mercoledì 20 novembre 2013

Le policy sui social media dei giornali italiani: LaStampa.it ha reso diponibile il suo decalogo, si apra un dibattito

[18/11/2013 Lsdi]
Recentemente la Social Media Editor della Stampa, Anna Masera,  ha pubblicato sul suo blog la bozza di social media policy del giornale che risale a gennaio 2012, richiedendo osservazioni e proposte. In effetti la pubblicazione di questo decalogo con tutti i suoi limiti può essere una interessante piattaforma di partenza per discutere del rapporto fra old media, redazioni e social network.
In effetti  parlare di social media policy pare un po’ eccessivo; meglio parlare di regolamento aziendale, di un decalogo per l’ uso dei social media che rende maggiormente fede alla tipologia del documento che sostanzialmente pone delle restrizioni e definizioni di competenza operativi piuttosto che un framework operativo esteso.



di Vittorio Pasteris

La cosa che più balza all’occhio dalla letttura del documento è che l’approccio con il mondo esterno, quello dei lettori, è decisamente poco social. Pare che l’ obiettivo del documento stesso sià più di creare un confine netto fra il mondo della redazione e dell’editrice e quello che sta fuori “dal firewall aziendale”, oppure um metodo per evitare fughe di notizie ed informazioni piuttosto che un galateo sociale di Rete.

Sembrano insomma più le regole di ingaggio di un plotone militare che deve sapere militarmente che fare o non fare, piuttosto  che delle linee guida di condivisione e rapporto con i lettori. Anzi il termine lettori o qualcosa di simile non appare proprio nel testo.

Dando una lettura a quanto proposto dal NYT la differenza è evidente e lascia la discrezionalità al buon senso dei giornalisti

We treat our readers no less fairly in private than in public. Anyone who deals with readers is expected to honor that principle, knowing that ultimately the readers are our employers. Civility applies whether an exchange takes place in person, by telephone, by letter or online.

Analogamente la differenza con quanto propone il Guardian nelle sue pagine è evidente.

Ma almeno La Stampa ci ha provato e ha reso pubblico il suo approccio al problema, sarebbe interessante che ora gli altri giornali old media o nativi digitali dicessero la loro sul modus operardi sui social media.

Il testo del decalogo della Stampa.it:

1) I giornalisti de La Stampa che intendono utilizzare i social networks per conto del giornale saranno inseriti nelle pagine dedicate del sito web. In tale caso La Stampa garantisce assistenza legale, previa adesione al decalogo.
2) I giornalisti de La Stampa sono tenuti a identificarsi come tali se utilizzano i loro profili per lavoro (e non solo per interesse personale).
3) Le notizie vanno date prima al proprio giornale, cartaceo o digitale.
4) Una proposta rifiutata dall’edizione cartacea perché considerata non adeguata alla linea del giornale, manterrà naturalmente la stessa inadeguatezza anche sulle piattaforme digitali.
5) E’ proibito divulgare sui social media notizie che La Stampa non ha ancora pubblicato, non importa in quale formato (per es. anticipare articoli in uscita il giorno dopo in edicola). Fanno eccezione i casi in cui ci sia un’esplicita scelta della direzione di promuovere in anticipo contenuti destinati all’edicola .
6) E’ proibito pubblicare nel proprio profilo materiale di proprietà de La Stampa o confidenziale (per es. lettere aziendali interne, o comunicati del CdR).
7) E’ bene linkare i contenuti de La Stampa, non è bene farne il copia e incolla sulle proprie pagine personali (soprattutto senza link alla fonte).
8) E’ bene tenere presente che tutto ciò che si pubblica su Internet rischia di essere permanente e può essere rintracciato dai motori di ricerca in ogni sua singola parola anche molti anni dopo la pubblicazione.
9) I giornalisti de La Stampa sui social networks devono sapere che qualsiasi informazione personale che rivelano di sé o dei loro colleghi può essere associata al nome della Stampa.
Ormai è risaputo che su Internet niente è davvero privato: quindi bisogna impostare con cura le scelte per la privacy (per esempio su Facebook * ) * Saranno fornite istruzioni a riguardo per chi le richiedesse.
10) I giornalisti de La Stampa devono tenere presente che qualsiasi opinione esprimano sui social networks può danneggiare la reputazione e la credibilità del loro giornale. Si raccomanda di applicare buon senso e professionalità.
E’ bene dichiarare sempre che le opinioni che si esprimono sono personali, ma è bene anche tenere conto che parlare male di chiunque ha sempre conseguenze negative sia per i giornalisti che per la testata. Sono altamente scoraggiati i battibecchi.
Quando si interagisce con il pubblico sui social networks e nello spazio riservato ai commenti nei blog è buona prassi ringraziare quando le critiche sono giuste e rispondere puntualmente a quelle sbagliate per ristabilire la verità, ma sempre con educazione: anche quando gli interlocutori sono a dir poco maleducati.
Nel caso i giornalisti siano vittime di attacchi di “troll”, sono invitati a segnalarlo all’azienda, e – nel frattempo – a ignorarli.

