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martedì 11 febbraio 2014

Gli adolescenti e la rete 10 passi per renderla sicura

[Corriere.it 11/02/2014]


    • I genitori devono accompagnare i figli, essere per loro interlocutori attivi. Non saranno mai al passo con generazioni che sono nate in Internet, ma possono dimostrarsi capaci di affrontare e condividere esperimenti/dubbi nelle situazioni più delicate.

  •  La scuola non può escludere dai propri spazi la cultura digitale. Anche gli insegnanti devono essere (in)formati.

      •  I provider e le aziende che operano nella Rete devono continuare a cercare modi di agire in modo responsabile. Stabilire una strategia di autoregolamentazione che venga costantemente aggiornata.

      •  La libertà nella Rete, di cui i nickname fanno parte, è una conquista e non va demolita a colpi di legge. Ma tutti, soprattutto i giovani, siano al corrente del fatto che l’anonimato – in caso di denunce – può essere smontato dalla polizia postale.

      • Denunciare un cyberbullo è possibile. Ma uno strumento poco conosciuto è l’ammonimento del questore: a lui il compito di chiamare l’interessato e avvertirlo che è sotto osservazione. Spesso questa strada, che esclude azioni penali, risulta efficace.

      •  Usare il gruppo come strumento per contrastare i cyberbulli. Aiutare i ragazzi a creare un contro movimento che dia sostengo a chi è stato preso di mira.

      •  Creare consapevolezza tra i ragazzi: portarli a chiedersi, prima di pubblicare una frase o una foto, se la vorrebbero leggere/vedere se fosse riferita a loro.
      • Mostrare ai più giovani i rischi di un uso disinvolto della Rete che lascia tracce difficilmente cancellabili nel tempo.

      •  Mostrare di condividere con i ragazzi le potenzialità positive della Rete. Di conoscenza, esperienza, vicinanza. Non cedere all’equazione della paura per cui rischio = danno.

      • Avanzare a piccoli passi, consapevoli che siamo davanti a un cambio di paradigma. Che vecchie parole come regole, leggi, codice si sono svuotate. I rischi nella Rete costituiscono un problema aperto che va affrontato senza ideologie.

Quanto incide la Rete sulle nuove generazioni? Moltissimo.
Ai nostri tempi per fare una ricerca andavamo in biblioteca o dalla compagna di classe che aveva l’enciclopedia universale; agli amici di penna scrivevamo sporadiche lettere in un corsivo incerto; e per incontrare qualcuno andavamo in parrocchia. Oggi tutte queste cose si possono fare restando nella propria cameretta con il computer o lo smartphone accesi.
È di sicuro una opportunità, con un potenziale sterminato. Ma bisogna mettere in conto i rischi. Un adolescente/bambino che naviga da solo su Internet può incorrere nel Gatto e la Volpe versione 2.0. «Adescamento online, gioco d’azzardo, furto della personalità, cyberbullismo, addiction»: ieri il presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo ha illustrato il peggio del Web per lanciare un appello alla vigilia del «Safer Internet Day 2014», la giornata voluta dieci anni fa dalla Commissione europea e da Inhope (International Association of Internet Hotlines) per promuovere un uso responsabile dei nuovi media.
Caffo ha anticipato l’appuntamento con un convegno che si è svolto nella Sala Montanelli del Corriere della Sera a Milano, dove docenti, esponenti delle istituzioni, insegnanti, tecnici si sono confrontati con degli interlocutori molto particolari: gli studenti delle medie e delle superiori. A loro è stato chiesto che cosa li spaventa di più della Rete e come possiamo aiutarli a sfruttarne le potenzialità. La risposta più forte è stata una: non lasciateci soli. Ed è stato questo il filo conduttore di tutti gli interventi improntati all’autocritica, che hanno portato a definire una sorta di decalogo per creare, davvero, #laretechecipiace.
Sul palco si sono avvicendati parlamentari italiani ed europei, esponenti di Prefettura e Questura, psicologi, pedagogisti, manager delle aziende che operano sul Web. Il viceministro allo Sviluppo economico Antonio Catricalà ha messo in evidenza che Internet non è «gratis» come si pensa: «Tutte le informazioni che digitiamo le paghiamo di persona, sono la nostra ricchezza e dobbiamo vigilare perché nessuno ce la sottragga».
L’ex ministro Michela Vittoria Brambilla ha proposto di rendere obbligatoria l’educazione digitale nella scuola dell’obbligo. Il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno ha ricordato che ci sono degli strumenti per liberarsi dei «molestatori» online, siano cyberbulli o altro, e sono la denuncia o, prima ancora, l’ammonimento del questore. «Bisogna procedere per gradi, e il vostro primo punto di riferimento devono essere i genitori e la scuola», ha detto.
Esistono anche modelli di Rete che funziona, ha evidenziato il direttore di Wired, Massimo Russo, nelle vesti del moderatore. Un esperimento a tema è quello di Twigis, community per bimbi, di cui ha parlato Enrico Fili, direttore Rcs E-commerce New Digital Business

Sicurezza dei minori in internet. Una denuncia per cento reati

[Corriere di Mantova 11/02/2014]

di Cinzia Lucchelli
E’ sul divano, solo. Ha un telefonino tra le mani. Apparentemente è al sicuro. Ma per uscire nel mondo non c’è solo la porta d’ingresso di casa. Adescamenti online e cyberbullismo oggi coinvolgono anche i bambini. Dietro un caso denunciato ce ne sono cento che non vengono a galla. Esistono norme e strumenti per rendere la navigazione in Rete dei minori più sicura. Ma fatica a prendere piede nelle scuole la formazione di una cultura digitale e non sempre i genitori sanno spiegare ai propri figli come sfruttare i mezzi e le opportunità di internet chiarendone anche i limiti. Sono loro, a volte, a registrarli su un social network troppo presto. Bambini e ragazzi non sempre percepiscono il pericolo nascosto dietro un messaggio, un’immagine o una condivisione. E quando sono presi di mira non ne parlano con un adulto per vergogna oppure per il timore di perdere le chiavi di accesso di un luogo dove si è spostata una buona fetta della loro vita sociale.
Le storie. A. ha appena compiuto 10 anni quando subisce un furto di identità digitale: una compagna di classe  si iscrive a suo nome sulla chat Stardoll e con questo profilo fittizio manda messaggi denigratori alle comuni amiche. La madre se ne accorge, trova un muro di gomma con i genitori dell’autrice del furto. Interpella la polizia postale che le sconsiglia la strada della denuncia, anche solo per sopprimere quel profilo finto: la sede legale sella società che gestisce la chat si trova in Gran Bretagna, troppo lungo e costoso l’iter per identificare legalmente l’autore dei messaggi.  Da quel giorno il controllo di quello che la bambina scrive e riceve dalle sue amiche si fa serrato e costante. “Se usi Internet senza permesso - dice alla piccola- è come se uscissi da sola di notte”.
B. a 11 anni riceve in dono un lettore multimediale. Ha un sistema operativo android ed è dotato di wifi, quindi a tutti gli effetti è un tablet senza l'uso del telefono. Dà anche la possibilità di scaricare applicazione tra cui chat. In alcune registrarsi è facile, basta un nickname e una mail, poco importa che il limite d’età per farlo sono i 13 anni. Il padre è consapevole delle potenzialità del mezzo, è attento e attiva l’opzione di ricevere, via email, un resoconto delle interazioni della figlia con Internet. Non si accorge però che la bambina, che nel frattempo si è creata un altro account di posta elettronica, scarica una decina di chat. Fino a quando viene contattato da un altro padre, preoccupato: “Sua figlia ha fatto vedere delle foto con evidenti scene sessuali tra uomo e donna alla mia”, gli spiega. Ricostruiscono i fatti e scoprono che mentre chattavano sono state contattate da uno sconosciuto che ha inviato foto di sesso. Nome e foto del profilo dell’uomo erano inequivocabili ma le ragazze non hanno percepito il pericolo che si nascondeva dietro.
“Ogni volta che apro la casella di e-mail leggo sempre gli stessi insulti, ogni volta che accedo al mio blog lo trovo invaso dalle parolacce, ogni volta che vado su Facebook scopro che qualcuno ha messo sulla mia bacheca informazioni false e che mi fanno sembrare una poco di buono…io credo di  sapere chi sia ma quello che davvero mi pesa è vedere che non la smette, che ormai su Internet mi contattano solo per darmi della prostituta e quando cammino in corridoio a scuola mi sento tutti gli occhi addosso e le risatine degli altri cominciano davvero a farmi passare la voglia di andare a scuola…” E’ il messaggio di  una dodicenne vittima di cyberbullismo che ha trova il coraggio di rivolgersi alla polizia postale.
La strategia dell’Europa. Internet non è stato concepito per i più piccoli, ricorda la Commissione europea, eppure oggi il 75% ne fa uso, un terzo tramite la telefonia mobile. I contenuti vanno allora adeguati, devono essere interattivi, creativi ed educativi, e va garantita la sicurezza dei minori che si muovono in questo mondo. "Viviamo ormai nell'era digitale e le generazioni più giovani sono anche le più attive online – ha detto Cecilia Malmström, commissaria europea per gli affari interni-. Questi giovani hanno una grande dimestichezza con l'uso di internet, ma rimangono vulnerabili alle minacce online. È nostro dovere di genitori tutelare la sicurezza dei nostri figli anche sulla Rete". Verso questa direzione si muove oggi l’Agenda digitale europea, che si propone di sfruttare il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso; obiettivi da raggiungere entro il 2020. “L’agenda europea è fondamentale – dice Andrea Rigoni, direttore generale della fondazione GCSEC (Global Cyber Security Center) ed esperto della presidenza del Consiglio dei ministri sui temi di sicurezza digitale - poiché molti dei problemi da risolvere sono globali, così come le aziende e le infrastrutture che possono cooperare”. L’Italia, in questo contesto, “ha portato avanti alcune iniziative di grande successo, come il contrasto alla pedopornografia e al cyberbullismo. Ma molto resta da fare, c’è ampio spazio per inserire meccanismi e tutele nei confronti dei minori. Le lacune maggiori sono sulla formazione di competenze digitali nelle scuole”.
Intervista integrale ad Andrea Rigoni
I casi di cronaca più recenti. Da una parte le strategie europee, dall’altra i casi calati nella quotidianità. Tragici a volte: a Cittadella una ragazza di quattordici anni presa di mira dagli insulti sulla chat Ask.fm si è uccisa.A Mantova una quattordicenne si è allontanata da casa irretita da uno sconosciuto che l’aveva adescata tramite un social network. E’ stata trovata dai carabinieri di notte in un paese in compagnia dell’uomo, trentenne. A Reggio Emilia due adolescenti hanno scoperto un blog che rimandava ai loro profili Facebook rendendo nota la loro disponibilità ad avere rapporti sessuali con chi le avesse contattate.  A Catania un’insegnante ha scoperto che un’alunna di dodici anni aveva ricevuto proposte sessuali in chat da un uomo che si era fatto credere più giovane e si era fatto inviare foto sexy dopo averla aiutata a fare i compiti. Storia finita con l’arresto dell’uomo.
I rischi più frequenti. “Essere adescati da sconosciuti è uno dei rischi più diffusi. I primi casi si verificano alle scuole elementari”, dice Marco Valerio Cervellini, responsabile progetti educativi sulla navigazione dei minori sulla rete internet della polizia postale e delle comunicazioni. Racconta il caso di alcuni ragazzi di 17-18 anni che di recente hanno preso di mira bambini di 8. Ne hanno studiato i profili, privi di impostazioni di sicurezza, per poi crearne di analoghi. Nascosti da un’identità fittizia, costruite ad arte, li hanno contattati e hanno intessuto un rapporto di amicizia, fino a farsi consegnare i numeri di telefono. Le conversazioni si sono spostate dai social network a whatsapp, servizio di messaggistica, agli mms, dunque ai messaggi telefonici corredati da immagini. Alcuni bambini alla fine sono stati convinti a inviare foto in cui comparivano nudi. “Ma sono frequenti anche i casi di violazione della privacy con pubblicazione di foto, video, dati personali in spazi web equivoci – dice Cervellini-. E poi i furti d’identità digitale”.
Sempre connessi. I ragazzi passano buona parte del loro tempo in Rete. Un ragazzo su tre è sempre connesso, uno su quattro afferma di aver incontrato una persona conosciuta sul web, uno su quattro confessa di aver preso in giro qualcuno condividendo contenuti imbarazzanti su di lui. Sono alcuni dei dati che emergono da una ricerca a cura si skuola.net (campione di 2000 persone, 57% femmine, 43% maschi tra gli 11 e i 20 anni, con prevalenza di ragazzi tra i 14 e i 17 anni, pari al 54,5% del campione). I giovani, che dicono di usare i social network per risparmiare sulle telefonate e per fare nuove conoscenze, solo nel 25% dei casi usando questi mezzi si relazionano con i genitori o con qualche adulto della famiglia: il 46,9% non lo fa mai. Il 53%ha fatto nuove conoscenze su Internet: da questi incontri virtuali è passato a incontri reali nel 27,2% dei casi. Avvenuti, nel 23,3% dei casi, senza che nessun amico o parente ne fosse stato informato. Condividono pezzi della loro vita con generosità e senza paura postando foto o video che li riguardano senza alcun pensiero delle eventuali conseguenze nell’8,3% dei casi; solo il 29,1% delle volte restringono le impostazioni di privacy.
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Quanti sono i minori in Rete. Nel 2013 (dati Audiweb) l’accesso a Internet da qualsiasi luogo e strumento ha raggiunto l’82% della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni, pari a 39 milioni di individui (22 milioni da smartphone e 7 milioni da tablet). Di pari passo aumentano i minori online, soprattutto i più piccoli. L’Agcom, nel Libro bianco Media e Minori, riporta che nel 2011 rispetto al 2010 è stato registrato un incremento del 16,2% per la fascia 2-11 anni, e del 7% per la classe d’età 12-17 anni. Nel giorno medio nel mese di marzo 2011, gli utenti attivi dai 2 agli 11 anni erano 222mila (collegati almeno una volta a internet tramite computer, per 49 minuti); 746mila quelli dai 12 ai 17 anni (per un'ora e 12 minuti).
Facebook il social network più amato dagli adolescenti
Cosa cercano. Secondo i genitori a 4-5 anni sul Web per lo più i bambini giocano con videogiochi individuali (34,1%), guardano siti, vanno su Youtube; tra i 6 e i 10 anni l’attività preferita rimane quella di giocare (56,7%) ma cominciano anche a fare ricerche per la scuola (31%) e a frequentare social network come Facebook e Twitter (20%); tra gli 11 e i 13 anni si ritrovano su social network (45,3%) e chat (24%). (Fonte: Libro bianco Media e Minori, Agcom-Censis).
(L'articolo continua dopo la tabella)

