giovedì 30 settembre 2010

I bambini vogliono gli ebook, i genitori no

[webnews 30/09/2010]

Se gli ebook avranno successo sarà, probabilmente, grazie ai bambini. Sembra, infatti, che i giovani nativi digitali preferiscano i supporti tecnologici di questo tipo, considerati più divertenti. Peccato che non tutti i genitori sarebbero d’accordo con la rivoluzione digitale. Questa è la conclusione dei risultati raccolti da Scholastic, l’editore che si è aggiudicato i diritti per l’america di Harry Potter.

Dopo aver coinvolto oltre 2.000 bambini e adolescenti dai 6 ai 17 anni e i relativi genitori nel sondaggio, l’editore americano ha osservato i cambiamenti tecnologici, rilevando che i genitori e gli educatori sono da tempo spaventati del fatto che dispositivi come videogiochi e cellulari possano allontanare i figli dalla lettura. Tuttavia proprio le nuove tecnologie potrebbero introdurre i bambini verso un approccio alla lettura, attraverso i computer, i dispositivi mobili ed infine gli ebook.

Circa il 25% dei bambini intervistati ha dichiarato di aver letto un libro su un dispositivo digitale (computer/ebook), mentre molti altri sarebbero interessati a farlo. Il 6% dei genitori possiede un ebook, mentre il 16% sarebbe interessato ad acquistarlo.

Secondo Francie Alexander, questo cambiamento è una specie di chiamata al’azione: «Non mi rendevo conto di quanto i bambini avessero abbracciato le tecnologie. Chiaramente essi le vedono come strumenti per la lettura e non solo per i giochi. Le considerano un’opportunità per leggere».

Di diverso avviso molti genitori, preoccupati che la lettura dei figli possa essere troppo superficiale, oppure che essi passino ancora più tempo sui dispositivi digitali. Ma dallo studio emerge anche un dato illuminante: i bambini nella fascia d’età tra 9 e 11 anni hanno più probabilità di leggere se i loro genitori li forniscono di libri ed impongono dei limiti all’uso della tecnologia per il gioco. Infine, un dato allarmante: il 39% dei bambini considera le fonti trovate su Internet “sempre corrette”.

Sarà ben contenta Amazon.com, che offre il suo lettore di ebook Kindle: il mercato è in continua crescita, anche se ci sono ancora forti sacche di resistenza. Sono in molti, infatti, coloro che ancora non hanno la possibilità economica di accedere ad un lettore di ebook e la resistenza psicologica al passaggio ne sconsiglia pertanto l’acquisto. In questo senso Amazon ha già risposto avviando decise politiche di riduzione dei prezzi: l’ultima versione di Kindle costa circa 139 dollari, una cifra decisamente inferiore a dispositivi quali i tablet PC.

Twitter supera MySpace e diventa il terzo social network dopo Facebook e Windows Live Profile

[Il Sole24Ore 30/09/2010]

Negli ultimi anni tre social network si sono contesi i vertici delle classifiche globali: Facebook, MySpace e Windows Live Profile. Con rapide ascese e lenti declini. Adesso entra nei giochi un quarto pretendente, Twitter, il servizio per scrivere brevi messaggi con i microblog. E ad agosto ha dimostrato di aver allungato il passo: ha superato MySpace per utenti unici connessi in un mese, con un aumento del 76% rispetto all'anno precedente. A rivelarlo è la società d'analisi ComScore.

Il pubblico online decide il successo su scala globale attraverso la partecipazione. Ma può migrare anche da una rete sociale all'altra. Intanto Facebook continua a macinare record. Resta in cima con 600 milioni di persone che si sono connesse ad agosto e una platea di mezzo miliardo di utenti. Se fosse una nazione, sarebbe la terza al mondo. E progetta di espandersi in Brasile e India, due frontiere dove avanza sui rivali locali. In particolare, a New Delhi gareggia in un testa a testa con Orkut, il social network progettato da Google. Ma guadagna terreno.

Nella classifica globale di ComScore, invece, Windows Live Profile è in seconda posizione: si tratta di una piattaforma che include blog, spazi per la condivisione di immagini, servizi di posta elettronica. Ha raggiunto 140 milioni di visitatori.

