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lunedì 5 agosto 2013

Un’app per bambini fatta dai bambini

[Wired 02/08/2013]
Che succede se lo staff di una delle più originali riviste per bambini su iPad, Timbuktu, incontra 25 ragazzi e li mette al lavoro intorno al tema La scuola dei sogni? Facile: nel giro di una settimana, dall’8 al 12 luglio scorsi, salta fuori un’app per tablet. “Non volevamo insegnare ai bambini quali sono i programmi per fare un’app", racconta Elena Favilli, Ceo di Timbuktu. "Il nostro ambizioso obiettivo era quello di lavorare insieme a loro come una grande redazione: condividendo obiettivi, dividendosi i compiti, assumendosi responsabilità, sperimentando fallimenti e gioie”.

Il Digital Summer Camp di Timbuktu alla H-Farm di Roncade, Treviso, ha dato dunque i suoi frutti: il programmino, ribattezzato Scuola Luna – i ragazzi hanno deciso che la loro suola dei sogni è proprio sul nostro satellite – sarà infatti disponibile sull’App Store alla fine di agosto. È la prima app realizzata dai bambini per i loro coetanei.

Tutto il team di Timbuktu ha lavorato ogni giorno dalle 9.30 alle 15.30 suddividendo i bambini in vari gruppi", continua Favilli, che in questa avventura è affiancata dall’art director Samuele Motta, dalla musicista Elettra Bargiacchi, dalla marketing director Erica Capanni e dalla creative director Francesca Cavallo. "Ogni gruppo si è occupato di un aspetto della costruzione dell'app: design, illustrazioni, registrazione suoni, realizzazione video. La cosa fantastica è che tutto è emerso dai loro spunti e dalla loro immaginazione. L’iPad è solo l’approdo finale di un lavoro creativo in cui i bambini raccolgono gli spunti dal contesto che hanno intorno, foglie, sassi, colori, scope, erba, carta, spaghi colorati, suoni”.

Ecco allora che è saltata fuori la stanza delle bidelle con le scope lunghe per volare, l’aula della ricreazione con una finestra con cui calarsi sulla Terra con una corda, il salotto spaziale con le sedie di gelatina e le pareti di erba spaziale (sempre per non farsi male) e una stanza in cui i rinoceronti imparano a danzare perché, giustamente, con l’assenza di gravità anche sulla Luna i rinoceronti possono essere leggiadri e gentili. E ovviamente lassù dev’esserci anche un bel parcheggio per i missili, inediti scuolabus.

“Educare i bambini a una cultura dell’innovazione non vuol dire insegnargli a usare le nuove tecnologie, non hanno bisogno del nostro aiuto per quello: vuol dire insegnargli il gusto dei problemi impossibili, e incoraggiarli a immaginare nuovi mondi e solo allora aiutarli a capire come Google e l’iPad possono aiutarli a costruire questi nuovi mondi”.(Simone Cosimi)

lunedì 2 aprile 2012

Facebook, le app sanno tutto di te i dati rimangono in quelle degli amici

[31/03/2012 La Repubblica]
IL NUMERO DELLE APP su Facebook è in crescita continua. Difficile per gli iscritti al social network non provarne nemmeno una, e così per i loro amici. Ma una volta che si decide di disattivarle, non è detto che gli amici facciano altrettanto. E le informazioni raccolte sul di voi da quella applicazione rimangono custodite nel codice, perché sia l'utente che gli amici dell'utente hanno accettato, attivandole, che queste app prelevassero dati "social" dai profili personali e collegati. [Leggi tutto...]

mercoledì 4 maggio 2011

Qwiki: l’applicazione per iPad che da voce al Web 2.0

[NinjaMarketing 03/05/2011] Il sito web Qwiki.com lanciato questo Gennaio offriva un servizio particolarmente innovativo lanciandosi nel settore interessante, ma non particolarmente innovativo come quello dell’ E-Learning.

Il progetto, finanziato dai co-fondatori di Facebook e Youtube, rispettivamente Eduardo Saverin e Jawed Karim, è ancora in fase Alpha e consiste nell’offrire un’informazione dinamica e in movimento in maniera totalmente differente dagli altri sistemi a cui siamo abituati sulla rete.

L’applicazione per iPad non fa altro che tradurre il funzionamento del sito all’interno di una comoda APP, sottolineando però tutte le caratteristiche innovative ed interattive del progetto.
E’ possibile in questo modo cercare qualsiasi argomento di nostro interesse per avviare uno slideshow creato sulla base di immagini derivate da servizi come Panoramio, Flickr e Youtube, mentre il testo, preso dalla voce corrispondente su Wikipedia, è letto da una voce robotica in inglese in maniera davvero fluida ed efficace
Stupisce certamente per la fluidità e la gestione dei contenuti con cui si visualizzano le informazioni, con tanto di grafici animati che rendono il tutto una sorta di ibrido tra la visione di un documentario e una rilettura di Wikipedia con un approccio completamente diverso.