Fonte: Libro Bianco Media e Minori, Agcom-Censis
Quante sono le denunce. I dati delle denunce danno solo in parte la misura del fenomeno perché molti casi rimangono sommersi. “Come polizia postale per quanto riguarda adescamento online e commercio produzione e diffusione di materiale pedo pornografico nel 2013 abbiamo arrestato 55 persone  - dice Marco Valerio Cervellini-; denunciate 344; monitorato 28.063 siti web presunti pedopornografici e di questi ne abbiamo inseriti in una black list 165. I dati sono in aumento ma per ogni denuncia fatta ce ne sono 100 sommerse”. Informare direttamente i giovani, spiegando loro rischi e opportunità della Rete aiuta. “Abbiamo notato che da quando entriamo nelle scuole per parlare di pericoli e comportamenti da evitare quando si naviga, le denunce legate al cyberbullismo sono aumentate”.
Di quali reati si tratta. “Cyberbullismo” è un termine che si usa per indicare un insieme di azioni di prevaricazione, violenza, ingiuria, diffamazione reiterate nel tempo e messe in atto da un minore nei confronti di altri minori attraverso mezzi elettronici.. “Il bullo insegue la vittima ogni volta che si collega in Rete. Per un nativo digitale Internet equivale al mondo reale ed essere escluso, ad esempio, da una chat equivale ad essere cacciato dal gruppo del muretto”, spiega il dirigente di polizia postale. A differenza del bullismo tradizionale, non si ha di fronte la propria vittima e questo può rendere la persecuzione più dura. La polizia distingue due fasce d’età: tra gli 8 e i 12 anni prevaricazioni e molestie sono inconsapevoli; tra i 13 e 17 subentra la consapevolezza di fare del male. “Il cyberbullismo in sé non esiste come reato, ma sotto questo nome si configurano reati come violenza privata, stalking, diffamazione, ingiuria, minacce, molestie, furto di identità, diffusione di materiale pedo pornografico, violazione della privacy.”, spiega il dirigente della polizia postale e delle comunicazioni. Per alcuni reati si procede d’ufficio, altri invece solo su querela di parte. Spesso si patteggia al primo grado.
Intervista integrale a Marco Valerio Cervellini
Quello che non si dice. Ma perché tante storie rimangono sommerse? “Vince la vergogna di raccontare oppure il timore che per punizione i genitori possano proibire l’accesso a internet”. Spesso manca anche la consapevolezza di quello che si fa, di cosa sia un reato. Vince la smania di apparire. “Abbiamo notato che bambini e ragazzi riconoscono i furti di identità ma non comprendono, ad esempio, la gravità della pubblicazione di dati privati associati a inviti a contattare la vittima, credono si tratti di un atto scherzoso”, dice Cervellini.
Cosa fare. Filtri nella navigazione. “Esistono filtri che limitano l’accesso a contenuti non adatti (“parental control”) e si possono applicare restrizioni nella privacy dei singoli social network in cui i minori si sono iscritti per limitare il numero di persone con cui condividono informazioni personali”, spiega Andrea Rigoni. Esistono, ma il punto è che non si applicano se manca la consapevolezza del pericolo. “L’unico filtro che funziona davvero è di tipo cognitivo-culturale”, dice Andrea Rigoni. E’ prima di tutto una questione educativa. Occorre ripartire da famiglia e scuola.
Cosa fare. Regole nelle famiglie. Strategie, norme, strumenti per una navigazione più sicura possono non essere sufficienti se manca il supporto della famiglia. Sono 15 milioni (dati Audiweb) le famiglie che dispongono di un accesso a Internet da casa attraverso computer. “I genitori devono dare ai figli e far rispettare regole certe”, dice Marco Valerio Cervellini. Non lasciarli soli con uno smartphone in mano troppo a lungo ad esempio, applicare sui loro smarthpone e pc filtri per la navigazione. “Alcuni genitori non realizzano che bambini e ragazzi corrono rischi reali. Lo dimostra il fatto che talvolta sono loro a registrarli su un social network”. Soli in Rete equivale ad essere soli in casa con la porta d’ingresso aperta.
Cosa fare. Informazione nelle scuole. L’attenzione della famiglia va integrata nelle aule. “Vanno insegnati gli strumenti giusti a partire dalle scuole – dice Andrea Rigoni -. Non si tratta di nozioni di informatica: cultura digitale non significa usare le lavagne elettroniche. Cultura digitale è comprendere come sfruttare al meglio i meravigliosi mezzi messi a disposizione dalla tecnologia conoscendone i limiti e i rischi”.
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Il progetto: “Una vita da social”. Si inserisce in questo contesto “Una vita da social”, campagna di informazione della polizia dedicate proprio alla sicurezza in Rete dei ragazzi. Il progetto, che entra nelle scuole di trenta città italiane, nasce per far capire ai più giovani i rischi che si possono correre in Internet e nei social network, spiegare le regole con cui navigare sicuri on line, evitare violazioni della privacy, difendersi da bulli ed adescatori. Esiste anche un commissariato online, per informarsi e porgere denuncia. Il capo della polizia Alessandro Pansa, tra le priorità del suo mandato ha messo proprio la tutela dei minori e delle fasce più deboli.
Pesciolini nella rete. Ma a dieci, undici anni si è in grado di distinguere tra positivo e negativo, di riconoscere un messaggio ambiguo? “ in un certo senso sì – dice la psicologa Silvia Vegetti Finzi.- ma si è attratti da chi cerca di adescare in rete perché si presenta, in modo abilissimo, come alternativo alla famiglia, come emancipatore: “ormai sei grande, basta fare tutto quello che vogliono papà e mamma”. Spetta ai genitori intervenire individuando la strategia adatta. Le strade sono diverse: “rinviare il collegamento internet, attivare filtri creati proprio per tutelare i bambini; entrare nella loro posta e controllare i contatti che stabiliscono; chattare insieme; responsabilizzare i piccoli internauti insieme agli insegnanti scolastici”. Solo all’inizio delle scuole superiori hanno la maturità per iscriversi ai social network creando profili online. Prima si possono anche adottare soluzioni miste come aprire un profilo condiviso genitori-figlio o farsi consegnare le password. Ma il successo non è garantito, anzi. “Dipende dal rapporto di fiducia che si è instaurato e vale sole nei primi tempi. Poi si rischia il doppio regime: ufficiale e segreto”. Rimane essenziale, comunqeu, rendere consapevoli i ragazzi dei rischi cui possono andare incontro quando mettono il naso fuori di casa, virtuale o materiale che sia. “I ragazzi dovrebbero essere già stati messi inguardia per quanto riguarda la realtà esterna (il tragitto casa-scuola, le docce della palestra i cortili dell’oratorio, etc.”) La realtà virtuale è più subdola e intrigante, ma altrettanto pericolosa. Gli adolescenti amano “ errare” nel doppio senso della parola: gironzolare e trasgredire”.
L’intervista integrale a Silvia Vegetti Finzi