Al terzo posto è salito Twitter: come Facebook e MySpace, è stato fondato da ragazzi con meno di trent'anni. Che hanno intuito l'evoluzione delle piattaforme online. Twitter ha puntato soprattutto sul testo: permette di scrivere messaggi non superiori alle 140 lettere, meno di un sms. È un limite che spinge gli utenti a un'estrema capacità di sintesi. E ha semplificato le comunicazioni all'essenziale, con poche parole e link. Negli Stati Uniti è decollato a partire dalla Silicon Valley. E ha conquistato la ribalta globale dopo le proteste degli studenti in Iran: è stato utilizzato per diffondere i messaggi sulle manifestazioni di Teheran.

Nel frattempo è diventato uno strumento di comunicazione per politici, star, scrittori. Anche il Dalai Lama ha aperto un profilo sul microblog. MySpace, invece, affronta un declino. È stato il primo social network a raggiungere una dimensione globale, acquistato dal magnate australiano Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari. Poi, però, ha rallentato l'avanzata in seguito all'ascesa di Facebook. Ha puntato da subito sulla musica (consente di ascoltare canzoni in streaming) e per cantautori e band è diventato un punto di riferimento. Ma non è riuscito a seguire il passo di Facebook.
Luca Dello Iacovo

martedì 28 settembre 2010

«Facebook? Occhio alla privacy». L'intervista a Federico Guerrini

[mentelocale.it 28/09/2010] I social network, da Facebook a YouTube passando per Twitter, non sono soltanto un nuovo modo di vivere Internet. Rappresentano anche un nuovo mondo con luccicanti meraviglie e insidie non sempre visibili. Ecco perché nascono professionalità specifiche per esplorare questi nuovi spazi sociali globali.
È il caso dei consulenti per i social media. Uno di loro è Federico Guerrini, nato a Milano nel 1972. Una figura eclettica che incarna la commistione di generi tipica del web: Guerrini, oltre a lavorare come consulente, è un giornalista e scrive libri. Probabilmente la persona più adatta per capire meglio il mondo dei social network.

Federico, iniziamo dalla fine: nel tuo ultimo libro
Facebook Reloaded, analizzi il panorama italiano di Facebook dagli esordi ai giorni nostri. Cosa fanno gli italiani su Facebook? Cosa cercano?
«Gli italiani su Facebook, secondo le ultime rilevazioni, sono circa 16 milioni. È un fenomeno che riguarda tutte le fascie d'età (anche se le più numerose, in valore assoluto, sono quelle fra 19 e 24 anni e fra 36 e 45) e tutte le estrazioni sociali. I comportamenti quindi sono i più variegati: c'è chi lo usa per divertirsi con Farmville o ad altri giochi online, chi cerca di fare nuove conoscenze per scopi sentimentali e c'è anche una piccola ma agguerrita minoranza che lo usa per scopi professionali in senso lato».

Quali sono i tre consigli principali per un utilizzo consapevole di Facebook? Viceversa, cosa va assolutamente evitato?
«Il primo, direi, è quello di non accettare o inviare acriticamente richieste di amicizia. Spesso capita di aggiungere una persona e poi scordarsi di averlo nel proprio elenco di contatti. Si scrive perciò di tutto e di più sulla propria bacheca, dimenticandosi che c'è qualcuno che ci legge e non sappiamo nemmeno chi sia. Il secondo, è quello di creare delle liste di amici, con diversi livelli di permesso, in modo da rendere visibile i contenuti di volta in volta pubblicati solo ad alcuni e non ad altri. Il terzo è quello di controllare e aggiornare periodicamente le proprie impostazioni sulla privacy, magari escludendo determinate persone dalla visualizzazione delle nostra bacheca, senza che per questo sia necessario rimuoverle dall'elenco degli amici».

Come giornalista, quali sono le storie, i casi, i personaggi più emblematici dei social network che tu hai raccontato?
«Ti confesso che non mi piace il gossip associato ai social network, per cui non me ne occupo molto; ricordo però il caso di un hacker che aveva messo in vendita online un milione di credenziali di accesso a Facebook, rubate ai legittimi possessori, e anche il caso di un ragazzo che prima di suicidarsi aveva lasciato un messaggio in bacheca».

