lunedì 30 maggio 2011

Se il potere non ascolta il popolo di Internet

[La Repubblica 30/05/2011] Si può organizzare un "evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet? Si può esaltare il ruolo di Internet nel rendere possibili cambiamenti democratici e poi essere reticenti o silenziosi sulla effettiva tutela dei diritti fondamentali in rete? Si può definire Internet "un bene comune" e poi affermare l'opposto, la sua sottomissione alla logica della proprietà privata?

Sì, è possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ciò possa apparire. È accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunità, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non è stato così. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libertà e diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. È, invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.

Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy è il governante che più ha sostenuto la necessità di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libertà di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo (è appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). È il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.

Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina così il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.

Una scelta così clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della società civile lì presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalità rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.

Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle più interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalità e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet.

Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete. E si è svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.

Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete.

Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacità di produrre innovazione non può tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perché è proprio così, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.

I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata analisi del tema della neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza.

Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potrà essere percorsa senza resistenze. Si potrà far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo così al primo posto i riferimenti a libertà e diritti, alla pluralità degli attori.

Alla povertà e all'autoritarismo di quel comunicato si potrà opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libertà di espressione che sarà presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come già mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisognerà pure fare i conti.

La grande partita politica di Internet rimane aperta.
STEFANO RODOTÀ

Scienze: opportunità educative dal Web 2.0

[Education 2.0 27/05/2011]
Il mondo del Web 2.0, in cui ognuno di noi è allo stesso tempo utente e creatore di contenuti, offre opportunità educative eccezionali, in particolare per l’insegnamento delle scienze, tramite la partecipazione diretta degli studenti a progetti di alto profilo scientifico e sociale.



Forse per la prima volta nella storia dell’insegnamento delle scienze è oggi possibile proporre nelle scuole non la ripetizione di esperimenti scientifici vecchi di secoli (ad esempio, in fisica, la caduta dei gravi, fenomeni elettrostatici, ecc.) bensì la partecipazione diretta di studenti di ogni livello (dalle elementari in su) ad attività di ricerca di frontiera. Un paio di esempi.


1. IL PROGETTO GALAXY ZOO

L’obiettivo attuale di questo progetto è la classificazione di centinaia di migliaia di immagini di galassie ottenute dal telescopio spaziale Hubble. L’opportunità educativa è legata all’utilità della classificazione di tali immagini rispetto a criteri intuitivi come la forma della galassia (ellittica, tondeggiante, a spirale…), il colore visibile, la presenza o meno di una struttura frastagliata ecc. Questo tipo di classificazione, che un bambino di dieci anni può effettuare più rapidamente ed efficacemente di un computer, è utile dal punto di vista della ricerca perché la forma e il colore di una galassia sono correlati col suo meccanismo di formazione ed evoluzione. A oggi, oltre 250.000 persone hanno partecipato al progetto Galaxy Zoo e il loro contributo è stato essenziale per ottenere risultati scientifici che sono stati pubblicati in prestigiose riviste internazionali.


2. IL PROGETTO DOCKING@HOME

Questo progetto non utilizza direttamente la capacità di analisi dei participanti bensì le loro risorse informatiche. Ognuno di noi possiede un computer la cui potenza di calcolo è largamente sottoutilizzata, soprattutto quando ci si limita all’uso di programmi come word processors o simili. Installando nel proprio computer (o nel computer della scuola) un software specifico gratuito, nei periodi in cui il computer è sottoutilizzato dall’utente la macchina esegue sofisticati calcoli di dinamica molecolare, di grande importanza per la ricerca di nuovi farmaci (per esempio per la cura dell’AIDS). Simulando al computer l’interazione a livello molecolare fra potenziali nuovi farmaci e proteine (docking), è possibile avere una prima valutazione dell’efficacia delle diverse molecole e quindi selezionare le più promettenti per passare alle fasi successive di sperimentazione. La partecipazione di decine di migliaia di persone (o meglio di computers) al progetto permette ai ricercatori di testare rapidamente un grande numero di potenziali nuovi farmaci, accelerando quindi l’identificazione di un farmaco efficace.


