giovedì 6 gennaio 2011
Facebook, Goldman Sachs e la paura della "bolla" social network
mercoledì 29 dicembre 2010
Consumi etici: i 10 migliori social tools del web
Il Web 2.0 lo abbiamo visto diverse volte sta diventando anche la cassa di risonanza per comportamenti sempre più etici offrendo nuovi strumenti sociali e nuove soluzioni per il consumo etico: libero scambio, baratto, microfinanza e micropagamenti sono comportamenti che si stanno diffondendo velocemente nella rete. Soprattutto oltreoceano.
E come ogni tendenza, questi strumenti stanno cominciando a modificare anche i nostri consumi rendendoli un po' più responsabili. Ma quali sono in particolare questi strumenti? Noi ne abbiamo individuati dieci.
1) Dare e ricevere: Giftflow
Sei a corto di soldi e vuoi un regalo? Chiedilo a Giftflow e probabilmente lo riceverai. Il principio alla base del portale è quello del baratto: tu offri una cosa che hai, di cui non sentirai la mancanza, a qualcuno a cui invece quel oggetto interessa e sarà pronto ad offrirti qualcosa in cambio. Iil gioco è fatto: hai ricevuto il tuo regalo senza pagarlo.
2) Regalare: Freecycle
Il network di Freecycle è composto da più di 4.000 gruppi e oltre 7 milioni di soci sparsi in tutto il mondo. E’ un movimento di base, interamente non-profit, di persone che stanno dando (e stanno ottenendo) cose gratuitamente. Il principio che anima i Freecyclers è etico ed ambientale: si tratta di riutilizzare e mantenere fuori dalle discariche tutto ciò che è ancora “buono”.
3) Donare con un click: Flattr
Flattr è interamente basato sul concetto del bottone facebookiano “Mi Piace" e permette di effettuare donazioni attraverso un click. Le organizzazioni che fanno parte del network ricevono la donazione mensile corrispondente ai clik ricevuti. Insomma, una bella idea per una nuova moneta sociale.
Puoi donare il 4% dei tuoi acquisti comprando on line migliaia di prodotti che usi ogni giorno.
5) Donare mentre si gioca: zynga
Non vado matto per i giochini on line, ma Zynga è qualcosa di più di un semplice passatempo..
6) Siti di Micropagamento: Goldplay
Partiamo da un concetto semplice: paghi quello che usi. E’ come se, invece di pagare un abbonamento mensile ad una rivista, di volta in volta paghi gli articoli che leggi. Cosa succede se per tre mesi non leggi quella rivista? Semplice, non paghi nulla. Bene, i siti di micropagamento come ad esempio Goldplay.it funzionano esattamente così.
7) Sostieni i siti che ami: Sprinkle Penny
Crediamo che i contenuti debbano essere gratuiti ed accessibili a tutti, ma questo non significa che non si dovrebbe sostenere. Se ci sono particolari siti che visitate regolarmente, Sprinklepenny consente di garantirne la sopravvivenza futura e sostenerli nella pubblicazione di contenuti di rilievo. Il tutto con la massima trasparenza: grafici e tabelle mostrano esattamente dove viene utilizzato il denaro e quali dei tuoi siti preferiti ricevono quanto.
8) Premiare i propri clienti in base ai loro comportamenti etici: bolder
Questo è un fenomeno appena nato, deve ancora prendere piede, ma sono sicuro che tra non molto saremo in tanti a compiere buone azioni quotidianamente. Fai del bene e ricevi una ricompensa, è questa la filosofia che anima Bolder. Questo sito chiede alle persone di aiutare una vicina anziana piuttosto che raccogliere rifiuti nel quartiere. In cambio vengono offerti buoni sconto, promozioni, ecc..
9) Investire in maniera etica: microplace
Microplace: Permette di guadagnare attraverso piccoli investimenti in progetti di finanza etica nel sud del mondo.
