lunedì 10 settembre 2012
Scuola, nuova campagna della privacy: sì a cellulari e tablet, no alle foto sui social network
Settembre, tempo di bilanci e di novità. Con l’inizio della scuola ormai alle porte (l’apertura dei cancelli è prevista per il 12 settembre), le commissioni si riuniscono e decidono le regole per i prossimi nove mesi. L’argomento più caldo è sempre lo stesso: la tutela dei dati personali di genitori ed alunni. Il presidente dell’Organo Garante per la Privacy, Antonello Soro, parla delle nuove decisioni per l’anno scolastico e fornisce un vero e proprio “decalogo” di nuove regole per presidi, insegnanti e studenti: nessuno è esente dalle norme già in vigore.
Spicca, fra tutti, un provvedimento che fa discutere. Sono ormai lontani i tempi delle bacchettate, dei giornalini sotto il banco e degli oggetti personali ritirati: ora, a scuola, si può perfino portare il cellulare o il tablet. L’utilizzo di questi strumenti tecnologici è infatti previsto nella nuova normativa: uno studente ha diritto a portare il proprio iPad e a servirsene durante la lezione “per motivi strettamente personali”. È, questa, una decisione controversa. Gli smartphone, infatti, hanno sicuramente delle potenzialità interessanti ai fini dell’ascolto e dell’apprendimento (con un semplice telefono si può registrare la lezione per memorizzarla a casa, oppure avere a disposizione un vocabolario ed un’enciclopedia per meglio comprendere concetti difficili), ma sono anche una fonte di distrazione. Solo cinque o sei anni fa, in classe, ogni cellulare doveva essere introdotto spento, e il massimo svago fornito era di mandare un sms: oggi, la decisione di tenere accesi anche dei supporti elettronici che lasciano un libero accesso al mondo informatico e scattano foto e video fa sicuramente discutere. In difesa del nuovo provvedimento, c’è da dire che la libertà lasciata alle singole scuole è molta: l’ultima parola spetta quindi al preside e al consiglio degli insegnanti di ogni istituto.
Giro di vite, invece, sulla pubblicazione di foto e video su Internet, anche attraverso qualsiasi social network: senza il consenso dei diretti interessati, non sarà più possibile nemmeno condividere attraverso Facebook le immagini di una gita scolastica o il video di una recita. Avranno vita breve, quindi, i filmati effettuati di nascosto e poi caricati attraverso siti come YouTube o ScuolaZoo: chi viene sorpreso può essere passibile di denuncia.
Un tema caldo è anche quello della pubblicazione dei nomi e dei dati degli studenti: sono ufficialmente dichiarati pubblici gli scrutini e gli esiti di interrogazioni ed esami. Il risparmio di carta ha avuto la meglio: approvate le pagelle online e i registri elettronici, anche se il Garante si riserva di tornare sull’argomento in un secondo tempo. Tutti, di conseguenza, potranno visionare le valutazioni proprie e dei compagni; vietato, in compenso, lasciar trapelare informazioni su condizioni di salute o possibilità economiche delle famiglie. Voti sì, ulteriori comunicazioni no: a questo punto, ci si chiede se la cosa migliore non sia uno spazio in Internet dove ogni studente può visionare la propria cartella personale, lasciando al singolo la decisione di diffondere o meno risultati e condizioni. La scuola dovrà anche prestare estrema attenzione all’utilizzo delle informazioni di allievi e famiglie, comunicando ogni movimento ed ogni pubblicazione: i genitori hanno sempre diritto di ricorso. Anche i questionari per sondaggi o raccolta di opinioni dovranno sempre essere proposti previa approvazione del singolo studente.
Per quanto riguarda le consegne dei temi in classe, invece, non è stato considerato lesivo della privacy assegnare dei compiti con riferimenti al “mondo personale” degli alunni. Sta ovviamente al buonsenso dell’insegnante l’evitare alcuni argomenti delicati, senza introdursi prepotentemente nella riservatezza della persona. Di sapore orwelliano è l’ultima regola, ossia quella riguardante le telecamere nell’edificio scolastico: esse però potranno essere accese solo negli orari extra-scolastici, quando insegnanti e studenti non saranno presenti nell’edificio. Per la prima volta viene consentita una sorveglianza telematica negli istituti, mirata più ad evitare intrusioni nell’edificio che al controllo della disciplina studentesca. Un po’ assurdo il cavillo che segue: tutte le immagini dovranno essere cancellate dopo ventiquattro ore.
Nuove regole per la privacy, dunque, che guardano verso il mondo informatico e sociale. La scuola comincerà già con queste nuove norme; alcune, tuttavia, risultano un po’ contraddittorie. Gli alunni possono registrare la lezione con un tablet, ma finiranno nei guai se diffondono foto o video della scuola; gli studenti devono rispettare la consegna di un tema in classe un po’ troppo approfondito, ma possono rifiutare un questionario i cui dati verranno utilizzati solo dal consiglio di istituto; è proibito mettere su Internet i video della gita scolastica, ma a fine anno i voti di ogni persona sono ben visibili sui tabelloni. In fin dei conti, la situazione non è cambiata di molto: ci vorrebbero delle regole più omogenee ma soprattutto decise, volte a promuovere il saggio uso della tecnologia e a limitarne il più possibile, fra le mura di scuola, lo scopo ludico oppure offensivo. Oltretutto, è in qualche modo triste vedere imposte per legge le regole del vivere civile e del buonsenso: c’è veramente bisogno di una norma che vieti la pubblicazione di dati sulla salute degli studenti e sul loro status economico? E’ il momento che spariscano le gogne sulla pubblica piazza, e si torni a un atteggiamento meno schematico e rigido, ma sicuramente più umano.
Chiara Gagliardi
lunedì 16 aprile 2012
Sogni sullo smartphone? Ma il garante Pizzetti avvisa: “Sui social network occhio alla privacy, è a rischio”
Già solo a riferire la notizia si rischia di provocare un vero trauma. Figuriamoci cosa accadrà quando i risultati della ricerca andranno a buon fine. Secondo quanto riferisce il portale www.sanitaincifre.it esiste “una nuova frontiera delle App per smartphone” che potrebbe viaggiare all’interno della coscienza umana. Ne è convinto lo psicologo inglese Richard Wiseman dell’Università di Hertfordshire che “ritiene di poter manipolare i sogni a piacere attraverso un’applicazione. Wiseman sta lanciando un esperimento di manipolazione dei sogni che coinvolgerà migliaia di volontari. I partecipanti potranno scaricare un’applicazione che renderà il loro smartphone capace di individuare e bloccare i sogni negativi. Posato sul letto il cellulare sarà infatti in grado di rilevare l’immobilità del proprietario, che ne segnala lo stato di sonno, per far partire sottofondi piacevoli, con lo scopo di influenzare il sognatore, orientandolo verso situazioni oniriche positive”.
Immaginatevi la scena: torniamo a casa dopo una giornata pesantissima. Magari dopo un po’ di litigate miste a stress. Visto che si dice che i problemi del lavoro si lasciano fuori dell’uscio di casa entriamo sorridenti, ceniamo, poi andiamo a letto, dopo aver fatto una chattatina su Facebook, o aver visto un po’ di tv ed ecco che parte la musichetta dallo smartphone. Se facciamo brutti sogni o ancor peggio incubi, il cellulare cancella tutto. Se invece grazie alla musichetta ci dilettiamo in sogni positivi tutto viene incamerato e magari possiamo anche rivederli.