I due esempi descritti sopra sono progetti di tipo “Citizen Science”, nei quali volontari (o gruppi di volontari), spesso privi di conoscenze scientifiche avanzate, hanno l’opportunità di effettuare attività rilevanti nell’ambito di un progetto di ricerca scientifica. Dal punto di vista educativo, la partecipazione di una scolaresca ad una “vera” ricerca scientifica, coronata da pubblicazioni su “vere” riviste scientifiche, permette di creare un alto livello di interesse per la materia e per la scienza in generale. Vale la pena notare che la partecipazione a tali iniziative non richiede alcun investimento finanziario da parte della scuola.


CROWDSOURCING E CROWDFUNDING

Ulteriori opportunità di stimolo alla creatività e all’imprenditorialità scaturiscono dalle piattaforme di Crowdsourcing e di Crowdfunding. Nel primo caso si fa appello alla comunità del Web per la ricerca di soluzioni a problemi incontrati dalle aziende nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi, in cambio di un compenso pecuniario commisurato all’importanza del progetto. Non tutti i problemi richiedono competenze tecnico/scientifiche avanzate; in alcuni casi – quelli più interessanti dal punto di vista pedagogico – è sufficiente un’idea originale per trovare il bandolo della matassa!

Nel caso del Crowdfunding, si fa appello alla comunità per finanziare microprogetti innovativi, spesso generati da aspiranti imprenditori molto giovani. Chiedendo pochi dollari a decine di migliaia di persone è possibile trasformare buone idee in piccoli progetti industriali.


Risorse:
• Galaxy Zoo: http://www.galaxyzoo.org/
• Docking@Home: http://docking.cis.udel.edu/
• Crowdsourcing (esempio): https://www.innocentive.com/
• Crowdfunding: http://www.kickstarter.com/


ENGLISH ABSTRACT: Web 2.0 yields unprecedented educational opportunities by enabling the direct participation of students and ordinary people in high profile scientific projects (“Citizen Science”) and other activities with high societal impact proposed by Crowdsourcing and Crowdfunding platforms.

Per approfondire:
Innovatics.ch
• Guarda l’intervista a Claudio Parrinello

Quando l'amico è un tesoro la rete realizza i tuoi progetti

[La Repubblica 28/05/2011] C'ERA una volta chi aveva una grande idea, il sogno di una vita, un progetto su cui avrebbe scommesso anche la mamma, ma nessun mezzo a disposizione per realizzarlo. Oggi c'è Internet e ci sono i social network. E una cosa che si chiama crowdfunding, ovvero finanziamento dal basso, di massa, che punta sull'enorme potenziale di amici e contatti in rete e sfrutta Internet come bacino per la raccolta di fondi. Idea amatoriale? Mica tanto: col crowdfunding il Louvre ha comprato un quadro di Cranach, Le Tre Grazie 1: a forza di singoli contributi, da un minimo di un euro a donazioni ben più consistenti, il museo parigino è riuscito a mettere insieme in un mese un milione di euro, la cifra che mancava per poter aggiungere alla sua collezione la preziosa tela. Tous mécènes, tutti mecenati: questo il nome della campagna che ha permesso di raggiungere l'obiettivo grazie alla massa critica della rete e che distilla perfettamente l'essenza del fenomeno. Con le microdonazioni, poi, Barack Obama, molto attento al web 2.0, su internet ha raccolto 500 milioni di dollari per la sua campagna elettorale, un caso che ha fatto scuola.

L'idea del crowdfunding è semplice: l'unione fa la forza e il mezzo è la rete. Si propone un progetto e chi lo trova interessante può sostenerlo ovunque si trovi, dando un contributo. Donazione dopo donazione, clic dopo clic, si contribuisce a realizzare il budget richiesto per dare vita all'idea. Se lo si raggiunge, nel tempo che ci si è prefissato, si incassano i fondi e, via, si parte.