Secondo te Facebook è una moda di passaggio per divertirsi facendo amicizie oppure sta trasformando internet e il modo in cui comunichiamo?
«Beh, ormai direi che parlare di moda è improponibile. Facebook è online dal 2004, in Italia è esploso tardi, ma sono più di due anni che se ne parla in continuazione. Inoltre, il fatto di aver raggiunto ormai il mezzo miliardo e oltre di utenti, gli garantisce una tale massa critica che sarà difficile trovare un sostituto a breve. È chiaro che sta trasformando molto l'approccio a Internet, ha avvicinato alla Rete tante persone che prima la guardavano con sospetto e ha sostituito in parte l'approccio alle ricerche fondato sulle query di Google con un approccio basato sui consigli degli amici. Se sia un bene o un male non lo so. Per ora, direi che i lati positivi superano quelli negativi».

Si parla spesso di trovare lavoro grazie ai social media. Come si fa? Tu ci sei riuscito?
«In parte. Il contatto per il primo libro che ho scritto è nato proprio grazie a un social professionale, Xing. Una persona ha messo un annuncio cercando autori e io ho risposto. Avevo però esperienza di scrittura e di giornalismo, informatico e non, alle spalle. I social network sono uno straordinario strumento per ampliare i propri rapporti sociali e per raggiungere persone altrimenti inavvicinabili, però bisogna partire da una base, da qualche competenza acquisita sul campo».

Uno dei lati oscuri di Facebook è la tutela della privacy dei suoi membri. Hai scritto un libro anche su questo argomento, intitolato Proteggi la Privacy: quali sono i rischi che corrono i nostri dati online e come possiamo realmente difenderli?
«Ti ringrazio della domanda, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore. È meglio chiarire che tutto quello che mettiamo online, in un modo o nell'altro, può essere rintracciato. E questo anche dopo molti anni: il concetto di oblio non esiste su Internet, almeno per il momento. Per quanto riguarda i dati sensibili, i consigli di base sono quello di scegliere una password, lunga e piena di numeri, punteggiatura e simboli. Alcune tecniche per crearne di simili e memorizzarle le racconto nel libro e le trovate anche nel mio blog privacy.blogosfere.it. Poi bisogna ricordarsi di cancellare periodicamente i cookie e la cache del browser e di usare sempre un firewall quando ci si connette. Piccole cose, che non servono contro un tentativo di penetrazione mirato, ma che evitano gli attacchi occasionali».

Hai scritto anche un libro dedicato Twitter, un social network che spopola in America ma non ancora da noi: cosa c'è di diverso rispetto a Facebook?
«Proprio mentre rispondo a questa domanda, Twitter sta cambiando pelle, avvicinandosi molto nell'aspetto e nelle funzionalità a Facebook. Quello che dovrebbe continuare a distinguerlo, è la lunghezza massima dei messaggi che si possono inviare: 140 caratteri di testo. Questo dà luogo a una comunicazione sincopata e senza fronzoli, ma anche senza molto spazio per comunicare emozioni. Quello che distingue Twitter è anche il fatto che la comunicazione è asimmetrica: si può seguire una persona anche se questa non ci segue; in Facebook, invece, l'amicizia è sempre reciproca».

Guardiamo alle novità. Le nuove tendenze sono i geo-social network, come Foursquare, ovvero social network basati sulla localizzazione geografica dei loro membri. Dopo tanti anni di rete globale, riscopriamo quant'è bello l'angolo di fronte e il vicino di casa?
«No, non mi pare che lo spirito di Foursquare o Gowalla o Places sia questo. Si propongono piuttosto come strumenti per individuare qualcosa nella folla, che sia un ristorante, un museo, una libreria. Le tracce lasciate dai nostri amici su una mappa, fungono da ideale filo d'Arianna anche per noi. Oppure possono essere usati per incontri estemporanei fra persone che si trovano momentaneamente vicine e hanno scoperto, magari su Facebook, di avere un qualche tipo di affinità fra loro. Per il momento, mi sembrano però uno strumento più utile per le aziende, per schedare ulteriormente i consumatori, che una vera esigenza per gli utenti».