In realtà l’esperimento prevede che catturato il sogno positivo, propiziato dalla musica leggera….l’App “emette un allarme delicato per svegliare il partecipante, che potrà descrivere il sogno fatto ad uno speciale database”.
Lo psicologo è convinto : “si può ottenere una buona notte di sonno e fare sogni piacevoli. Questo aumenta la produttività delle persone ed è essenziale per il benessere psico-fisico. Nonostante questo – ha spiegato Wiseman al quotidiano britannico The Guardian online – sappiamo molto poco su come influenzare i sogni. Ma questo esperimento mira a cambiare le cose”.
Ora il problema nasce, ammesso che si riesca ad orientare i sogni in belli e cacciare quelli brutti, su cosa noi inseriamo sul database, perché ad esempio se una moglie sogna un uomo che non è suo marito o viceversa, può verificarsi qualche problema in famiglia.
Altro che privacy. E questo proprio nelle ore in cui il Garante della Privacy, professor Francesco Pizzetti, ha raccomandato in un’intervista al blog nuvola.corriere.it di stare molto attenti in particolare sui social network in relazione a quello che si scrive, accentuando la differenza tra comunicazione e diffusione.
“Bisogna distinguere -sostiene il Garante Pizzetti – la comunicazione è interpersonale, può anche interessare un numero elevato di persone ma identificabili: la diffusione invece riguarda opinioni e informazioni rese accessibili a un numero indeterminato di persone. Nei social network il rischio di diffusione è molto alto. Si possono impostare politiche di privacy protettive per scegliere di comunicare solo con quel determinato gruppo di amici, ma sappiamo tutti che i social network consentono la ritrasmissione ad opera di altri e sono sempre potenzialmente strumenti di diffusione. Il consiglio da dare è sempre lo stesso: attenzione utilizzate i social network immaginando sempre che quello che state comunicando possa essere conosciuto da chiunque per un tempo indeterminato”.
Ora, non abbiate paura di sognare quello che vi pare, perché se non avete lo smartphone con l’applicazione del professore Wiseman siete a posto. Ma quando postate qualcosa su Facebook o Twitter o inserite qualche video su YouTube, occhio perché quello rimane…secondo Pizzetti per sempre…
Una volta si diceva che l’unica cosa che esisteva per sempre era l’amore. Oggi ci sono seri dubbi. Abbiamo però la certezza che i nostri post rimangono sul Web …per sempre...
Sempre una volta si diceva che è bello sognare…Ora che i sogni si potranno condizionare, caricare sullo smartphone e orientare con un’applicazione…anche quelli li mettiamo in seria discussione. Resta una possibilità: sognare ad occhi aperti. Fino a quando non collegheranno un’applicazione dello smartphone alla pupilla…siamo liberi…
Francesco Pira
martedì 10 aprile 2012
Consiglio d'Europa, consigli per la Rete
Tutelare al massimo principi fondamentali come il libero accesso all'informazione e il diritto al rispetto della privacy di milioni di netizen nel Vecchio Continente. I membri del Consiglio d'Europa hanno così diramato due diverse raccomandazioni per la protezione dei diritti umani su motori di ricerca e piattaforme di social networking.
Il primo pacchetto di linee guida riguarda tutti quegli operatori web che forniscono agli utenti servizi di ricerca. In particolare, i vari search engine dovrebbero aumentare il livello di trasparenza nel modo in cui viene garantito l'accesso alle informazioni attraverso le cosiddette query.
Quali sono gli effettivi criteri adottati per il ranking dei risultati di ricerca? E ancora, su quali basi un motore di ricerca stabilisce la rimozione di un determinato link? Interrogativi cruciali - almeno secondo il Consiglio d'Europa - per la tutela del libero accesso alle informazioni su Internet.
Ma c'è anche la delicata questione della privacy. La Commissione dei Ministri d'Europa ha inviato tutti gli stati membri a rispettare i diritti degli utenti nella gestione dei dati personali. Con maggiore trasparenza per quanto concerne lo sfruttamento dei cookie, degli indirizzi IP, delle varie cronologie di ricerca.
Nella seconda raccomandazione, il coinvolgimento dei social network. Strasburgo ha invitato gli stati membri a collaborare attivamente con le varie piattaforme di condivisione, per una efficace campagna informativa sui rischi per la privacy. E sempre utilizzando un linguaggio chiaro nelle policy a disposizione degli utenti.
Particolare attenzione dovrà poi essere posta sui minori, per evitare ogni contatto con contenuti e persone pericolose. I social network dovrebbero garantire meccanismi automatici per la segnalazione di materiale inappropriato, tutelando gli iscritti con opzioni chiare ed immediate per la gestione della propria identità virtuale.
Mauro Vecchio
lunedì 2 aprile 2012
Facebook, le app sanno tutto di te i dati rimangono in quelle degli amici
IL NUMERO DELLE APP su Facebook è in crescita continua. Difficile per gli iscritti al social network non provarne nemmeno una, e così per i loro amici. Ma una volta che si decide di disattivarle, non è detto che gli amici facciano altrettanto. E le informazioni raccolte sul di voi da quella applicazione rimangono custodite nel codice, perché sia l'utente che gli amici dell'utente hanno accettato, attivandole, che queste app prelevassero dati "social" dai profili personali e collegati. [Leggi tutto...]
Microsoft e Polizia Postale contro gli abusi online sui minori
Dalla collaborazione tra Microsoft e Polizia Postale nasce un nuovo strumento finalizzato a combattere gli abusi sui minori nel Web: si chiama PhotoDNA, ideato da Microsoft e NetClean e basato su una sofisticata tecnologia di corrispondenza delle immagini.
Uno strumento indispensabile per combattere la pedopornografia online, sempre più dilagante, analizzando le immagini in Rete e identificando le vittime al fine di prestare assistenza nel minor tempo possibile. PhotoDNA è infatti reso disponibile gratuitamente per le forze dell’ordine, e attraverso il programma CETS (Child Exploitation Tracking System) aiuta a indagare sui casi sospetti di abusi sui minori online, che possono essere tracciati dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni.
Una tecnologia che rappresenta, ancora una volta, la volontà di Microsoft di impegnarsi nella tutela dei minori e di collaborare attivamente con le forze dell’ordine, nell’ottica di rendere il Web molto più sicuro soprattutto per i piccoli utenti.
«Microsoft è da sempre impegnata in iniziative volte a rendere la Rete un luogo sicuro. La nostra azienda sente infatti la responsabilità di garantire soluzioni sicure e, grazie allo sviluppo di questa tecnologia innovativa, dispone di una nuova opportunità per aiutare le forze dell’ordine a contrastare uno dei crimini più odiosi che esistano, la pedopornografia. Le forze dell'ordine svolgono quotidianamente un lavoro straordinario per combattere lo sfruttamento dei minori e noi siamo orgogliosi di contribuire oggi con un nuovo strumento gratuito, PhotoDNA.»
Pietro Scott Jovane, AD e Presidente Microsoft Italia, ha illustrato il progetto mettendo in evidenza come anche la tecnologi possa mettersi al servizio delle forze dell’ordine, soprattutto quanto si parla di sicurezza Web per i minori. Anche da parte della Polizia postale c’è stata piena approvazione del progetto, che rappresenta un passo in avanti nella lotta contro gli abusi online e si aggiunge alle altre iniziative messe in atto dalle grandi aziende che operano nel settore tecnologico, come ha ribadito Antonio Apruzzese, Direttore della Polizia Postale e delle Comunicazioni.