I big all'estero. Kickstarter 2, la "più grande piattaforma per promuovere progetti creativi nel mondo", come si presenta, da New York, è stato il precursore, scommettendo sul fatto che una buona idea, se presentata nel modo giusto, viaggia veloce. E che un gruppo allargato di persone può diventare una strepitosa miniera di fondi ed incoraggiamento. Su Kickstarter, ad esempio, ha visto la luce Diaspora 3, social network open source, che fa della difesa della privacy la propria bandiera. Una sorta di anti-Facebook che sulla piattaforma ha raccolto 200mila dollari, ben oltre i 10mila richiesti per la partenza.

All'estero il canale è ben testato e ha dato risultati a diverse cifre, soprattutto in ambito artistico e creativo. Colossi come Indiegogo 4 o la vetrina francese di Ulele 5, coinvolgendo la comunità del web, sono riusciti a presentare migliaia di progetti, bizzarri o meno: dall'idea di ripristinare la connessione internet a Misurata, in Libia, al lancio del primo cd per l'esordiente Melissa Simonson. Altri siti vanno più sullo specifico: Spot us 6- che ha anche un equivalente italiano 7 - ad esempio è una start-up che fa incontrare freelance e lettori, che possono decidere di finanziare inchieste o reportage specifici, ricevendo poi aggiornamenti sullo stato di avanzamento del progetto. O emphas.is, 8 per il crowdfunding applicato al fotogiornalismo, mentre Sellaband 9 cerca finanziamenti esclusivamente per promuovere la musica.

Il crowdfunding si è rivelato prezioso anche nel sociale e per la gestione di emergenze: basta pensare a Causes 10, una applicazione su Facebook che permette di far cassa per diverse campagne - e una delle ultime è stata quella per il terremoto in Giappone - che, dal 2004 ha finanziato 300mila progetti, raccogliendo 16 milioni di dollari.

Il panorama italiano. E in Italia? Qualcosa si muove ma l'idea fatica a decollare, un po' per diffidenza, un po' per la difficoltà a far capire esattamente di cosa si tratta. Uno dei primi siti è stato YouCapital 11 - legato all'associazione no profit Pulitzer - pensato per giornalisti, freelance o blogger che hanno un'inchiesta da realizzare e cercano fondi, che oggi ha oltre 21mila sottoscrittori. Eppela 12, piattaforma di crowdfunding made in Italy, è l'ultimo arrivo, nata da poche settimane per finanziare dal basso idee e progetti, come costola dell'agenzia di comunicazione anteprimaADV. Si rivolge a talenti europei, appassionati o professionisti, privati o istituzioni, dando loro una vetrina dove poter presentare le proprie idee, divise in categorie: Public e no profit, art e entertainment, Life e technology.

"E' un progetto aperto e indipendente", ci tiene a spiegare Nicola Lencioni, amministratore delegato, "cui tutti possono partecipare". L'importante è che l'idea sia buona. "Eppela è pensata come uno spazio a 360 gradi, dove si possono avere informazioni ed interagire su diversi livelli, in un'ottica di acquisto e non di charity". Cioè? Si donano, ad esempio, due euro per un progetto in ambito musicale ma in cambio si ha qualcosa di esclusivo, che può andare da un incontro con l'artista che si sceglie di sostenere, al cd autografato che si ha contribuito a far realizzare. Chi dona riceve cioè un plus personalizzato. "Ci sono tantissimi progetti che potrebbero diventare fiori all'occhiello, ma rischiano di non vedere mai la luce se non si hanno le possibilità o gli agganci giusti. Perché i canali tradizionali di finanziamento preferiscono investire sul sicuro e non correre rischi. Eppela vuole dare a loro una chance", dice ancora Lencioni, "che si tratti di singoli o istituzioni", sfruttando le potenzialità della rete e la sua capacità di aggregazione.