venerdì 10 gennaio 2014

Cyberbullismo: dal Mise il nuovo Codice per tutelare i minori

[nextme 09/01/2014]
È guerra al cyberbullismo. Il Ministero dello Sviluppo economico ha annunciato misure dure contro tali episodi, volte a tutelare soprattutto i più giovani. La bozza del nuovo Codice di Autoregolamentazione è stata approvata ieri, durante la riunione tecnica.
Reso necessario anche dai gravi fatti di cronaca che hanno visto alcuni giovanissimi arrivare a gesti estremi dopo essere stati oggetto di insulti e diffamazioni su Internet, il nuovo corpus di regole parte dai sistemi di segnalazione che i gestori dei siti devono mettere a disposizione di bambini e adolescenti per “consentire loro l’immediata segnalazione di situazioni a rischio e di pericolo”.
Secondo il Codice, gli operatori che forniscono servizi di social networking, i fornitori di servizi on line, di contenuti, di piattaforme User Generated Content e social network dovranno garantire tempestivamente l'attivazione di meccanismi di segnalazione di episodi di cyberbullismo.
Altrettanto celeri devono essere i meccanismi di risposta alle segnalazioni, per eliminare gli eventuali contenuti lesivi indicati entro un massimo di due ore dall’avvenuta segnalazione. Inoltre, dovrà essere garantito l'oscuramento cautelare temporaneo del contenuto lesivo segnalato.
Le nuove misure, secondo il MiSE, dovrebbero contrastare “la crescente tendenza dei giovani a sviluppare, attraverso l’uso dei nuovi media, una forma di socialità aggressiva e violenta che può indurre all’adozione di quei comportamenti discriminatori e denigratori verso i propri coetanei che spesso sfociano in 'contro'”:
Per verificare l'effettiva applicazione del Codice, è istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico un Comitato di monitoraggio, formato da esperti nella tutela dei minori.
Francesca Mancuso

lunedì 11 novembre 2013

Adolescenti in Piemonte, il bullismo dilaga anche su chat e social network

[La Stampa.it 07/11/2013]
Torino - Un adolescente su tre diffonde su Internet notizie false e offensive sui coetanei. Uno su cinque ha ricevuto l’invito a far parte di un gruppo nato per prendere di mira qualcuno. Il 14 per cento è stato vittima di un messaggio minaccioso o offensivo.
Nelle chat sempre online e sempre più veloci cresce il rischio del cyberbullismo. I tempi cambiano con la tecnologia nel modo di essere verbalmente e psicologicamente violenti.

L’allarme degli esperti
L’allarme arriva dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, e i segnali ci sono tutti: un’indagine condotta da Ipsos rivela che il 4 per cento degli intervistati, nella nostra regione, ha addirittura scoperto su Internet una propria immagine imbarazzante postata senza permesso. Il 9 per cento dei ragazzi intervistati, infine, si è visto «rubare» una mail riservata o fatta leggere con fiducia, e ritrovata poi su un profilo pubblico.
«Il dato più sconcertante - spiegano le dottoresse Alessandra Simonetto e Patrizia Cavani, presidente e segretaria dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte - riguarda i pericoli percepiti dai ragazzi: il 72 per cento dei giovanissimi riconosce oggi nel cyberbullismo la più grande minaccia da cui difendersi. E questa «aggressione», che può giungere in ogni momento e in qualunque luogo attraverso i nuovi mezzi tecnologici, viene ritenuta più pericolosa della droga (55%), del rischio di subire una molestia da un adulto (44%), o della possibilità di contrarre una malattia sessualmente trasmessa (24%)». Nel tritacarne delle chat si diventa vittime soprattutto perché considerati «diversi» per l’aspetto fisico (67%), per l’orientamento sessuale (56%) o perché di un’altra nazionalità (43%). Discriminazione, omofobia e razzismo si diffondono più rapidamente di un tempo.

Consulenza gratuita ai genitori
Anche per questo, anche per i genitori, da lunedì prossimo, gli psicologi piemontesi aprono i loro studi a una consulenza gratuita durante il «Mese del benessere psicologico»: «L’obiettivo è prevenire, intervenire sulla salute individuale e delle organizzazioni, riconoscere le criticità prima che assumano caratteristiche conflittuali o patologiche». Il malessere che può derivare dal cyberbullismo è solo una delle minacce per cui gli psicologi offrono una prima consulenza gratis. Ma è talmente attuale che l’ordine ha deciso di aprire il lungo elenco di incontri aperti al pubblico a Torino e in altre città piemontesi proprio affrontando il tema dell’adolescenza: «Il cyberbullismo - sottolinea la dottoressa Simonetto - accomuna ragazzi e ragazze, gli studenti delle diverse tipologie di scuola secondaria, italiani e stranieri». Un fenomeno «particolarmente evidente nel passaggio dalla scuola media a quella di secondo grado».

Le chat fanno male alla scuola
Per 38 ragazzi su cento il bullismo che passa attraverso chat come WhatsApp e social network come Facebook arriva a compromettere il rendimento scolastico, nel 65 per cento dei casi - rivela un’indagine di Save the Children - porta all’isolamento distruggendo la volontà di aggregazione della «vittima», fino ai casi più gravi che arrivano a veri e propri disturbi psicologici.

lunedì 4 novembre 2013

Ecco il cyber-poliziotto: va a caccia di bulli e pedofili sui social network

[La Stampa 25/10/2013]
Un commissariato aperto 24 ore su 24 per dare la caccia a cyber-bulli, hacker, pedofili e truffatori svelti con il mouse. La polizia sbarca sui social network ed entra nei computer degli italiani. Dietro l’ultimo restyling del sito ufficiale, infatti, si nasconde un cambio di passo: dal poliziotto di strada a quello di Facebook. L’obiettivo è prevenire il cyber-crimine, che in Italia fa 22mila vittime al giorno.

«Il servizio è pensato soprattutto per i ragazzi - dice Marcovalerio Cervellini, responsabile dei progetti educativi della Polizia Postale e delle Comunicazioni -. Scopriamo che i nostri figli sono su Facebook solo quando abbiamo ricevuto la loro richiesta di amicizia. Dobbiamo proteggerli, per noi intervenire dopo un abuso è una sconfitta».
Gli uomini coordinati da Alessandra Belardini hanno stampato in mente il caso di Carolina, la ragazza di Novara che si è tolta la vita dopo le minacce dei bulli. La rissa scoppiata a Bologna, nata sul sito Ask e degenerata ai giardini. E le migliaia di file pedo-pornografici sequestrati a Trapani, con otto arresti e 109 denunce. Il direttore della Polizia Postale Apruzzese aveva annunciato la svolta mesi fa. Da oggi debutta uno spazio che, spiega, «rappresenta la presenza fisica della polizia in questo ambiente virtuale». 
Alla centrale di Roma, una spianata di computer collegati ai grandi monitor appesi alle pareti, lavorano in 17. Sono smanettoni, esperti di informatica. Si alternano davanti ai siti e alle pagine dei forum, filtrano le segnalazioni che provengono dagli utenti. «Il picco delle segnalazioni arriva la notte», spiega Cervellini. Anche nei commenti ai post sul social network. Quando gli investigatori si imbattono in una ipotesi di reato girano la pratica alla Postale, attiva sul territorio con 20 compartimenti e 80 sezioni speciali. «Il bisogno di sicurezza cambia nelle diverse fasi storiche: la sicurezza prima di internet è diversa dalla sicurezza che va garantita oggi» ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano all’inaugurazione del servizio.

Anche gli spunti per le indagini passano dal Web. Con i giganti dell’hi-tech che gestiscono i portali, Facebook in primis, c’è un canale privilegiato. Su segnalazione italiana, per la prima volta, il sito di Zuckerberg ha aperto i server centrali. Ora i tentativi di adescamento svelati dalle chat sono nelle mani dei magistrati milanesi. Ma quali sono i rischi più concreti per chi naviga? «Il pericolo numero 1 arriva dai social e dal mobile. Poi ci sono la navigazione e le mail - è la tesi di Raoul Chiesa, hacker etico -. L’attacco più diffuso resta il phishing, che dalla mail si è spostato ai social. Su queste piattaforme le connessioni sono maggiori e non c’è la stessa attenzione riservata alla mail».

mercoledì 16 ottobre 2013

Babygang e internet, sempre più stretto il rapporto tra bulli e web

[Key4biz 30/09/2013]

Dati allarmanti quelli presentati oggi da Eurispes e Telefono Azzurro che confermano ancora una volta lo stretto rapporto che spesso si stabilisce tra le bande di ragazzini che terrorizzano i coetanei, e non solo, e internet. 
Dall’indagine sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia è emerso che due adolescenti su 10 visitano siti web violenti.

Eurispes sottolinea che “Il caso della babygang che ha terrorizzato alcuni quartieri di Milano è solo l’ultimo episodio di una lunga serie che, sempre più spesso, vede protagonisti, nella duplice veste di vittime e carnefici, dei minorenni”.
“Anche in questo caso – aggiunge Eurispes - i componenti della banda erano avvezzi a utilizzare il computer e in particolare Facebook, dove ‘postavano’ commenti sui loro raid”. [Leggi tutto...]

martedì 3 settembre 2013

Cyberbullismo: quando la violenza è sempre online

[Novi online 26/08/2013]
Che cos’è il cyberbullismo?
Il cyberbullismo consiste in atti di derisione, diffamazione, minaccia e violenza verbale e psicologica compiuti tra adolescenti attraverso sms, e-mail, youtube, blog o social network. Il bullo ha lo scopo di insultare la vittima oppure diffonderne video o immagini imbarazzanti per umiliarla e ferirla pubblicamente, cercando di condividere lo scherno con più utenti possibili sul web. Purtroppo si tratta di un fenomeno in continua crescita, poiché l’aumento del numero di profili su social media “giovani” e la possibilità di rimanere anonimi rendono complicato l’intervento da parte degli adulti e la segnalazione degli autori di tali atti denigratori.

Che differenza c’è tra bullismo e cyberbullismo?
Nell’attuale dibattito scientifico alcuni studiosi considerano il cyberbullismo come qualcosa di diverso rispetto al bullismo tradizionale, ma la maggior parte dei ricercatori sostiene che il web sia un nuovo strumento a disposizione del bullo per continuare a perseguitare la vittima al di fuori della scuola o della piazza. Tale ipotesi è confermata dagli studi che rivelano una continuità tra il coinvolgimento nel bullismo tradizionale e nel cyberbullismo.