«La lotta agli abusi sui minori e l’impegno per la sicurezza in Rete sono i nostri obiettivi primari in un ambiente in cui le insidie possono essere numerose. La nostra attenzione è costantemente alta e grazie alla disponibilità di PhotoDNA, da oggi disponiamo di un nuovo strumento per condurre le nostre indagini in maniera ancora più efficace. La collaborazione con Microsoft, che dal 2006 ad oggi ha già prodotto ottimi risultati, garantirà ancora ulteriori traguardi nella lotta contro la pedofilia. Grazie anche al sistema CETS sono state coordinate oltre 10.000 indagini con i seguenti risultati investigativi: persone arrestate 422; persone denunciate 7584; perquisizioni 6548; siti web attestati e oscurati in Italia 179; siti pedopornografici inseriti nella black list 1086; siti web monitorati 361787.»
Teresa Barone
mercoledì 14 marzo 2012
Privacy: Garante, web e social network al centro dell'attivita' 2011
Internet e i social network; la trasparenza on line; gli smart phone e i sistemi di cloud computing; la tutela dei contribuenti nell'ambito delle misure antievasione; la sanita'; la tutela dei minori nel mondo dell'informazione; il telemarketing invasivo; i diritti dei consumatori; il rapporto di lavoro e la ricerca medico-scientifica. Sono stati questi alcuni dei principali campi di intervento del Garante per la protezione dei dati personali nel 2011, secondo quanto emerge dal volume ''Sette anni di protezione dati in Italia'' nella parte dedicata al bilancio del lavoro svolto nel suo ultimo anno di mandato dall'Autorita' Garante composta da Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan e Giuseppe Fortunato.
Particolare importanza, si legge nel volume, ha rappresentato il lavoro svolto dall'Autorita' nel fornire, attraverso Linee guida, indicazioni per il corretto trattamento dei dati in delicati settori: in materia di trasparenza della Pubblica amministrazione con le Linee guida relative alla pubblicazione sul web di atti e documenti; sulla qualita' dei servizi sanitari pubblici e privati con le Linee guida per il trattamento dei dati a fini di customer satisfaction in ambito sanitario; su Internet, con le linee guida per blog, forum, social network e siti web che si occupano di salute.
E ancora: rilevante anche l'impegno nel dettare regole per la tutela dei clienti delle banche, con le prescrizioni che obbligano gli istituti a tracciare tutte le operazioni svolte; per la tutela degli abbonati telefonici a seguito dell'istituzione del Registro delle opposizioni, con l'attivita' prescrittiva e sanzionatoria nei confronti delle societa' di telemarketing; per l'uso di particolari sistemi tecnologici da parte delle imprese come la geolocalizzazione dei veicoli aziendali; per le garanzie da assicurare agli assistiti nelle prenotazioni e il ritiro delle analisi in farmacia.
Significativi anche gli interventi svolti per frenare fenomeni diffusi come quello delle telefonate ''mute'' da parte dei call center o contro i ''fax selvaggi'', o per regolare particolari aspetti relativi alla privacy sul posto di lavoro, come l'uso dei dati biometrici dei dipendenti.
L'autorita', infine, ricorda l'autorizzazione generale sull'uso dei dati genetici e l'autorizzazione sulla ricerca medico scientifica.
Sul fronte internazionale, l'attivita' del Garante affonda le radici in quella svolta nel Gruppo delle Autorita' per la privacy europee (''Gruppo Articolo 29''). I Garanti europei si sono occupati, in particolare, del nuovo Regolamento in materia di protezione dati presentato a fine gennaio dalla Commissione Europea che sostituira' la Direttiva del 1995 e della Direttiva che dovra' disciplinare il trattamento di dati per finalita' di giustizia e di polizia. Il Gruppo Art.
29 si e' occupato inoltre dei nuovi servizi di cloud computing; delle direttive del ''Pacchetto Telecom'' che introducono nuove regole relative anche all'uso dei cookies ed al tracciamento degli utenti; delle tecniche di profilazione legate alla ''pubblicita' comportamentale'' (behavioural advertising); dei trattamenti di dati in rapporto alla lotta al riciclaggio ed al finanziamento del terrorismo; di smart phone e geolocalizzazione degli utenti; di tecnologie Rfid.
Intenso il lavoro nell'ambito delle Autorita' di controllo Schengen, Europol, Eurodac e soprattutto nel WPPJ, il Gruppo di lavoro appositamente istituito dalle Autorita' garanti europee per la tutela dei cittadini nel settore della cooperazione giudiziaria e di polizia, che ha visto riconfermata per il quinto anno consecutivo la Presidenza al Garante italiano.
map/sam/ss
lunedì 5 marzo 2012
Gli italiani e la privacy online: accettate le regole del web marketing, temuti i social network
È quanto emerge dalla ricerca Privacy & Permission Marketing Online 2011, promossa da MagNews, società specializzata in digital e direct marketing, su un campione di 1.018 utenti della Rete con lo scopo di analizzare la percezione che gli italiani hanno della tutela della privacy sul web. L’indagine è stata condotta dall’istituto di ricerca Human Highway, in una prima edizione nel 2009 e nuovamente quest’anno, così da attuare un confronto e identificare un trend.
Un primo dato da notare è che nell’arco di questi due anni il livello di preoccupazione generale relativo alla tutela della privacy non è aumentato, nonostante l'argomento sia stato maggiormente al centro dell'attenzione dei media e nonostante anche l'accresciuta consapevolezza degli utenti. Solo una persona su tre è molto preoccupata che della tracciabilità dei propri dati: un terzo del campione non è preoccupato e il restante terzo non si è nemmeno soffermato sulla questione.
Le percentuali cambiano quando si parla di social network, i più temuti: trovare proprie foto o video su Facebook è ciò che preoccupa ben il 53% degli intervistati, tanto che il 44,1% afferma che, a seguito di questo timore, ha modificato il proprio utilizzo di questo media. A seguire, fra gli utenti più esperti della Rete e più consapevoli, la preoccupazione riguarda l’utilizzo della carta di credito (44%) e la possibilità di essere geolocalizzati (34%).
In generale, dalla ricerca emerge che gli utenti italiani sembrano abbastanza informati sui principali strumenti di profilazione passiva del web marketing: il 58% sa cos'è un cookie e il 71% che cos'è un indirizzo IP; il 48% di chi è iscritto a una newsletter è consapevole che chi la invia può sapere chi la apre e chi clicca sui link contenuti, ma solo il 16% sa cos’è Google Dashboard (il servizio che raccoglie tutti i dati associati all'utilizzo degli strumenti Google da parte di un singolo account – posta, contatti, calendario, alert, blog, documenti ricerche...).
Gli utenti sembrano essere mediamente "rassegnati" ai meccanismi del web marketing. Il 42% è d’accordo o abbastanza d’accordo con l’affermazione che non c’è posto dove la privacy possa essere tutelata sul web: il 40% accetta il marketing comportamentale (cioè quello che opera con le tracce di navigazione che lasciamo sul web proponendoci pubblicità basata sui nostri comportamenti) come normale evoluzione della pubblicità in Rete, il 39% ne è infastidito e il restante 21% non lo teme, non se ne preoccupa o lo reputa addirittura un servizio a valore aggiunto.