Nonostante le differenze tra il sito e l’applicazione siano davvero poche, l’APP fa decisamente tutto un altro effetto su iPad, rendendola un prodotto dinamico e non convenzionale per accedere alle informazioni, soprattutto in maniera condivisa. Da notare la sezione Maps, dove è possibile trovare tutte le Qwiki intorno a noi geograficamente, facendo diventare in questo modo il nostro iPad una vera e propria guida virtuale.

In conclusione, Qwiki sembra un progetto nato per essere lanciato su iPad, aspettando un porting per le altre piattaforme, consigliamo di visitare il sito web. L’unica pecca che abbiamo trovato è che manca una versione in italiano, ma questa la vediamo come un’opportunità, forse è la volta buona che impariamo un pò di inglese…


Danilo De Rosa

giovedì 31 marzo 2011

Ziade, creatore di Readability: "Così leggi sul Web senza sforzo"

[Daily Wired 30/03/2011]

La web app per trasformare gli articoli in Rete e renderli più facili da scorrere diventa freemium e inaugura un'applicazione per iPhone. I proventi? Il 70 % va agli editori. Wired.it ha intervistato il suo ideatore di Gianni Sibila



Ormai ci siamo abituati. Troppe cose da leggere, troppo poco tempo: è il Web 2.0, bellezza. Stimoli e link che ti arrivano da ogni dove, e in pochi secondi devi decidere se vale la pena leggere quel pezzo o andare oltre. Così in Rete si moltiplicano servizi e app di time management della lettura, che ti permettono di mettere da parte quell’articolo e leggerlo quando hai tempo e concentrazione. Ma anche così, spesso manca qualcosa. Anzi, non manca, qualcosa è di troppo: se si cerca un’esperienza di lettura rilassante, le pagine web sono faticose e piene di distrazioni. Readabilty è la risposta: una web app che permette di semplificare le pagine sullo schermo, rendendole simili a quelle di un libro. Basta installare un Bookmarlet - ovvero una linea di JavaScript - sulla barra del proprio browser e ci si ritrova con un tastino quasi magico, che rende leggibile ogni pagina.

Readabilty esiste da due anni, ma recentemente è diventato un servizio freemium: la funzione base continua ad essere gratuita. Ma se volete un’app per iOs– sviluppata assieme a Marco Arment, la mente di Instapaper, il più popolare servizio di ReadLater in circolazione – e se volete un servizio con funzioni avanzate, potete pagare dai 5 dollari in su. E il 70% di questi soldi verrà ridistribuito ad autori e lettori di ciò che avete letto. Ci siamo fatti spiegare il sistema da Rich Ziade, l’ideatore di Readabilty.

Ci puoi raccontare come è nato Readabilty?
"Due anni fa, mi resi conto che la mia esperienza di lettura in Rete era frustrante. Continuavo a cercare il tasto ' Stampa' o a fare copia e incolla del testo per leggere. Così, durante un paio di weekend, ho creato la prima versione di Readabilty. Era un semplice tool per pulire una pagina per legggere più comodamente".

Da allora, come è cambiato il servizio?
"Nel tempo, abbiamo migliorato l’algoritmo, e semplicemente aggiunto alcune caratteristiche qua e là. Il cambiamento importante è dello scorso febbraio: abbiamo lanciato un nuovo servizio che non solo rende più comodo leggere in qualsiasi momento nel browser, ma permette anche di salvare articoli in un secondo tempo, per leggerli su un device mobile o ovunque. Abbiamo anche creato un modello per sostenere chi scrive: il 70% del costo del servizio va a chi crea i contenuti".

Secondo te, a che tipo di bisogni risponde Readabilty?
"Credo che risponda a diversi bisogni. La comodità e l’affaticamento della vista quando leggere è una necessità indispensabile, per esempio. Ma anche la flessibilità di leggere quando ti pare. Infine, come dicevo prima, sostenere la scrittura e la pubblicazione fa parte di ciò in cui Readabilty crede".

Recentemente siete passati ad un modello Freemium, con alcuni servizi a pagamento…
"I lettori possono sempre sfruttare le funzionalità classiche e istantanee di Readability.
Chi paga il servizio ottiene la funzione ' Read later', le applicazioni e il supporto per il mobile e sostiene gli scrittori e gli editori che ama".

Il servizio “ Read later” è simile a quello che offre Instapaper… Tra l’altro avete collaborato proprio con Marco Arment, che ne è il creatore e l’anima. In cosa consiste questa collaborazione?
"Marco è diventato un nostro partner per aiutarci nel rendere Readabilty efficace su iOS. La nostra applicazione per iPhone e iPad è basata sul codice di quella di Instapaper. Dal canto suo, Marco ha integrato Readability in Instapaper, di modo che i suoi utenti possano sostenere dal canto loro gli autori".

Ci dicevi che il 70% del costo mensile del servizio viene ridistribuito tra autori ed editori. Come funziona?
"Readabilty tiene un log di tutto ciò che ogni utente legge. Alla fine del mese, distribuisce quello che l’utente pagato – da 5 dollari a quanto decide – sulla base della frequenza di visite di ogni sito".