Il social network delle grandi inchieste

[18/11/2013 La Repubblica]
D al tweet al racconto il passo è breve. Almeno per Evan Williams, uno dei quattro cofondatori di Twitter. Il quale, dopo aver fatto una fortuna con il social network della sintesi, ha deciso di andare oltre i 140 caratteri. E insieme al sodale Biz Stone, che lo ha accompagnato anche nell’avventura di Twitter ora abbandonata da entrambi, ha fondato Medium: una piattaforma a metà tra il blog e il social network, che invita gli utenti a produrre e a leggere contenuti più estesi. «Storie che contano - sottolinea Williams decisamente più lunghe di un tweet. Con Medium stiamo provando a creare il luogo ideale per la condivisone di storie e di idee. Contenuti di sostanza, che non possono essere racchiusi in 140 caratteri, e che non sono stati pubblicati solo a uso e consumo degli amici”, come invece accade spesso sui social network». L’idea alla base di Medium, fondato circa un anno fa, è proprio quella di rendere più semplice ed efficace la condivisione di contenuti di maggiore ‘spessore’. E di permettere loro di diventare virali, proprio come accade per le vignette e i memesu Twitter e Facebook. «Su Medium trovano spazio molti argomenti diversi», sottolinea Williams, che della start-up è anche Ceo e l’ha presentata in grande stile con un’ampia intervista al mensile Wired, edizione americana. «Possono esserci post di natura professionale o personale, di fiction o di non fiction. Su Medium ci sono prospettive, idee e persino reportage giornalistici».
Per questo il servizio, invece di raccogliere i post per autore, preferisce un raggruppamento sulla base dei temi trattati. E se da un lato offre un’esperienza utente semplificata, con un’interfaccia minimale che permette l’autopubblicazione in pochi semplici passi , dall’altro mette in campo un’importante limitazione: un algoritmo che valuta la qualità dei contenuti editoriali e l’interesse suscitato negli utenti. Una sorta di filtro che mette in luce i post ritenuti di maggior qualità, a scapito di quelli individuati come di bassa fattura, e che costituisce il vero valore aggiunto del nuovo servizio. A questo si aggiunge una squadra di 40 editor e accordi con vari produttori di contenuti professionali, fra cui Epic, azienda americana che si occupa di trovare storie interessanti da trasformare in libri o film: industrial writer, come li chiama Williams, contrapponendoli a blogger e giornalisti della rete. La rivoluzione cui punta Medium, infatti, parte dalla presa di coscienza che la comunicazione su Internet, oggi, premi più la velocità e la praticità che la profondità. «Molti servizi hanno avuto successo nell’aprire a tutti la possibilità di produrre contenuti e condividerli - aggiunge il Ceo - ma ci sono stati meno progressi nell’innalzamento della qualità dei contenuti prodotti ». Invertire la tendenza non è semplice, ma secondo Williams è più che mai necessario: «Le necessità economiche portano i siti di news ad attirare l’attenzione degli utenti senza preoccuparsi della qualità editoriale». Basta, dunque, con le notizie a base di sesso, sangue e soldi: «Stiamo costruendo un sistema dove i buoni contenuti possono brillare e ad avere attenzione. E c’è un pubblico per idee e storie che fanno leva su qualcosa di più dei desideri di base degli esseri umani». Con Medium, ha precisato ulteriormente il fondatore, «non stiamo tentando solo di creare la piattaforma giusta per la condivisione. Ci sono già altri servizi che danno questa possibilità. Ognuno può crearsi il proprio blog, anche se pensiamo che la creazione di un blog non sia un’attività per tutti. Il buco che cerchiamo di riempire è principalmente sul lato della creazione». E dal punto di vista della creazione di contenuti, la precedente esperienza professionale di Williams è sicuramente d’aiuto. Nel curriculum del quarantenne americano, infatti, spicca, oltre a Twitter, anche la fondazione di Blogger, il servizio per la pubblicazione semplificata di blog, acquistato nel 2003 da Google. Un’evoluzione che sembra tracciare un disegno preciso: Twitter ha aperto la rete a chiunque avesse 140 caratteri da comunicare, Blogger a chi volesse avere una presenza sul web più strutturata. Adesso Medium – il cui nome sembra indicativo – si pone a metà tra i due modelli, fondendo sistema editoriale e social network. Presentando funzioni, come il commento dei singoli paragrafi e l’indicazione del tempo necessario per la lettura, di cui non dispongono nemmeno le più avanzate piattaforme di blog. Una forma di comunicazione che Williams ha contribuito a lanciare qualcuno ritiene che lo stesso termine blog sia stato reso popolare proprio da lui – ma che ai suoi occhi adesso sembrano segnare il passo. «I blog spesso creano una cultura superficiale», dice il Ceo sempre a Wired. «Parte della ragione per cui molti blog di tecnologia sono di cattiva qualità è che le persone che ne scrivono i contenuti non capiscono davvero la materia di cui si occupano. Le notizie, la maggior parte delle volte, sono irrilevanti. E le persone preferirebbero spendere il loro tempo consumando meno notizie e più idee». Tutto il web, nella visione di Williams, è infestato di contenuti di bassa qualità. Ce ne sono sui blog, ce ne sono su tutta la rete. E ce ne sono, a volte, anche su Medium: il servizio, quest’estate, è stato criticato per aver dato spazio a post offensivi, contrariamente all’obiettivo dichiarato. «Anche su Medium abbiamo contenuti di scarsa qualità», ammette Williams. «Ma stiamo lavorando per filtrarli e lasciare spazio a quei grandi contenuti che sono presenti sulla piattaforma e che senza Medium non vedrebbero la luce del sole». Alcune cifre sui due maggiori social network, Facebook e Twitter. Ora si aggiunge Medium per contenuti di qualità.