Per quanto riguarda invece la profilazione attiva sul web, quando cioè si accetta di compilare un form, ciò che infastidisce maggiormente gli utenti sono le richieste relative al proprio reddito: il 49,5% non vuole comunicare la fascia di reddito e altrettanti l’entità del proprio patrimonio.
Considerando invece la normativa vigente sulla privacy, ben il 41% degli utenti campione non legge mai l’informativa per il rilascio dei dati personali; il 30% la legge solo parzialmente e solo il 13% la salva e la conserva. Questo anche perché c’è poca fiducia nella validità della normativa: il 40% se ne sente poco o per nulla tutelato e il 37% solo in parte tutelato.
Il report Privacy & Permission Marketing Online 2011 è allegato qui sotto.
Scarica: MagNews Privacy & Permission Marketing (1,5 MB
lunedì 16 gennaio 2012
Riconoscimento facciale: è finita l’era delle password?
Un nuovo sistema di riconoscimento facciale, creato da due 17enni irlandesi, potrebbe presto chiudere l’era delle password da immettere per accedere ai siti web.
Il sistema Viv.ie è stato creato da due studenti, Niall Paterson e Sam Caulfield e funziona confrontando una foto del volto dell’utente con un database di altri utenti registrati.
Il software è stato distribuito gratuitamente agli amministratori di vari siti web attraverso una semplice API, ma ne è stata create anche una versione iFrame per evitare problemi di implementazione nei diversi siti.
Se attivato in siti come Facebook, Twitter o Google, il software – progettato per identificare una persona dai tratti unici del viso - potrebbe evitare agli utenti di dover digitare ogni volta una password per l’accesso.
Il giovane Paterson ha rassicurato sul fatto che il sistema è progettato in maniera tale da renderne impossibile da violare e si è detto disponibile a farlo testare da un’azienda di sicurezza IT per comprovarne la resistenza a tentativi di hacking.
Il progetto è partito lo scorso anno, ma non è ancora completo. Servono aggiustamenti sul back end, ma di sicuro se verrà implementato sarà un sollievo per chi fatica a tenere a mente le diverse password per accedere alla miriade di servizi disponibili online.
Minori e sexting, ormai è una moda
Si chiama sexting ed è l’atto di postare su web o inviare via cellulare immagini provocanti di sé, nude o in pose sexy, con riferimenti espliciti al sesso. L’8% di adolescenti che va su Internet invia foto di questo tipo, il 22% ammette che si tratta di una pratica diffusa fra gli amici. Sono dati di Save the Children.L’associazione fa riferimento a un recente fatto di cronaca relativo alla chiusura di un sito web con immagini di adolescenti in pose hot. “Il sito con foto di ragazze adolescenti ritratte nude, individuato e chiuso oggi dalla Polizia postale e delle comunicazioni di Catania, porta alla luce un fenomeno che è diffuso e ben presente a Save the Children, che sul sexting ha realizzato la ricerca ‘Sessualità e Internet: i comportamenti dei teenager italiani’, documentando con dati chiari ed espliciti, quel segmento di vita di adolescenti e pre-adolescenti che è la sfera sessuale”, ha detto Raffaela Milano, Responsabile Programmi Italia e Europa Save the Children.
Secondo la ricerca, il 4% di ragazzini e ragazzine italiani fra i 12 e i 14 anni dichiara esplicitamente di inviare spesso fotografie di sé nudi o in pose sexy. Percentuale che sale all’8% fra i 15-17. Il dato, probabilmente, è sottostimato: quando ai giovani si chiede un parere su quanto tali comportamenti siano diffusi fra i giovani, il 22% afferma che si tratta di una pratica diffusa – percentuale che scende al 17% per i giovanissimi fra i 12 e i 14 anni, ma sale al 25% fra i 15-17enni e al 26% per gli over 17 anni.
Se poi si chiede a che età si è inviato il primo messaggio un po’ osé, con sottintesi e riferimenti sessuali, le conferme fioccano: ben il 47% dice di averlo fatto tra i 10 e 14 anni, gli altri dai 15 in su. Interrogati sui propri comportamenti, infine, il 45% dei ragazzi intervistati dichiara di ricevere messaggi con riferimento al sesso, il 37% dà il suo numero di cellulare online, il 24% riceve immagini o video di persone conosciute solo online seminude o nude, il 19% ammette di avere rapporti intimi con qualcuno conosciuto in rete. E i dati personali vengono facilmente divulgati in rete.
Commenta Raffaela Milano: “Quello che colpisce è che questi giovani si dichiarano consapevoli dei rischi e dei pericoli nei quali rischiano di incappare. Le molestie via cellulare o e-mail vengono segnalate come un problema all’ordine del giorno da circa un terzo degli intervistati (29%), così come l’alta probabilità – dichiarata dal 37% – di imbattersi in maniaci o squilibrati in caso di scambio di immagini a contenuto sessuale. Tuttavia anche se sono razionalmente consapevoli che prevalgono i rischi (76%) sui vantaggi (7%) questo non sembra essere un deterrente”.
Il 7 febbraio prossimo, ricorda Save the Children, si celebrerà la Giornata mondiale della sicurezza in rete per i più giovani.
venerdì 23 dicembre 2011
La comunicazione ai tempi dei social network: i ragazzi italiani sono i più a rischio
Dopo le televisioni a cristalli liquidi e quelle al plasma, e tante altre tecnologie che si posizionano come innovazioni sul mercato, si è giunti in una nuova era, e in una straordinaria rivoluzione digitale, volta a modificare le modalità di vita, di pensiero e di lavoro.
I nuovi media danno luogo ad una modalità comunicativa, intesa come contemporanea e reciproca partecipazione attiva dei partecipanti ad un progetto comune di comunicazione, che si sviluppa secondo percorsi naturali e creativi e quindi non programmabili.
La tecnologia digitale tende a cambiare la natura dei mass-media, nel senso che da una situazione in cui le informazioni vengono sospinte verso l’utente, si passa ad una in cui sono gli utenti ad attirare a sé le informazioni.
L’interattività dei nuovi media, in questo ambito, tende a tradursi nella capacità dei sistemi di accogliere le richieste dell’utente e di soddisfarle contestualmente.
Ci si chiede quindi se l’utilizzo di internet possa essere finalizzato a scopo educativo, cercando un modo innovativo e “social” per avvicinarsi ai ragazzi di oggi, cercando cioè di parlare come loro, dando nel contempo delle linee guida con cui veicolare il loro comportamento nella rete, prevenendo i rischi che ogni ambiente “sconosciuto” comporta…
Da una ricerca europea condotta su un campione di 25.142 ragazzi dai 9 ai 16 anni in 25 Paesi europei, finanziata dal Safer Internet Programme della Commissione europea, emerge un dato importante: i ragazzi italiani risultano quelli più vulnerabili nella scoperta del mondo 2.0, iniziando tardi, rispetto alla media dei ragazzi europei, a navigare in Rete, divenendo poi però i più assidui frequentatori (quasi tutti si connettono in rete, più della metà tutti i giorni).