Esistono comunque alcune caratteristiche che distinguono il cyberbullismo dal bullismo tradizionale:
  • tra bullo e vittima può non esserci alcuna relazione nella vita reale: paradossalmente potrebbero non conoscersi, vivere in regioni diverse e non incontrarsi mai;
  • il bullo può compiere gli atti denigratori in forma anonima o con uno pseudonimo: la disinibizione legata alla sicurezza che la propria identità non sia scoperta contribuisce notevolmente alla diffusione del fenomeno;
  • il bullo non prova alcuna remora dal punto di vista etico: l’identità nascosta e l’utilizzo di strumenti informatici disinibiscono notevolmente l’artefice delle violenze, portandolo a minimizzare i propri atti come se fosse soltanto uno scherzo
  • il cyberbullismo non ha limiti spazio-temporali: il bullo può colpire la vittima in qualsiasi momento nello spazio virtuale, senza concessione di un luogo sicuro e privato in cui vivere serenamente
Si può contrastare il cyberbullismo?
La risposta è sì! I programmi specifici per le scuole finalizzati a prevenire e a gestire il problema del cyberbullismo dimostrano ottimi risultati relativamente alla responsabilizzazione dei ragazzi; in particolare, la partecipazione attiva dei coetanei nel contrastare i bulli e difendere le vittime sembra offrire un contributo fondamentale alla diminuzione del fenomeno.
In generale, l’arma migliore per contrastare il cyberbullismo è la prevenzione che sensibilizza genitori e insegnanti sull’importanza di educare gli adolescenti ad un uso responsabile degli strumenti web e alla promozione delle relazioni positive con i compagni. Attualmente Internet costituisce un canale comunicativo usato quotidianamente per entrare in contatto con altre persone; per questo motivo gli adulti sono chiamati a guidare e monitorare l’utilizzo che i giovani fanno di tale strumento con suggerimenti, regole e limitazioni, al pari dell’educazione che offrirebbero riguardo agli approcci relazionali diretti con gli altri. Intervenire contro il bullismo significa intervenire anche contro il cyberbullismo, per questo è fondamentale aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi ed acquisire un senso critico dei propri atteggiamenti nei confronti dell’altro, anche quando l’approccio avviene virtualmente attraverso la tastiera di un computer o di un telefono cellulare.
Chi è il cyberbullo?
Volendo costruire l’identikit del cyberbullo, egli può essere descritto come un adolescente che vuole essere popolare, ricerca il divertimento o fugge dalla noia, e pensa di ottenere il suo scopo attraverso atti di prepotenza nei confronti di chi è diverso da lui e dal suo gruppo di riferimento, rivolgendo attacchi su aspetto fisico (anche contro ragazze molto carine), timidezza, disabilità, orientamento sessuale o etnia. Tuttavia spesso si tratta di ragazzi che non si rendono conto di essere cyberbulli, bensì sono convinti di fare un semplice scherzo o un dispetto, forse pesante ma innocente, a chi ha fatto loro un presunto torto. Hanno maggiori probabilità di esercitare cyberbullismo coloro che utilizzano internet in modo eccessivo e autonomo, sono iscritti a social network che favoriscono la diffusione di immagini e informazioni personali, partecipano a gruppi online prettamente giovani in cui manca completamente il controllo delle figure adulte, insultano via internet attraverso messaggi volgari e offensivi, utilizzano frequentemente videogiochi violenti che rafforzano l’idea che la violenza esercitata con un click sia solo virtuale.

Quali sono le conseguenze del cyberbullismo?
I danni del cyberbullismo sulla vittima sono simili a quelli del bullismo tradizionale: bassa autostima, depressione, ansia, paura, difficoltà scolastiche, problemi relazionali, pensieri di suicidio. Tuttavia ciò che rende ancora più devastante questo fenomeno rispetto al bullismo tradizionale è la diffusione pubblica dell’umiliazione, che in un solo click annienta l’immagine sociale che la vittima ha di sé, scatenando sentimenti di estrema vergogna e inadeguatezza. Inoltre, mentre un episodio di bullismo è circoscritto nel tempo e nello spazio e resta solo nella memoria e nei racconti, l’episodio di cyberbullismo è difficilmente cancellabile da alcuni spazi web: la vittima è dunque costretta a subire la molestia senza fine con la consapevolezza che il mondo del web sta assistendo alla sua umiliazione con chissà quali giudizi. Questo potrebbe spiegare i dati della ricerca Ipsos realizzata per Save the Children secondo cui il 72% degli adolescenti e giovanissimi italiani considera il cyberbullismo come il fenomeno sociale più pericoloso del proprio tempo.
Il fenomeno del cyberbullismo è oggi al centro di un’ampia polemica legata a fatti di cronaca molto gravi. Considerando solo gli ultimi mesi possiamo tristemente ricordare il suicidio del 15enne sbeffeggiato come “il ragazzo con i pantaloni rosa” e deriso su Facebook dai compagni perchè omosessuale; o il caso di Carolina, 14enne che si è suicidata dopo che alcuni coetanei avevano diffuso su internet fotografie e video imbarazzanti che la ritraevano; o Hannah Smith, 14 enne che si è uccisa dopo aver ricevuto insulti per mesi sul sito Ask.fm, ora al centro di numerose polemiche per l’assenza di dispositivi antiabuso; o le attuali vicende drammatiche in Russia, che vedono le persone omosessuali vittime di pestaggi, torture e cyberbullismo da parte degli esponenti del movimento neonazista Occupy Pedofilyaj.
Che cosa fare quando si è presi di mira da un cyberbullo?
Le associazioni che si occupano di cyberbullismo concordano nel consigliare alle vittime un atteggiamento fermo nei confronti del bullo:
  • non rispondere ai messaggi offensivi o intimidatori ricevuti da qualsiasi fonte (sms, e-mail, chat);
  • mai mandare messaggi offensivi o volgari, nemmeno per rispondere a ingiurie ricevute;
  • salvare tutti i messaggi molesti ricevuti annotandone data e ora;
  • cambiare il proprio nickname o il numero di cellulare comunicandolo solo agli amici;
  • utilizzare i filtri per bloccare gli indirizzi e-mail o gli account di chi molesta;
  • non fornire mai i dati personali (nome, cognome, indirizzo, nome della scuola o degli amici) a chi si conosce sul web;
  • non condividere le password, nemmeno con gli amici;
  • parlare immediatamente dei messaggi offensivi ricevuti a un adulto;
  • segnalare il comportamento inappropriato ai moderatori della chat o del forum chiedendo di cancellare i messaggi offensivi e bannare (cioè escludere a vita) l’utente molesto;
  • in caso di minacce fisiche o sessuali contattare anche la Polizia.
Grazie all’intervento della Commissione europea, alcune compagnie del web hanno introdotto dispositivi per segnalare eventuali abusi o comportamenti inappropriati di altri utenti. Tuttavia altre compagnie web ampiamente utilizzate dagli adolescenti sono ancora prive di moderatore, e tale assenza è associata a numerosi comportamenti inappropriati. È il caso del sito Ask.fm, il social network con sede in Lettonia ritenuto da molti il regno del cyberbullismo e a rischio di chiusura in seguito a più casi di suicidio.

Chi si può contattare per avere sostegno?
Dal 2007 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha attivato il numero verde nazionale 800 669696 e l’indirizzo e-mail bullismo@istruzione.it per segnalare casi, chiedere consigli o ricevere supporto (per info visita il sito web della campagna nazionale contro il bullismo “Smonta il bullo”: www.smontailbullo.it).
Si può anche chiedere un consiglio personale o per un amico vittima di cyberbullismo a Telefono Azzurro, tramite il numero gratuito 19696 o via chat (accedi al sito www.azzurro.it e clicca su “ch@tt@ con Telefono Azzurro!”).
In caso di situazione potenzialmente pericolosa per l’incolumità della vita di un adolescente non esitare a contattare la linea telefonica gratuita 114 – Emergenza Infanzia. Il servizio, gestito da Telefono Azzurro e promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità, è attivo 24 ore su 24 e mette direttamente in contatto con un operatore pronto ad offrire sostegno psicologico, inoltre attiva nell’immediato le istituzioni presenti sul territorio (forze dell’ordine, servizi socio-sanitari, tribunali, ecc.) per rispondere nel modo più adeguato all’emergenza segnalata.

Link utili:
Campagna nazionale contro il bullismo: www.smontailbullo.it
Telefono azzurro: www.azzurro.it
Bullismo elettronico: www.cyberbullismo.com
Progetti europei di contrasto e prevenzione: http://www.bullyingandcyber.net/it/
Dati della ricerca Ipsos realizzata per Save the Children