La storia dell’hasthag: il celebre simbolo di Twitter

[16/11/2013 Pionero Digital Innovation]

Proprio nei giorni in cui si assiste al grande successo della quotazione in borsa di Twitter – il popolarissimo Social Network per il microblogging – Offerpop ha pubblicato una interessante infografica per rendere omaggio alla storia dell’hashtag e delinearne in qualche modo il futuro, dove questo semplice simbolo ricoprirà un ruolo sempre più centrale per definire trends, collegare in tempo reale le conversazioni, l’organizzazione dei dati sociali e il rapporto tra aziende e clienti.
Per  i pochi chi non ne fossero a conoscenza, ricordo che l’hashtag (#) è il simbolo del carattere “hash” (cancelletto, da non confondere con il diesis) utilizzato per creare etichette (tag) finalizzate a facilitare la ricerca dei contenuti nel mondo social.
Questo simbolo, utilizzato in rete per la prima volta per etichettare i gruppi e gli argomenti di IRC (Internet Relay Chat) -  la prima chat web della storia – è poi diventato celebre grazie al suo utilizzo su Twitter, dove da semplice elemento per raggruppare conversazioni o argomenti è diventato il più potente e pervasivo strumento dei social media. Basti ricordare il ruolo fondamentale giocato da Twitter e dall’hashtag #IranElections per denunciare la repressione delle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali del 2009.
L’hashtag si dimostra anche uno strumento perfetto per fare controinformazione, grazie alla sua natura difficilmente controllabile. Sono numerosi i casi di questo tipo di utilizzo dell’hashtag, forse il caso recente più importante di quella che viene definita eterogenesi dei fini del social media marketing italiano è quello della campagna pubblicitaria di Enel guidata dall’hastag #guerrieri.
L’esplosione della comunicazione mobile, che domina con il 60% dei tweet inviati, ha fatto il resto: ad oggi circa il 70% delle comunicazioni fatte sui social contiene un hashtag e un tweet che ne contiene almeno uno ha il 50% di probabilità in più di essere ri-twittato.
Dopo Twitter infatti, Instagram, Google+ e per ultimo Facebook han deciso di adottare l’hashtag come strumento per veicolare e raggruppare le discussioni e le campagne di social media marketing.

Francesco Montanari

Eccovi l’infografica:



Infografica hashtag

martedì 19 novembre 2013

Giovani in rete: iperconnessi, narcisisti e mammoni

[13 novembre 2013 Corriere.it]
Iperconnessi e sempre più narcisisti. Ma, con una caratteristica tutta italiana, legati alla famiglia anche sui social network. È il ritratto degli adolescenti lombardi tracciato dalla ricerca dell’Università Cattolica «Family.tag –Technology Across Generations» condotta su un campione di 693 ragazzi tra i 13 e i 23 anni e 867 genitori.
Ritrovarsi in famiglia su Facebook: potrebbe essere questo il titolo dell’indagine, coordinata da Camillo Regalia, psicologo sociale e da Pier Cesare Rivoltella, pedagogista, e realizzata con l’obiettivo di studiare la presenza e gli effetti dei social network nelle relazioni familiari.
Innanzitutto, l’uso degli smartphone ha reso ancora più diffuso l’accesso a internet e ai social: il 99,1% degli adolescenti intervistati ha uno o più cellulari in famiglia, connessi al web nel 76,3% dei casi. Inoltre, nel 39,5% delle case è presente almeno un portatile e nel 61,9% almeno un pc.
È proprio la rete creata da Mark Zuckerberg il social network più usato dai ragazzi lombardi: l’83% ha un profilo attivo e utilizza Facebook per comunicare con fratelli e sorelle (il 58% dichiara di averli nella rete di amici), con i cugini (85,7%) o con altri parenti (40,2%).
Più controverso il rapporto – anche digitale – con i genitori. Soltanto un quarto dei ragazzi intervistati, infatti, dichiara di aver stretto amicizia sul social con la mamma (25,8%) o il papà (24%). In questo senso, con l’aumentare dell’età diminuisce, come è abbastanza ovvio, il desiderio di aver i propri genitori tra gli amici di Facebook. Anche perché la funzione di controllo spesso svolta dai genitori oltre che nella vita reale anche sulla bacheca dei propri figli inizia a stare stretta.  Lo confermano i dati: nella prima adolescenza,
tra i 13 e i 17 anni, sono i figli a richiedere per primi l’amicizia ai genitori (65% dei casi), mentre con il passare del tempo, la percentuale scende al 40%.
Per quanto riguarda il tempo di connessione, il 55% dei ragazzi naviga da 1 a 3 ore al giorno (lo fa anche il 23,6% dei genitori). L’uso del social è però diverso in molti aspetti. Il più evidente è la scelta dell’immagine del profilo, dove emerge il desiderio degli adolescenti di dare un’immagine di sé che colpisca: il 28% posta una propria foto “artistica”, il 23,3% sceglie un’immagine di sé nella vita quotidiana e il 21,5% si ritrae con gli amici.
Gli scambi su Facebook tra genitori e figli sono comunque limitati. Con padre e madre, precisa Pier Cesare Rivoltella, «il legame sembra debole. Anche se presenti nella rete, i genitori sono raramente emittenti/destinatari di informazioni». Soltanto quando i rapporti familiari sono problematici nella vita reale, i social network diventano uno strumento di comunicazione alternativo e quindi prezioso.  In generale, i genitori vedono i social network più come pericoli che risorse e dichiarano di essere preoccupati dall’isolamento che possono provocare (37,8%), dalla possibilità che i figli ricevano informazioni rischiose (65%). Per questo un quarto di loro dichiara di essersi impegnato per parlare con i figli di cosa è giusto fare o non fare sul web, con particolare attenzione per il divieto di contattare sconosciuti (29,8%). In realtà, la maggior parte dei figli intervistati sostiene di non discutere di questi argomenti con i genitori.
Olivia Manola

lunedì 11 novembre 2013

Adolescenti in Piemonte, il bullismo dilaga anche su chat e social network

[La Stampa.it 07/11/2013]
Torino - Un adolescente su tre diffonde su Internet notizie false e offensive sui coetanei. Uno su cinque ha ricevuto l’invito a far parte di un gruppo nato per prendere di mira qualcuno. Il 14 per cento è stato vittima di un messaggio minaccioso o offensivo.
Nelle chat sempre online e sempre più veloci cresce il rischio del cyberbullismo. I tempi cambiano con la tecnologia nel modo di essere verbalmente e psicologicamente violenti.

L’allarme degli esperti
L’allarme arriva dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, e i segnali ci sono tutti: un’indagine condotta da Ipsos rivela che il 4 per cento degli intervistati, nella nostra regione, ha addirittura scoperto su Internet una propria immagine imbarazzante postata senza permesso. Il 9 per cento dei ragazzi intervistati, infine, si è visto «rubare» una mail riservata o fatta leggere con fiducia, e ritrovata poi su un profilo pubblico.
«Il dato più sconcertante - spiegano le dottoresse Alessandra Simonetto e Patrizia Cavani, presidente e segretaria dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte - riguarda i pericoli percepiti dai ragazzi: il 72 per cento dei giovanissimi riconosce oggi nel cyberbullismo la più grande minaccia da cui difendersi. E questa «aggressione», che può giungere in ogni momento e in qualunque luogo attraverso i nuovi mezzi tecnologici, viene ritenuta più pericolosa della droga (55%), del rischio di subire una molestia da un adulto (44%), o della possibilità di contrarre una malattia sessualmente trasmessa (24%)». Nel tritacarne delle chat si diventa vittime soprattutto perché considerati «diversi» per l’aspetto fisico (67%), per l’orientamento sessuale (56%) o perché di un’altra nazionalità (43%). Discriminazione, omofobia e razzismo si diffondono più rapidamente di un tempo.

