mercoledì 13 aprile 2011

La democrazia di Google

[Europa 13/04/2011]
Riecco apocalittici e integrati che, come mezzo secolo or sono a proposito dell’homo videns, se le danno di santa ragione a proposito di business e privacy sui server del web 2.0. Prima il Bauman lanciato da Repubblica e ripreso da Fabio Fazio ha parlato del carattere fasullo degli “amici” che si incontrano nei social network.
Poi Report con l’inchiesta su Facebook, Google e affini ha spiegato che gli utenti del web sono il prodotto che viene venduto per fini di propaganda, pubblicità e, non ultimo, di intelligence. Fra tante suggestioni, ci pare di avere capito che aderire a un social network facendosi precedere dal proprio “profilo” è un po’ come andare in piazza e mostrarsi con il vestito che ci pare più adatto. A qualcuno sembreremo belli, ad altri appariremo ridicoli e questi giudizi dedotti dalla nostra esteriorità alimenteranno la nostra notorietà; mentre al lato privato provvederanno rapporti più rari e intimi, magari frutto di spunti nati in rete, ma non esauribili nella comoda relazionalità che questa consente. Tutto sommato non ci pare di essere in presenza di rischi drammatici solo perché la piazza del paese si è allargata a dismisura.
Più intrigante ci pare il lato dei soldi. Sul web si stanno confrontando infatti due concezioni circa il modo di ottenere ricavi dalla pubblicità. Quella più simile all’antico modello di business dei mass media è praticata da Facebook, un colossale profilatore di target grazie al possesso dei profili auto redatti dagli iscritti. A quelli piace il rock, a quegli altri la disco music, c’è chi abita nel paesello e chi nella grande città, di qua i laureati di là i meno istruiti, da una parte i gay dall’altra i seguaci del bunga bunga....
Ogni prodotto o servizio può ritagliarsi con l’aiuto di Facebook il pezzo di società a cui gli pare più utile offrirsi. Messo così Fb ci sembra omogeneo alla società che più conosciamo, quella della tv di Cologno Monzese, anche se potrà contenderle la pubblicità di inserzionisti minori che puntano al target ristretto e vogliono sfuggire ai costi del classico spot teletrasmesso. Il risultato di fatturato ad oggi sembra essere di un paio di miliardi di dollari l’anno. Rispettabile, ma contenuto se si pensa alla rilevanza sociale che Facebook ha assunto.
Più innovativa, invece, è l’idea di Google.
Chi acquista pubblicità su Google sa che la sua offerta non verrà diffusa a un target prestabilito, ma che sarà visto da singoli individui le cui ricerche fanno supporre una potenziale attenzione a quel che l’inserzionista intende offrire. Tant’è che Google otterrà il suo ricavo solo se l’utente avrà effettivamente clickato sul minuscolo ads-esca e sarà entrato a vedersi la pubblicità vera e propria. Così, con pochi soldi, ogni aspirante venditore può sperare di ottenere qualche click di attenzione. Con questo servizio Google ha raggiunto in pochi anni 29 miliardi di dollari di fatturato stracciando qualunque altro motore di ricerca, segno, a nostro parere, dell’aver costruito una opportunità davvero nuova, e forse la prima davvero bilaterale, per realizzare l’incontro tra domande e offerte. Per capirci: la marea di pubblicità che gli oligopoli del detersivo, del dolciume, del detersivo etc riversano negli schermi della tv serve ad occupare la domanda e funziona essenzialmente come barriera mediatica contro l’apparizione di eventuali concorrenti. Tant’è che quando a tener fuori i concorrenti ci pensa la crisi, la spesa per pubblicità è la prima ad essere tagliata (alla faccia delle chiacchiere sul fatto che invece proprio con la crisi servirebbe un po’ più di sollecitazione a spendere). Invece anche negli anni di crisi i ricavi di Google hanno continuato a crescere. C’è dunque, e Google lo ha interpretato, un bisogno socialmente diffuso, staremmo per dire “democratico”, di offrire agli altri quel che si ha da vendere.
L’idea che ci siamo fatta è che la disponibilità di un modello commerciale e relazionale così “su misura” sia un potente aiuto per una società dove siano più forti gli individui e contino meno oligopoli e corporazioni.
Detto questo, non ignoriamo i lati problematici della questione, che non riguardano tanto la privacy (anche se son queste le cose che rimbombano sui media) quanto le regole di disponibilità dei contenuti (fronte degli autori e degli editori) e quelle della tassazione sulle transazioni (fronte del fisco). Proprio per questo converrà schivare i dibattiti epocali e cercare invece di spremere più sugo possibile da questi frutti della rete.

