martedì 27 settembre 2011

La Rete come strumento per la scoperta di sé

[La Stampa 27/09/2011]
Non più solo a caccia di amici, incollati per ore alla tastiera con grande allarme di mamma e papà. Oggi gli adolescenti su Facebook cercano se stessi. Lo rivela uno studio condotto dai ricercatori della Tel Aviv University (Israele), pubblicato sul Journal of Adolescence, che dunque in parte tranquillizza i genitori incapaci di «staccare» i figli da Twitter, YouTube e Facebook e sempre più allarmati per le insidie celate dal web.

Il team di Moshe Israelashvili ha analizzato 278 studenti, maschi e femmine, appartenenti a scuole di tutto il Paese, alle prese con i social network. Scoprendo così che molti adolescenti usano Internet come un mezzo per esplorare questioni relative alla propria identità, alla personalità, al modo per costruire con successo il proprio futuro. E questo proprio grazie alle informazioni trovate sul web. Anche per questo motivo l’esperto incoraggia genitori e insegnanti a «non diffidare troppo dai social network».

L’impegno online non è tutto uguale. In certi casi il tempo passato in Rete è utile agli adolescenti. «L’uso di Facebook non può essere inserito nella stessa categoria del gioco d’azzardo o degli Internet game». Di conseguenza, i ricercatori dovrebbero ridefinire le caratteristiche della «dipendenza da Internet» negli adolescenti.

I ricercatori, intervistando i ragazzi, hanno però scoperto anche una correlazione negativa tra l’uso eccessivo di Internet e la chiarezza nella percezione di sè. Dunque secondo gli studiosi non si può fare di tutta l’erba un fascio: un certo tipo di utilizzo è distruttivo e isola, mentre un altro ha l’effetto opposto. In pratica, è istruttivo: aiuta a socializzare e a costruire la propria identità rispetto agli altri.

Oggi si tende a definire affetto da Internet-dipendenza una persona che «passa più di 38 ore sul web ogni settimana. Ma è la qualità, non la quantità che conta», sostiene Israelashvili. I ricercatori, infatti, hanno visto che molti dei ragazzi coinvolti nella ricerca rientravano nello standard della «dipendenza da Internet», ma in realtà usavano la Rete come strumento per la scoperta di sé.

Ci sono due tipi diversi di adolescenti «drogati di Internet», spiegano gli studiosi. Il primo gruppo è composto veri maniaci, che si concedono maratone di giochi online, giochi d’azzardo, siti hot e chat erotiche, isolandosi dal mondo reale. L’altro è composto da «cercatori», che usano Internet per definire la propria identità e il proprio posto nel mondo. Questi ragazzi, spiegano gli studiosi, tendono a utilizzare i social network e a raccogliere informazioni, su siti di notizie o Twitter.

Insomma, ciò che è importante è il modo in cui si naviga, non solo le ore passate online. I ragazzi «devono imparare a usare Internet in modo sano, come fonte di conoscenza di se stessi in relazione ai loro coetanei di tutto il mondo», suggerisce Israelashvili. Cosa che qualcuno di loro già fa. Se i genitori sono ancora preoccupati dalla quantità di tempo che i loro ragazzi passano davanti al computer, piuttosto che strepitare o vietare, dovrebbero diventare una fonte di informazione per i loro figli adolescenti, favorendo una sana conversazione in casa.

«Molti genitori sono troppo preoccupati per alcune cose, e poco per altre - dice Israelashvili - Puntano sui successi accademici e trascurano di insegnare ai ragazzi come affrontare il mondo». Cambiando atteggiamento, prevede lo studioso, i ragazzi passeranno meno tempo nel mondo virtuale, visto che possono trovare risposte anche in quello reale. Se hanno trascorso la loro adolescenza preoccuparsi solo del rendimento scolastico o dei divertimenti, potrebbero avere difficoltà nel prendere decisioni personali e di relazionarsi bene con il mondo, una volta adulti.

http://tecnologia.bloglive.it/un-italiano-su-tre-teme-per-la-propria-privacy-in-internet-4879.html

[Corriere della sera.it 26/09/2011]

La nuova versione di Facebook (disponibile dal 30 settembre) rappresenta un punto di svolta per i social network: se finora hanno reso visibili (e quindi ‘pensabili’) le nostre relazioni, ora si propongono di raccontare la nostra storia.