Ultima domanda: secondo te qual è la prossima svolta epocale nei social media?
«Se lo sapessi, sarei ricco... A parte gli scherzi, di svolte in arrivo ce ne sono parecchie. Quella che mi sembra più di impatto, anche se i social media c'entrano fino a un certo punto, è relativa al cosiddetto internet delle cose e alla tecnologia Rfid. Gli oggetti comunicheranno sempre più fra loro e con noi e con la nostra rete di contatti su Internet. Dai cartelloni pubblicitari che ci riconosceranno quando gli passeremo davanti, agli innesti nel nostro corpo per motivi sanitari o di inserimento sociale. Saremo tutti sempre in Rete, anche senza bisogno di telefonini, un po' come i tecnodroidi di Nathan Never: spero un po' più belli e meno bellicosi».

Wikicrazia di Alberto Cottica, il web 2.0 applicato alla pubblica amministrazione

[Panorama 28/09/2010] Oggi parliamo di un libro scritto da due persone diverse: la prima è un musicista, ha solcato i palchi di tutta Italia imbracciando la fisarmonica dei primi Modena City Ramblers e continua a girare il mondo con i Fiamma Fumana; la seconda è un economista, è project manager del Dipartimento politiche dello sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico e lotta per una “economia il cui motore principale sia l’intelligenza umana”. Entrambe le persone rispondono al nome di Alberto Cottica, e dalla fusione di queste due anime nascono un concetto e un libro di prossima pubblicazione: Wikicrazia (232 pagine, Navarra Editore).

Wikicrazia è una visione entusiasmante di quello che le politiche pubbliche potrebbero diventare nell’era di Internet: la mobilitazione di una intelligenza collettiva, attraverso la collaborazione creativa tra gli amministratori, le organizzazioni nonprofit, e soprattutto migliaia e migliaia di cittadini”. Questo scrive David Lane, professore di Economia all’Università di Modena e Reggio Emilia, in una delle prefazioni al libro.

Si tratta di un ragionamento naturale, ma tutt’altro che banale: in un’epoca dove il web 2.0, il crowdsourcing e l’open source stanno rivoluzionando l’informazione, la comunicazione, l’arte in generale e, in alcuni casi, persino la ricerca scientifica; come può trasformarsi la pubblica amministrazione? Come possono i cittadini sfruttare la Rete per diventare protagonisti della “cosa pubblica” e, soprattutto, cosa dovrebbe fare un governo per rendere questa partecipazione possibile?

Il libro è il risultato di una lunga serie di riflessioni su come la Rete possa insegnare molto alla politica locale e all’amministrazione del territorio” ha dichiarato Cottica in una recente intervista a Wired; “concetti tipici dell’etica hacker – trasparenza, aiuto reciproco, libertà – sono tutti elementi che possono fare assai bene alle “politiche” prima ancora che alla “politica”. Dalla segnalazione diretta di un problema di fianco a casa (una rotonda costruita male, ad esempio) a forme di discussione più raffinate.”

Un esempio di modus operandi 2.0, del resto, lo ha dato lo stesso Cottica, aprendo al pubblico della Rete il cantiere dei lavori su Wikicrazia. Dopo aver completato una prima bozza del romanzo, il bardo-economista ha invitato i naviganti a contribuire alla versione beta del saggio. Risultato: una quarantina di persone (i Wikicratici) hanno contribuito alla stesura della bozza finale di Wikicrazia che, stando allo stesso Cottica, presenta una qualità notevolmente superiore.

Il libro Wikicrazia. L’azione di governo al tempo della rete: capirla, progettarla, viverla da protagonista uscirà venerdì 30 settembre.

domenica 26 settembre 2010

“Web 2.0 e alta formazione:un connubio possibile?”

[26/09/2010 ]

Da Techmex un articolo che mostra come le TIC possano risolvere l’impasse in cui alcune università sembrano versare.