10) Social Network: Jumo
Persino facebook ha concepito la sua creatura dedicata al noprofit, Jumo, un social network che aggrega le persone in base agli interessi sociali, cercando di sensibilizzare gli utenti verso opere umanitarie e principi etici.
Insomma, modi per comportarsi in maniera etica e per sostenere le organizzazioni che ne hanno bisogno certo non mancano. E le ragioni per farlo nemmeno. Piccoli gesti molto diffusi possono avere conseguenze di notevole importanza: gli strumenti già ci sono, sta a noi usarli.
Arturo Carlino
martedì 28 dicembre 2010
L'origine dei nomi dei principali social network e servizi del web 2.0
In un noto spot televisivo di qualche anno fa Sylvester Stallone salvava i passeggeri di una lussuosa nave da crociera da un attacco di criminali, respinti i malintenzionati in passamontagna, una ragazza chiede il nome al suo eroe, ma Stallone rispondendo “Bubi” perde il suo fascino e viene immediatamente schernito da tutti i presenti. Il significato dello spot è chiaro: il nome fa la differenza.
Nell'ambito del marketing il naming è un fattore decisivo per comunicare efficacemente un prodotto o un servizio: deve rimanere impresso, avere personalità ma anche essere pronunciabile e leggibile. Inoltre mentre alcuni aspetti, come il logo o il packaging, possono mutare nel tempo, il nome rimane sempre costante. E' il tratto a cui, negli anni, verranno associati i valori legati al brand. Se si parla di servizi web la scelta deve tenere conto anche del fatto che il nome dovrà diventare un dominio ed essere ottimizzato anche in quest'ottica.
Vi siete mai chiesti come sono stati scelti i nomi dei servizi web più diffusi?
Ecco di seguito spiegate le origini del nome dei alcuni servizi e social network del web 2.0.
Picasa
Il servizio di photo-sharing e software acquistato da Google nel 2004 da Idealab prende il nome dall'assonanza con il nome del pittore Pablo Picasso e dall'unione delle parole “mi casa” (“la mia casa” in spagnolo) e “pic” abbreviazione della parola inglese “picture” (“immagine”)[1].
Flickr
Il nome del più diffuso sito di condivisione di foto è caratterizzato dall'assenza dell'ultima vocale. L'omissione della “e” nella ultima sillaba non solo ha introdotto un fattore novità ma è addirittura diventato uno dei trend in fatto di “nomi 2.0” (si pensi ad esempio a Tumblr oppure a Flattr ).
Tuttavia la scelta è stata casuale e non frutto di particolari strategie di brand naming, semplicemente il proprietario di flicker.com non era intenzionato ha cedere il dominio! [2]
In un'intervista rilasciata al Los Angeles Times[3], Jack Dorsey, uno dei fondatori della piattaforma di microblogging, ha spiegato che la scelta della parola è avvenuta sfogliando il dizionario, il termine “twitter” grazie alla sua definizione fu quello che mise tutti d'accordo: "a short burst of inconsequential information" e "chirps from birds". Fu subito ben accolto l'evocativo riferimento al mondo degli uccelli a cui è associato anche il logo.
In origine Larry Page e Sergey Brin battezzarono il loro motore di ricerca BackRub per la rilevanza data dal sistema ai backlink per la valutazione della qualità di un sito. In seguito il nome fu cambiato in Google che deriva da googol ovvero il numero intero esprimibile con 1 seguito da 100 zeri, un riferimento all'immensa mole di informazione che il motore può gestire.
Wikipedia
Il nome Wikipedia deriva dall'unione del termine “enciclopedia” e “wiki” il termine hawaiano che significa “veloce” ormai utilizzato per indicare un sito in cui i contenuti possono essere modificati dagli utenti.
Amazon
Il fondatore Jeff Bezos ha scelto inizialmente il nome cadabra.com e in seguito Amazon, ovvero la traduzione inglese di Rio delle Amazzoni. Bezos ambiva a creare il più grande flusso di vendite online e per questo ha scelto il nome del più lungo fiume al mondo.