Sara Bosatra - psicologa clinica - redazione@alessandrianews.it

martedì 15 maggio 2012

Indagine della Società Italiana di Pediatria e adolescenti

[14/05/2012 Italiasalute.it]
Una generazione seduta, con oltre il 60% degli adolescenti che trascorre tra le 10 e le 11 ore tra la sedia e la poltrona. Altro che ‘declino dei media tradizionali’, la televisione, dopo anni di calo, sta tornando tra le abitudini dei ragazzi, e invece di essere alternativa a Internet vi si somma, contribuendo ad aumentare la sedentarietà. E se tutti hanno Facebook e buona parte lo smartphone, le ore preferite per utilizzarli sono quelle notturne, con più di metà del campione che va a letto ben oltre ‘Carosello’. Un terzo delle adolescenti ha seguito una dieta, ma “fai da te”, e in generale l’alimentazione appare monotona e non sempre corretta. Tra le note positive, invece, cala il bullismo, anche se preoccupa quello ‘on line’, si radica l’antirazzismo, aumenta la consapevolezza sui temi legati alla sessualità, crescono gli appassionati di matematica. Ma dovendo rinunciare per un mese a TV, telefonino o PC? “A niente; rinunciaci tu” La fotografia degli adolescenti di oggi è stata scattata dall’edizione 2011-2012 dell’indagine ‘Abitudini e Stili di Vita degli Adolescenti’ della Società Italiana di Pediatria, giunta alla quindicesima edizione, che ha coinvolto un campione nazionale rappresentativo di 2081 studenti (1042 maschi – 1039 femmine) frequentanti la classe terza media inferiore. Adolescenti sempre più seduti, quasi metà non fa sport, Internet continua a crescere e per la tv non è ancora ora di andare in soffitta. Tra le dieci e le undici ore al giorno seduti: così trascorrono la loro giornata – in periodo scolastico – il 60% degli adolescenti. Con tutti i rischi che ciò comporta in termini di insorgenza di malattie croniche in età adulta. Dalle tre alle quattro sono in media le ore trascorse davanti a uno schermo, TV e/o PC che sia, alle quali si sommano le 4 ore passate nel banco a scuola (stima riduttiva), l’ora e mezza destinata a pranzo e cena, e l’ora e mezza dedicata ai compiti. La causa principale di questa “epidemia di sedentarietà” è il sommarsi del tempo trascorso davanti alla televisione a quello trascorso a navigare in Internet, che dal 2008 è diventato un fenomeno di massa per gli adolescenti. Con l’aggravante che quest’anno la TV, dopo 4 anni di declino, sta tornando ad esercitare un certo fascino sugli adolescenti; per la prima volta, da tre anni a questa parte, sono di nuovo aumentati coloro che la guardano per più di tre ore al giorno (17,3%). Ma fiction e partite di calcio non si sostituiscono al PC e al web, che continua ad avere un trend in crescita. Così, mentre dal 2008 al 2010. il boom di Internet aveva in gran parte “cannibalizzato” gli spettatori televisivi (tanto che nel 2009 i risultati dell’indagine adolescenti SIP di quell’anno parlavano di “trasferimento da un monitor all’altro”), quest’anno all’ulteriore incremento nell’utilizzo di internet (sia per quanto riguarda la frequenza di accesso che la permanenza in rete) si è associato un nuovo impulso di crescita nella visione della televisione. Meno di un adolescente su cinque segue il tradizionale suggerimento dei pediatri di non superare le due ore al giorno tra TV e Computer. Se è vero che nel calcolo delle 10-11 ore seduti c’è probabilmente un “overlapping” generato da due cattive abitudini (una di vecchia data, una recente): consumare i pasti guardando la TV e studiare rimando collegati via Internet con gli amici, è altrettanto vero che dal computo si è escluso ogni altro momento di inevitabile sedentarietà quotidiana (dall’ascoltare musica a seguire qualche corso extrascolastico di tipo non sportivo, ai pomeriggi trascorsi “sul divano” a chiacchierare con le amiche) per cui il calcolo”, minuto più minuto meno, resta più che attendibile. Non consolano i dati sul tempo libero che gli adolescenti dichiarano di dedicare all’attività sportiva, che derivano da un approfondimento "adolescenti e sport" che la SIP ha realizzato in collaborazione con la Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI). Circa il 40% (44% delle femmine) oltre alle due ore (lorde) di “educazione fisica” previste dall’orario scolastico, o non pratica alcuna attività sportiva o pratica sport per meno di due ore alla settimana. E non è un caso che siano proprio i grandi utenti di TV e Internet ad essere rappresentati in percentuale maggiore tra i poco o per nulla sportivi. Anche riguardo a quel lodevole 30% che dichiara di dedicare allo sport più di 4 ore alla settimana, si può ragionevolmente dire che 4 ore di attività fisica alla settimana non compensano le 4 ore di computer (o TV ) al giorno. “Questi dati ci preoccupano non poco”, afferma il Presidente della Società Italiana Pediatria Alberto G. Ugazio. “La sedentarietà, come è noto, è un determinante importante dell’obesità, quindi della sindrome metabolica come fattore predisponente delle principali malattie cardiovascolari degenerative e tumorali dell’adulto e dell’anziano. D’altro canto non bastano certo le 2 ore a settimane di sport per recuperare le tante ore passate seduti. Ulteriore conferma degli stili di vita errati è il fatto che il mezzo utilizzato più frequentemente per andare a scuola è l’auto, utilizzata nel 43,1% dei casi”. Facebook e gli smartphone sono ormai fenomeni di massa. Sono otto su dieci i tredicenni che hanno il profilo su Facebook (il 79,8%, con un altro 6,5% vuole farlo a breve), mentre appena un anno fa erano il 10% in meno. E se per l’Autorita’ per le Tlc ormai il 30% dei telefonini italiani va su internet, molti sono in tasca agli adolescenti: il 65% del campione ne possiede uno. In città i comportamenti a rischio sono maggiori A collegarsi alla rete per più di 3 ore al giorno è il 17% (media nazionale), ma il 25,4% nelle grandi città. Ad avere il profilo sul Facebook è l’80% (50% nel 2009 , 61% nel 2010) ma nelle grandi città si supera l’85%. E nell’ambito della navigazione in rete, i comportamenti potenzialmente pericolosi sono praticati maggiormente proprio dagli adolescenti che vivono nelle aree metropolitane. Anche relativamente al fumo di sigarette si fa sentire l’effetto “area metropolitana”. Chi dichiara di fumare (o aver fumato) passa dal 32% (media nazionale) al 37,2. La distribuzione degli abitanti in Italia, a differenza di quanto avviene negli altri grandi paesi europei, è maggiormente concentrata nei piccoli e medi centri urbani invece che nelle grandi aree metropolitane ma, come sostiene Carlo Buzzi, Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento e consulente scientifico per l’indagine SIP, “le tendenze anticipatrici dei comportamenti vanno comunque ricercate nelle grandi città. In altre parole, è molto più probabile (nei consumi e nelle abitudini di vita) che i comportamenti di oggi degli adolescenti che vivono nelle aree metropolitane saranno presto “imitati” dagli altri che non viceversa. Ragion per cui è molto importante tener conto delle tendenze metropolitane anche se complessivamente interessano – in Italia – una fascia minoritaria di popolazione”. Giovani nottambuli, anche se c’è scuola Per il 77,7% del campione le regole imposte dai genitori vanno bene, mentre solo il 16,5% le considera eccessive e un altro 6% addirittura poche. “Forse qualche regola più rigida non farebbe male– commenta a Maurizio Tucci, curatore dell’indagine – se si pensa che più del 50% va a letto dopo le 23 anche se il giorno successivo c’è scuola, e la percentuale sfonda il 90% se invece non ci sono lezioni. Inutile dire – prosegue Tucci - che le ore “midnight round” i baby nottambuli le trascorrono davanti alla TV o, molto più spesso, navigando in Internet, indisturbati nella propria camera da letto, il 68%, infatti, ha il PC in camera da letto e il 61% la TV. Naturalmente il 45% li ha entrambi”. Sì al primo amore a 13 anni, ma per il sesso c’è tempo Anche se la maggioranza degli intervistati (il 65%) ha già avuto il ragazzo o la ragazza, il sesso non sembra essere una priorità: solo il 12% ritiene che 14 anni sia già un’età ragionevole per avere rapporti sessuali completi. La maggioranza relativa (47%) risponde che: “non c’è un’età precisa, ma, quando ci si sente pronti”. Circa le loro conoscenze in materia, il 75% dei maschi e il 52% delle femmine ritiene di avere tutte le informazioni di cui ha bisogno a riguardo (percentuale in crescita rispetto allo scorso anno). “C’è comunque da capire – si chiede Tucci - quanto queste “competenze” siano affidabili, considerando che la loro principale fonte di informazione sono gli amici e le amiche e che – come dichiarano francamente nei focus group che svolgiamo nell’ambito dell’indagine – il livello di confidenza con le mamme (seconda fonte di informazione) non è particolarmente spinto”. Cala il bullismo classico, ma preoccupa quello sul web Un dato positivo che emerge dall’indagine riguarda il bullismo. Si conferma una contrazione del fenomeno o, quantomeno, della percezione del fenomeno da parte degli adolescenti. A dichiarare di aver assistito (qualche volta o spesso) ad atti di bullismo è il 54% del campione. Un dato assoluto certamente non basso, ma significativamente minore rispetto al 61,5% registrato lo scorso anno e – soprattutto – rispetto al 75% del 2008. Quasi dimezzate dallo scorso anno sia la percentuale di chi pensa che un ragazzo o una ragazza prepotenti siano in gamba (dal 4,5 al 2,4%) sia quella di chi considera una spia chi riferisce gli episodi subiti (dal 10,5 al 5,1%). Accanto a questi dati complessivamente confortanti c’è però una realtà ‘sommersa’ costituita dal cyberbullismo, ovvero persecuzioni, offese e molestie, perpetrate in rete, soprattutto attraverso i social network. Lo registra già il 43% degli adolescenti, percentuale che sale (ovviamente) al 62% tra i grandi utilizzatori della rete. “Il bullismo elettronico permette un maggiore anonimato del bullismo diretto o di quello indiretto di tipo sociale, anonimato che può far diminuire il senso di responsabilità da parte di chi agisce, permettendo l'azione prevaricante anche da parte di soggetti che nella conflittualità sociale diretta non troverebbero la forza di agire”, commenta Luca Bernardo, Consigliere nazionale SIP e grande esperto di disagio giovanile. “Il bullismo elettronico – prosegue - inoltre, con il ruolo rivestito dall'immagine, risente più del bullismo "tradizionale" dell'influenza dei media e delle modalità e contenuti da questi trasmessi. Non va poi dimenticato, in termini operativi, che il bullismo elettronico può essere maggiormente nascosto al mondo degli adulti, a causa di una generale maggiore competenza informatica e tecnologica dei ragazzi rispetto ai genitori o agli adulti in genere ed alla scarsa possibilità di controllare le comunicazioni inviate tramite internet o tramite cellulare. Il Cyberbullismo consente al bullo di “diventare un eroe multimediale” e fa si che la vittima non rimanga vittima una sola volta, ma diventi la vittima catturata dall’infinito spazio virtuale; e l’immagine (fotografia, film, ecc.) che riprende la violenza subita (verbale, fisica) viene immortalata e resa intangibile nello spazio virtuale. Ciò comporta che il disagio della vittima aumenti in modo esponenziale: il silenzio, l’esclusione, il senso di impotenza, la mortificazione, la vergogna, il timore del giudizio degli altri, che connota ogni vittima di bullismo, diventano spesso insostenibili quando si è alla mercé di un atto di cyberbulling”. Un terzo delle adolescenti ha già seguito una dieta, ma ‘fai da te’ Un terzo delle ragazze intervistate ha già fatto una dieta, e un’altra fetta consistente vorrebbe farla, e la tendenza ‘contagia’ anche i maschi, il 43% dei quali vorrebbe essere più magro (così come il 62,3% delle coetanee). Solo in una minima parte dei casi, però, l’indicazione sull’alimentazione da seguire viene dal medico. La pizza batte l’hamburger: dovendo scegliere dove andare a cena con gli amici il 67,6% del campione indica la pizzeria e meno del 30% il McDonald’s. Meglio un viaggio che andare in TV e… viva la matematica Tra le altre sorprese positive cresce la convinzione che il razzismo sia qualcosa di inaccettabile (73,7% del campione contro il 65,1 dello scorso anno), mentre fra i desideri dei ragazzi ‘fare un bel viaggio’ supera nettamente ‘partecipare a una trasmissione televisiva’, che viene surclassato persino da ‘essere il primo della classe’. “Rinunziaci tu…” Dovendo rinunciare per forza - per un mese - al telefonino, al computer o alla televisione la maggioranza rinuncerebbe alla tv (47,1%), rispetto al computer (27,7) e a telefonino (23,9). “Al di là di come si sono distribuite le risposte – sottolinea Tucci – mi ha colpito l’alto numero di ragazzi e ragazze che non rispondendo alla domanda (o anche rispondendo) ha aggiunto sul questionario “a penna” frasi del tipo: “non posso rinunciare a niente”, “non rinuncerei a niente” o, più colorite, come “fossi pazzo” o “rinunziaci tu”. Una conferma di quanto sostiene Costantino Gilardi, psicologo domenicano e grande conoscitore dell’adolescenza, che indica che una delle maggiori criticità della nostra società – che così ha abituato le nuove generazioni - è rappresentata dall’incapacità alla rinuncia, sulla quale si dovrebbe fondare l’essenza dell’uomo”.

giovedì 12 aprile 2012

Il cyberbullismo

[11/04/2012 Altalex]
Oggigiorno, i bambini e gli adolescenti, al pari degli adulti, dispongono di apparecchiature tecnologiche sofisticate in grado di ampliare oltremisura la loro rete di comunicazione. Infatti, nell’era della comunicazione telematica la piaga sociale del bullismo si è, ulteriormente, sviluppata, dando libero sfogo ad un fenomeno nuovo, il cyberbullismo.