I social network riuniscono in un solo luogo tutte le nostre relazioni. Un’esperienza altrimenti eccezionale e, potenzialmente, imbarazzante: non è un caso che ai matrimoni vengano assegnati i posti a tavola.

Ed è per questo che Google+ ha introdotto le ‘cerchie’, un espediente interessante, anche se non del tutto efficace: quando si è tutti sotto lo stesso tetto, basta che una persona conosca qualcuno in un’altra cerchia (o a un altro tavolo), per rendere permeabili i confini e far circolare le informazioni.

Sui social network – rispetto all’interazione faccia-a-faccia – è più difficile mantenere una distinzione tra i ruoli e ‘recitare in modo diverso a seconda dei diversi teatri’. Sta accadendo l’opposto di quanto previsto (e temuto) da Zygmunt Bauman: i social media non rappresentano una ‘extraterritorialità virtuale’ per bricoleur che giocano con il puzzle delle loro ‘identità plurali’.

Al contrario, i social network identitari chiedono ai propri utenti di accedere con la propria identità ‘reale’ e di metterci la faccia, una sola. A queste condizioni, è difficile mantenere i confini tra identità professionale e personale, tra colleghi e amici, tra tempo di lavoro e tempo libero.

Il nuovo Facebook ha introdotto due novità che accelerano questi processi. La prima è la ‘timeline’: chi ha un profilo su Facebook, d’ora in poi – oltre al collasso degli spazi sociali – dovrà gestire anche quello del tempo. I contenuti meno recenti non verranno più sostituiti da quelli più attuali e sarà favorita la navigazione nella cronologia delle attività.

L’altra innovazione sono le ‘app lifestyle’: il registro attività non raccoglierà solo i contenuti intenzionalmente condivisi dall’utente, ma tutte le attività svolte, anche fuori dal social network.

La nostra pagina Facebook racconterà nel dettaglio quello che stiamo facendo e che abbiamo fatto. I manager di Facebook parlano di ‘storytelling’, ma forse sbagliano: la storia ci riguarda, ma non siamo noi a raccontarla. E poi, siamo sicuri che l’elenco di quello che facciamo dica veramente chi siamo?
Ivana Pais

Un italiano su tre teme per la propria privacy in Internet

[Bloglive 25/09/2011] La privacy è una questione che fa discutere moltissimo in ambito di Internet, perchè se da una parte è vero che quasi tutti vogliono nascondere le proprie questioni personali alle persone non autorizzate, è altrettanto vero che poi basta un social network per sbandierare a tutta Italia che in tal giorno si è andati al mare.
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lunedì 26 settembre 2011

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori

[Corriere della Sera 24/09/2011]

«Facebook è il posto dove menti a chi conosci, Twitter è il posto dove sei sincero con gli sconosciuti». Postato su Twitter a maggio da Giulio Tolli, studente di ingegneria che aveva dieci anni nel 2000, e subito adottato dalla rete e rilanciato nell'etere - retweetted con parola tecnica.

La frase, nella sua compattezza assiomatica offre in effetti una sintesi suggestiva che sembra subito evocativa di verità, quasi come quelle dei baci Perugina d'antan, dell'era pre-Moccia per intenderci, e viene da chiedersi: come mai non ci avevo pensato prima? E rilancia il dibattito sui due social network principali in quanto ne mette a fuoco le diverse anime: perché se Facebook non è proprio il regno della menzogna, di sicuro è il luogo della rappresentazione un po' narcisista di sé dove tutto è permesso, anche qualche esagerazione, il mettersi qualche piuma, imbellire la realtà, aggiungere qualche piccola bugia o mezza verità senza paura di andare all'inferno, anche se papa Ratzinger nel suo discorso di gennaio di apertura alla Rete aveva invitato a «non mentire» nelle costruzione dei propri profili. Con la possibilità un po' barocca che offre ad ognuno di costruire le proprie identità Facebook risponde bene alle esigenze di quella che Zygmunt Bauman ha definito società fluida, che prevede la costruzione di continue nuove vite e rappresentazioni di sé seguendo un percorso di vita non più lineare ma flessibile e circolare. Alzi la mano chi su Facebook non si è allargato un po', non ha scelto con cura la foto più bella anche se non la più veritiera, non ha insomma costruito un po' l'Avatar di sé rappresentandosi al meglio.