Il web 2.0 mette il grembiule

[MyMarketing.net o8/0472011] Il web 2.0 entra a scuola. E non lo fa certo in punta di piedi. Ma in modo interattivo e multimediale, proprio com‘è nella sua natura.

La rivoluzione 2.0 di studenti e professori parte dalla Puglia, dove il blog il sottosopra.info dell‘ITC Blaise Pascal di Foggia si è addirittura guadagnato il Diploma di Gran Merito. E non è tutto. La squadra, guidata dal prof. Raffaele Identi, non si è certa fermata qui e ha bissato il successo con un premio dell‘Ordine dei Giornalisti, giungendo terzo nel concorso nazionale “Fare il giornale nelle scuole”. Tipico esempio di “informazione dal basso”, Il SottoSopra ha l‘aspetto di un vero e proprio rotocalco di cronaca, ricco di news, articoli di approfondimento e contributi multimediali degni di una redazione professionista. Ce n‘è davvero per tutti i gusti: dalle notizie di cronaca bianca e rosa alle notizie sportive o specializzate in musica e hi-tech. Insomma, un autentico esempio di come anche i “piccoli” possono diventare “grandi”.

Sempre restando nella terra dei Trulli e dei Taralli, inoltre, c‘è anche l‘esperienza dell‘ITC Costa di Lecce che attraverso il blog “Repubblica Salentina” è riuscita a esportare il suo “credo” folcloristico in tutto il mondo, dando poi vita a un‘ulteriore iniziativa: il progetto “Salento 3.0” in grado di utilizzare innovative tecniche di marketing digitale per promuovere le bellezze turistiche del Salento. E non sorprende poi sapere che, proprio il Costa di Lecce, è stata la prima – e, molto probabilmente l‘unica - scuola in Italia ad aver dato vita a una realtà imprenditoriale che funge da incubatore di lavoro nei settori del web design e del web marketing. E, come se non bastasse, da queste iniziative sono nate anche importanti iniziative a sfondo sociale, come “Salento EcoDay”, un fine settimana in cui volontari si organizzano in gruppi per interventi di pulizia e raccolta di rifiuti nelle aree e nell‘hinterland del proprio Comune di residenza.

Dalla Puglia ci trasferiamo in Sicilia e, più precisamente a Palermo, dove i ragazzi della quarta B della scuola elementare Mario Rapisardi hanno sperimentato l‘uso del web 2.0 in classe, imparando poesie su YouTube, scaricando software gratuiti e chiacchierando in aula di Google e dei principali programmi di calcolo e videoscrittura.

In questo caso il ruolo di Mister Fantasy (parafrasando un personaggio portato al successo dal più celebre dei tecnologi italiani Carlo Massarini) spetta a Giusi Carini, una maestra 2.0 che, quattro anni fa, ha aperto un blog con la classe prima.

Le sue lezioni virtuali vanno dall‘ascolto di spezzoni audio e video a sondaggi online e dalla navigazione web alla lettura di ebook, passando dall‘utilizzo del computer a scopo ludico e lavorativo, il tutto governato – e non potrebbe essere altrimenti – da una modernissima lavagna interattiva multimediale.

E i bambini come rispondono? “Con la maestra Giusi non ci annoiamo mai!”, affermano in coro... In barba a tutti coloro che continuano a predicare contro l‘arretratezza della scuola italiana e dell‘impotenza di insegnanti ed educatori contro il digital divide.

