domenica 30 gennaio 2011

Dal copyright alla censura web Tutti contro la delibera Agcom[

[La Repubblica 30/01/2011] STA PER arrivare in Italia un sistema automatico e diretto per sequestrare siti esteri, di qualsiasi tipo: da Wikileaks a giornali online stranieri; da blog a video amatoriali. E' quanto sostiene una campagna che partirà oggi pomeriggio, firmata da numerose associazioni e inviata in forma di lettera aperta indirizzata al Parlamento. Nel mirino c'è una delibera Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) sul diritto d'autore e ora in consultazione pubblica. Prende forma quindi un allarme che già era nell'aria 1: cioè che quella delibera potrebbe trasformarsi in uno strumento di censura di siti stranieri. Ne sono convinti gli aderenti alla campagna, che con iniziative e spot su vari media: Adiconsum, Agorà Digitale di Marco Cappato (Radicali), Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio. Un sito web 2 consentirà chiunque di aderire alla campagna e di seguirne gli sviluppi. La lettera parla di rischio che nasca un "un sistema di controllo e censura pervasivo". E denuncia come "anticostituzionale" la delibera. Che adesso è in consultazione pubblica e sulla quale in meno di un mese la stessa Agcom - sentiti i pareri - dovrà prendere una decisione.

"Il motivo di questo allarme si scopre tra le righe della delibera Agcom", spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di internet e tra i promotori della campagna. "Si legge che Agcom si riserva il diritto di sequestrare (cioè di impedirvi l'accesso agli utenti italiani) siti prevalentemente adibiti alla violazione del copyright o i cui server sono posti all'estero. Come si vede, con quella congiunzione "o" si apre un mondo". "Qualunque cosa connessa al diritto d'autore e posta all'estero può finire nel mirino dell'Authority, che deciderebbe il sequestro in autonomia, senza passare dall'autorità giudiziaria. E' una cosa inaudita nei Paesi democratici. Ed è incostituzionale", aggiunge Sarzana. "Addirittura si legge in delibera che nelle intenzioni dell'Authority questo sistema di sequestro dovrebbe diventare automatico".

Che cosa potrebbe succedere? "YouTube, che ha server in Irlanda, diventa irraggiungibile dall'Italia per un singolo video pirata", dice per esempio Sarzana, secondo cui inoltre la tutela del copyright potrebbe essere il pretesto per sequestrare siti o blog con contenuti sgraditi a qualcuno. "Nella trappola potrebbe capitare anche Wikileaks. Basta che qualcuno affermi che uno di quei documenti riservati viola il diritto d'autore e verrebbe sequestrato l'intero sito. Quando il server è all'estero, infatti, non si possono colpire i singoli file o pagine incriminate". Certo, i membri dell'Authority hanno ribadito che quella delibera serve solo a tutelare il diritto d'autore. "ma non conta quello che dicono a voce, bensì ciò che c'è scritto. E quello che c'è scritto dà gli strumenti per censurare siti e contenuti posti all'estero", continua Sarzana.

"Per scongiurare che tutto ciò avvenga in modo silenzioso, ci appelliamo all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni affinché effettui una moratoria sulla nuova regolamentazione sul diritto d'autore", si legge nella lettera. "Temiamo che i compiti che la regolamentazione affiderebbe all'Autorità Garante assumeranno dimensioni difficilmente gestibili dalla stessa Autorità e porteranno presto ad una congestione a cui seguirà probabilmente approssimazione o mera discrezionalità". I firmatari chiedono infine che sia il Parlamento, e non l'Authority, a partorire una nuova legge sul diritto d'autore.

"In questo modo si otterrà il risultato di ridare al Parlamento il ruolo di interlocutore privilegiato con la società civile, e di rispettare il principio di separazione dei poteri dello Stato". A chiedere all'Authority l'inedito compito di fare una legge sul diritto d'autore è stato il decreto Romani (di Paolo Romani, attuale ministro dello Sviluppo Economico). Che sia stata una forzatura lo sa bene però anche l'Agcom, che infatti in questo stesso contesto ha chiesto appunto al Parlamento 3 e al Governo di occuparsi di una revisione delle leggi sul diritto d'autore. Come a dire: noi lo facciamo perché ce l'ha imposto un decreto; ma anche noi sappiamo bene che questo dovrebbe essere compito di altre istituzioni.