Come funziona. Il modello che segue Eppela è quello di Kickstarter: dopo aver superato uno screening di qualità e specifiche di eticità, il progetto può essere presentato sulla piattaforma. Si fissa un budget minimo da raggiungere entro una precisa scadenza e una serie di "ricompense" di crescente importanza a secondo dell'importo donato. Si cerca poi di pubblicizzare il più possibile fra amici e contatti l'idea. Se il budget si raggiunge, la raccolta fondi può continuare, senza limiti, fino alla scadenza prevista. In quella data, all'autore si verrà versata l'intera somma realizzata e il 5 per cento andrà a Eppela. Se il budget non si raggiunge, il progetto viene chiuso e nessuno ci rimette o guadagna nulla.

Un canale ormai rodato all'estero. In Italia però ci si scontra ancora con il pregiudizio legato all'online e alla sicurezza. "Siamo ancora indietro rispetto agli altri", ammette Lencioni, eppure 7 persone su 10 hanno una connessione internet e siamo i secondi in Europa per uso di social network". Il primo progetto di Eppela è Eppela stesso: budget fissato 12mila euro, deadline a 30 giorni. "E' una pura provocazione, per metterci in discussione", dice Lencioni. A una settimana dalla scadenza, rimane da coprire circa un terzo del del budget prefissato.

Parola chiave: trasparenza. Il segreto del successo sta tutto nella trasparenza, per Creative Swarm 13, piattaforma open source creata da un team di italiani per far incontrare progetti creativi con potenziali supporter. "Cerchiamo di differenziarci in diversi modi", racconta Sebastiano Amato, ingegnere, informatico e presidente e cofondatore di Creative Swarm, ora in fase di ridefinizione. "Vogliamo essere completamente cristallini", spiega, "e per questo ci siamo costituiti come associazione no profit. E ci sembra importante tutelare le idee messe on line, certificandone la data di immissione, per mettere al riparo gli autori da eventuali plagi, cosa che purtroppo, a volte, succede", spiega. Su Creative Swarm, sciame creativo, i progetti vengono valutati in base al gradimento del pubblico, al valore dell'idea stessa e in base ad un rating anche etico sulle informazioni che l'autore da di sé stesso. Per i tempi di raccolta dei fondi "non c'è una slot fissa", dice Amato, ma in funzione del rating del progetto e della cifra che si vuole raggiungere, si decide un tempo massimo. E non è detto che il contributo debba essere strettamente finanziario: "sulla piattaforma un progetto si potrà sostenere anche in altro modo, come un libero professionista che decide di aiutare una start-up mettendosi a disposizione gratuitamente come consulente, o un'azienda che decide di concedere uno spazio fisico per un progetto in fase di nascita", chiarisce Amato, che conta di essere pienamente operativo con la piattaforma il prossimo anno.

Amici e contatti? Un capitale. "With a little help from my friend", cantava Joe Cocker. E gli amici in genere sono bendisposti a dare una mano anche mettendo mano al portafogli, ma si devono fidare. Capire dove va esattamente il loro contributo, essere informati dei progressi, sentirsi coinvolti. Ne è convinto Alberto Falossi, consulente informatico e professore all'università di Pisa, dove insegna come sfruttare l'informatica in azienda e nel business. E' lui la mente dietro Kapipal 14, sito italiano di crowdfunding - anche se tutto in inglese - partito nel 2009 il cui mantra è i "tuoi amici sono il tuo tesoro". Sono loro che ti fanno realizzare i tuoi sogni, si legge nel manifesto sul sito. Che continua così: il tuo capitale dipende dal numero di amici, e dalla fiducia e in ultimo cresce a forza di passaparola.

Quello della fiducia è un aspetto chiave, dice Falossi, ricordando che almeno la metà dei progetti in cerca di crowdfunding non trova contributi, sia su Kapipal come sul gigante Kickstarter, perché gli utenti non donano agli sconosciuti oppure perché la comunicazione non ha funzionato.

Kapipal - un gioco di parole su capital e pal, amico - a differenza degli altri punta soprattutto su progetti personali. A colpi di mouse si può donare, attraverso Paypal, per la causa che si trova più degna, accattivante, originale o semplicemente simpatica. Si può scegliere, ad esempio, di sostenere Katie Bradley, una ragazza di 14 anni inglese con tanto di occhioni blu imploranti, che vuole andare ai campionati mondiali junior di taekwondo in Gran Bretagna, ma ha bisogno di tirare su 250 sterline. Aiutare una scuola del Perù che deve comprare una lavagna o dare una mano ad Ayana a comprare il regalo di compleanno ideale per il suo Curtis, qualcosa di davvero speciale ma un po' fuori budget per lei.