Roberto Bonin

martedì 12 aprile 2011

'Comportamenti digitali': "vecchie" e nuove generazioni a confronto

[NanniMagazine 12/04/2011] Il libro di Luigi Proserpio, docente di tecnologia alla Bocconi, analizza il profondo cambiamento sociale generato dal web, evidenziando le nuove dinamiche di ricerca dell'informazione e di relazione nate con la Rete.

I più forse non lo ricordano, ma fino a qualche anno fa
le vacanze si prenotavano basandosi sui racconti degli amici e sulle loro segnalazioni, si poteva cucinare con il ricettario della nonna, le riunioni e gli appuntamenti si ricordavano a memoria. Con l'avvento di Internet tutto questo è una visione lontana. Anche se, in realtà, la tecnologia, e la rete in particolare, hanno agito in modo più profondo, cambiando non solo le routine, ma modificando il comportamento stesso delle persone.

Da questa evoluzione sono nati 'comportamenti digitali', che fanno da spartiacque e distinguono chi è nato con e nella rete, la generazione Y, e chi alla rete si è dovuto abituare. Due mondi a volte non distanti anagraficamente, ma decisamente lontani quanto a bisogni e modi di agire, come emerge nel libro appena pubblicato di Luigi Proserpio, professore associato di management e tecnologia all'Università Bocconi di Milano.

Il mondo elettronico, infatti, porta con sé nuove forme di vita digitali: ne è un esempio il cervello umano che, come spiega Proserpio è diventato 'orizzontale', ossia "memorizza meno informazioni rispetto al passato, ma è in grado di connettere un maggior numero di dati e di persone". Un cervello diverso rispetto a quello di chi si è formato prima dell'avvento di internet, "il quale è tendenzialmente 'verticale' ", cioè caratterizzato da "un limitato, autosufficiente e preciso corpus di nozioni; con molte informazioni su pochi argomenti". Il rovescio della medaglia, aggiunge l'autore, è che "quando è disconnesso dalla rete, il cervello digitale si sente un poco sperduto, gli manca una componente ormai essenziale dei suoi processi cognitivi".

La copertina del libroPer capire come e quanto profondamente internet abbia modificato abitudini e comportamenti, il docente della Bocconi passa in rassegna le caratteristiche sulle quali si fonda la rete di oggi. Non quelle tecnologiche, ma quelle legate ai contenuti e ai loro modi di utilizzo. Dalla enorme capacità di memoria di internet, alla difficoltà, in questo mare di informazioni, di ricavare quelle effettivamente rilevanti e di qualità. Fino alla nascita, sul web, di nuovi concetti di amicizia, di atmosfera e di rapporti sociali, veicolati da social media come Facebook o Twitter o da blog e forum di discussione.

Con tutto ciò che ne consegue in positivo (rapidità e diffusione dei contatti, possibilità di trovare comunità di appassionati per quasi ogni argomento di interesse, capacità di emozionarsi anche in un mondo sintetico), ma anche in negativo. Se l'identità fisica di una persona, ad esempio, è destinata a cambiare e scomparire, non così avviene per quella digitale, che non ha scadenza: le foto che ci ritraevano in pose sconvenienti dieci anni fa possono non essere più rappresentative del nostro modo di essere di oggi, eppure tali rimangono.

"Una volta che si è lasciata una traccia digitale", spiega Proserpio, "quella tende a rimanere e ad avere una patina di 'recentezza' che è causa di preoccupazione per chi l'ha lasciata quando era giovane e vorrebbe cancellarla ora che è adulto". Una immagine potenzialmente distorta dell'individuo che già oggi rischia di produrre danni: "Ci sono aziende", sottolinea l'autore, "che iniziano a considerare i profili dei candidati all'assunzione sui social network, o a fare ricerche approfondite in Internet, per scremare quelli con comportamenti lontani dall'etica aziendale".

E proprio alle aziende e alle istituzioni è dedicato il capitolo finale del volume, che sonda il riflesso dell'era digitale sulle organizzazioni. Una considerazione amara: l'Italia, nel suo insieme, subisce un digital divide enorme rispetto ad altri paesi, come gli Stati Uniti, il Giappone o la Svezia. "Digital divide che non gioca a favore del nostro paese - commenta Proserpio - l'Italia deve infatti lottare ancor più duramente degli altri per integrare i nuovi comportamenti nelle realtà delle aziende, e usarli per ottenere vantaggio competitivo".