Facebook è il termine inglese che indica gli annuari con le foto e le informazioni base su ogni studente che alcuni college e scuole americane realizzano ogni anno per conoscere le persone del campus.
Anobii
Il nome Anobii deriva da Anobium Punctatum il nome latino di uno dei tarli del legno e della carta, un insetto che ama corrodere gli scaffali in legno delle grandi biblioteche.
Note
1. http://www.digitaljournal.com/article/259383
2. http://www.flickr.com/groups/central/discuss/532/
3. http://latimesblogs.latimes.com/technology/2009/02/twitter-creator.html
Prima di assumerti cercheranno il tuo profilo su Facebook
Secondo una ricerca americana, nel 2007, già il 4% delle imprese usava i blog e i social network come Facebook per individuare i candidati ideali, specialmente nel settore informatico. I social network consentono infatti di cercare profili professionali anche molto dettagliati senza dover usare il telefono, ma semplicemente usando un motore di ricerca.
Un altro uso sempre più diffuso, però, è quello di sfruttare i social network per sapere qualcosa in più dei candidati, come le loro abitudini al di fuori del lavoro, i loro hobby, i loro interessi. Insomma, Facebook, Twitter e simili vengono usati per capire tutto quello che un curriculum non potrà mai dirci: quanto sia affidabile una persona nella sua vita professionale e non. Una ricerca del 2008 ha fatto emergere quella che è stata definita tecnica delle bandierine rosse: quando un responsabile delle risorse umane ha un elenco di candidati molto nutrito, può usare i social network per verificare che, dal punto di vista personale, un candidato non abbia abitudini che lo facciano apparire poco affidabile, o lontano dalla filosofia dell'azienda. Una foto scattata in un pub quando si è troppo ubriachi, ad esempio, non aiuterà. Un messaggio di stato inneggiante al duce, allo stesso modo, non vi aiuterà a lavorare in un'azienda con orientamenti politici.
Già in passato era abitudine degli esperti di risorse umane cercare il nome dei candidati su Google, ma con i social network è ora possibile avere uno spaccato più profondo della vita di una persona. Per questo è sempre importante, in questi anni, avere un controllo più consapevole della propria "reputazione on-line", decidendo consapevolmente quali foto e quali pensieri sia opportuno rendere pubblici.
Una buona soluzione consiste nell'impostare i propri profili come privati, e non pubblici. In alcuni casi, però, potrebbero non bastare. Come ha rilevato un'indagine del New York Times molte aziende hanno sviluppato trucchi per accedere comunque ai profili. In alcuni casi, ad esempio, chiedono a stagisti interni di diventare amici dei coetanei, per poter vedere i loro profili. La stessa Microsoft ha dichiarato di fare tesoro delle informazioni pubblicate sui social network dagli aspiranti collaboratori.
Non tutto è male, ovviamente: i social network sono un'arma a doppio taglio. Un brutto profilo potrà ostacolarci, ma è anche vero che un bel profilo, in cui traspaiono interessi rilevanti per un determinato impiego, potrà agevolarci. Per questo qualcuno ha visto il business e ha fondato una versione alternativa di Facebook specializzata unicamente nell'ambito del lavoro. Il social network si chiama LinkedIn ed è molto simile al più celebre Facebook. Chiunque può costruire un profilo, facendolo vedere solo ai colleghi. Solo che il profilo contiene sostanzialmente il nostro curriculum vitae e le relazioni a cui abbiamo partecipato, rendendoci più o meno appetibili dal punto di vista lavorativo. Già nel 2007 LinkedIn venivana utilizzato dalle aziende americane in cerca di buoni candidati nel 15% dei casi. Nel 2010 LinkedIn ha raccolto oltre 68 milioni di curricula, Gli italiani iscritti a LinkedIn sono quasi 1 milione.