L’Isit di Gorizia lancia il social network d’istituto

[Bora.La 30/01/2011] Se i social network hanno tanto successo, perchè non sfruttarli anche a fini didattici? E’ l’intuizione dalla quale sono partiti i docenti dell’Isit Galilei-Fermi–Pacassi di Gorizia per dare vita all’evoluzione del progetto Isitgooair: l’istituto non curerà solamente la web radio attiva già dal 2007, ma è pronto a lanciare una web tv e soprattutto una piattaforma di condivisione contenuti, messaggistica, didattica a distanza. Una sorta di Facebook, per farla veramente semplice rispetto a ciò che è in realtà IsitgoonairPeople, protetto e adattato alle esigenze di studenti e docenti.

“Isitgoonair 4 in 1: web radio, webTV, e-learning e social network”, questo il nome del progetto che nasce da un gruppo di docenti di informatica formato dal professor Gaetano Strano, ideatore della web radio Isitgoonair, coordinatore del progetto e referente della sezione webradio-Tv, dal professor Marco Corbatto responsabile dell’e-learning, e dal professor Maurizio Silvestri, gestore del social network.

Qui il link per accedere alla piattaforma di insegnamento, alla web tv alla web radio e al social network.

sabato 29 gennaio 2011

Internet e social network non sono né il bene né il male, ma il nuovo campo della battaglia per il potere

[IlSole24Ore 29/01/2011] Nei paesi dove si discute di cose serie si è aperto un gran dibattito sul ruolo dei social network, da Facebook a Twitter, nelle recenti rivolte democratiche nelle società chiuse, nei regimi repressivi, nei paesi totalitari. Le cronache raccontano di manifestazioni in Iran, in Tunisia, in Egitto convocate via Twitter, di gruppi di dissidenza organizzati su Facebook, di un uso libertario di Internet dalla Cina al Medio Oriente. Il dibattito non è frivolo, ma riguarda la formulazione della politica estera dei grandi paesi occidentali.

La rivolta in Egitto continua. ElBaradei: intifada fino alla caduta del regime

Internet, cellulari e tlc in black out. Così il governo egiziano spegne la democrazia in rete

Il segretario di stato americano Hillary Clinton si è impegnata a promuovere la libertà della rete ovunque nel mondo. La rivista Foreign Affairs, organo ufficiale dell'establishment americano di politica estera, ha aperto il suo ultimo fascicolo con un saggio di Clay Shirky, professore di new media alla New York University, intitolato "Il potere politico dei social media".

La tecnologia e internet in particolare sono diventati i fattori decisivi per la diffusione della libertà, secondo la tesi predominante del Dipartimento di stato e delle cancellerie occidentali. I messaggi sms, le email e i blog hanno agevolato le comunicazioni dei dissidenti, la diffusione della contro-informazione, le attività d'opposizione. Lo sostiene anche il direttore di Google ideas Jared Cohen, forte della sua esperienza di pianificazione politica al Dipartimento di stato prima con Condoleezza Rice e poi Hillary Clinton.

Ma non tutti sono della stessa idea. L'esperto di cose internettiane Evgeny Morozov, giornalista bielorusso di Foreign Policy e analista della New American Foundation, non ne è convinto. Sostiene anzi che questa visione catartica di internet sia un inganno, un'illusione, un'utopia cibernetica che semmai rischia di provocare l'effetto contrario e di consolidare le dittature. Sul tema Morozov ha scritto numerosi articoli, anche per questo giornale, e un libro appena uscito negli Stati Uniti dal titolo The Net Delusion – The dark side of internet freedom (Public Affairs).