Inoltre, istituzioni e imprese faticano ancora a comprendere che la rivoluzione digitale non è nelle tecnologie, disponibili a tutti senza sforzo. La differenza è nei comportamenti e nelle abitudini delle persone. "Ed è la parte più difficile", spiega Proserpio, "perché è la più astratta. Ragionare di comportamenti invece che di tecniche o di prodotti o di tecnologie da integrare è più complesso per le abitudini aziendali". È facile costruire un canale di vendita via Internet, è difficile usare il lessico giusto per comunicare con i giovani della rete. Ed è qui che normalmente le imprese falliscono l'ingresso nella rete.

In conclusione, per comprendere la natura della rete bisogna studiare i comportamenti dei suoi abitanti. Così è più semplice capire quali effetti della rete possano essere considerati transitori e quali altri siano destinati a durare a lungo. Con un auspicio, conclude Proserpio: "Internet può crescere in modo anarchico e guidato dal basso, stimolando creatività e innovazione, oppure si può decidere che il caos che spesso caratterizza l'informazione e la sua ricerca non sia il modo migliore per lo sviluppo futuro della rete e agire in modo che una regolazione dall'alto si affianchi all'autoregolazione dal basso". "Indipendentemente dall'approccio (io preferisco il primo), è nostro dovere guardare alla rete come a uno dei motori più potenti di generazione di abitudini, regole, opportunità, stili di vita e nuovi comportamenti digitali di cui dobbiamo tenere conto".

INFORMAZIONI
Titolo:
'Comportamenti digitali. Essere giovani ed essere vecchi ai tempi di Internet'
Autore: Luigi Proserpio
Editore: Egea
Anno: 2011
Pagine: 176
Prezzo: 22 euro

Report demolito dal web: allarmisti Milena Gabanelli replica all'Unità

[L'Unità 11/04/2011] L'avrebbe mai immaginato Milena Gabanelli che la sua puntata di Report andata in onda domenica sera avrebbe alzato un polverone su Internet, provocando una rivolta dei suoi fan in rete? Il caso è scoppiato sul servizio di Stefania Rimini intitolato “Il prodotto sei tu”, dedicato al marketing online di società come Google, ai social network come Facebook e Twitter e alle insidie della rete. Una puntata – a detta degli internauti “competenti” - “confusa e disfattista”, ha scritto Luca Mele su Twitter, e così "superficiale" - accusano i detrattori - da beccarsi addirittura un "#fail" dai fan su Internet. Il "fail" è una parola chiave che segnala persone o argomenti negativi. Ha scritto Paolo: «Mai avrei pensato di accostare un #fail a Gabanelli, di solito lo metto accanto a Gasparri». “Il presupposto era che le società che fanno business e pensano alla Borsa sono il male: era luddismo!”, ha commentato Antongiulio Bua sullo stesso social network, che ha catalizzato le proteste dei telespettatori durante e dopo la messa in onda della trasmissione. E sono state le “imprecisioni e la confusione della puntata” - così le ha definite Valentina Tolomelli - a scatenare il popolo della rete, devotissimo alla conduttrice di Raitre.

A fronte del silenzio dei cittadini su altre puntate più scomode, come ad esempio quella di due settimane fa incentrata sugli insuccessi di Fiat (“...ma non è che quei Report fossero migliori, erano gli spettatori a saperne meno”, spiega Calamity Jane), la ribellione della gente di Internet che si è sentita delusa da Gabanelli si è fatta sentire. Una delusione che Marco Zilberstein ha analizzato così: “Report, ovvero come rovinare un brand: mai prendere in giro la Rete”.
Ecco, forse a questo la conduttrice non aveva pensato, sottovalutando l'affidabilità che il “brand Report” era riuscito a costruirsi in rete, e soprattutto “grazie” alla rete. Le abbiamo chiesto di rispondere alle domande dei lettori (GUARDA IL VIDEO).