Tutt'altro discorso per Twitter, regno della sintesi e dell'essenziale, perché già quell'obbligo a stare nelle 140 battute porta a mettersi un po' sull'attenti, a essere coincisi (fatto che aiuta a non raccontar bugie) e ad andare subito al nocciolo della questione anche quando non si tratta di pensieri, ma di emozioni e di privato. Cosa che hanno subito sfruttato i belli e famosi che hanno individuato in Twitter il medium per una comunicazione diretta su se stessi, che salta tutte quelle mediazioni del sistema giornalistico che - a dir loro - sono diventate una trappola. Basta pensare all'utilizzo accorto che ne ha fatto per prima Demi Moore fotografandosi in situazioni normali e quotidiane, persino abbruttenti (all'inizio fece scalpore l'immagine in cui le mancava un dente davanti), arrivando nel tempo a costruire un canale diretto di fiducia con il suo pubblico.

Giulio Tolli, l'autore della frase da cui siamo partiti, che è studente di ingegneria informatica e che intervalla allo studio i suoi pensieri su Twitter, Facebook, MySpace, precisa che su Facebook ci si mostra come gli altri vogliono che siamo. «Ma alla fine la platea degli amici di Facebook resta adolescenziale e meno stimolante. E quel che scrivi spesso casca nel vuoto, mentre su Twitter proprio perché parli a gente che non conosci, spesso a stranieri, sei più libero, più originale e ti confronti di più» dice con cognizione di causa perché avendo a volte postato la stessa frase sui due network, ha notato come su Twitter abbia avuto più risonanza.

Più chiusa e provinciale, dunque, seguendo il ragionamento, la platea di FB, più internazionale l'altra. Di sicuro, sostiene Stefano Menichini, direttore del quotidiano Europa , che usa da tempo i due network mischiando l'uso professionale a quello personale «non puoi mai farne un uso freddo, perché non funziona». Ma lei arriva a mentire? «Quello no, ma molti amici mi dicono che bravo papà sei perché parlo spesso di mio figlio, ho pubblicato molte foto con lui, anch'io mi metto qualche piuma» scherza, ma riconosce una certa prevalenza di Twitter per l'uso professionale: «È un continuo flusso di notizie e informazioni, un arricchimento e hai continui feedback. Per un giornalista si potrebbe dire quasi una continua riunione di redazione, in contatto con il mondo. L'importante è che poi consideri quello che ti arriva da lì come spunti e non punti di arrivo».

Simona Siri, giornalista e blogger, nonché social network addict, riconosce l'ambivalenza di fronte a Facebook, da una parte l'esibizionismo, dall'altra l'esigenza di confondere un po' le acque per non «dare le coordinate esatte di vita» e così confessa di mettere in atto strategie diversificatorie, piccoli depistaggi per non far capire in che luogo sia: ha anche fondato una pagina Fb, titolo «Fingere di prenotare e cancellare biglietti aerei». Mentre l'attrice Chiara Francini spesso indulge alle esigenze consolatorie della platea degli amici e, pur di non deluderli, annuncia scaramanticamente una giornataccia mentre tutto va benissimo.

Va oltre ed incrocia il tema della Grande memoria della Rete che non sa dimenticare, Fabrizio Rondolino, scrittore e autore tv. Dice che quando gli ricapitano davanti alcuni «stati» scritti da lui nel passato ha come un senso di straniamento, di alcuni è pentito amaramente, questo per esempio, scritto due anni fa quando Dario Franceschini successe a Veltroni: «Finalmente il Pd ha un segretario non post-comunista» («e la smentita è stata amara, si è rivelato un gruppettaro»).
La tendenza, ora, degli utilizzatori compulsivi di Fb e Twitter, è quella di unificare, con un solo clic, pubblicare su entrambi i network. E chissà allora che nel tempo anche la divisione fra menzogna e verità non si assottigli ancora. Nella rete, si sa, tutto va più veloce.