Parallelamente, ci troviamo a dover far fronte anche ad un’altra consapevolezza: si diffonde, in maniera esponenziale, l’utilizzo dei social tramite smartphone, che diventa una situazione rischiosa in quanto meno controllabile. A differenza degli altri Paesi, i ragazzi italiani inoltre differiscono per non avere accanto genitori o insegnanti che riescano ad educarli al mondo di internet e a ciò che esso comporta. Unire, in altre parole, passione e consapevolezza.
Nasce spontaneo chiedersi dunque: Come si può educare e accompagnare i ragazzi ad un uso sicuro del web?
A risposta di questa domanda Telecom Italia realizza un progetto volto proprio alla sensibilizzazione dell’importanza di avere consapevolezza nel web.
Con Navigare Sicuri, Telecom Italia si pone da tramite con le famiglie italiane cercando di spiegare di questo magico mondo di Internet, che però può risultare illusorio e pericoloso, se non lo si affronta con i giusti strumenti.
Per questo motivo ha deciso di organizzare GENITORI VS FIGLI– Alleati sicuri o sicuri rivali?, una round table che pone a confronto gli educatori e i figli cercando di spiegare rischi e risorse della rete, creando un canale di comunicazione in cui entrambe le parti possano esprimersi e dialogare.
Cristina Bando
martedì 20 dicembre 2011
Archivio Stampa ‘Informazione tv e minori, è vera tutela?’
Come e cosa fare per tutelare bambini e adolescenti, quotidianamente bombardati da notizie e immagini che possono influenzarne negativamente la crescita, garantendo allo stesso tempo, nell’informazione e comunicazione,la libertà d’espressione?
L’argomento, delicato e di ampio respiro, è stato affrontato nel corso di un convegno-seminario di studio, “Informazione tv e minori. E’ vera tutela?”, organizzato a Messina dall’Aiaf (Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori).
Giuristi, giornalisti, docenti di diritto internazionale e costituzionalisti si sono confrontati su questo tema, ricordando le Carte siglate per la salvaguardia dei giovani, dalla Convenzione Onu sui “Diritti del fanciullo” (firmata a New York nel 1989 e ratificata in Italia nel 1991), alla “Carta di Treviso” (codice di autoregolamentazione dei giornalisti) e alle direttive dell’Unione europea, con un occhio alle nuove tecnologie e alla normativa in materia In altri Paesi..
“Abbiamo voluto porre attenzione a tutti i problemi che nascono quando i minori vengono a contatto con i mezzi d’informazione, tv, internet, social network, non solo come soggetti attivi ma anche come soggetti passivi” , spiega l’avvocato Remigia D’Agata, presidente Aiaf Sicilia.
Chi deve provvedere a che contenuti poco adatti ai giovani non appaiano su giornali, su riviste?
“Da parte di chi gestisce l’informazione occorre una maggiore attenzione al rispetto sia delle norme nazionali e internazionali, sia della Carta di Treviso che gli stessi giornalisti si sono dati”, risponde D’Agata, “ i giornalisti dovrebbero evitare scene particolarmente cruente o che coinvolgono minori in situazioni poco opportune”.
Su internet la tutela dei minori è più complicata, aggiunge D’Agata, “per tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, telefonini, videocamere, con le quali si riprende tutto indiscriminatamente e tutto si riversa sul web. Sarebbe forse opportuna un’attenzione maggiore da parte dei genitori”.
La comunicazione “ai tempi di facebook” è l’argomento affrontato da Aldo Mantineo del Dipartimento Formazione Associazione siciliana della stampa. “Noi giornalisti, operatori dell’informazione in genere, dobbiamo avere una consapevolezza diversa rispetto al passato perché il panorama dei mezzi di comunicazione è cambiato. I ragazzi che si avvicinano al mondo dell’informazione molto spesso lo fanno attraverso social network, o blog, e il vero nodo di internet è rappresentato dal fatto che normalmente la verifica (che in tutti i media tradizionali, anche quelli on line viene fatta da redazioni, da giornalisti, specificatamente attrezzati per questo), nel caso di alcuni contenuti presenti sulla rete, scarica questo compito essenziale (dell’attendibilità dell’informazione), sul fruitore finale. E se questa verifica la deve fare un adulto, con la propria esperienza, con i propri mezzi, è un conto, se la deve fare un ragazzino di 12-14 anni, è ben altro”.
Cosa si può fare?
Noi, come giornalisti, dobbiamo avere la consapevolezza dei cambiamenti che ci sono stati negli ultimi 20 anni e che hanno stravolto il modo stesso di fare la professione e dobbiamo riuscire a gestirli, questi cambiamenti, risponde Mantineo “sapendo bene che dall’altra parte i nostri possibili lettori, fruitori, possono anche essere dei ragazzi, che non hanno tutti gli strumenti e l’attrezzatura professionale giusta per poter decodificare quello che è il nostro messaggio. Abbiamo dunque bisogno di entrare direttamente in contatto con loro attraverso un linguaggio che sia facilmente comprensibile ma occorre anche una impostazione di contenuti che sia molto più attenta ai valori”.
Cinzia Gorini
Smart Tutor, l’applicazione Android che protegge i minori lanciata da Vodafone
Grazie alla collaborazione tra la compagnia telefonica Vodafone Italia e la Polizia di Stato (Polizia Postale e delle Comunicazione) nasce l’applicazione Vodafone Smart Tutor, un tool gratuito che consentirà di proteggere lo smartphone nel momento in cui viene utilizzato dai minori.
Grazie all’applicazione, infatti, i genitori potranno non solo bloccare chiamate e messaggi, ma anche limitare l’uso di alcune funzionalità del cellulare, come ad esempio il browser Web, il Bluetooth o anche la fotocamera.
Si potranno settare delle modalità di utilizzo a seconda delle fasce orarie (ad esempio per evitare che venga utilizzato durante le ore di scuola), gestire le applicazioni (consentire o vietare l’installazione o la disinstallazione di alcuni programmi) etc…Insomma, un’app molto utile e, come ha affermato Maria Cristina Ferradini, Head of Sustainability & Foundation di Vodafone Italia “uno strumento a disposizione per i genitori adatto a guidare i propri figli in un percorso educativo verso tematiche importanti come la privacy, la condivisione dei contenuti in rete e le molestie telefoniche“.
L’app, scaricabile gratuitamente dall’Android Market, dal sito smart.vodafone.it o dal portale InFamiglia, viene incontro ai cambiamenti della società e dell’utilizzo sempre più frequente dei telefonini da parte dei minori. Ecco la lista degli smartphone supportati ufficialmente:
- HTC Desire
- HTC Desire HD
- HTC Explorer
- HTC Magic
- HTC Sensation (Z710e)
- HTC Tattoo
- HTC Wildfire
- HTC Wildfire (A3333)
- Huawei U8150 IDEOS
- Huawei Vodafone 845
- Samsung Galaxy 3 (GT-i5800)
- Samsung Galaxy Europa (GT-i5500)
- Samsung Galaxy Gio (S5660)
- Samsung Galaxy Mini (S5570)
- Samsung Galaxy S (GTi9000)
- Samsung Ace (GT-S5830)
- Sony Ericsson Arc
- Sony Ericsson X10 Mini Pro
- Sony Ericsson X10i
- Sony Ericsson Xperia X8
martedì 13 dicembre 2011
Usa, minori su Facebook mentono sull'età con l'aiuto dei genitori
Ai minori di 13 anni è proibita l'iscrizione a Facebook, ma i divieti, si sa, accendono i desideri: sono milioni, infatti, i ragazzini americani che non resistono al richiamo del social network e creano account mentendo sulla propria età.