Questo sistema dei pagamenti etici è già stato sperimentato in passato - per esempio nella musica - con risultati non sempre esaltanti e reazioni discordanti. Tu cosa ne pensi?
"Bella questione. Ciò che credo distingua Readabilty è che non chiede alla gente di pagare attivamente ogni volta che accede a un sito. Il nostro è un servizio passivo: la gente usa un’app, legge e il contributo avviene automaticamente ed in modo invisibile. Crediamo sia una distinzione importante, perché non vogliamo che la percezione sia di fare un’elemosina. Vogliamo offrire un servizio che valga il suo costo e vogliamo che il sostegno che si dà a chi scrive sia un effetto indiretto del servizio stesso".

martedì 1 febbraio 2011

Appthusiast o connector quanto le app dicono di te

[La Repubblica 01/02/2011] LO SMARTPHONE come uno specchio dell'anima, le applicazioni installate come una fotografia del proprio carattere. A rivelarlo è l'ultima ricerca di Nokia, condotta su oltre 5.000 utenti in 10 paesi, che ha studiato le abitudini d'uso dei possessori di smartphone per giungere a una conclusione: noi siamo ciò che scarichiamo, per parafrasare D'Annunzio. Una massima che vale soprattutto nel nostro paese, dove l'ossessione per i telefonini è ormai strettamente collegata allo stile di vita.

Non dev'essere un caso che, in Italia, circa il 45% dei possessori di smartphone ritenga che le applicazioni aiutino a migliorare la propria vita. Oltre il 74% degli italiani possiede fino a 30 applicazioni, con una leggera prevalenza degli uomini (79%) sulle donne (69%). Un amore digitale che si rinnova di continuo (circa il 35% le usa almeno 2-3 volte ogni giorno) e che pervade ogni fase della giornata: oltre il 34% degli utenti utilizza le proprie app a casa, il 20% in viaggio, l'11% sul lavoro.

L'importante, in ogni caso, è avere l'applicazione giusta al prezzo giusto. Circa il 43% degli intervistati, nello specifico, ammette di scaricare unicamente app gratuite. Le più scaricate sono i videogiochi (39%), seguite dalle app relative ai social network (32%), alla musica (31%) e ai servizi (30%). Le più utilizzate sono invece quelle correlate ai servizi (33%), ai videogiochi (26%), ai social network (25%) e alla musica (21%).

Passioni regionali. I singoli dati regionali della ricerca Nokia individuano anche i caratteri di massima di ogni zona d'Italia, giocando più volte con lo stereotipo. Si scopre così che in Campania il 41% degli intervistati scarica di frequente applicazioni musicali. Oppure che in Lombardia prevalgono i videogiochi, con circa il 40% degli utenti interessati al gaming su smartphone. Il Piemonte si assicura il primato della regione più parsimoniosa, con il 54% che scarica unicamente applicazioni gratuite. La Sicilia è invece la terra degli infedeli, con il 39% che ammette di eliminare un'applicazione non appena ne scopre una simile ma migliore.

Un mondo di app. Gli stereotipi da app non valgono solo per le regioni italiane, ma anche per gli altri nove paesi coinvolti nella ricerca. Secondo i dati Nokia, nei consumi dei brasiliani prevalgono le applicazioni musicali (42%), mentre i tedeschi prediligono le applicazioni utili (29%), come sveglie o torce digitali. Gli indiani sono i più fedeli alle proprie app (14%), in quanto affermano di usare tutte quelle installate sul proprio smartphone, laddove gli inglesi si distinguono al contrario come i più indifferenti (23%).

Tra tutti gli intervistati, i brasiliani sono risultati i più "connessi", mostrando una rara passione (45%) per i social network, mentre i singaporiani hanno dimostrato di amare i videogiochi (49%) più di ogni altro genere. In Cina si registra infine il primato dell'accesso alle notizie, che i cinesi consumano su smartphone più di qualsiasi altro gruppo nazionale.

Sei profili in cerca di app. "I dispositivi ci consentono di condividere pensieri, gusti e desideri" spiega il professor Trevor Pinch, docente di Scienze e Tecnologia alla Cornell University. "E un tale livello di intimità fa sì che, a volte, essi ci conoscano meglio che noi stessi". Proprio basandosi sulla ricerca Nokia, il professor Pinch ha stilato una guida agli "AppiType", tracciando sei diversi profili di consumatori di app.

Si parte dal classico "Appthusiast", colui che intorno alla tecnologia basa il proprio stile di vita, per arrivare al "Live Wire", l'appassionato di sport che porta sempre con sé il proprio smartphone. A seguire, l'artistico "Creator", definito come "il Picasso delle applicazioni", e il cosiddetto "Appcentric", figura in giacca e cravatta che non potrebbe fare a meno delle sue applicazioni per il business. Infine, emergono le figure del "Connector", che vive connesso ai social network, e dell'"Apprentice", ovvero dell'utente con scarsa esperienza, in genere più avanti con l'età, che tenta in ogni modo di recuperare il gap tecnologico. "Come per le auto - spiega il professor Pinch - la scelta delle app è molto personale e rivela non solo le caratteristiche di un individuo, ma anche le sue aspirazioni". Noi siamo ciò che scarichiamo, appunto. E chissà cosa ne direbbe D'Annunzio.

IVAN FULCO