Passando il rassegna le pecche dell’attuale situazione scolastica, ma anche sociale, in cui versa la formazione italiana, dopo aver ricordato le parole di Tullio De Mauro e della dirigente veneta che denuncia la grave ignoranza delle giovani generazioni in fatto di lingua italiana, la sottoscritta passa a considerare la formazione universitaria, dove sembra che il diavolo non sia così nero come si suole dipingerlo. Non é raro infatti rilevarvi buone pratiche degne di essere applicate con entusiasmo perché efficienti ed efficaci.

Ne é un esempio il progetto L’università che vorrei“, concepito e attuato da Maurizio Galluzzo.“Undici i punti presi in considerazione, tutti basati sulla centralità dello studente, sulla gratuità di mezzi e servizi, sulla partecipazione attiva dei soggetti interni ed esterni all’università (apprendimento cooperativo esteso a tutto il popolo della rete), sul potenziamento e l’accessibilità alle tecnologie d’informazione e comunicazione, sulla continua valutazione in itinere, anonima e dal basso, del processo di apprendimento, sull’assoluta gratuità dei materiali da diffondere in rete e da condividere attraverso gli ambienti più idonei ad una più agevole, creativa, attuale, fattiva, collaborazione (blog, social network come facebook, documenti condivisi e tutto quanto la rete renda di facile compilazione, consultazione, condivisione” [...]

E i risultati ci sono, sorprendenti e accattivanti, come dimostra il successo dello IUAV camp 2010, che ha visto la partecipazione di ben 400 iscritti, di cui 160 allievi che hanno presentato i loro progetti, concepiti, passo per passo, attraverso l’interazione continua con chiunque abbia voluto dire la sua (pensate che anch’io ho osato tanto – sic!), per suggerire, criticare, stimolare e (perché no?) manifestare il proprio compiacimento e la propria sorpresa per un processo assolutamente da studiare, copiare, porre in essere, nelle sue linee essenziali, ma soprattutto nelle modalità operative, ovunque si desideri finalizzare la formazione universitaria allo sviluppo culturale, sociale, economico e tecnologico del nostro Paese.

Allora benvenuto web nella formazione universitaria, che il tuo avvento riesca a fermare il declino dell’istruzione e sia foriero di nuove conquiste, nel sapere, nella scienza, nel progresso!”

sabato 25 settembre 2010

Facebook e Twitter non fermano la crescita dei blog

[lsdi 25/09/2010]

Blogging1Nel 2014 saranno almeno il 60% (contro il 50% di oggi) gli internauti americani che leggeranno un blog almeno una volta al mese – Una ricerca di eMarketer – La crescita continuerà fino a quando i blog aumenteranno la loro influenza sui media mainstream

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I social network e i microblog hanno scalzato in questi ultimi anni il blogging dal piedistallo dei social media. Per alcuni utenti, quelli che hanno sotto mano più strumenti di comunicazione rispetto a qualche anno fa, Facebook e Twitter hanno soppiantato i blog come sbocchi principali. Ma i blog continuano ad essere importanti.

eMarketer, in particolare, stima che quest’ anno più della metà degli internauti leggeranno un blog almeno una volta al mese. Nel 2014 i lettori di blog negli Usa cresceranno a più di 150 milioni,cioè il 60% dei navigatori americani. E una delle ragioni di questa crescita è che i blog sono diventati una parte importante del paesaggio mediatico.

“Ci si attende che la crescita continui a mano a mano che i blog continueranno ad accrescere la loro influenza sui media mainstream”, osserva Paul Verna, senior analyst di eMarketer e autore di una nuova ricerca dal titolo “The Blogosphere: Colliding with Social and Mainstream Media. “Ma c’ è un avvertimento da fare: col tempo i blog finiranno per essere sempre più indistinguibili dagli altri canali informativi”.

Blogging2La produzione dei blog, invece, è un’ attività più di nicchia. Solo il 12% della popolazione online aggiornerà almeno una volta al mese un blog quest’ anno, stima eMarketer. Mentre nel 2014 questa percentuale dovrebbe crescere un pochino, toccando il 13,3%.