Sorprende un po' che mamma e papà, tutt'altro che contrariati, diventino complici della violazione. Secondo un’indagine della New York University, il 55 per cento non lo considera un problema e il 76 per cento ha anche aiutato i propri figli ad aprire un profilo. Il 19 per cento dei genitori ha dichiarato, poi, di avere un figlio al di sotto dei 10 anni con account su Facebook.
«Tutti i suoi amichetti ce l’hanno - ha commentato un genitore di Brooklyn - ormai non si mandano più email e comunque teniamo il computer in un’area della casa dove c’è sempre uno di noi che controlla. Trovo che il limite di 13 anni sia sciocco, visto che Internet è ovunque ormai e non credo che Facebook sia una cosa di cui preoccuparsi».
lunedì 17 ottobre 2011
Gli italiani sono preoccupati per la privacy: social network nel mirino
Gli italiani temono la violazione di privacy. Nonostante tutti gli avvertimenti riguardanti metodi di navigazione sicura, in un recente studio è stato riscontrato che la percentuale di utenti che temono per la propria privacy è maggiore quando si parla di social network.
Lo studio Privacy&Permission Marketing Report 2011 è stato condotto da Diennea MagNews in collaborazione con Human HighWay ed ha messo in risalto che la percentuale di utenti che è preoccupata per la propria sicurezza online è in calo rispetto a due anni fa.
Il social network per eccellenza è molto usato in Italia, ma purtroppo bisogna ammettere che è usato male: spesso diversi utenti introducono nella lista di amici perfetti sconosciuti e condividono pubblicamente le proprie foto. E proprio qui nasce il problema: lo studio ha messo in evidenza che il 53% degli italiani teme di essere “taggato” in foto postate sul social network Facebook.
Facebook fa più paura delle intercettazioni telefoniche, delle e-mail, della geolocalizzazione e della tracciabilità dei siti navigati. Da notare, che la pura dei social network è stata accompagnata nel 44% dei casi da modifiche alle impostazioni della privacy.
Privacy: dai social network agli smartphone, siamo sempre più tracciati
Una nuova ricerca scientifica conferma i timori inerenti la tutela dei dati personali on line: la maggioranza dei siti esaminati da uno studio condotto dall'Università di Stanford monitora i propri utenti e passa i dati a soggetti terzi che possono utilizzarli per crearne un profilo molto dettagliato. E con la diffusione degli smartphone la situazione va peggiorando
Il 61% dei 185 siti web analizzati, invia informazioni personali come username e indirizzo e-mail a soggetti terzi, chiaramente senza un consenso esplicito e consapevole degli utenti stessi. E non è escluso che queste informazioni, soprattutto in paesi extra europei con una legislazione più lasca sulla tutela dei dati personali, possano arrivare ad enti e agenzie goverative. La motivazione di tutto ciò sta nella possibilità di avere una conoscenza più approfondita dei navigatori, per proporre offerte commerciali più adeguate ai loro gusti.
Il presidente della Federal Trade Commission (ente Usa per la concorrenza e la tutela dei diritti dei consumatori), Jon Leibowitz, ha coniato il termine "cyberazzi", per identificare questa specie di paparazzi digitali che "scattano" fotografie di quella che è la nostra "data immagine", le impronte che ci lasciamo dietro durante le nostre navigazioni o durante tutte le attività che facciamo on line, dal prenotare il biglietto di un treno al comprare un libro su Amazon, fino a quando clicchiamo sul pulsante "mi piace" sotto il video del nostro musicista preferito.
Precedenti ricerche, come quelle condotte dall'italiano Alessandro Acquisti, hanno dimostrato come sia facile arrivare ad una serie di dati sensibili, partendo da alcune foto pubblicate on line e utilizzando un software di riconoscimento facciale.
Dal Pc ai mobile devices come smartphone e tablet, il monitoraggio e la profilazione degli utenti è un prcesso pressoché ininterrotto, anche grazie all'intervento delle compagnie telefoniche. Verizon, ad esempio, ha effettuato una modifica nelle sue privacy policy, in base alla quale, di default, gli url che vengono visitati, così come le informazioni di geolocalizzazione (ovvero, dove si trova il cellulare che si connette) verranno automaticatamente inviate ad aziende partner. Bisogna dunque intervenire per cambiare le proprie impostazioni di base se si vuole evitare tutto ciò. Ma quanti ne sono a conoscenza?
Ogni nostra attività on line va ad ingrassare la mole di dati archiviati da aziende come Facebook e Google. Facebook ad esempio mantiene traccia dei differenti computer dai quali ci logghiamo, "ricorda" gli eventi ai quali siamo invitati, conserva le nostre chat e i messaggi che cancelliamo. La storia di un utente medio, iscritto nel 2007, sta in un pdf di 880 pagine. Come ha dimostrato il gruppo austriaco Europe Vs Facebook, nel vecchio continente abbiamo il diritto di accedere alle informazioni possedute dal re dei social network (così come dagli altri). Ma non necessariamente a tutte. L'azienda di Zuckerberg infatti, si è rifiutata di comunicare alcuni dati, adducendo la ragione che la loro pubblicazione violerebbe il segreto industriale e i diritti di proprietà intellettuale.
Il problema della tracciabilità delle nostre navigazioni è di fatto una forma di controllo, paradossalmente accettata ben volentieri dai controllati.
"Pensate che è come quando in seguito a un acquisto il commesso di un centro commerciale comincia a seguirci e ad annotare quello che compriamo negli altri negozi per aspettarci all’uscita e farci un’offerta che proprio non possiamo rifiutare. Inquietante, no?", scrive Arturo Di Corinto, giornalista, blogger e ricercatore che da tempo tratta queste tematiche.
Benché aumenti la consapevolezza su questi temi, sembra che la stragrande maggioranza degli utenti sia disposta a rinunciare a parte della propria riservatezza per poter condividere facilmente foto, documenti con amici e conoscenti, o addirittura per aver pubblicità mirate ai propri interessi. E come se on line cadessero alcune naturali diffidenze che ci impediscono ad esempio di rivelare il nostro numero di codice fiscale al primo sconosciuto che incrociamo.
Alcune aziende riescono a definire in maniera abbastanza circoscritta chi siamo, quali sono i nostri gusti, le attitudini al consumo, ma anche le nostre idee politiche, gli orientamenti sessuali, le informazioni sanitarie e sull'appartenenza etnica. lo ha ben dimostrato il giornalista del Time Magazine, Joel Stein, che con un'inchiesta sui propri dati sparsi on line, ha scoperto su di sé cose che neanche lui sapeva...
Francesco Sellari
lunedì 3 ottobre 2011
Rivoluzione Facebook: pronti?
«La cosa più innovativa mai vista sul web», secondo Zuckerberg. «La maggiore minaccia alla privacy degli ultimi tempi», replica Marc Rotenberg, direttore dell'Electronic privacy information center.
Timeline stupisce e spaventa perché è un diario automatico e condiviso: raccoglie e mette in bell'ordine cronologico tutti gli eventi, fatti, foto e notizie che l'utente pubblica. Un'enorme autobiografia digitale aperta agli "amici" del network. Timeline diventerà il nuovo Facebook: per ora è una funzione opzionale, ma dall'8 ottobre sarà attiva per tutti.