"Finora abbiamo raccolto circa 280mila dollari, ma il grosso del traffico viene da fuori, dalle Americhe soprattutto", dice Falossi. "In Italia la percentuale è ancora modesta, anche se qualcosa sta cambiando". Scontiamo un problema culturale, di diffidenza verso carte di credito e pagamenti on line. "Ma se si riescono a coinvolgere amici e familiari, allora va decisamente meglio. Per questo preferisco i progetti piccoli, dalla lista di nozze al cellulare nuovo", racconta.

Il papà di Kapipal crede in questa forma di mecenatismo moderno digitale e scommette che prima o poi crescerà anche da noi. "Il potenziale è enorme" dice, "è la potenza della folla". Non sarà la soluzione a tutti i problemi, anche in tempi di crisi, ma "se nel tuo piccolo hai già investito fra i tuoi amici, qualcosa ti ritorna, anche in termini economici", conclude. E' il capipalismo, stupido.
Alessia Manfredi

Tim Berners-Lee contro Twitter: è troppo estremo

[webnews 28/05/2011]

Durante la conferenza londinese Profiting From The New Web svoltasi lunedì presso la Royal Society, il padre fondatore del Word Wide Web, Tim Berners-Lee, ha criticato il social network Twitter definendolo troppo estremo. Secondo Berners-Lee, il problema principale del social network risiede nella politica comunicativa che, non dando la possibilità agli utenti di digitare periodi più lunghi di 140 caratteri, rende le discussioni poco argomentative e scoraggia discussioni ragionate. Inoltre alcuni fruitori, sempre per la mancanza di spazio, tendono ad assumere punti di vista fortemente radicali e non cercano l’argomentazione. Secondo quello che è da considerarsi l’inventore del Web, ci vorrebbe piuttosto uno strumento comunicativo più sofisticato, anche perché l’attuale limitazione potrebbe mettere in seria discussione il futuro dell’idea.

Berners-Lee è inoltre preoccupato per la politica del social network, che permette ai suoi utenti di dire tutto ciò che pensano, a prescindere dalla legalità. Una critica è rivolta anche al funzionamento a “sistema chiuso” di Twitter, che impedisce agli utenti di comunicare con i membri di altri social network. Lo scorso anno Berners-Lee aveva peraltro espresso il suo dissenso, per lo stesso motivo, anche nei confronti di Facebook e Linkedln.

Il genio britannico ha infine dichiarato che gli sviluppatori di software dovrebbero cercare di progettare applicazioni che funzionino su tutta la Rete, inclusi i telefoni cellulari, piuttosto che sviluppare applicazioni per piattaforme specifiche controllate da singoli produttori come iOS di Apple o Android di Google. Quello che vuole il mentore del Web è semplicemente un WWW meno vincolato e più incentrato sulla libertà dell’utente. Più apertura e maggiori opportunità di espressione, insomma, invece di ambiti chiusi e limiti comunicativi.