Maria Luisa Agnese

Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

[Dis.anb.iguando 23/09/2011]

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori dalle cooperative, è uscito un mio articolo dal titolo «Mamme, ballerine e superuomini. Per un’educazione ai media, capillare e trasversale, che cominci sin dalle elementari».

L’articolo appare anche sul portale e-coop, QUI. Ma per tua comodità, e per gentile concessione di Coop, eccolo:

La comunicazione di massa – dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura – ci propone spesso immagini stereotipate e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. Naturalmente la cosiddetta «massa» apprezza anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.

bambini-e-videogiochi

Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva.

Se per esempio i media valorizzano le donne più per la bellezza che per ciò che dicono e sanno, mentre per gli uomini vale il contrario, non sarà che la differenza incide sul modo in cui le donne e gli uomini percepiscono sé e gli altri? Se i media presentano corpi (maschili e femminili) sempre più perfetti, fotoritoccati e lontani da quelli reali, non sarà che ciò influisce sul nostro ideale di bellezza? Sul modo in cui le bambine e i bambini crescono, sentendosi sempre meno adeguati rispetto a quei modelli? Sull’aumento dei disturbi alimentari e della domanda di chirurgia plastica? E se pubblicità e televisione mostrano più conflitti fra uomo e donna – la cosiddetta «guerra dei sessi» – che esempi di collaborazione e accettazione reciproca, non ci sarà un nesso con la difficoltà di costruire relazioni di coppia durature?

Secondo me sì: l’influenza che i media hanno su di noi è tanto forte quanto sottovalutata. Tipicamente, infatti, i professionisti dei media – ma anche molti studiosi – dicono che è banalizzante vedere le cose in questo modo: intanto perché le persone non sono così sciocche da farsi condizionare – infatti va di moda parlare di «consumatori maturi» o «postmoderni»; e poi perché i media non fanno che rispecchiare la società, non sono certo così potenti da costruirla o determinarla.

È vero: i media non vanno demonizzati e sono anche una grande opportunità di alfabetizzazione; né si può ridurre la complessità umana a una visione deterministica, per cui certi problemi sarebbero «colpa» della tv o della pubblicità.

Il punto, però, è che anche le persone più colte, razionali e «mature» convivono dalla metà del secolo scorso con stereotipi mediatici sorprendentemente immutabili nonostante i cambiamenti della società: mamme che preparano il pranzo o lavano il bagno, bambine che pettinano le bambole e sognano di fare la ballerina, superuomini instancabili, corpi oggetto. E non basta spegnere la tv, perché quelle immagini sono per strada, su internet, a scuola, nei supermercati.

Bambini e tv

E allora, come se ne esce?

Credo che l’educazione ai media sia l’unica strada possibile: in tutti gli ordini e gradi della scuola – perché prima si interviene, meglio è – in tutti i settori dell’università. Un’educazione che oggi deve essere più capillare e trasversale di ieri, perché deve mostrare i nessi fra la televisione e internet, fra il cinema e i videogiochi, fra la pubblicità e una certa letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.

E deve toccare gli aspetti più intimi e profondi su cui i media possono incidere: le relazioni fra i generi – sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi – il corpo, le emozioni, i ruoli di coppia.

Perché sono queste le basi su cui gli individui crescono, scelgono amicizie e amori, formano famiglie, entrano in società.

Giovanna Cosenza

Millennials: così i giovani cambiano il mondo del lavoro

[La Stampa 23/09/2011] Il gap generazionale non lo ha inventato Internet, ma per le generazioni nate tra gli anni Ottanta e Novanta, la distanza dai padri e dai fratelli maggiori si misura in gran parte nella familiarità con le tecnologie digitali. Chiamateli Millennials, chiamateli “nativi digitali”, fatto sta che parliamo di persone (circa 150 milioni in Europa) con pochissimi ricordi di pellicole, giradischi e registratori a nastro, e che hanno sguazzato fin da piccoli nella Rete come il gallico Obelix nella pozione magica, segreto della sua perenne invincibilità. Ora, questa generazione di invincibili padroni del web è già sbarcata o si prepara a sbarcare negli uffici, suscitando un conflitto di ansie e aspettative tra neo-impiegati e datori di lavoro.