La tesi di Morozov è che non c'è alcuna prova che le proteste di piazza a Teheran, a Tunisi e al Cairo non ci sarebbero state senza internet. Non c'è alcun automatismo, scrive, tra l'uso di una particolare tecnologia e la conquista di una maggiore sfera di libertà. Il determinismo tecnologico, secondo Morozov, è pericoloso perché porta i governi occidentali a sottovalutare le vere ragioni del cambiamento sociale e quindi ad adeguarsi all'illusoria equazione secondo cui basta più tecnologia per ottenere più democrazia. In realtà, scrive Morozov, internet e i social network sono usati ancora più efficacemente dai regimi dispotici per reprimere, censurare e sorvegliare.

l pessimismo hi-tech di Morozov è molto efficace nel distruggere i luoghi comuni su internet, ma non va oltre il gigioneggiare intorno alla nuova e indissolubile fede cibernetica. Morozov non offre alternative. Nel suo ragionamento manca una parte propositiva. Non spiega, per esempio, come mai per fermare l'opposizione la prima mossa dei governi dispotici sia sempre quella di bloccare il sistema dei messaggi sms e di sospendere il servizio internet, come è successo in Egitto.

Il pensiero unico dell'intellettuale collettivo illude la comunità occidentale a credere che sia sufficiente firmare una petizione online, condividere su Facebook una campagna politica o retwittare un appello per provocare un cambiamento sociale dall'altra parte del mondo. Le riflessioni di Morozov sono condivise da Malcom Gladwell, il geniale autore del New Yorker, e sono affrontate nella recentissima raccolta di saggi curata dalla filosofa Martha Nussbaum. The offensive internet, tra le altre cose, indaga sulla fallacia dell'idea romantica di internet come zona di libertà.

Mettere in guardia sugli abusi, sulle perversioni e sulle manipolazioni delle rete è doveroso, così come è giusto segnalare quanto le nuove tecnologie abbiano raffinato le attività di censura, di sorveglianza e di propaganda dei regimi dispotici. Ma è altrettanto vero che la rete ha cambiato il paradigma della battaglia politica fornendo alle opposizioni di tutto il mondo un impareggiabile strumento di comunicazione per organizzarsi, informare e chiedere conto al potere delle sue scelte.

Morozov sostiene che questi siano retaggi da Guerra fredda, strumenti politici di un'altra era, categorie che non funzionano più nell'epoca dell'informazione. Promuovere la democrazia via internet, secondo Morozov, è un'illusione perché la rete non è il samiszdat del XXI secolo, non è la scorciatoia per la liberazione dei popoli. Sull'Herald Tribune, l'editorialista Roger Cohen sostiene invece che la libertà di connessione sia uno strumento liberatorio e nel caso specifico della Tunisia anche un dono divino per tutto il mondo arabo.

Le tesi opposte di Morozov e Cohen non convincono in pieno. Far circolare informazioni non è un'arma specifica contro il comunismo, semmai contro tutte le società totalitarie. Twitter e Facebook non sono strumenti a disposizione dei regimi o dei ribelli. Sono il luogo dove si combatte la nuova battaglia, il terreno dove si coltivano le nuove dinamiche di potere. Internet e i social network sono le fotocopiatrici Xerox inviate trent'anni fa oltre la Cortina di ferro e le frequenze radiofoniche di Radio Free Europe durante la guerra fredda. Allo stesso modo possono essere usati in modo pernicioso dagli oppressori, per reprimere la dissidenza con più efficacia. Da soli, però, non sono né il bene né il male. internet è il mezzo, non il messaggio.

Christian Rocca

Dai giochi alle auto, addio proprietà Così si vive nel mondo in affitto

[La Repubblica 29/01/2011] La metafora del trapano funziona bene. Un giorno ti è servito per montare delle mensole. Poi, nei dieci anni successivi, si è limitato a occupare spazio in una cassetta degli attrezzi che a sua volta ha preso polvere in un ripostiglio. Assumendo che per fissare i ripiani si siano fatti sei buchi e che l'attrezzo sia costato centoventi euro, fanno venti euro a buco. Che è più una parcella da dentista che da carpentiere. Le nostre case sono piene di oggetti che usiamo una volta e dimentichiamo per sempre. Il consumismo vive di bisogni indotti e acquisti impulsivi. Oggi però, complici le nuove tecnologie, cresce dal basso una sorta di movimento contrario. Che alla proprietà (esclusiva) oppone l'affitto (collettivo). O, se preferite, il "consumo collaborativo" come recita il sottotitolo di What's Mine is Yours, quel che è mio è tuo, dell'americana Rachel Botsman, una sorta di manifesto che spiega perché la Società del Noleggio fa bene a noi, all'economia e anche all'ambiente.