«Noi non abbiamo fatto una puntata per la rete, che conosce benissimo e sa tutto - ha replicato a l'Unità Milena Gabanelli -noi abbiamo portato in una tv generalista un argomento che di solito viene discusso in rete tra competenti. Abbiamo dovuto ovviamente adattare il linguaggio, semplificare, ma penso che il servizio sia stato molto utile per tanti genitori e per tanti frequentatori che molte informazioni non le hanno. Mai detto che bisogna prendere le distanze dai social network, che non sono giochini, questo no – ha chiosato – io più volte ho detto che la democrazia e la libertà in rete sono valori assoluti. Ma la puntata, andata in onda su una tv , era rivolta a tutti, e non solo agli addetti ai lavori». E questo alla fine lo hanno capito anche gli internauti: “Evidentemente non eravamo l'audience di riferimento - ha notato Emiliano De Matteis – ma per i miei genitori è stata istruttiva”.

Dopo la prima valanga di commenti negativi a caldo, qualcuno oggi ha cominciato a fare autocritica: “Perchè tutti contro Report??? La gente non conosce i rischi dei social network?”, ha scritto marcosansalone. “Report ieri sera è stato superficiale. Ma le reazioni degli utenti assomigliano alla difesa di una casta che alimenta il Digital Divide”, ha notato Daniele Lombardi. Ha dunque ragione la conduttrice quando, rispondendo alle domande de l'Unità, ha detto che “una cosa approfondita in rete, su quelli della rete, si fa in rete”, e non in tv? “Mi guarda anche la Signora Cesira”, ossia la vecchia casalinga di Voghera - ha sottolineato Gabanelli “e io devo essere in grado di spiegare il prodotto strutturato alla Signora Cesira. La tv generalista non è la rete, e quindi il popolo della rete deve portare pazienza se abbiamo usato un linguaggio semplice per spiegare cose da addetti ai lavori, mi sembra che dobbiamo fare questo sforzo, se no ci sono dei soggetti che parlano solo tra loro, e il resto del mondo è fuori”. “Volevamo capire un po' di meccanismi – ha concluso la conduttrice - ho capito che tanta gente non li sa e abbiamo dedicato mesi a indagare su questo mondo e a raccontarlo su una tv generalista. Già il fatto che se ne discuta e la discussione non rimanga confinata in rete mi sembra una buona cosa”.

Capitolo chiuso? No: la giornalista che ha curato la puntata, Stefania Rimini, ha deciso di aprire una videochat nel pomeriggio per commentare la puntata. Ma le risposte che sono state date, sempre a detta degli utenti Twitter che hanno fatto una diretta LIVE della videochat, non sono state esaurienti.

Forse è vero che il popolo della rete è esigente. Forse è anche giusto non pretendere che una televisione che ha un target non di nicchia affronti alcuni temi troppo nello specifico, sebbene siano stati in molti a ribattere che il problema non era nel linguaggio ma nei contenuti. Ciò che resta è che la puntata di Report è comunque servita a comprendere che questo "popolo di Internet", in fin dei conti, non è più una minoranza, come in molti (troppi) continuano a credere. E riesce a farsi sentire. Lo tengano a mente i giornalisti, ma soprattutto i politici, che spesso non sanno di cosa stiamo parlando.
Maddalena Loy

Plingle.com, i musicisti emergenti si sfidano sul network italiano

[LaStampa.it 12/04/2011]
Un social network musicale tutto italiano, dove gli artisti emergenti e sconosciuti possono produrre la loro musica grazie a talento, impegno e al voto del pubblico, capovolgendo le normali dinamiche del sistema discografico. Questa è la filosofia con cui l'Associazione Musica 2.0 ha creato Plingle.com.

«La differenza principale con gli altri social network - spiegano dall'Associazione - è che all’interno l’artista non è statico perchè, oltre a caricare e gestire il suo profilo, come in un normale social network, può sfidare in battaglie virtuali, gli altri artisti presenti nel circuito». Le sfide sono la parte più interattiva del portale, in base ai voti degli utenti, infatti, si stilano tre classifiche di gradimento: quella degli artisti più amati, quella dei più finanziati e dei produttori più attivi.