Simone Gambirasio
Facebook? Mai così invadente E ora molti vogliono scappare
Mai, come nel 2010, Facebook è stato al centro dell’attenzione dei media. Il Time pochi giorni fa ha eletto «uomo dell’anno» l’inventore e fondatore Mark Zuckerberg, 26 anni. Nelle sale cinematografiche ha spopolato The Social Network, ispirato alla biografia di Zuckerberg stesso (indispettito dal risultato: ne esce come un sociopatico, proprio lui che ha aggiornato il significato della parola «amicizia»). Un trionfo per il regista David Fincher: fuochi d’artificio al botteghino, critica in sollucchero e probabile Oscar in arrivo. In luglio le iscrizioni a Facebook hanno raggiunto e superato quota 500 milioni dopo una cavalcata inarrestabile iniziata nel 2004 per rimorchiare ragazze all’università di Harvard. Negli ultimi dodici mesi solo Google, il motore di ricerca «egemone», ha avuto un maggior numero di contatti in rete.
Esserci dunque sembra un imperativo categorico. Mezzo miliardo di utenti (incluso chi scrive) ha risposto alla chiamata: aprendo una pagina personale, connettendosi e comunicando con «amici» selezionati, aggiornando con messaggi la bacheca, rendendo visibili foto, messaggi, video del proprio diario multimediale.
Eppure... se il 2011 fosse l’anno della fuga da Facebook? Sembra folle solo pensarlo a fronte dei fatti appena ricordati ma qualcosa si muove nel variegato mondo di internet. Mettiamo insieme qualche indizio. Un rapporto di Nielsen Rating (azienda che misura, fra le altre cose, l’audience del web) sostiene che su quattro minuti e mezzo di navigazione, l’utente ne dedica uno ai social network, Facebook o Twitter che siano. E cosa fa in quei sessanta secondi? Quasi sempre, nulla. Statistiche a parte, provate a pensare alle vostre pagine Facebook. Probabilmente avrete molti «amici». Altrettanto probabilmente, però, la percentuale di quelli che aggiornano con assiduità il profilo sarà piuttosto bassa. Qualche anno fa impazzava la moda di Second Life, un mondo virtuale in cui si entrava a far parte col proprio avatar. Per settimane non si parlò d’altro. Il sito ha ancora oltre un milione di iscritti ma sembra una città fantasma. Non sarà certo il caso di Facebook, infinitamente più semplice, utile e sensato ma anche il social network non sembra esplodere di vitalità. Una volta iscritto, sei dentro per sempre, la tua pagina rimarrà come una lapide funeraria anche post mortem. Cancellarsi è difficile (più semplice essere cancellato, spesso per motivi imperscrutabili): quante pagine sono in realtà inattive? Quante volte avete sentito dire a qualcuno che Facebook è una noia interrotta da messaggi di antichi scocciatori ora riapparsi come per magia digitale?
Poi, come raccontava la Repubblica qualche giorno fa, ci sono anche gli «antisociali» organizzati. Aziende o singoli che installano nel computer programmi al fine di escludere dalla navigazione qualsiasi sito abbia a che vedere con i social network. Pazzia? Tutt’altro. Le aziende li installano per evitare perdite di tempo prezioso. In qualche caso, il software antisociale è «prescritto» per interrompere la dipendenza da Facebook e affini. In molti altri è una questione di privacy: c’è chi preferisce tutelare i propri dati. Per vari motivi. Per esempio, chi seleziona il personale ormai butta un’occhiata alle pagine personali, e può trovare foto o commenti sgraditi.