Strettamente correlato al bullismo, il cyberbullismo o bullismo elettronico consiste in atteggiamenti e comportamenti da parte di qualcuno, finalizzati ad offendere, spaventare, umiliare la vittima tramite i mezzi elettronici (l'e-mail, la messaggeria istantanea, i blog, i telefoni cellulari, i cercapersone e/o i siti web). Le vittime dei bulli telematici sono adolescenti di 12-14 anni, in età scolare che, nella maggior parte dei casi, frequentano la stessa scuola del cyber-persecutore.

Il cyberbullismo, sebbene meno diffuso del tradizionale bullismo, rappresenta un fenomeno che coinvolge sempre più bambini e adolescenti. La sua espansione è imputabile alla mancanza del linguaggio del corpo, del suono della voce e di tutti gli altri aspetti della comunicazione presenti nel mondo reale. A fronte di tale carenza, il bullo non percepisce che il dolore, la frustrazione, l'umiliazione provocano nella vittima reali sentimenti di angoscia e di paura. Benché si presuma che gli effetti del cyberbullismo sulla psichiche umana siano simili a quelle del bullismo tradizionale, non si hanno ancora riscontri precisi, dal momento che il fenomeno è relativamente recente e non sono ancora possibili studi sui risultati a lungo termine. In ogni caso, è noto che il livello soggettivo di dolore determinato dal cyberbullismo può essere molto intenso, tanto più forte quanto più la vittima è debole. Molti professionisti specializzati considerano il cyberbullismo una delle manifestazioni più allarmanti della rete ed è quantomeno auspicabile che tale problema cominci ad essere affrontato anche dal punto di vista legislativo.

Rispetto al bullismo nella vita reale, l'uso dei mezzi elettronici conferisce al cyberbullismo alcune caratteristiche peculiari:

  • Anonimato del bullo: Per la vittima è difficile risalire da sola al molestatore ed ancora più difficile potrebbe essere reperirlo. Tuttavia, ogni comunicazione elettronica lascia delle tracce e l’anonimato è meramente illusorio: a meno che il cyberbullo non sia un mago della Rete, prima o poi è individuato dagli esperti della Polizia e dei Carabinieri.
  • Indebolimento delle remore morali: l’anonimato del bullo associato alla possibilità di essere "un'altra persona" on-line sono in grado di indebolire le remore morali. È stato, infatti, constatato che, nel mondo virtuale, la gente osa, ovvero fa e dice cose che non farebbe o direbbe nella vita reale.
  • Assenza di limiti spazio-temporali: a differenza del bullismo che si manifesta, frequentemente, in luoghi e momenti specifici (ad esempio, nel contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal cyberbullo.

Molti cyberbulli assumono un atteggiamento aggressivo e violento allo scopo di ottenere visibilità: per tale ragione compiono l’inverosimile affinchè il loro “gesto eroico” venga conosciuto e reso pubblico.

La maggior parte di essi, infatti, si comporta da bullo proprio per attirare le attenzioni dei mass-media, per riscuotere, cioè, dal mondo esterno tutte quelle attenzioni che non riceve quotidianamente all'interno della famiglia o all'interno del gruppo di amici.

Il cyberbullo è un individuo che indossa una sorta di maschera virtuale e che sfrutta questa nuova situazione per compiere atti disinibiti e aggressivi. Egli crede di essere invisibile, impressione condivisa dalla stessa vittima: entrambi, infatti, assumono identità virtuali e nicknames. Se, da una parte, il bullo si crede invisibile e, quindi, non accusabile perchè non facilmente scopribile, dall'altra parte, la vittima appare al bullo non come una persona vera e propria, bensì come un'entità semi-anonima e non dotata di emozioni o sentimenti. In altri termini, difetta, nel rapporto tra cyberbullo e cybervictim, la concatenazione di feedback che permetterebbe al bullo di comprendere che la vittima sta soffrendo.

Gli studi di psicologia sociale, in proposito, hanno decretato che la "distanza sociale" possa essere il movente per il compimento di atti violenti e orribili. "Distanza sociale" che negli scambi comunicativi eseguiti on-line è ampliata oltre misura.

Il cyberbullismo assume diverse connotazioni (la pubblicazione on line di informazioni spiacevoli ed imbarazzanti su un'altra persona; l’estromissione deliberata di una persona da un gruppo on-line allo scopo di pregiudicare la sua sensibilità; l’invio reiterato di messaggi offensivi diretti a ferire qualcuno etc.).

La forma più frequente è il flaming che consiste nell’invio on-line di messaggi violenti e volgari finalizzati a provocare battaglie verbali in un forum. Il nome flaming esprime uno stato di aggressività durante l'interazione con altri utenti del web. La rete offre la possibilità di inserirsi in nuove situazioni ed ambienti, in cui ogni utente tende a ritagliarsi un proprio spazio.

Con il passare del tempo, si accresce l'attaccamento dell'utente al proprio spazio; conseguentemente, si cerca di intensificare la propria presenza nell'ambiente, postando più messaggi (in un forum) o chattando per ore. Ne deriva che per taluni soggetti la presenza in rete si tramuta in una vera e propria necessità. Tuttavia, se un altro utente o una situazione particolare intacca lo status acquisito, l’utente succube del web si sente minacciato. La reazione è violenta e possono verificarsi due situazioni: qualora l’utente abbia uno spazio diverso dove poter andare, egli decide di abbandonare lo spazio iniziale definitivamente; in caso contrario, qualora ritenga necessario rimanere nel "suo territorio", dove si è faticosamente creato uno status, mette in atto il flaming.

Tra le vittime, solo una parte rivela l’angoscia che sta vivendo ai genitori. Il pericolo di audaci marachelle e di imprudenti quanto coraggiosi silenzi può essere ridimensionato con una vigorosa e prudenziale informazione preventiva, ad esempio evidenziando che tali comportamenti sono azioni delinquenziali di cui si occupano anche Polizia e Carabinieri. L’esplorazione di alcuni siti per la lotta contro il bullismo, come, ad esempio, quelli della Polizia e dei Carabinieri, dovrebbero ammonire qualunque persona a non lasciarsi neanche accarezzare dalla seduzione di giocare a "Scherzi a parte" in Rete e dovrebbe far accrescere la eventualità che le vittime si confidino con i genitori o, comunque, con persone adulte per rivelare e denunciare le condotte moleste subite dai bulli.

Per questo motivo, se la cyber-persecuzione produce un malessere evidente, è auspicabile un effettivo sostegno morale dei genitori e l’assistenza psicologica di medici specializzati. È di fondamentale importanza rassicurare la vittima circa le presumibili minacce o insulti del bullo, senza minimizzare il suo disagio.

In tale contesto, il comportamento dei genitori gioca un ruolo determinante sui comportamenti dei figli che agiscono con prepotenza.

Molte volte, i genitori di bambini e ragazzi che agiscono con prepotenza tendono a difenderli, a tutelarli da chiunque provi a consapevolizzarli degli effetti delle proprie azioni, erigendo un muro difensivo che impedisca ai figli l’attribuirsi la responsabilità della propria condotta persecutoria. Nelle situazioni più gravi biasimano coloro che decidono di prendere provvedimenti efficaci per arginare i comportamenti di prevaricazione e di violenza. La difesa ad oltranza da parte dei genitori ha origine nella crescente autoreferenzialità famigliare, in base alla quale ogni genitore si reputa custode del miglior criterio pedagogico e tende a disprezzare o denigrare chiunque abbia idee contrastanti. È di scarsa importanza se questo si verifichi in modo trasparente o tramite indiscrezioni e maldicenze in quanto, tendenzialmente, la conseguenza è il perpetuarsi delle violenze a danno delle vittime.

Di contro, quando il genitore si assume la propria responsabilità educativa ed incoraggia il figlio ad assumersi la responsabilità della propria condotta vessatoria, si avvia un percorso virtuoso che, attraverso l'accoglimento delle emozioni in gioco, consente di intuire le motivazioni profonde del bullismo e di trovare strategie risolutive delle prepotenze.

Miriana Bosco

mercoledì 8 febbraio 2012

Video al posto degli spintoni, così va in rete il bullismo

[DireGiovani.it 07/02/2012]
BOLOGNA - Insulti e video (o foto) offensivi affidati al web al posto di botte e spintoni. Con l'aumentare della dimestichezza nell'uso delle nuove tecnologie, il cosiddetto cyberbullismo sta lentamente rimpiazzando il fenomeno tradizionale. E' questo il dato più importante che emerge dal progetto europeo 'Cyberbullying in adolescence: investigation and intervention in six european countries', finanziato dal programma Daphne III della Ue. Il progetto è coordinato da Maria Luisa Genta, Antonella Brighi e Annalisa Guarini, ricercatrici del Dipartimento di Psicologia dell'Alma Mater di Bologna, che riunisce diversi partner da tutta Europa ed è stato realizzato in collaborazione con l'Ufficio scolastico regionale dell'Emilia-Romagna, per volontà del vicedirettore generale Stefano Versari. Il progetto, che fa il paio con quello analogo realizzato nel 2007, ha l'obiettivo di studiare le caratteristiche e la diffusione del cyberbullismo in Europa (Italia, in Emilia Romagna e Calabria, Spagna, Inghilterra, Grecia, Germania e Polonia) tra gli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado, per poi pianificare interventi di prevenzione del fenomeno. Il focus sui risultati emiliano-romagnoli sarà presentato durante il convegno 'Cyberbullismo in adolescenza' l'8 e il 9 febbraio prossimi nel Dipartimento di Psicologia a Bologna, a cui seguirà una seconda presentazione durante l'Agorà del programma Arte e Scienza in Piazza, il 12 febbraio alle 16 a Palazzo Re Enzo.

Dottoressa Guarini, qual è il dato più importante che emerge dalla ricerca in Emilia-Romagna?