Consulenza gratuita ai genitori
Anche per questo, anche per i genitori, da lunedì prossimo, gli psicologi piemontesi aprono i loro studi a una consulenza gratuita durante il «Mese del benessere psicologico»: «L’obiettivo è prevenire, intervenire sulla salute individuale e delle organizzazioni, riconoscere le criticità prima che assumano caratteristiche conflittuali o patologiche». Il malessere che può derivare dal cyberbullismo è solo una delle minacce per cui gli psicologi offrono una prima consulenza gratis. Ma è talmente attuale che l’ordine ha deciso di aprire il lungo elenco di incontri aperti al pubblico a Torino e in altre città piemontesi proprio affrontando il tema dell’adolescenza: «Il cyberbullismo - sottolinea la dottoressa Simonetto - accomuna ragazzi e ragazze, gli studenti delle diverse tipologie di scuola secondaria, italiani e stranieri». Un fenomeno «particolarmente evidente nel passaggio dalla scuola media a quella di secondo grado».

Le chat fanno male alla scuola
Per 38 ragazzi su cento il bullismo che passa attraverso chat come WhatsApp e social network come Facebook arriva a compromettere il rendimento scolastico, nel 65 per cento dei casi - rivela un’indagine di Save the Children - porta all’isolamento distruggendo la volontà di aggregazione della «vittima», fino ai casi più gravi che arrivano a veri e propri disturbi psicologici.

lunedì 4 novembre 2013

Negli Usa bambini connessi 24 ore a settimana: i pediatri prescrivono una dieta da pc e smartphone

[Blasting news 02/11/2013]
I bambini statunitensi vivono davanti a una tv, uno smartphone o un pc 24 ore alla settimana. I ragazzini tra gli 8 e i 10 anni arrivano a 8 ore in un solo giorno per salire a 11 ore nell'adolescenza.
Secondo i pediatri dell'American Academy of Pediatrics (Aad) tutte quelle ore passate sotto i bombardamenti di tutti i dispositivi oggi a disposizione dei più giovani sono troppe. Sono necessarie secondo loro nuove regole perché se ne faccia un uso più ragionato e lanciano così una "dieta dei media".
L'obiettivo dei pediatri americani è di ridurre i danni potenziali che l'uso spasmodico di tv, pc, tablet e smartphone può procurare in età preadolescenziale: dalla obesità alla perdita di sonno, fino a comportamenti aggressivi. Il dott. Marjorie Hogan, fra gli autori del documento pubblicato anche sull'edizione online di Pediatrics è convinto che: "Una dieta dei media è possibile solo con il coinvolgimento di genitori, educatori e gli stessi pediatri", soggetti che si spera non eccedano più dei ragazzi nel controllare di continuo posta elettronica e profilo sui social network.
La guida dei pediatri americani invita i genitori a non far navigare da soli i propri figli. L'ideale sarebbe pianificare l'uso dei vari mezzi per non più di 1 o 2 ore al giorno, mantenendo lontane le ore dei pasti e la sera prima di andare a dormire. Decisamente vietato l'uso di tablet e smartphone ai bimbi sotto i 2 anni.
La battaglia per promuovere la dieta digitale per i pediatri americani non è una crociata contro le nuove tecnologie. Evitare le cattive abitudini e gli stimoli eccessivi nell'età della crescita sono principi basilari che, dicono nel documento, ogni pediatra dovrebbe ricordare alle famiglie dei propri pazienti: un uso fatto con regole precise aiuta a sfruttare meglio le opportunità che portano le nuove tecnologie stesse.
Giovanni Ruggero

I social network possono aiutare i giovani depressi

[West 31/10/2013]
Chattare su internet può avere effetti positivi sui giovani che pensano di suicidarsi. Una ricerca condotta dalla Oxford University su 4.313 soggetti under 25 sottolinea, infatti, quanto i social network possano incoraggiare gli individui stressati ad avere un atteggiamento positivo e a ricercare il supporto degli altri. Infatti, su 3219 messaggi inviati da ragazzi depressi tramite web, circa il 28,3% ha utilizzato il dispositivo informatico per chiedere aiuto informalmente. Per questo motivo ci si augura che le chat interattive possano diventare strumenti utili agli operatori socio-sanitari per raggiungere quanti si trovano in condizioni di fragilità emotiva, al fine di informarli e sostenerli.
 
Mariangela D'Ambrosio