Ci sono diversi fattori che determinano la crescita del blogging, fra cui la facilità di uso delle piattaforme di personal blogging e il crescente peso dei blog come strumenti di informazione. Ma nello stesso tempo, social media come Twitter e Facebook stanno fornendo agli utenti una strada alternativa e meno intensiva per comunicare le proprie idee al mondo. Il blogging non è più il mezzo principale per esprimere se stessi online.

(via Giornalaio; il sito dà notizia anche di una interessante infografica realizzata da Infographic Labs per The Blog Herald sullo stato della blogosfera aggiornata al 2010)

Foursquare, l'app per scoprire e condividere i luoghi della tua città

[LaStampa.it 25/09/2010] MILANO
Una piattaforma di microblogging e una guida per orientarsi. Sono questi gli elementi che contraddistinguono Foursquare, servizio di geolocalizzazione che consente di condividere con il proprio smart phone il luogo in cui ci si trova, che si tratti di un ristorante, di una piazza, o della stazione della metro. «Tanti più luoghi si scoprono e si condividono con i propri amici, alimentando una sorta di sfida tra i partecipanti al social network, tanti più riconoscimenti si ricevono», afferma Naveen Selvadurai, co-fondatore di Foursquare, ospite dell'ultima giornata del Social Media Week, evento che raccoglie e racconta i trend più importanti che emergono dalle rete. La componente del gioco, sottolinea Selvadurai, è l'elemento essenziale per poter favorire la condivisione di idee e spingere le persone ad utilizzare un determinato servizio.

Federico Ferrazza, coordinatore di Wired.it, sottolinea il fatto che entro quattro anni il mercato della geolocalizzazione negli Stati Uniti avrà raggiunto i dodici miliardi di euro. A questo aspetto si lega inoltre la crescita esponenziale che negli ultimi anni ha coinvolto il mercato pubblicitario locale, a dispetto di quello nazionale. Che cosa accadrà, si chiede Ferrazza, quando Foursquare, che oggi conta circa tre milioni di utenti, avrà raggiunto una vera e propria massa critica? E come verranno sfruttati dalle aziende questo genere di servizi?

Alla questione ha provato a rispondere Alessandra De Carlo, responsabile del Marketing Mobile Data di Vodafone Italia. «Foursquare ci piace molto, ha sostenuto De Carlo, soprattutto nei suoi aspetti di mobilità e condivisione». Ciò che Vodafone intende attuare in questa direzione, consiste nell'agevolare la connettività degli utenti e nel fornire un contributo decisivo all'eliminazione del “digital divide” che oramai da troppo tempo affligge il nostro Paese. Il passo successivo sarà quello di portare su mobile sempre più applicazioni, «puntando sulla qualità dei contenuti e lavorando sui social network per poter imparare ad ascoltare i feedback dei nostri utenti».

Dello stesso avviso è Daniela Cerrato, direttore della Business Unit Femminili Mass Market del Digital Publishing di Mondadori, che ricorda la necessità di veicolare il giusto messaggio a un pubblico attivo che reagisce a determinati stimoli e interagisce di conseguenza. In occasione della Fashion Week, spiega Cerrato, Foursquare verrà utilizzato della redazione di Donnamoderna.com per poter aprire ulteriori canali di dialogo con le nostre lettrici.

Malgrado gli sviluppi interessanti che un servizio di questo genere è in grado di proporre, restano da risolvere alcuni punti delicati legati alla privacy degli utenti, all'interoperabilità del servizio e soprattutto ai modelli di business che in questo contesto potrebbero nascere. Nel caso dei primi due, Selvadurai non ha dubbi: «La condivisione delle informazioni avviene tra persone che hanno stretto amicizia in maniera reciproca e sul nostro sito sono disponibili le API della nostra applicazione», ovvero tutti gli strumenti per poter integrare Foursquare con qualunque tipo di servizio. Sul terzo aspetto, pare ci sia qualche perplessità in più. «In quest'ultimo anno abbiamo imparato molto, afferma Selvadurai, e i nostri sforzi oggi sono orientati a capire quali sono i modelli di business che verranno».

GIUSEPPE FUTIA