Una delle prime formulazioni dell'idea risale a Jeremy Rifkin, economista sensibile alle transizioni sociali. In "L'era dell'accesso" (2000), sosteneva che la proprietà era slow e l'affitto rock. Contava l'esperienza che si faceva di un bene o di un servizio, non la relazione giuridica che ci legava ad esso. Ieri la teoria, oggi la pratica. Il campione del nuovo fenomeno si chiama Netflix. La società, sfortunatamente non ancora arrivata in Italia, ha rivoluzionato il noleggio dei film. Non si deve più andare al negozio, prelevare e poi riportare. Con meno di 10 dollari al mese scegli quanti dvd vuoi, te li mandano a casa e li rispedisci in busta preaffrancata. Uno schema tanto convincente che l'anno scorso, mentre l'omologo della Old economy Blockbuster annunciava il fallimento, il suo fatturato ha raggiunto quota 116 milioni di dollari. Alla stessa maniera, mentre le vendite di auto scendevano ai minimi storici, il loro noleggio faceva segnare nuovi record. Grazie a compagnie come Zipcar e ai suoi 400 mila utenti che possono affittare qualsiasi vettura e riconsegnarla in uno dei parcheggi disseminati nelle città statunitensi. Anche varie amministrazioni pubbliche, preso nota della tendenza, hanno puntato sulle due ruote. Poi, tra le 20 mila bici del Vélib parigino e le 200 romane, la differenza quantitativa è tanto forte da diventare qualitativa. Però, insomma, l'idea è passata.

Al punto che, oltre a questi esempi più tradizionali, ne sono spuntati altri in cui anche i privati condividono i beni. Zilok, ad esempio, è figlia del francese Gary Cige. In due anni di attività sulla sua piattaforma sono stati offerti 150 mila oggetti, con circa 6000 transazioni al mese. Per non dire di CouchSurfing, in cui si mette a disposizione il divano del proprio appartamento, o Zimride, per passaggi in auto a conoscenti via social network. "Il fattore limitante prima era la fiducia", spiega a Wired il suo cofondatore Logan Green, "ma ora Facebook l'ha risolto". Per mettersi in casa, o anche sul sedile accanto, un totale sconosciuto bisognava essere particolarmente bendisposti nei confronti del prossimo. Oggi bastano un paio di clic su Google per verificare la reputazione di quasi tutti. La stessa garanzia fa prosperare siti come Swaptree, dove si scambiano libri e cd, sino a SharedEarth, dove chi ha della terra la può far lavorare a chi non ha paura di sporcarsi le mani.

Se internet ha tolto le paure, principale ostacolo, gli altri due enzimi della recente esplosione del fenomeno sono stati la crisi e l'ambiente. Al grido di "toglietemi tutto, ma non la mia Louis Vuitton", molte donne hanno cominciato a rifornirsi da Bag Borrow or Steal, specializzato nell'affido temporaneo di borse d'alto bordo. Invece di spendere 1500 dollari per una Monogram Vernis, te la cavi con 60 dollari alla settimana. Con il valore aggiunto che ti dà la possibilità di cambiare in continuazione. Quel "libertinaggio consumistico" di cui ha scritto l'Economist. "Lo stesso succede per oggetti suscettibili di rapida obsolescenza, tipo i vestiti e i giocattoli per bambini. Che senso ha comprare una tutina di marca per un moccioso che dopo tre mesi è già dieci centimetri più alto? Da qui l'idea di thredUP, specializzato nello scambio, oppure Rent-That-Toy che fa lo stesso per i giocattoli. Ci guadagnate voi, ci guadagnano gli imprenditori che si sono buttati su questo segmento (come spiega un altro libro recente, The Mesh: Why the Future of Business is Sharing), ci guadagna il pianeta. Perché meno acquisti uguale meno packaging uguale meno Co2. C'è un sacco di roba inutilizzata in giro, e niente come il web è efficiente nel metterne in contatto domanda e offerta. Come sanno benissimo i quasi 8 milioni di utenti di Freecycle, gente che, smaltendo cose che non usa più, si risolve un problema risolvendolo a chi cerca proprio quelle.