«Fino ad oggi qualsiasi nuova attività entrava a far parte della pagina home che mostra tutte le attività del gruppo di amici. D'ora in poi invece, ogni nuova attività andrà immediatamente a far parte di Timeline, ma non entrerà nella pagina delle attività degli amici a meno che l'utente non decida di farlo», ha spiegato Zuckerberg.
«I grandi eventi che riguardano il singolo utente saranno nella parte centrale della pagina, mentre lateralmente ci sarà spazio per colonne con eventi collaterali e altre attività; inoltre sarà possibile raggruppare le attività in sezioni differenti».
Timeline non si limita a mettere in ordine cronologico gli eventi pubblicati dall'utente d'ora in avanti. No, va oltre: si presta a essere subito un diario e un album dei ricordi passati. Possiamo cliccare su una data qualsiasi e aggiungervi immagini, informazioni su come ci sentivamo all'epoca, il lavoro che facevamo, "questa è un'immagine di quando i miei genitori erano ancora vivi", "ecco il mio quarto compleanno", "nel 1998 ho cambiato di nuovo lavoro" e così via. Dalla nascita al presente. L'utente può sempre indicare gli amici con cui condividere certe informazioni.
Timeline diventerà il nuovo profilo Facebook gradualmente: dal 4 ottobre sarà così per tutti. Ma è già possibile attivare la nuova funzione, per provarla subito. Il modo più rapido è scrivere "sviluppatore" nel motore di ricerca in alto, su Facebook, cliccare su quest'applicazione e abilitarla. Clic poi su "Crea applicazione". Dobbiamo fingere di crearne una, per impersonare il ruolo di sviluppatori di Facebook e quindi provare Timeline. Scriviamo un nome a caso per la nostra fittizia applicazione, poi scegliamo il comando "OpenGraph". Facebook ci proporrà quindi di adottare Timeline. Accettiamo ed eccoci subito catapultati nel futuro del social network. Gli esperti di privacy temono che s'innescherà un processo pericoloso: le persone condivideranno aspetti della propria vita sempre più intimi. «Agli utenti si dovrebbe concedere di decidere di partecipare ai cambiamenti che Facebook crea, ma il social network non dà questa opzione. Semplicemente continua a marciare nella sua direzione e gli utenti devono acconsentire», protesta Rotenberg, in una lettera alla Federal trade commission americana (come la nostra Antitrust).
«Ogni volta che Facebook cambia qualcosa, bene o male impatta sui nostri comportamenti e sui nostri schemi mentali», aggiunge Charlene Li, analista indipendente fondatrice dell'osservatorio Altimeter. A conferma che il tema non vada sottovalutato.
Perché Facebook lo faccia, rischiando le polemiche, è presto detto. «Potrà lanciare pubblicità ancora più finemente personalizzata sui gusti e le attività dei propri utenti», spiega Sean Corcoran, analista di Forrester Research. Obiettivo, 5,8 miliardi di dollari di ricavi nel 2012, contro i 3,8 miliardi previsti nel 2010.
«Ma non è solo un fatto di soldi puro e semplice», aggiunge Whit Andrews, analista di Gartner. Bisogna ricordare infatti che Facebook ora ha il primo vero rivale: Google+, il social network di Google, che ha aperto al pubblico la settimana scorsa. «Con Timeline lo scopo di fondo è intrappolare l'utente in Facebook», dice Andrews. «Come puoi andartene altrove, infatti, quando lì trovi la storia di tutta la tua vita?».
Alessandro Longo
martedì 27 settembre 2011
Un italiano su tre teme per la propria privacy in Internet
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lunedì 26 settembre 2011
Millennials: così i giovani cambiano il mondo del lavoro
Proprio questo conflitto è al centro di una ricerca commissionata a Netconsoulting da CA Technologies, società specializzata nella fornitura di servizi e software per le aziende, in particolar modo nel settore della sicurezza. L'indagine si è svolta con 285 interviste nel 2011, coinvolgendo giovani nati negli anni Ottanta, provenienti dalle facoltà di economia e di ingegneria di Milano e Torino. I risultati? Fanno prevedere qualche frustrazione per i nuovi lavoratori e importanti sfide per le aziende che li assumeranno.
Non è un luogo comune: gli studenti che stanno per uscire dagli atenei non hanno bisogno di essere istruiti su come si usa un pc e come si trova una informazione sul web, il loro habitat naturale. Ma non è detto che i futuri datori di lavoro condividano la loro disinvoltura nel maneggiare social network, cloud, dispositivi portatili, senza filtri reali tra un uso privato e un uso professionale di questi strumenti. L'identikit del “nativo digitale” è questo: nomade, molto accessoriato e assai poco incline alla riservatezza quando si tratta di comunicare online. Un ritratto quasi al negativo (o al positivo, se si preferisce) rispetto a quello delle aziende italiane.
Qualche esempio? Smartphone e notebook sono ormai appendici personalizzate e imprescindibili per i millennials, che sperano di poterle usare anche sul posto di lavoro. Possiede un pc portatile l'88% degli intervistati e il 52% di loro ha in tasca un cellulare di nuova generazione, ma se si parla semplicemente di cellulare, si arriva quasi a 100 su 100. Non sono solo strumenti di conoscenza o di lavoro, dal momento che quasi tutti gli intervistati sono iscritti a Facebook o ad altri social network e che nell'80% dei casi gli appuntamenti fra amici passano proprio da Facebook o dagli SMS (90%). La posta elettronica è quasi “desaparecida”, ferma al 50% delle preferenze e surclassata dai nuovi media, ma sempre in auge per comunicazioni formali (il 93% la usa per contattare i docenti). E, guarda caso, la ricerca evidenzia che le aziende si attrezzano soprattutto con pc da scrivania e posta elettronica.
La privacy, poi, non è certo una priorità: sono molto sensibili al tema solamente il 15,8% degli ingegneri, mentre fra i futuri economisti si sale al 34,8%. Numeri che sembrerebbero ribaltarsi, però, quando si va a vedere quale tipo di dati i giovani siano disponibili a divulgare sui propri social network. Pubblicare l''indirizzo mail non è un problema per l'82% degli “economisti”, contro il 17,9 degli ingegneri, ma le distanze si accorciano se si parla di gusti, hobby, informazioni anagrafiche. Persino il numero di telefono (il 22% degli intervistati lo ha pubblicato online) e l'indirizzo di casa (pubblicato dall'8%) per qualcuno non è un tabù.
(Con)divide et impera
L'imperativo sembra essere condividere, un'attitudine esercitata anche nell'ambito dell'università non solo attraverso i social network. Un'abitudine che molti giovani immaginano di poter coltivare anche nei loro uffici di domani. Quasi il 60% degli intervistati si aspetta di poter accedere a Facebook almeno una volta al giorno (e il 24% tra loro di poterlo fare più volte al giorno). Cattive notizie per questi ottimisti: a meno che non siano assunti nelle pubbliche amministrazioni (e le probabilità sembrano basse secondo un altro dato di questa indagine), dove il 75% degli enti interrogati ha confessato una politica di accesso illimitato a Facebook, i neo-lavoratori troveranno restrizioni di vario tipo, legate alle mansioni e alle necessità lavorative, quando non assolute, come avviene nel 66% delle aziende classificate come Utilities e Energy dalla ricerca.