Anche da un punto di vista «ideologico», i frondisti sono in crescita. A luglio, dicevamo, Facebook tagliava un traguardo numerico eccezionale. In agosto, il servizio di copertina di Wired, bibbia degli internauti, era dedicato alla «morte del web». Gli assassini? I motori di ricerca (tradotto: Google) e i social network (tradotto: Facebook) che monopolizzano il mercato e abituano il navigatore a una esperienza ipersemplificata del web. Nemico numero uno: Steve Jobs, creatore di un sistema chiuso in cui Apple controlla i contenuti e la tecnologia per fruirli (iTunes, iPhone, iPad).
Più «filosofica» l’opposizione di Jaron Lanier, rispettato pioniere di internet e della realtà virtuale (l’espressione è stata coniata da lui). Secondo Lanier Facebook è «un software antiumano» perché banalizza l’idea di amicizia e ci chiede di descriverci con tre o quattro parole. In altre parole, ci chiede di interagire con la macchina come fosse una persona. Il che implica che il nostro cervello potrebbe essere considerato niente più di un programma. Le nuove generazioni crescono così «con un’idea riduttiva di ciò che è una persona». Date tempo al tempo: quelle quattro parole diventeranno la nostra vera identità. A meno che non organizziamo una bella evasione da Facebook. Magari nel 2011.
Alessandro Gnocchi
lunedì 27 dicembre 2010
Ecco i Cives.net la Community politica
I cittadini più attivi nel Web, infatti, sono anche quei soggetti che non limitano il loro impegno nella dimensione online. Intrecciano modalità di e-partecipazione - come le petizioni via Internet - ad azioni collettive classiche, che si svolgono nelle piazze. Oppure, si informano e leggono i giornali quotidiani non solo cliccando sullo schermo di un pc, ma anche sfogliandone le pagine cartacee. Gli stessi movimenti nati in Rete hanno acquisito "concretezza" attraverso forme di partecipazione sul territorio; come il grillismo o il Popolo viola. In Italia la penetrazione sociale di Internet tocca ormai 30milioni di cittadini: il 52% della popolazione. 2Tra gli utenti della Rete due su tre (66%) dichiarano di leggere i quotidiani online. E la metà circa (48%), afferma di discutere e di informarsi di politica nel Web; partecipando a forum, blog, social network oppure via e-mail. A partire dall'uso o meno di queste due modalità di impiego della Rete si possono individuare quattro diversi gruppi di cittadini: gli Offline, gli Infonauti, gli Internauti e i Cives. net.
Gli Offline (39%) sono quelli che non utilizzano Internet. Gli Internauti sono il 15%: navigano in Rete, ma non leggono quotidiani online, né discutono di politica nel Web. Poi abbiamo gli Infonauti (17%): coloro che ricorrono alla Rete per tenersi informati. Leggono le versioni online dei quotidiani ma non discutono di politica via Internet. Infine, l'ultimo gruppo: i Cives.net (29%). Sono cittadini attenti e partecipativi rispetto alle questioni di pubblico interesse. E' una sorta di community particolarmente impegnata in Rete. Ma sono attivi anche nella sfera offline, come vedremo.
Il profilo socio-demografico di questi gruppi è prevedibilmente diverso: passando dai Cives.net ai cittadini Offline - cioè dai soggetti più coinvolti a quelli più distaccati - si riduce la componente di genere maschile, quella dei giovani e delle persone più scolarizzate. Diminuiscono quindi figure come gli studenti, i ceti medi impiegatizi e i professionisti. Cresce, invece, il peso di pensionati e casalinghe. I Cives. Net fanno un uso intenso della Rete. Sia in riferimento al tempo di connessione (il 77% resta collegato più di due ore al giorno, contro il 70% degli Infonauti e il 57% degli Internauti). Sia per la modalità di utilizzo di Internet.
Sono cittadini che non si limitano alle sole pratiche "civiche", di informazione e discussione online. In misura maggiore della media chattano (46%) e hanno fisicamente incontrato persone conosciute in Rete (25%). Acquistano prodotti attraverso l'e-commerce, scaricano musica, film, giochi e così via. In altre parole, hanno con il Web un approccio spontaneo, che è parte del loro stile di vita quotidiano; intrecciano finalità ludiche, di relazione oltre che di impegno civico e politico.
