un account sul portale di condivisione, è pronto ad ospitare fino a duecento installazioni. Dopo le selezioni i video rimarranno venti. Il museo, dice la curatrice Nancy Spector, cerca così di acchiappare una nuova generazione di artisti e visitatori. «YouTube è estremamente affascinante- spiega la Spector al Guardian- perchè ci permette di coinvolgere pubblici diversi, un obiettivo che non smettiamo mai di perseguire». Timori? Nessuno. «Non mi preoccupa che un tributo a Lady Gaga potrebbe finire per essere una importante opera d’arte e non vogliamo escluderlo». Spazio quindi, alle preferenze degli utenti, in perfetto stile 2.0
Il Guggenheim infatti valuterà anche i voti ricevuti dai lettori, non solo la qualità dell’opera: «Sul Web gli artisti dialogano con la cultura popolare», dice la Spector. Secondo i responsabili del museo l’operazione Play potrà far cambiare marcia al “portalone” griffato Google, capace di raccogliere miliardi di clic e di creare fenomeni virali- un esempio? Susan Boyle- ma fino a questo momento più consultato per cercare filmati in stile Paperissima che le opere d’arte.
Secondo il Pew Research Center, infatti, tra le categorie dei video più cliccati spicca quella delle “riprese divertenti”, spesso pubblicate dagli stessi utenti, guardati dal 50% degli intervistati. Una percentuale maggiore di quelli che invece hanno cliccato su filmati a carattere informativo o giornalistico, il 38% degli internauti. In coda, le installazioni artistiche.
Ora il Guggenheim prova ad invertire la rotta, concentrandosi su animazioni e filmati in 3d perché, dicono dal museo, «i meccanismi sono cambiati ed è interessante vedere dove sta andando la creatività».
Ed Sanders, capo del marketing di YouTube, ammette che la collaborazione «almeno sulla carta» sembra improbabile, ma che l’incontro tra arte e cultura popolare «è entusiasmante» anche per loro. «C’è una comunità vivace di artisti online- dice- ma è ancora troppo frammentata. Speriamo che in questo modo riesca ad emergere».
GIUSEPPE BOTTERO
Il Guggenheim ha aperto un account sul portale di condivisione, è pronto ad ospitare fino a duecento installazioni. Dopo le selezioni i video rimarranno venti. Il museo, dice la curatrice Nancy Spector, cerca così di acchiappare una nuova generazione di artisti e visitatori. «YouTube è estremamente affascinante- spiega la Spector al Guardian- perchè ci permette di coinvolgere pubblici diversi, un obiettivo che non smettiamo mai di perseguire». Timori? Nessuno. «Non mi preoccupa che un tributo a Lady Gaga potrebbe finire per essere una importante opera d’arte e non vogliamo escluderlo». Spazio quindi, alle preferenze degli utenti, in perfetto stile 2.0
Il Guggenheim infatti valuterà anche i voti ricevuti dai lettori, non solo la qualità dell’opera: «Sul Web gli artisti dialogano con la cultura popolare», dice la Spector. Secondo i responsabili del museo l’operazione Play potrà far cambiare marcia al “portalone” griffato Google, capace di raccogliere miliardi di clic e di creare fenomeni virali- un esempio? Susan Boyle- ma fino a questo momento più consultato per cercare filmati in stile Paperissima che le opere d’arte.
Secondo il Pew Research Center, infatti, tra le categorie dei video più cliccati spicca quella delle “riprese divertenti”, spesso pubblicate dagli stessi utenti, guardati dal 50% degli intervistati. Una percentuale maggiore di quelli che invece hanno cliccato su filmati a carattere informativo o giornalistico, il 38% degli internauti. In coda, le installazioni artistiche.
Ora il Guggenheim prova ad invertire la rotta, concentrandosi su animazioni e filmati in 3d perché, dicono dal museo, «i meccanismi sono cambiati ed è interessante vedere dove sta andando la creatività».
Ed Sanders, capo del marketing di YouTube, ammette che la collaborazione «almeno sulla carta» sembra improbabile, ma che l’incontro tra arte e cultura popolare «è entusiasmante» anche per loro. «C’è una comunità vivace di artisti online- dice- ma è ancora troppo frammentata. Speriamo che in questo modo riesca ad emergere».
GIUSEPPE BOTTERO
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