Un primo studio che abbiamo condotto è stato valutare il cambiamento dei fenomeni di bullismo tradizionale e cyberbullismo dopo tre anni in alcune scuole secondarie di primo e secondo grado della provincia di Bologna, Ferrara e Forlì. Grazie al primo progetto europeo, avevamo raccolto circa 2.000 questionari anonimi compilati da studenti nell'anno scolastico 2007-2008, i cui risultati erano stati presentati in una conferenza al Dipartimento di Psicologia nel febbraio 2009. Dopo tre anni abbiamo somministrato nelle stesse scuole il questionario coinvolgendo circa 1.650 studenti. I risultati hanno mostrato un maggior uso delle nuove tecnologie da parte degli adolescenti. Se infatti la percentuale di adolescenti che possiede un cellulare personale è stabile (96%), quella che dichiara di avere una connessione a internet nella propria casa sale dall'83% al 95%. Chi ha una connessione nella propria camera passa dal 48% al 59%. Inoltre, i risultati mostrano una migliore percezione da parte degli adolescenti del clima scolastico e una diminuzione dei fenomeni di bullismo tradizionale. In particolare, rispetto a botte, spinte, prepotenze, insulti, ingiurie e intimidazioni, le percentuali di vittime scendono dal 15% all'11% e di bulli dal 15% al 10%. Lo stesso andamento si ritrova nel bullismo tradizionale indiretto (pettegolezzi offensivi, esclusione sistematica dal gruppo) le vittime calano dal 23% al 18% e i bulli dal 23% al 15%. Per il cyberbullismo, invece, si è riscontrato un andamento più complesso. Se l'aggressione avviene tramite cellulare, vi è un decremento nel ruolo di bullo dal 9% al 5%, mentre le percentuali di studenti che si dichiarano vittima restano stabili (circa 8-9%). Al contrario, se si usa internet le percentuali di vittime crescono dal 7% al 9%, mentre restano stabili le percentuali di bulli (circa 6%-7%).

Chi è il bullo per antonomasia e quale la vittima preferita?

In primo luogo, i nostri dati mostrano una forte continuità tra il ruolo di bullo o vittima online e offline. In altre parole, i bulli tradizionali aggrediscono spesso le loro vittime attraverso le nuove tecnologie diventando cyberbulli e anche per le vittime c'è una certa continuità tra le aggressioni online e offline. Inoltre, i nostri dati mostrano una percentuale significativa di 'trasposizioni di ruolo': ovvero, alcune vittime del bullismo tradizionale possono diventare cyberbulli. In questo senso, il cyberbullismo sembra dare potere a chi, nella vita reale, si sente meno forte degli altri o è costretto a subire aggressioni senza poter reagire, grazie all'anonimato e alla possibilità di colpire con azioni che difficilmente espongono il responsabile a conseguenze dirette. Per quanto riguarda i ragazzi che subiscono le aggressioni, invece, la percezione di solitudine nelle relazioni con i pari e nel rapporto con i propri genitori sono fattori di rischio per la vittimizzazione on line.

Cosa spinge a praticare il cyberbullismo? Perchè lo fanno?

In alcuni casi, il diventare un protagonista attraverso la diffusione di video diffamatori o che ridicolizzano la vittima, postati ad esempio su Youtube, può essere un mezzo per costruire un'identità 'vincente' nel gruppo dei pari. La psicologia sociale, in questo senso, parla di comportamenti devianti come funzionali alla 'gestione della reputazione'. Ci sono poi altre motivazioni legate alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie: la possibilità di offendere o attaccare senza vincoli legati allo spazio e al tempo, la percezione dell'anonimato e una (errata) idea di impunità dei reati che si commettono online, la possibilità di attaccare la vittima senza dover necessariamente possedere una superiorità fisica, numerica o psicologica. Tra le motivazioni elencate nei questionari dagli aggressori, poi, risultano più frequentemente risposte legate alle caratteristiche della vittima, ad esempio 'è uno sfigato', e a motivi di ritorsione o vendetta.

Quali sono le angherie più diffuse e gli strumenti più utilizzati?

Rispetto al ruolo di bullo e di vittima nel cyberbullismo, i maggiori comportamenti rilevati dai questionari risultano essere il dire cose spiacevoli e l'offendere qualcuno tramite sms o su internet, direttamente o inviando queste informazioni a terzi. Oppure si decide di escludere qualcuno in un social network o in una chat room, entrare di nascosto nell'account di altri, pubblicare foto o video imbarazzanti. Meno frequenti, anche se presenti, risultano comportamenti come attaccare o insultare qualcuno in un gioco on line, modificare le foto altrui giù pubblicate on line e diffondere informazioni personali.

Come si combatte il cyberbullismo e chi se ne deve occupare?

Adolescenti, famiglia e scuola sono i tre soggetti principali a cui è rivolto l'intervento che abbiamo proposto all'interno del progetto europeo. A livello dell'intera scuola, proponiamo azioni di formazione e supervisione degli insegnanti e azioni volte al coinvolgimento delle famiglie. In particolare, ai genitori si propone un incontro informativo sul fenomeno del bullismo elettronico e sui rischi che l'utilizzo di internet comporta. Con gli insegnanti, invece, si pensa a cinque incontri basati su un training interattivo che utilizza tecniche cooperative e di supporto reciproco tra insegnanti, unito a un programma di costante supervisione. A livello della singola classe, invece, il ricercatore dovrebbe fare sette incontri, con l'obiettivo di fornire maggiore informazione che possa tradursi in aumentata sensibilità rispetto al fenomeno del cyberbullying. Si tratta di programmi specifici rivolti agli alunni, perché possano apprendere strategie utilizzabili in caso di cyberbullismo e perché possano sviluppare le competenze relazionali necessarie per instaurare rapporti basati sul rispetto di sé e degli altri, su empatia e prosocialità e non su credenze normative che approvano la violenza.

Che consiglio dare a un genitore il cui figlio pratica il cyberbullismo?

La strategia adottata dai genitori deve variare in funzione dell'età del figlio. E' infatti consigliabile un attento monitoraggio dell'uso di internet, soprattutto in fase preadolescenziale, con semplici comportamenti negoziati con il figlio, ad esempio assistere alla navigazione o mettere il computer in un luogo visibile. I genitori devono inoltre essere consapevoli che i ragazzi spesso sottostimano l'effetto dei loro comportamenti online grazie alla natura delle tecnologie stesse, come l'impossibilità nel vedere le reazioni delle vittime, la mancanza di risposta empatica, la giustificazione morale e la distorsione delle conseguenze, del tipo: 'tutti in rete lo fanno'. E' cruciale mantenere un dialogo aperto con i figli e, soprattutto in questo ambito, i genitori possono fare molto, aiutando i ragazzi a riflettere sulle conseguenze psicologiche e morali, ma anche legali di certi comportamenti. L'importante è che i genitori non abdichino al loro ruolo genitoriale, pensando che le esperienze online siano meno importanti di quelle offline. Per molti adolescenti l'online rappresenta un'integrazione delle esperienze del mondo reale e l'agire con comportamenti aggressivi online dovrebbe accendere un campanello d'allarme anche per comportamenti simili offline.

di Andrea Sangermano

martedì 7 febbraio 2012

Il Concorso "Doma il Bullo" e gli strumenti creativi di Terre des Hommes per proteggere i bambini

[InfoOggi.it 06/02/2012]
Contro le aggressioni di bulli e cyberbulli i media più avanzati possono diventare preziosi alleati dei bambini. Ci crede Terre des Hommes, partner del concorso Doma il Bullo, nel quale verranno premiati i video realizzati sul tema, con cellulari e smart phone, dagli studenti delle scuole lombarde. Tra gli strumenti offerti da Terre des Hommes contro il bullismo ci sono anche i video in animazione di Mimì Fiore di Cactus e la guida "Alice nel Paese di Internet", per un utilizzo consapevole e responsabile, ma anche creativo dei nuovi media da parte dei bambini. Entrambi sono disponibili sul sito http://www.ioproteggoibambini.it. In occasione del Safer Internet Day Terre des Hommes ribadisce che si possono trasformare i nuovi media da possibili veicoli di rischi per i bambini a veri e propri strumenti per proteggersi dagli abusi e per diventare cittadini digitali consapevoli.

L'obiettivo del concorso Doma il Bullo, organizzato da Corecom(1) in partnership con l'Ufficio Regionale Scolastico della Lombardia e promosso da Terre des Hommes, è quello di portare gli studenti a scoprire che il cellulare può anche immortalare azioni positive e non solo comportamenti scorretti e poco rispettosi della dignità e dell'integrità della persona, come il bullismo e il cyber bullismo.

- Lo stesso approccio è utilizzato in "Alice nel Paese di Internet", una guida in forma di favola appena lanciata da Terre des Hommes per promuovere un utilizzo più consapevole e sicuro di internet da parte dei bambini. "Abbiamo scelto Alice, bambina curiosa e intelligente che non ha paura di viaggiare nel mare ricco di opportunità - e non solo di minacce - di Internet, per aiutare, da pari a pari, altri bambini ad appropriarsi degli strumenti giusti per navigare con consapevolezza", racconta Paolo Ferrara, responsabile Comunicazione di Terre des Hommes. "La forza di Alice sta nel suo non accontentarsi, nella sua capacità critica e nella volontà di creare, anche con l'aiuto degli adulti, semplici raccomandazioni che le permettano di sfruttare appieno le risorse della rete evitandone i rischi più comuni". I testi sono di Pino Pace mentre le illustrazioni sono di Irene Frigo. Il progetto è stato realizzato da Terre des Hommes in collaborazione con l'Istituto Europeo di Design di Torino grazie al contributo di Fondazione Cariplo, Fondazione Ugo Bordoni, Ria & Partners, Google e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

- Anche la pillola in animazione di Mimì Fiore di cactus dedicata al bullismo insegna qual è la maniera migliore per combattere un atto di prevaricazione così comune a scuola, rendendo protagonista proprio una bambina. Il video fa parte di una serie di 5 pillole che affrontano anche i temi della pedofilia e dell'adescamento on line offrendo ai bambini dei semplici strumenti per difendersi dagli abusi e come imparare a dire "NO".

Tutti questi materiali sono accessibili sul sito www.ioproteggoibambini.it di Terre des Hommes. Le informazioni sul concorso Doma il Bullo, che scade il 31 Marzo, si trovano sul sito: domailbullo.it, la pagina Facebook dedicata all'iniziativa e il canale YOUTUBE sul quale verranno caricati i video, una volta ricevuti dalle scuole.

Terre des Hommes da 50 anni è in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall'abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione informale, cure mediche e cibo. Attualmente Terre des Hommes è presente in 72 paesi con oltre 1.200 progetti a favore dei bambini. La Fondazione Terre des Hommes Italia fa parte della Terre des Hommes International Federation, lavora in partnership con ECHO ed è accreditata presso l'Unione Europea, l'ONU e il Ministero degli Esteri italiano.



martedì 2 agosto 2011

Facebook: "L'anonimato online è pericoloso", Google concorda

[La Stampa 29/07/2011] NEW YORK
Randi Zuckerberg, il direttore marketing di Facebook, nonché sorella del suo fondatore Mark, ha dichiarato guerra al bullismo su Internet e ha intenzione di fare tutto il possibile per impedire che le persone facciano qualcosa sul Web senza il proprio nome ben in vista.

Il social network richiede a tutti i suoi utenti di registrarsi con il loro vero nome e la propria e-mail personale - una regola che è sempre stata molto difficile da mettere in pratica, lo dimostrano i numerosi account cancellati e i nomi fittizi su Facebook. Secondo il direttore marketing, mettere fine all'anonimato online potrebbe aiutare a mettere un freno al bullismo e alle molestie su Internet.