Sul piano della informazione il gruppo dei Cives.net mostra delle particolarità. Non tanto per la fruizione dei quotidiani cartacei (38%); solo qualche punto in più rispetto agli altri gruppi. Ma segue meno l'informazione televisiva. Presenta un'esposizione a questo mezzo sensibilmente più contenuta. Più degli altri ritengono Internet il luogo dove l'informazione è più libera e indipendente (65%). Sono particolarmente critici verso il sistema dell'informazione televisiva e giornalistica. Rispetto ai TG i Cives. Net in particolare, ma anche gli Infonauti, si fidano maggiormente del Tg3. Il TG di La7 e quello di Sky perdono consenso via via che dai Cives ci spostiamo verso i cittadini Offline. Questi ultimi si sentono più vicini al Tg1. Inoltre i Cives. Net apprezzano trasmissioni di approfondimento come Ballarò, Report, AnnoZero oppure di satira come le Iene, Parla con me, Che tempo che fa, Le invasioni barbariche. Porta a porta, invece, piace molto meno. Se consideriamo i due quotidiani più letti, il Corriere della Sera e la Repubblica, è quest'ultimo quello che viene privilegiato dai Cives.
Lo leggono nel 33% dei casi. E' evidente che queste valutazioni sui canali dell'informazione siano influenzate dall'orientamento politico di questo gruppo di utenti della Rete, che è sbilanciato verso sinistra e centro-sinistra. Il 42% dei Cives si riconosce in queste due posizioni ideologiche. Si dicono inoltre particolarmente interessati alla politica. Si fidano in misura maggiore dei partiti in generale (ma il loro voto è più orientato verso centro-sinistra, oltre che a favore del Movimento 5 Stelle e di Fli). Partecipano di più ad iniziative di carattere politico. Il 20% di loro ha preso parte a manifestazioni di partito e il 21% ad azioni di protesta (il doppio della media). Sono particolarmente attivi anche sul fronte delle nuove forme di impegno a favore dei diritti umani, come il consumo critico (49% vs. 30% della media ) o il boicottaggio di prodotti ritenuti eticamente non responsabili (26% vs. 14% della media).
Al tempo stesso partecipano anche sul Web. Il 19% ha sostenuto campagne online, sottoscrivendo petizioni via Internet, contro il 5% appena degli Infonauti e il 2% degli Internauti. Per i Cives, a differenza di altri cittadini, la linea di demarcazione tra offline e online non costituisce una digital divide, ma un confine permeabile. E' una community che si riconosce in determinati media e stili di comportamento. Si muove in una sfera pubblica dai contorni più ampi rispetto a quella degli altri cittadini; proprio perché hanno la capacità di intrecciare dimensione online e offline.
LUIGI CECCARINI e MARTINA DI PIERDOMENICO
Vince Facebook, perde il web?
La copertina del settimanale americano è ancor più significativa se si considera che il «board» ha deciso di ribaltare la nomina che era stata votata a maggioranza online dai lettori di Time: 382 mila internettiani avevano invece scelto Julian Assange, volto di Wikileaks, come persona più rappresentativa del 2010. La rete di computer connessi tra loro è la stessa, Zuckerberg e Assange ne sono due espressioni assai diverse, si potrebbe dire contrapposte tra loro. Il primo come detto rappresenta una nuova frontiera della vita online, più strutturata e «brandizzata», l’altro al contrario è il simbolo della «vecchia» Rete, quella romantica e ingenua, forse anche un po’ pirata, dove i contenuti - anche quelli segreti - circolano liberamente e sono a disposizione di tutti. Significativamente i due aspetti messi a confronto (era agosto) da Wired nel servizio che ha fatto discutere tutto il mondo: «Il Web è morto?». Se è davvero così, le indagini dovranno partire proprio da Facebook.