Connessi col mondo isolati in famiglia

[Corriere della Sera 26/05/2011] Un salotto. un sofà. una famiglia. La tv rigorosamente off, 4 monitor (pardon: tablet) accesi. È la fotografia delle nuove famiglie contemporanee che trascorrono il dopo cena, più o meno fino alla mezzanotte, sempre più “connesse” fuori casa, ma del tutto “disconnesse” al loro interno. I nuovi nuclei individuali dell’era 3.0, visto che il web 2.0 sembra già preistoria, non hanno più nulla a che vedere con il vecchio focolare domestico, dove ci si rifugiava dopo una giornata piena di tensioni sul lavoro o di brutti voti presi a scuola. Sono passati i tempi in cui la sera si stava insieme e si commentavano le notizie dei tg, tenendo magari compagnia alla nonna sulla sedia a dondolo, tra una telefonata di un parente lontano e le discussioni in casa su chi dovesse lavare i piatti o sparecchiare. Il giorno dopo ci si svegliava quasi certamente con una marcia in più. Oggi tutto questo è out. Ognuno ha il proprio device. Si sta tutti e 4 insieme sul sofà, ma si è emotivamente soli. Nella stessa stanza, ma in mondi obliqui e paralleli. Ognuno perso nel cyberspazio del proprio laptop. Liquido e sfuggente, come direbbe il filosofo polacco Zygmunt Bauman. Secondo il New York Times, nell’era del wifi la famiglia 3.0 si delinea sempre più drammaticamente così: il figlio di 8 anni spaparanzato in poltrona incollato a giocare, con la tavoletta tascabile sulle ginocchia, a Mario Kart wii; accanto la sorella, poco più grande, che consulta in modo convulso love calculator, per calcolare la corrispondenza amorosa, sul touchscreen dell’iPhone rosa, rivestito di brillantini. Nell’angolo, il padre attento a scommettere su giochi e partite on line su quello che fino a qualche anno fa era il pc di casa, mentre la madre chatta su Facebook con le amiche d’infanzia, scambiandosi ricette e commentando con il pollice all’insù del “mi piace” foto e siti improbabili. Un tempo si dialogava e si era presenti nella sfera dell’altro e dei figli. Oggi la distanza si è accentuata. Si vive in mondi talmente distanti tra loro, che hanno smesso di relazionarsi, mandando la società in tilt.

La comunicazione multiscreen cambia la nostra sfera domestica, tagliano corto i sociologi. La cultura digitale rivoluziona il nostro agire quotidiano. Il marito preferisce comunicare con la moglie seduta a un metro di distanza con una mail. Lei replica felice e soddisfatta, indaffarata a stare dietro a tutte le schermate aperte, come quelle della lista della spesa open (sostituisce la vecchia lavagnetta con il pennarello) che ogni familiare può consultare in tempo reale, aggiungendo quello di cui ha bisogno: dal bagno schiuma per la palestra, al latte, al quaderno a righe, fino alle sigarette per il papà. E mentre con la mano destra si chatta, con la sinistra si riesce anche a consultare il BlackBerry ogni 5 minuti. Non si sa mai. Il cugino lontano sta per prender parte ad un nuovo flash mob all’Università, mentre il figlio potrebbe aver aggiunto un nuovo post sul suo blog.

Un popolo di scimmie, ci ha definito il Premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa: «internet ha messo in soffitta la grammatica, l’ha liquidata, per cui si vive in una specie di barbarie sintattica. Se scrivi in quel modo è perché parli in quel modo. Se parli così è perché pensi così, e se pensi così è perché pensi come una scimmia». Come dire, più ci si evolve in questa visione post-orwelliana e più la nostra mente regredisce all’età della pietra. Sarà poi così? In fondo i personal media in questi ultimi mesi hanno permesso anche battaglie democratiche importanti. È possibile che non ci sia proprio nulla da salvare? Per Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università La Sapienza di Roma «la connessione non deve essere un pretesto per isolarsi. Quando in famiglia non si va d’accordo, la tavoletta diventa una scusa per non affrontare la realtà. L’ideale sarebbe avere una sola tecnologia con tutti i parenti intorno, con mamma e papà che insegnano ai figli come usarla, aggiornando in primo luogo se stessi». In una società convergente come questa, il ruolo e la responsabilità dei genitori sono aumentati rispetto al passato, quando l’ambiente esterno condivideva i valori e li sosteneva nelle loro scelte educative. Oggi c’è bisogno di una guida. Alla base di questi nuovi modelli cognitivi, c’è una collettività di interessi che cresce a dismisura ogni giorno. Le persone si “autoconfigurano” continuamente, nonostante siano soggette a stress tecnologico, senza esser più in grado di dire dei sani no. Per Roberto Grandi - professore di Sociologia dei Processi Culturali all’Università di Bologna - «i rapporti interpersonali sono in concorrenza con quelli virtuali, ma lo spazio virtuale non sostituisce gli spazi fisici».