Proprio questo conflitto è al centro di una ricerca commissionata a Netconsoulting da CA Technologies, società specializzata nella fornitura di servizi e software per le aziende, in particolar modo nel settore della sicurezza. L'indagine si è svolta con 285 interviste nel 2011, coinvolgendo giovani nati negli anni Ottanta, provenienti dalle facoltà di economia e di ingegneria di Milano e Torino. I risultati? Fanno prevedere qualche frustrazione per i nuovi lavoratori e importanti sfide per le aziende che li assumeranno.

Non è un luogo comune: gli studenti che stanno per uscire dagli atenei non hanno bisogno di essere istruiti su come si usa un pc e come si trova una informazione sul web, il loro habitat naturale. Ma non è detto che i futuri datori di lavoro condividano la loro disinvoltura nel maneggiare social network, cloud, dispositivi portatili, senza filtri reali tra un uso privato e un uso professionale di questi strumenti. L'identikit del “nativo digitale” è questo: nomade, molto accessoriato e assai poco incline alla riservatezza quando si tratta di comunicare online. Un ritratto quasi al negativo (o al positivo, se si preferisce) rispetto a quello delle aziende italiane.

Qualche esempio? Smartphone e notebook sono ormai appendici personalizzate e imprescindibili per i millennials, che sperano di poterle usare anche sul posto di lavoro. Possiede un pc portatile l'88% degli intervistati e il 52% di loro ha in tasca un cellulare di nuova generazione, ma se si parla semplicemente di cellulare, si arriva quasi a 100 su 100. Non sono solo strumenti di conoscenza o di lavoro, dal momento che quasi tutti gli intervistati sono iscritti a Facebook o ad altri social network e che nell'80% dei casi gli appuntamenti fra amici passano proprio da Facebook o dagli SMS (90%). La posta elettronica è quasi “desaparecida”, ferma al 50% delle preferenze e surclassata dai nuovi media, ma sempre in auge per comunicazioni formali (il 93% la usa per contattare i docenti). E, guarda caso, la ricerca evidenzia che le aziende si attrezzano soprattutto con pc da scrivania e posta elettronica.

La privacy, poi, non è certo una priorità: sono molto sensibili al tema solamente il 15,8% degli ingegneri, mentre fra i futuri economisti si sale al 34,8%. Numeri che sembrerebbero ribaltarsi, però, quando si va a vedere quale tipo di dati i giovani siano disponibili a divulgare sui propri social network. Pubblicare l''indirizzo mail non è un problema per l'82% degli “economisti”, contro il 17,9 degli ingegneri, ma le distanze si accorciano se si parla di gusti, hobby, informazioni anagrafiche. Persino il numero di telefono (il 22% degli intervistati lo ha pubblicato online) e l'indirizzo di casa (pubblicato dall'8%) per qualcuno non è un tabù.

(Con)divide et impera
L'imperativo sembra essere condividere, un'attitudine esercitata anche nell'ambito dell'università non solo attraverso i social network. Un'abitudine che molti giovani immaginano di poter coltivare anche nei loro uffici di domani. Quasi il 60% degli intervistati si aspetta di poter accedere a Facebook almeno una volta al giorno (e il 24% tra loro di poterlo fare più volte al giorno). Cattive notizie per questi ottimisti: a meno che non siano assunti nelle pubbliche amministrazioni (e le probabilità sembrano basse secondo un altro dato di questa indagine), dove il 75% degli enti interrogati ha confessato una politica di accesso illimitato a Facebook, i neo-lavoratori troveranno restrizioni di vario tipo, legate alle mansioni e alle necessità lavorative, quando non assolute, come avviene nel 66% delle aziende classificate come Utilities e Energy dalla ricerca.