Nella sfida, si fanno ascoltare 45 secondi del proprio brano, che può essere votato dagli utenti nell’arco di tre giorni, vince il musicista che ha ricevuto più voti e ognuno può partecipare contemporaneamente ad un massimo di tre sfide.

Vincendo si accumulano i «pling», la moneta virtuale spendibile sul social music network, con cui promuovere la propria musica attraverso i canali messi a disposizione: la promozione porta all’aumento dei propri fan, aumentando, così, la possibilità del finanziamento per pubblicare il proprio disco.

Con il capitale accumulato si può anche costruire una vera e propria campagna di promozione, perchè Plingle.com non è solo rivolto ai musicisti che voglio farsi conoscere, ma offre anche la possibilità agli utenti di diventare produttori discografici, creando proprie etichette.

Tra le altre offerte proposte dal sito c’è anche il Pinglezine, il magazine del social network, dove si possono trovare analisi critiche e rubriche per conoscere meglio gli artisti presenti sul social music network.

lunedì 11 aprile 2011

Un social network per le scuole

[IlSole24Ore 11/04/2011] Ogni sera prima di addormentarsi Lucrezia, 13 anni, accende il suo pc. Come tutti i suoi 15 compagni della 3L della scuola secondaria di primo grado «Arnolfo di Cambio» di Casole d'Elsa (provincia di Siena) si collega a un sito internet, inserisce user id e password e aggiunge una nuova pagina al proprio diario scolastico: ««Oggi ho studiato geografia. Ma immaginarsi la gente vera su una cartina è difficile... mi gireresti qualche foto della tua città?». Un diario condiviso con la "gemella" Orsi della scuola Orczy Istvàn Altalános Iskola, in Ungheria. Sul video appare una faccina che ride. Perché c'è Orsi, dall'altra parte.
Le due ragazzine, insieme ai loro compagni, si conoscono "virtualmente" da quasi due anni. E di persona si sono incontrate a Budapest, dieci giorni fa, per ricevere il premio come miglior gemellaggio europeo nella categoria 12-15 anni. Merito del progetto «Be Twin!», realizzato nell'ambito del programma europeo «eTwinning», che coinvolge oltre 90mila scuole in tutta Europa per la realizzazione di partnership che utilizzano la rete per portare avanti progetti di rilevanza pedagogica. Con «eTwinning» insegnanti e studenti scambiano informazioni e condividono materiale didattico, si confrontano e sviluppano nuovi progetti. Tutto rigorosamente online.
Le collaborazioni possono avvenire per una stessa materia o riguardare discipline trasversali attraverso l'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. La scuola «Arnolfo di Cambio» ha messo a punto un esperimento di "gemellaggio totale". «A inizio anno - racconta Laura Maffei, coordinatrice del progetto - abbiamo deciso che in tutte le materie una parte della didattica venisse svolta insieme alla scuola gemella ungherese: è una modalità di lavoro semplice e flessibile, che unisce nei ragazzi l'aspetto ludico delle nuove tecnologie e l'uso reale della lingua. Permette di fare lezione non "facendo altro", ma "facendo meglio". Perciò, ci avvicina ai ragazzi, all'Europa, e a un fare-scuola davvero inclusivo». I docenti italiani e ungheresi insegnano geografia, storia, matematica e lettere programmando le loro attività rivolte al gruppo di studenti italiani e ungheresi. E anche i ragazzi sono coinvolti attivamente, lavorando in coppia nelle diverse attività del progetto.
L'innovazione nella didattica della matematica è stata invece la sfida vinta dal liceo classico Duni di Matera, gemellato con la scuola romena Scoala n. 195 di Bucarest, che in coppia si sono aggiudicati il premio speciale per i progetti di matematica e scienze.
«Gli studenti sono stati incoraggiati a lasciare libera la loro immaginazione - spiega Maria Teresa Asprella, coordinatrice del progetto - e a decifrare le allusioni matematiche nel libro di Carrol, ma anche a cercare nuovi oggetti matematici, fatti e proprietà». Sono stati stimolati curiosità e spirito di investigazione: «I ragazzi - prosegue la docente - si sono abituati a ricercare soluzioni insolite, a usare nuovi strumenti per imparare, come animazioni, files audio e il loudblog». Ed è stato realizzato anche un magazine elettronico, in cui si trovano articoli e video, precedentemente caricati su YouTube.
Francesca Barbieri