Concorda l’esperto di tecnologia Carlo Infante: «Una tecnologia è desiderabile perché rimbalza indietro come una palla. Tutti i sistemi touchscreen inducono una corrispondenza, un elemento di contagio che ha a che vedere con il nostro desiderio». Ma le tecnologie alla fine non sono altro che elettrodomestici. E se ce l’ha fatta Bin Laden a vivere cosi tanto a lungo senza wireless, perché non dovremmo farcela noi alle prese dopo tutto con un tran tran di vita quotidiana, lo stesso da decenni? Ai tablet, per fortuna, c’è ancora chi continua a preferire le scene di vita domestica, come quelle dipinte da Vermeer.

Barbara Millucci

giovedì 26 maggio 2011

Cinguetta e naviga. La politica scopre il web

[Terra 26/05/2011]

«Parte da noi», recita il claim della campagna di Obama per le presidenziali 2012. Di sicuro effetto perché parla alle persone, potenziali diffusori nel bene e nel male – ed a volte inconsapevoli – delle idee del candidato grazie ai social. La comunicazione politica sul web è nata, di fatto, con le elezioni americane del 2008. Barack Obama è divenuto presidente degli Stati Uniti per merito (anche) di un personal branding costruito attraverso i principali social network. In Italia non esiste uno staff di 100 persone (come quello di Obama) addette esclusivamente a condurre una campagna tramite social, però i politici di casa nostra, soprattutto in queste ultime elezioni – non ancora concluse – ha scoperto il web 2.0. La pagina Facebook di Nichi Vendola, aggiornata al 20 maggio, conta 448.615 fan. Dal 13 al 20 maggio, il candidato a sindaco di Milano, Giuliano Pisapia ha avuto un incremento su Facebook di 1915 fan al giorno, più o meno uno ogni 45 secondi, seguito – com’è immaginabile – da Luigi De Magistris con 1526 fan al giorno per un totale di incremento di 10684, dato aggiornato al 20 maggio (baroncelli.eu/politici_italiani/ ). Il movimento a 5 stelle è più evoluto in rete perché da lì trae la sua forza, solo la pagina di Mattia Calice su Facebook – candidato 20enne per Milano - raccoglie oltre 6000 fans.

Secondo l’osservatorio Vox Politica (facebook.com/VoxPolitica), sulle attività di comunicazione on line dei candidati alle Amministrative 2011, la presenza sul web dei politici rispetto alla tornata elettorale del 2009 è cresciuta: l’88% dei candidati tiene d’occhio i social network con un incremento di 21 punti percentuali rispetto alla rilevazione 2009. Il 79% dei candidati di centro-sinistra a tutt’oggi usa Facebook contro il 75% dei candidati di centro-destra. Geograficamente parlando, poi, il sud – presumibilmente indietro, e ad errore, rispetto al resto d’Italia – ha fatto registrare un ben 71% di presenza on line dei suoi candidati, arrivando ad essere più “diligentemente social” rispetto ai colleghi del nord. Anche Twitter, il social più “sconosciuto” nel 2009 (solo 2%) si è diffuso nell’ultimo anno: un candidato (e mezzo) su cinque cinguetta, soprattutto se è di centro-sinistra (29%), mentre solo il 17% è di centro-destra. Non bastano però i numeri a definire un fenomeno né, tanto meno, a dare la “cifra” reale della partecipazione dei politici ai social. Molti di loro (quelli eletti alla carica di sindaco), sempre secondo Vox Politica, non hanno più aggiornato le loro pagine Facebook dal giorno delle elezioni, interrompendo così il presunto dialogo con i cittadini/elettori.