In fondo la domanda cui si deve rispondere è semplice: è meglio essere signori assoluti di un certo numero di cose o padroni temporanei di tutte le cose possibili e immaginabili? Un giornalista del New York Times, raccontando dello straordinario senso di liberazione provato quando ha deciso di vendere casa e tornare in affitto, ha risposto mutuando un'immagine letteraria: "Preferirei poter prendere a prestito dalla biblioteca di Borges piuttosto che essere proprietario solo della mia". Un ragionamento che si può estendere a innumerevoli altri campi. I downsizers californiani, quelli che puntano a vivere con cento cose, decrescendo felicemente, saranno d'accordo. Con meno proprietà, tra l'altro, si procede più spediti. Magari cantando Trav'lin light, l'inno al "viaggiar leggeri" esistenzialista della precorritrice Billie Holiday.
RICCARDO STAGLIANO'

giovedì 27 gennaio 2011

Social web e rivolte popolari tecnologia abbatte censura

[La Repubblica 27/01/2011] ROMA - Viste una accanto all'altra, le mappe mondiali che illustrano la libertà di stampa e la censura sul web corrispondono quasi perfettamente. Le zone in cui internet subisce controlli governativi e blocco di siti sono quelle in cui diffusione di notizie trova più resistenze, quando non veri e propri muri. Eppure, nonostante le resistenze dei governi, nelle rivolte popolari che incendiano il Nordafrica negli ultimi giorni, i social network come Facebook e Twitter hanno svolto un ruolo prioritario nella comunicazione. Non a caso la Siria, dove non è ancora successo nulla, ha scelto di chiuderli.

INTERATTIVO: LA MAPPA DELLA CENSURA 1

La Rete che amplifica. Fino a pochi anni fa, le reazioni dei cittadini ai comportamenti di un governo erano poco più che rumori di fondo, facilmente sopprimibili. Con il web sociale, il rumore di fondo di ognuno è un flusso di notizie che ne alimenta uno di informazione. Che può ingrossarsi, ed è il caso delle rivolte degli ultimi giorni, fino ad assumere un'importanza e un'autorevolezza riservata finora ai media "tradizionali". Quando questo succede, radio e tv difficilmente possono ignorare le cronache dal mondo, soprattutto quando i documenti audiovisivi non hanno bisogno di commenti. Certo, incappare in un "falso" realizzato per propaganda non è impossibile. Ma sulla cronaca in tempo reale è un'eventualità remota. I cittadini "vivono" la Rete come e più di una piazza elettronica. Alla luce delle ultime rivolte nordafricane, internet è un luogo sociale riconosciuto, quasi fisico. Le informazioni immesse dal basso, in diretta, sul web hanno oggi un'importanza assoluta. E nel caso di scenari sociali instabili, rivolte e scontri, documentano una visione della realtà in un modo in cui nessun media ha finora potuto fare. Un modo che può far preoccupare molto chi ha bisogno di controllare l'informazione.