Nel 2010 negli Stati Uniti il 70% delle aziende ammette di non aver considerato candidati sulla base di informazioni online

[IlSole24Ore 09/04/2011]

Sul Web ci sono 30 miliardi di pagine nel Web. Il primo canale per audience è Facebook (35,6%). A luglio 2010 risultano 23,835 milioni gli Italiani online, +9,9% rispetto a luglio 2009. Gli utenti attivi sono 10,8 milioni, navigano per 1 ora e 28 minuti al giorno e consultano 166 pagine per persona. Il 43,6% della popolazione italiana con più di 2 anni accede a internet almeno una volta al mese.(Fonte: Audiweb).

Nel 2010 Facebook ha avuto 550 milioni di visitatori nel mondo, 630 milioni di pagine viste. Youtube: 480 milioni di visitatori, 69 milinioni di pagine. Twitter: 96 milioni di visitatori, 6,4 milioni di pagine. Linkedin: 41 milioni di visitatori, 1,9 milioni di pagine. (Fonte Google).

Nel 2010 negli Stati Uniti il 70% delle aziende ammette di non aver considerato candidati sulla base di informazioni online. In Europa: 41% in Gran Bretagna e 16% e 14% in Germania e Francia. Motivi: comportamenti del candidato e commenti, testi inappropriati, commenti negativi nei confronti di colleghi e precedenti luoghi di lavoro. Negli Usa solo il 7% degli intervistati ritiene che i propri comportamenti sul web possano influenzare la ricerca del lavoro, una percentuale che sale di poco, al 13%, nei tedeschi. (Fonte: Microsoft).

Il 36% delle imprese italiane dice di ricorrere all'online per approfondimenti e verifiche sui candidati. I social network influenzano l'esito dei colloqui di lavoro. Tra i motivi della mancata assunzione, una foto non professionale o un profilo inadeguato postati su Facebook o Twitter. Ai social network i selezionatori ricorrono per controlli incrociati sui curricula (51% delle risposte); per verificare referenze e contatti professionali (48%); per accertare attitudini professionali (47%); per informazioni private sui candidati (40%). (Fonte: Adecco).

Il 70% delle Pmi americane ha in programma di ricorrere nel 2011 ai social network per fini promozionali. Il 42% degli intervistati afferma di usare già oggi Facebook, Twitter o entrambi (55% se si comprende anche Linkedin). (Fonte: Techaisle). Twitter nelle Pmi americane è cresciuto e un terzo delle Pmi americane ha incrementato nel 2010 gli investimenti pubblicitari legati ai social media e poco meno della metà (il 46%) ha ipotizzato di aumentare ulteriormente la spesa nel corso del 2011. (Fonte eMarketer).
Il 44% dei consumatori italiani è multicanale, ovvero 23 milioni di persone di età maggiore di 14 anni vivono il processo di acquisto e la relazione con la marca attraverso più punti di contatto e con un ampio coinvolgimento nel processo e nelle decisioni di acquisto.

Internet nel 2010 in Italia è cresciuto del 35% in termini di numero di navigatori potenziali con accesso ad Internet, raggiungendo quota 35,5 milioni, con una forte crescita e preponderanza dei social network diffusi tra il 77% dei navigatori, quota identica agli Usa.

I consumatori si informano sempre di più utilizzando Internet. Il 39% dei consumatori italiani nel 2010 ritiene che i siti dedicati ai confronti tra i prodotti siano le fonti di informazioni più rilevanti, seguite dai siti delle aziende (33%) e dalle opinioni di altri utenti su forum, blog, social network (32%) a dimostrazione del fatto che la dimensione sociale ha sempre più un impatto rilevante. (Fonte: Osservatorio Multicanalità di Nielsen, Connexia e School of Management del Politecnico di Milano).