In realtà, però, ed è questo il dato più interessante, gli account dei politici stanno subendo un vero e proprio assalto da parte degli altri utenti. In altre parole, i candidati possono comodamente astenersi dal pubblicare post perché ci pensano gli altri contatti, anche quelli non “amici”. In questo senso, dilagano in queste ore – soprattutto su Twitter – le “quotes”, ovvero le citazioni, il più delle volte fakes, inventate dagli utenti ma ispirate da una dichiarazione vera, di alcuni candidati a danno di altri. Indimenticabili quelle di Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia, il quale ne guadagna abbondantemente: Pisapia attacca le gomme da masticare sotto i banchi, sedie e sedili dei mezzi pubblici! O ancora: Pisapia, diventato nuovo capo di Al Qaeda, vuole fare di Milano la base del terrorismo islamico. La comunicazione sui social la stanno facendo realmente gli utenti/cittadini/elettori: in altre parole la campagna la stanno costruendo loro, con i rischi che tutto ciò può comportare per un candidato.

Chiara Organtini

Facebook anche per gli under 13? Zuckerberg smentisce

[Corriere della Sera 26/05/2011] Non è piaciuto a nessuno l’annuncio di Mark Zuckerberg che lotterà per eliminare il limite di età di 13 anni imposto per l’utilizzo di Facebook, perché convinto dei vantaggi educativi del social network da lui fondato. Dev'essere per questo che, dopo la divulgazione di questa sua intenzione su giornali e siti, il fondatore di Fb ha scelto di precisare meglio il suo pensiero, durante l'eG-8 di Parigi: «Non è in cima alle nostre priorità. In futuro potrebbe aver senso esplorare questa possibilità, ma non stiamo lavorando su questo».

LA FRASE - «La mia filosofia è che per istruire i ragazzi bisogna cominciare quando questi sono ancora molto giovani – aveva detto il 27enne miliardario in occasione del summit sull’innovazione nelle scuole a Newark, in New Jersey – ma a causa del divieto non abbiamo ancora iniziato questo processo di apprendimento e solo eliminandolo potremmo vedere se funziona davvero».

LE REGOLA - Oggi Facebook, che conta oltre 600 milioni di utilizzatori in tutto il mondo, vieterebbe l’iscrizione agli under 13, ma in realtà tale regola viene spesso aggirata, come ha confermato una recente indagine inglese, nella quale è emerso che un bambino su cinque fra i 9 e 12 anni ha il suo profilo regolarmente registrato su Facebook mentre, allargando il discorso al resto del pianeta, sono risultati essere oltre 7 milioni gli under 13 che hanno la loro pagina sul sito. Non a caso, sono stati numerosi in passato gli episodi che hanno coinvolto dei minori, vittime di bullismo o di pedofili incontrati online, e che hanno sollevato dubbi sulla sicurezza del social network. E proprio i tasti del cyber-bullismo e della pedofilia online sono stati quelli toccati da Claude Knights, direttore della charity Kidscape, per rigettare la proposta di Zuckerberg che, comunque, non è nuovo ad uscite perlomeno discutibili, visto che poco tempo fa arrivò a sostenere che le preoccupazioni per la privacy online erano state gonfiate a dismisura.



CONTRARI - E la balzana idea del fondatore di Facebook di eliminare il divieto dell’età non è piaciuta nemmeno alla famiglia della 17enne Ashleigh Hall di Darlington, che venne uccisa da Peter Chapman, che aveva conosciuto proprio sul social network, dove questi si era spacciato per un ragazzino. «Vogliono che accada un’altra tragedia come la nostra prima di fare qualcosa? - ha tuonato il nonno della ragazzina, Mike Hall, sul londinese Daily Mail. – È veramente scandaloso. Se questa gente avesse passato quello che abbiamo passato noi, capirebbe cosa significa. Dicono di avere tutte le impostazioni di sicurezza, ma permettere agli under 13 di andare sul sito è una cosa assolutamente ridicola». La regola degli under 13 è stata imposta dal Children’s Online Privacy Protection Act (Coppa), diventato legge federale negli Usa nel 1998, anche se ora vi è in atto una revisione. «Mi sentirei davvero a disagio se venisse eliminato il divieto agli under 13 - ha spiegato al Daily Telegraph la conservatrice Claire Perry – e credo che sia molto, molto irresponsabile da parte di Facebook anche il solo suggerirlo».

Simona Marchetti