Cronache dal web. Il media si fa sociale, ogni individuo è un'emittente di informazioni, che e nell'epoca della Rete si diffondono in tempo reale. Era il 20 giugno 2009, e si chiamava Neda Soltani la ragazza uccisa da un miliziano durante le manifestazioni a Teheran, in una strada che adesso molti chiamano 'Neda Street'. Secondo la testimonianza di un amico, Neda aveva accompagnato il papà a vedere la folla in rivolta. Non partecipava alla protesta e non era armata, eppure un proiettile l'ha uccisa. I suoi ultimi istanti di vita, e quelli poco precedenti, sono documentati nei video che i manifestanti caricavano su Youtube in diretta dalla manifestazione. E che hanno raccontato al mondo su cosa avveniva in quelle strade, prima dei telegiornali. In questi giorni, il web ha portato all'attenzione del mondo un ragazzo che durante le proteste in Egitto, ferma un blindato 2 dotato di idrante parandosi davanti al mezzo, come nell'89 un altro ragazzo fermò un carrarmato a piazza Tien An Men a Pechino. In quell'occasione, fu una foto ad immortalare un momento che è rimasto impresso come fotogramma sui giornali e poi nella Storia. Stavolta, c'è un video in cui il blindato cammina, il ragazzo è davanti, il blindato spara il suo getto d'acqua e poi si ferma. Tutto questo affidato a internet, nelle sue mille forme e veicoli.

Tunisi, Egitto, Algeria. E poi Libano, Iran, Cuba, Russia. La censura sul web non spaventa i blogger, non impedisce ai gruppi di organizzarsi su Facebook, non ferma i micro-reporter dal pubblicare notizie di pochissime battute su Twitter. Attività che rimbalzano in pochi istanti nel mondo e che danno fuoco alle polveri della cyber-guerriglia. Tra siti oscurati e community irraggiungibili, arrivano i blog a fornire cronache al minuto di avvenimenti che altrimenti rimarrebbero sconosciuti. E dai blog al grande aggregatore di Google il passo è istantaneo, così che filtrare i racconti delle rivolte popolari diventa difficile. La censura riesce spesso a bloccare i canali più visibili ma ha difficoltà ad individuare i piccoli ruscelli di notizie, che però, questo è il fenomeno straordinario, riescono ad ingrossarsi fino a diventare fonti di notizie, ampiamente documentate. Che senza il web sociale, il mondo non avrebbe mai visto. E non solo: la rivoluzione digitale non è solo nelle piazze. E' soprattutto prima, nell'organizzazione. Dal flash mob alla protesta organizzata.

Rivoluzioni digitali. Tutti gli aspetti divulgativi delle ultime rivolte nordafricane hanno trovato su internet la loro base, dall'organizzazione dei gruppi alla logistica, fino ai diversivi per ingannare le milizie, che pure navigano in Rete. E dopo i piani, sul web sono apparsi prima che altrove cronache, video e foto degli eventi, in una lotta di mosse veloci tra i "cittadini giornalisti" e gli addetti alla censura. Un inseguimento fatto di siti che appaiono e scompaiono, connessioni che vanno a singhiozzo, rimandi verso nodi esteri della Rete per arrivare dove le autorità non vogliono. Si parla perciò di "rivolta digitale", dove il controllo di internet si sovrappone in tutto e per tutto a quello della piazza. Solo che a parità di mezzi tecnologici, il conflitto online è quasi ad armi pari. E quindi le informazioni trovano comunque un modo di uscire dai confini digitali. E prima dei moti di piazza e della guerriglia urbana, è sul web che nascono gruppi, forum, "hashtags", definizioni brevi che indicano argomenti caldi. E dalla Rete, i movimenti si trasferiscono in strada. E' la faccia violenta di quella che potrebbe essere un'idea di democrazia digitale, quella in cui la rappresentanza politica è del cittadino stesso. Ma che ora mostra solo la sua faccia più rabbiosa.

Il politologo: "fattori base, demografia e connettività". Le migliaia di manifestanti nelle strade del Cairo hanno raccolto l'appello di gruppi militanti pro-democrazia molto attivi sulla rete. Spiega il politologo Hisham Kassem: "La situazione attuale è il risultato di due fattori, la demografia e la connettività". Nonostante i dati sulla disoccupazione, stimata tra l'11 e il 17%, secondo numeri non ufficiali del Global Policy Network, e malgrado il 40% della popolazione viva nell'estrema povertà, l'egitto ha iniziato la sua rivoluzione tecnologica: a fine 2010, circa 23 milioni di persone avevano un accesso a internet, regolare o saltuario. Un quarto della popolazione, cifra in rialzo del 45% in un anno. Numeri molto importanti anche nella diffusione dei cellulari, che fanno di buona parte della popolazione egiziana dei potenziali reporter. Rabab al-mahdi, professore di scienze politiche all'università americana del Cairo, spiega così il fenomeno: "Quello che è successo in Tunisia ha spinto in strada la popolazione civile egiziana, e non militanti politici agguerriti. I manifestanti si sentono più forti di fronte alla polizia, esultano attraverso i social network". Che ora, non a caso, sono stati chiusi.