Privacy, riservatezza, regole: questi sembrano punti imprescindibili per le società, che pure attendono i giovani digitali con non poche aspettative. L'insofferenza per le limitazioni imposte dalle aziende potrebbero essere un prezzo da pagare accettabile a fronte della implicita capacità di gestire i nuovi media, di aprirsi al cambiamento, di lavorare in contesti flessibili e decentrati. Tutte qualità che le aziende avrebbero già osservato nelle prime nidiate di digitali che si sono affacciate al lavoro. Qualche problema in più potrebbe crearla, invece, la pretesa di usare i propri strumenti tecnologici (smartphone, tablet o notebook) anche sul lavoro, con inevitabile confusione tra il piano professionale e quello privato. “Bring Your Device” (porta il tuo dispositivo) sembra essere lo slogan giovanile ben sintetizzato in un'analisi della KuppingerCole e confermato nei dati di NetConsoulting. I ragazzi si sono impadroniti dello spazio virtuale configurandolo a loro immagine e personalizzandolo con i tanti strumenti a disposizione perché risultasse il più “ergonomico” possibile. Perché affidarsi a fredde e magari scomode impostazioni altrui? Un'esigenza in palese contraddizione con i protocolli, le politiche sulla sicurezza e la protezione dei dati.

Occorrerà, insomma, che i dirigenti trovino la via per un giusto compromesso, che valorizzi le qualità e la sintonia con il nuovo millennio dei nuovi assunti con le esigenze di protezione del business e di riservatezza, che le nuove tecnologie mettono a rischio.

Social network e altri strumenti di condivisione e collaborazione online possono migliorare il lavoro in termini di produttività (se lo aspetta il 67% delle aziende) e di efficienza (67%) e di creatività (60%), ma anche il nomadismo digitale tipico delle nuove generazioni, e quindi il famoso “telelavoro”, può incidere positivamente sui costi e sui risultati. CA Technologies, promotrice della ricerca, naturalmente sostiene di avere in tasca soluzioni software e organizzative capaci di conciliare flessibilità e decentramento con sicurezza e privacy. In ogni caso, il suggerimento sembra essere quello di non tarpare le ali dei millennial, costringendoli in regole che vorranno (e in molti casi sapranno) aggirare, ma di approfittare delle loro qualità per dare una rinfrescata a modelli di business e di organizzazione del lavoro. Facile a dirsi, ma non a farsi. Il vecchio non ha mai ceduto il passo al nuovo senza resistenze, uno schema fin troppo evidente in Italia. Ma forse anche gli scalpitanti nativi digitali dovrebbero concedere ai veterani dell'analogico qualche chance. Anche le rivoluzioni più radicali conservano legami con il passato.
Claudio Leonardi

martedì 20 settembre 2011

Social network: l'Italia batte gli States

[20/09/2011 BitCity]
Nielsen
, in occasione del convegno Social Media Week di Milano, ha presentato i dati della ricerca "State of the Media: The Social Media Report" dalla quale si evince che l'Italia batte gli Stati Uniti per quanto concerne i social network: nella penisola, infatti, l'84% degli internauti ha visitato blog e social network contro l'80% degli utenti americani.
È aumentato anche il tempo trascorso sui social media in generale: negli Stati Uniti si parla di un quarto del tempo totale speso online, mentre in Italia è un terzo.
Tra i social network, il primo posto indiscusso va a Facebook con più di 140 milioni di visitatori nel maggio scorso, ma la rivelazione è Tumblr che nell'ultimo anno, solo negli States, ha triplicato le visite, sfiorando i 12mila utenti. La piattaforma consente di realizzare un blog multimediale.
I più assidui frequentatori del mondo social sono i giovani tra i 18 e i 34 anni, soprattutto le donne, mentre le persone di mezza età utilizzano maggiormente i dispositivi mobili per connettersi ai social network.
Interessante anche l'aumento degli iscritti ai social network in Nord Africa e in Medio Oriente, soprattutto in concomitanza delle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta "primavera araba".
I paesi con il maggior numero di utenti sono: Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Libano.