Privacy, riservatezza, regole: questi sembrano punti imprescindibili per le società, che pure attendono i giovani digitali con non poche aspettative. L'insofferenza per le limitazioni imposte dalle aziende potrebbero essere un prezzo da pagare accettabile a fronte della implicita capacità di gestire i nuovi media, di aprirsi al cambiamento, di lavorare in contesti flessibili e decentrati. Tutte qualità che le aziende avrebbero già osservato nelle prime nidiate di digitali che si sono affacciate al lavoro. Qualche problema in più potrebbe crearla, invece, la pretesa di usare i propri strumenti tecnologici (smartphone, tablet o notebook) anche sul lavoro, con inevitabile confusione tra il piano professionale e quello privato. “Bring Your Device” (porta il tuo dispositivo) sembra essere lo slogan giovanile ben sintetizzato in un'analisi della KuppingerCole e confermato nei dati di NetConsoulting. I ragazzi si sono impadroniti dello spazio virtuale configurandolo a loro immagine e personalizzandolo con i tanti strumenti a disposizione perché risultasse il più “ergonomico” possibile. Perché affidarsi a fredde e magari scomode impostazioni altrui? Un'esigenza in palese contraddizione con i protocolli, le politiche sulla sicurezza e la protezione dei dati.
Occorrerà, insomma, che i dirigenti trovino la via per un giusto compromesso, che valorizzi le qualità e la sintonia con il nuovo millennio dei nuovi assunti con le esigenze di protezione del business e di riservatezza, che le nuove tecnologie mettono a rischio.
Social network e altri strumenti di condivisione e collaborazione online possono migliorare il lavoro in termini di produttività (se lo aspetta il 67% delle aziende) e di efficienza (67%) e di creatività (60%), ma anche il nomadismo digitale tipico delle nuove generazioni, e quindi il famoso “telelavoro”, può incidere positivamente sui costi e sui risultati. CA Technologies, promotrice della ricerca, naturalmente sostiene di avere in tasca soluzioni software e organizzative capaci di conciliare flessibilità e decentramento con sicurezza e privacy. In ogni caso, il suggerimento sembra essere quello di non tarpare le ali dei millennial, costringendoli in regole che vorranno (e in molti casi sapranno) aggirare, ma di approfittare delle loro qualità per dare una rinfrescata a modelli di business e di organizzazione del lavoro. Facile a dirsi, ma non a farsi. Il vecchio non ha mai ceduto il passo al nuovo senza resistenze, uno schema fin troppo evidente in Italia. Ma forse anche gli scalpitanti nativi digitali dovrebbero concedere ai veterani dell'analogico qualche chance. Anche le rivoluzioni più radicali conservano legami con il passato.
Claudio Leonardi
mercoledì 24 agosto 2011
[Esplora il significato del termine: Facebook :«amicizie» proibite tra insegnanti e allievi] Facebook :«amicizie» proibite tra insegnanti e allievi
LA LEGGE – La Missouri Senate Bill 54 è la prima negli Stati Uniti a vietare il social networking tra studenti e insegnanti. In vigore dal prossimo 28 agosto, la legge proibisce ad allievi e professori di comunicare fuori dai canali ufficiali: aula ed edificio scolastico. Vietati telefono, sms, e contatti attraverso qualsivoglia sito internet, Facebook incluso. Questo significa che uno studente non potrà essere «amico» del suo professore in un social network, come invece avviene normalmente in tutto il mondo. Mentre resta aperta la possibilità di diventare «fan» della pagina pubblica di un professore su FB, in caso ve ne fosse una.
LA RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA - In più, in caso di professori dal dubbio curriculum, la scuola è tenuta ad avvisare studenti e genitori e se accadesse qualche episodio di violenza o molestia e la scuola non avesse avvertito per tempo le famiglie, sarà l’istituto scolastico a esserne responsabile. E sempre la scuola entro inizio 2012 dovrà stilare una serie di regole sul comportamento da tenere nel rapporto allievi-educatori, dando regole precise anche sui contatti fuori dall’orario di lezione.
IL PRECEDENTE – La legge viene anche chiamata Amy Hestir Student Protection Act, in riferimento al caso di cronaca legato alla donna – Amy Hestir – che qualche anno fa venne ripetutamente molestata da un giovane insegnante della scuola superiore che frequentava, fuori e dentro l’istituto, via sms e di persona. In quel caso, l’insegnante vantava un curriculum insospettabile, con diversi impieghi nello stato e pure una nomina a «insegnante dell’anno».
LA PROTESTA – Gli insegnanti del Missouri non ci stanno. Invocano il diritto di poter comunicare con i loro studenti senza paletti. E attraverso la loro associazione di categoria, la Missouri State Teachers Association, hanno portato in tribunale lo stato e chiesto che la nuova legge venga dichiarata incostituzionale almeno nella parte relativa a Facebook . Come si legge nei documenti presentati dai legali dell’associazione in tribunale, «gli insegnanti utilizzano i social network al di fuori del circuito professionale come mezzo per tenere i contatti con i loro studenti, sia nel corso di emergenze, sia per fini educativi quotidiani, per esempio quando uno studente ha difficoltà con un compito assegnato o per aiutarli a identificare casi di bullismo».
Eva Perassomartedì 2 agosto 2011
Facebook: "L'anonimato online è pericoloso", Google concorda
Randi Zuckerberg, il direttore marketing di Facebook, nonché sorella del suo fondatore Mark, ha dichiarato guerra al bullismo su Internet e ha intenzione di fare tutto il possibile per impedire che le persone facciano qualcosa sul Web senza il proprio nome ben in vista.
Il social network richiede a tutti i suoi utenti di registrarsi con il loro vero nome e la propria e-mail personale - una regola che è sempre stata molto difficile da mettere in pratica, lo dimostrano i numerosi account cancellati e i nomi fittizi su Facebook. Secondo il direttore marketing, mettere fine all'anonimato online potrebbe aiutare a mettere un freno al bullismo e alle molestie su Internet.
La Zuckerberg non ha offerto esempi pratici di iniziative a breve termine, ma durante un meeting che aveva come tema i social media tenuto martedì dal magazine Marie Claire, ha dichiarato: «Penso che l'anonimato debba sparire. Il comportamento delle persone è migliore quando hanno il loro nome in bella vista, penso che la gente si nasconda dietro l'anonimato e pensi di poter dire tutto quello che vuole a porte chiuse», ha commentato.
L'ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ora presidente del gigante informatico, ha anche lui convenuto che «l'anonimato è pericoloso».
Lo scorso weekend. Google+ ha fatto infuriare alcuni dei suoi oltre 20 milioni di utenti, sopprimendo degli account perché contravvenivano alle sue regole sui nomi. Da Google+, infatti, sono scomparsi - o meglio sono stati «congelati» - migliaia di account, perché associati a nomi di fantasia, a pseudonimi, o a nomi troppo lunghi. Google vuole solo iscritti che utlizzano nomi reali.
Alle proteste degli utenti per la poca chiarezza delle regole del social network che impongono agli utenti «di utilizzare il nome con cui famiglia, amici e colleghi ti chiamano normalmente», Bradley Horowitz vice direttore del social network, ha risposto che Google «sta cercando di migliorare il modo in cui tratta casi del genere, in particolare il modo di notificare la contravvenzione delle regole del social network agli utenti e di comunicare loro le alternative a disposizione».