Ognuno è un social network. Il controllo delle notizie è complicato per chi prova a contrastare le ribellioni digitali. Perché non di soli Facebook e Twitter è fatto il web sociale. Quando si parla di internet "2.0" si indica proprio la Rete delle persone, sociale per definizione. E' la regola per cui ogni sito diventa un veicolo di informazioni, e dentro a un sito, ogni scampolo di informazione diventa condivisibile verso centinaia di altri ricettori e aggregatori. Di più: ogni testimone che durante una protesta di piazza raggiunge uno spazio libero del web e divulga informazione, diventa esso stesso un nodo sociale. La persona fisica coincide con quella digitale, che è molto più difficile da controllare perché esiste in una molteplicità di universi virtuali contemporanei.
Se arginare stampa e tv è un processo ormai acquisito per i regimi, controllare internet non è così scontato, a meno di non filtrare la Rete all'origine come accade in Cina con la Grande Muraglia Digitale. Da qui è chiaro come il controllo del web sia un concetto politico incompatibile con la democrazia, vera o presunta. I regimi hanno dei codici vigenti che consentono alle autorità di bloccare il web, in democrazia questo non può succedere. O per lo meno non dovrebbe.

mercoledì 26 gennaio 2011

Obama e Twitter

[26(01/2011 L'espresso] Come sta cambiando radicalmente la tecnologia dei mass media? L’ho toccato con mano martedì sera durante l’intervento di Barack Obama davanti al Congresso. Era il discorso sullo Stato dell’Unione, un appuntamento che si ripete ogni anno a fine gennaio. In passato ho sempre seguito l’intervento da casa visto che va in onda alle 21 e dura circa un’ora. Quest’anno sono andato al Greene Space.

WNYC-LEED-Greene-Space-3Cosa sia esattamente il Greene Space mi è difficile da spiegare. E’ una via di mezzo fra un auditorium e una sala di registrazione che da qualche tempo è stata aperta al pubblico dalla stazione radiofonica WNYC. Quest’ultima è un’ottima radio d’informazione finanziata sia con denaro pubblico che con donazioni private di corporations e di individui. WNYC – che per chi se ne intende è la struttura di New York di NPR, National Public Radio – con il Greene Space ha espanso le possibilità di trasformare la radio in un mezzo interattivo con la partecipazione del pubblico dal vivo. E così martedì sera ero una di quasi 200 persone in questo auditorum a livello strada con grandi vetrate su Varick Street cosicchè anche i passanti sono in un qualche modo partecipi di quanto avviene all’interno.

2794980310_4604e16abd_oA condurre la serata era Brian Lehrer, una delle voci più note di WNYC conduttore da anni di un seguitissimo talk show del mattino. Come ha spiegato Lehrer “solitamente negli auditori vi chiedono di spegnere il cellulare, noi invece vi chiediamo di tenerlo acceso”. Un invito motivato dal fatto che durante gli oltre sessanta minuti di discorso di Obama eravamo sollecitati a esprimere le nostre opinioni in diretta attraverso Twitter.

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3638204140_e955a8f4a3Per chi ancora ha dubbi su che cosa sia Twitter è un sito web che permette agli utenti di mandare e ricevere brevi messaggi (non oltre 140 caratteri) chiamati appunto Tweet. A differenza di messaggini sms con Twitter si può “seguire” un particolare ” Tweet stream” che fa da filo conduttore su uno specifico argomento.