La Zuckerberg non ha offerto esempi pratici di iniziative a breve termine, ma durante un meeting che aveva come tema i social media tenuto martedì dal magazine Marie Claire, ha dichiarato: «Penso che l'anonimato debba sparire. Il comportamento delle persone è migliore quando hanno il loro nome in bella vista, penso che la gente si nasconda dietro l'anonimato e pensi di poter dire tutto quello che vuole a porte chiuse», ha commentato.

L'ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ora presidente del gigante informatico, ha anche lui convenuto che «l'anonimato è pericoloso».

Lo scorso weekend. Google+ ha fatto infuriare alcuni dei suoi oltre 20 milioni di utenti, sopprimendo degli account perché contravvenivano alle sue regole sui nomi. Da Google+, infatti, sono scomparsi - o meglio sono stati «congelati» - migliaia di account, perché associati a nomi di fantasia, a pseudonimi, o a nomi troppo lunghi. Google vuole solo iscritti che utlizzano nomi reali.

Alle proteste degli utenti per la poca chiarezza delle regole del social network che impongono agli utenti «di utilizzare il nome con cui famiglia, amici e colleghi ti chiamano normalmente», Bradley Horowitz vice direttore del social network, ha risposto che Google «sta cercando di migliorare il modo in cui tratta casi del genere, in particolare il modo di notificare la contravvenzione delle regole del social network agli utenti e di comunicare loro le alternative a disposizione».

lunedì 11 aprile 2011

Cyberbullismo e depressione, i rischi dei social media secondo i pediatri

[L'Unità 07/04/2011] A 10-11 anni già passano il loro tempo libero davanti a uno schermo a cercare gli amici su Facebook. E chi più ne ha, è più fico. Poco importa che il social network richieda di avere almeno 13 anni per iscriversi, tanto basta falsificare la data di nascita.
Navigare sui social media è probabilmente l’attività più comune tra i bambini e gli adolescenti di oggi. Un fenomeno che è cresciuto a dismisura. In Italia, una ricerca condotta da Eurispes e Telefono Azzurro alla fine del 2009 stima che il 71,1% degli adolescenti abbia un profilo su Facebook. Secondo un recente sondaggio negli Stati Uniti, il 22% dei teenager entra nel suo social media preferito almeno 10 volte al giorno e oltre il 50% almeno una volta al giorno. E il New York Times riportava qualche giorno fa i risultati di un’indagine condotta da ComScore, una ditta americana che si occupa di traffico Internet, secondo cui 3,6 milioni di visitatori di Facebook negli Stati Uniti hanno meno di 12 anni.
Qualcuno comincia a preoccuparsi di questi dati. Pediatrics, la rivista dell’associazione dei pediatri americani, pubblica sul numero del 3 aprile un articolo sull’impatto dei social media sui bambini e gli adolescenti. Per “social media” si intende ogni sito web che permetta interazioni sociali: da Facebook e MySpace ai siti per giocare on line, dai mondi virtuali come i Sims e Second Life a siti di video come Youtube, fino ai blog.
I pediatri americani non demonizzano: usare i social media può avere effetti positivi sui ragazzi. Si può rimanere in contatto con gli amici e trovarne di nuovi, scambiare idee, musica, informazioni utili. Si può partecipare a progetti comuni sia scolastici che di altra natura. Ma, avvertono, ci sono anche diversi rischi. Il cyberbullismo, per cominciare, ovvero l’uso deliberato dei media digitali per comunicare notizie false, imbarazzanti o ostili su qualcun’altro. Il cyberbullismo è più diffuso delle molestie, è un fenomeno che avviene tra persone della stessa età, ma può portare a conseguenze psicologiche gravi come depressione, ansia, isolamento e, a volte, suicidio. Un altro fenomeno rischioso è il sexting, ovvero mandare o ricevere messaggi sessualmente espliciti, immagini o fotografie tramite computer o cellulare. Secondo uno studio citato dall’articolo, il 20% dei teenager americani ha mandato in giro foto o video in cui viene ripreso nudo o seminudo, con il rischio di entrare in un giro di pornografia. C’è poi un nuovo fenomeno da tenere sotto controllo per bambini e adolescenti che passano molto tempo sui social network: la depressione da Facebook. Gli psicologi ritengono che l’intensità del mondo online possa creare una vera e propria dipendenza. “Anche questa, come qualsiasi forma di dipendenza – spiega Stefano Vicari, primario di neuropsichiatria infantile al Bambin Gesù di Roma – può scatenare una depressione”. La conseguenza può essere, paradossalmente, l’isolamento sociale, oppure, se il ragazzo cerca un aiuto in Internet, il rischio di imbattersi in siti che promuovono l’uso di sostanze stupefacenti o di comportamenti autodistruttivi. Un altro pericolo da non sottovalutare è la pubblicità che ormai viene inviata in modo mirato, a seconda dei comportamenti di chi naviga in rete. In questo modo il messaggio ha una forza di penetrazione molto più alta e può influenzare non solo la tendenza all’acquisto, ma anche la visione del mondo degli adolescenti e, soprattutto, dei bambini..
Negli Stati Uniti c’è una legge, il Children’s Online Privacy Protection Act approvato nel 1998, che obbliga i siti Web che prendono informazioni dai bambini al di sotto dei 13 anni a ottenere il consenso dei genitori. Ottenere questo consenso, tuttavia, è cosa complessa e costosa, così compagnie come Facebook e Google, che possiede YouTube, hanno deciso di non accettare tra gli iscritti chi ha meno di 13 anni. Ma c’è l’escamotage di falsificare la data di nascita, a volte con l’aiuto di mamma e papà. Che i ragazzi mentano sulla propria età non è strano, ma il fatto che i genitori diano il loro consenso può generare una certa confusione su quali siano le regole da seguire, dicono i pediatri, oltre ad esporli ai rischi dovuti al fatto che sono bambini e quindi hanno scarsa capacità di autoregolazione e sono molto suscettibili alla pressione dei loro coetanei. “I bambini devono imparare un uso equilibrato di questi strumenti – dice Stefano Vicari - per questo bisogna che quando girano sui social media abbiano un genitore vicino. A volte pensiamo che i nostri figli debbano essere lasciati liberi perché troveranno la strada da soli, ma i bambini non sanno cosa sia giusto e cosa no, glielo dobbiamo insegnare noi”. L’associazione dei pediatri americani si raccomanda che i genitori tengano sotto osservazione l’uso che i propri figli fanno dei mezzi informatici, magari imparando a navigare se non lo sanno già fare. E i pediatri potrebbero avere un ruolo importante: “L’Italia – ricorda Vicari - è uno dei pochi paesi ad avere i pediatri di famiglia: se fossero sensibili a questa nuova forma di dipendenza, riuscirebbero a individuare prima un eventuale problema e quindi intervenire per tempo”.

Cristiana Pulcinelli

giovedì 11 novembre 2010

"La Rete siamo noi", il rapporto tra adolescenti e nuovi media

[Provincia di Bologna 11/11/2010] I dati di un'indagine sull'uso di internet e cellulari

Il primo cellulare arriva a 11 anni appena finita la scuola elementare, viene usato soprattutto per mandare sms (84%) e per navigare su Internet (23,5%). Ma via web o cellulare arrivano anche insulti, minacce, scherzi pesanti tanto che il 24% del campione ha raccontato di aver subito episodi di bullismo elettronico. E' quanto emerge da una ricerca sul rapporto adolescenti e nuovi media realizzata in sei scuole superiori di Bologna e che ha coinvolto 508 giovani tra i 14 e i 18 anni.


L'indagine, nata dalla collaborazione tra il Difensore civico regionale e il Corecom dell'Emilia-Romagna, è stata effettuata al termine dello scorso anno a livello regionale nelle province di Bologna, Ferrara, Piacenza, Rimini con il coinvolgimento totale di circa 2000 ragazzi (una media di 500 per provincia).
Scopo della ricerca e delle conseguenti iniziative è fornire ai giovani linee guida per un utilizzo consapevole e corretto dei mezzi di comunicazione interattivi (educazione all'uso dei media), informandoli anche sulle responsabilità giuridiche (pochi sapevano che a 14 anni si è già responsabili).

Le risposte raccolte su argomenti come cyberbullismo, molestie e pedopornografia on line, hanno fornito materiale per il progetto sperimentale "La Rete siamo noi", sull'uso sicuro del cellulare e di Internet da parte di ragazze e ragazzi, che coinvolge la Provincia di Bologna e l'Istituzione "Gian Franco Minguzzi", in collaborazione con il Difensore civico regionale e il Corecom dell'Emilia-Romagna.


Dopo il questionario, due incontri pubblici e un corso di aggiornamento per professori neoassunti, è stata realizzata una piccola guida per genitori (scaricabile anche dai siti delle istituzioni coinvolte) sull'uso e i rischi delle nuove tecnologie per i minori.


Inoltre, nei prossimi giorni si terranno le presentazioni di due libri "Bullismo elettronico. Fattori di rischio connessi alle nuove tecnologie" (giovedì 11 novembre) e "Il bullismo omofobico. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori" (mercoledì 24 novembre) alla biblioteca dell'Istituzione Gian Franco Minguzzi in via Sant'Isaia 90 a Bologna.


La ricerca mostra che gli 'esordienti' del telefonino sono soprattutto maschi, studenti degli istituti tecnici e italiani. Diverso l'uso tra maschi e femmine: tra i primi sono più numerosi i casi di cyberbullismo prendendo di mira ragazze e in particolare le ex fidanzate o i compagni più deboli della classe. Le femmine si mostrano in webcam con atteggiamenti più disinibiti e fanno più amicizie attraverso i social network.
Cellulare e Internet sono compagni inseparabili della loro vita: il 40% degli studenti non spegne mai il telefonino e il 29,5% lo cambia quando non è più di moda. Oltre agli sms, lo usano per fare foto (64,2%) e telefonare (63,6%) e spendono in media 20 euro al mese.

Boom per Internet: il 99% degli intervistati usa la rete, il 47% ha il collegamento nella propria stanza e il 94% naviga da solo.
Spesso ricevono inviti da parte di sconosciuti che chiedono il numero di telefono, una foto o un incontro diretto e accettano dal 15 al 38% di loro. Ma non mancano insulti, foto ose' o minacce anche se il 36% del campione non sa che si tratta di bullismo elettronico ('Ho solo girato una foto che mi avevano mandato' oppure ''Stavo scherzando', sono le giustificazioni più frequenti) e il 24% ne è stato vittima. L'11,5% degli episodi è avvenuto a scuola, il 66% fuori. Infine, secondo i figli, in genere i genitori non sanno come loro usano il web o il cellulare (rispettivamente 36,2% e 62%), si lamentano che ci passino troppo tempo e ne controllano l'uso nel 10,5% dei casi per Internet e nel 15% per quanto riguarda il cellulare.


Link interno


Cyberbullismo e pedopornografia on-line, dal sito dell'Istituto Minguzzi