Su un grande schermo era proiettato l’intervento del Presidente e su un monitor molto più grande appariva una schermata di computer con i commenti su Twitter che scorrevano a mano a mano che venivano aggiornati.

twitter-zoomed-inL’argomento specifico naturalmente era lo State of the Union e per accedere chiunque di noi presenti dotato di cellulare o di Ipad ha usato un particolare codice per dare via a questo “stream” interattivo. Chiunque avesse un’osservazione, un pensiero o una considerazione sulle parole di Obama poteva commentare in diretta con il suo messaggino che appariva sul grande schermo per essere letto da tutti.

Messaggi seri sui contenuti politici del discorso, messaggi scherzosi sui capelli di Hillary Clinton o sul colore della cravatta del vicepresidente Joe Biden. Messaggi emotivi e messaggi sostanziali. Messaggi buffi e messaggi di riflessione. Messaggi controversi e messaggi irrilevanti. Insomma, uno specchio delle più di centocinquanta persone – newyorkesi qualunque – nel Greene Space per il discorso di Obama.

Al di la dei contenuti specifici è stata la tecnologia della serata a colpirmi:

ERO PARTE DEL PUBBLICO DAL VIVO A UNA STAZIONE RADIO DOVE ERO PARTECIPE DI UN PROGRAMMA TELEVISIVO ATTRAVERSO UN SITO SU INTERNET.

lunedì 24 gennaio 2011

La pornografia online tra le maggiori fonti di minacce informatiche

[hwgadget 24/01/2011] BitDefender, importante fornitore di soluzioni innovative di sicurezza internet, annuncia i risultati di un sondaggio che dimostra che la pornografia online continua ad essere una tra le maggiori fonti di minacce informatiche.
Lo studio di BitDefender, che espone i rischi per la sicurezza dei dati e le implicazioni a cui si va incontro accedendo a siti di contenuti per adulti, conferma che il 63% degli utenti che ricerca un determinato tipo di contenuti online compromette la sicurezza del proprio computer in diverse occasioni.
BitDefender ha portato avanti un sondaggio riguardante il background psicologico degli utenti che utilizzano contenuti per adulti online e una ricerca per identificare i relativi malware e i problemi di privacy che ne conseguono.
Oltre il 72% dei 2.017 intervistati ha ammesso di ricercare e accedere a siti di contenuti per adulti (di cui il 78% uomini e il 22% donne). Lo studio ha inoltre scoperto che di tutto il materiale pornografico più popolare, un incredibile 91% è rappresentato da video che possono essere scaricati da diverse fonti, tra cui torrent, siti web e hub. I siti per adulti in tempo reale, come le video-chat e i siti di appuntamenti, si classificano al secondo posto nelle preferenze degli intervistati con il 72%.
Lo studio continua rivelando che il 69% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di accedere ai siti per adulti da casa, mentre il 25% vi accede dal lavoro e solo il 6% da altre location (come per esempio da internet cafè). Le motivazioni principali che spingono ad accedere a questi siti sono il desiderio di rilassarsi (54%) e la curiosità (38%).
“Questo sondaggio di BitDefender conferma che gli utenti dovrebbero pensarci due volte prima di accedere a siti pornografici, essendo questa un area che i cyber criminali non si stancano mai di sfruttare”, afferma Sabina Datcu, specialista di Analisi di Minacce Online e Comunicazione e autrice del sondaggio. “Più del 60% degli intervistati ha ammesso di aver avuto problemi relativi a malware più di una volta come diretta conseguenza dell’accesso a siti per adulti. I risultati di questo studio vogliono spingere gli utenti a considerare se valga davvero la pena rischiare di compromettere i propri computer, i propri dati e il proprio lavoro per accedere a questo tipo di siti”.
Ulteriori dettagli relativi a questo sondaggio sono disponibili su Malwarecity.com.
Non è stata raccolta alcuna informazione o contenuto privato derivante da questa ricerca. Nessun dato o informazione confidenziale appartenenti a persone fisiche o società è stato o sarà divulgato, utilizzato per altri scopi o contro le persone che lo hanno rivelato.