martedì 10 aprile 2012

Consiglio d'Europa, consigli per la Rete

[06/04/2012 PuntoInformatico]
Tutelare al massimo principi fondamentali come il libero accesso all'informazione e il diritto al rispetto della privacy di milioni di netizen nel Vecchio Continente. I membri del Consiglio d'Europa hanno così diramato due diverse raccomandazioni per la protezione dei diritti umani su motori di ricerca e piattaforme di social networking.

Il primo pacchetto di linee guida riguarda tutti quegli operatori web che forniscono agli utenti servizi di ricerca. In particolare, i vari search engine dovrebbero aumentare il livello di trasparenza nel modo in cui viene garantito l'accesso alle informazioni attraverso le cosiddette query.

Quali sono gli effettivi criteri adottati per il ranking dei risultati di ricerca? E ancora, su quali basi un motore di ricerca stabilisce la rimozione di un determinato link? Interrogativi cruciali - almeno secondo il Consiglio d'Europa - per la tutela del libero accesso alle informazioni su Internet.
Ma c'è anche la delicata questione della privacy. La Commissione dei Ministri d'Europa ha inviato tutti gli stati membri a rispettare i diritti degli utenti nella gestione dei dati personali. Con maggiore trasparenza per quanto concerne lo sfruttamento dei cookie, degli indirizzi IP, delle varie cronologie di ricerca.

Nella seconda raccomandazione, il coinvolgimento dei social network. Strasburgo ha invitato gli stati membri a collaborare attivamente con le varie piattaforme di condivisione, per una efficace campagna informativa sui rischi per la privacy. E sempre utilizzando un linguaggio chiaro nelle policy a disposizione degli utenti.

Particolare attenzione dovrà poi essere posta sui minori, per evitare ogni contatto con contenuti e persone pericolose. I social network dovrebbero garantire meccanismi automatici per la segnalazione di materiale inappropriato, tutelando gli iscritti con opzioni chiare ed immediate per la gestione della propria identità virtuale.

Mauro Vecchio

World Economic Forum: Italia al 48° posto, dietro Croazia e Montenegro, nel processo di digitalizzazione

[05/04/2012 Key4biz]
L’Italia non attira gli investimenti digitali per via dei ritardi accumulati nel campo dell’istruzione e delle innovazioni, oltre che di un potere politico che non accelera sulle iniziative che potrebbero far decollare il nostro Paese.

Situazione che fa finire l’Italia al 48° posto della classifica mondiale contenuta nel Report “The Global Information Technology Report 2012: Living in a Hyperconnected World del World Economic Forum (Wef), della società di consulenza globale Booz & Co e della Business School Insead.

Una valutazione a livello globale di 142 Stati su condizioni infrastrutturali e competenze umane necessarie a fornire tecnologie informatiche e di comunicazione oltre che internet.

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lunedì 2 aprile 2012

Giornalismo e new media, sotto con l'integrazione

[02/04/2012 Wired.it]
Internet fa bene o male al giornalismo? Una domanda ricorrente, che da anni risuona nei convegni, durante i telegiornali, persino davanti ai banconi del bar. Ma se la domanda non è cambiata, a mutare nel tempo è stata sicuramente la risposta. All’inizio, l’opinione diffusa tra gli operatori del settore era che blog prima e social network poi fossero come una pistola carica nelle mani di giornalisti improvvisati, incapaci di verificare le fonti o distinguere la verità dalle fandonie, ma in compenso abilissimi nel diffondere e rilanciare balle incontrollabili e spesso anche pericolose.

Questo forse in parte era vero e in parte –obiettavano gli entusiasti del nuovo “giornalismo dal Basso” – un tentativo estremo ed inutile della stampa di difendere posizione, ruolo e privilegi. Quale che fosse la ragione, quel periodo di duro confronto sembra essere ormai alle spalle: la conferma arriva da alcune testimonianze raccolte durante la seconda giornata del Social Media World Forum a margine di un panel dedicato a “Social media and the news”. Il primo a dare un’idea precisa del nuovo corso è Mark Jones, Global Community Editor per Reuters, secondo il quale “i media sociali stanno migliorando il giornalismo, perché mettono a disposizione di chi fa informazioni nuove e valide fonti, diffondendo informazioni in un formato chiaro e semplice da usare”.

Gli fa eco Nick Petrie, Social Media & Campaigns Editor per The Times, che arricchisce il quadro sostenendo che “uno dei principali cambiamenti introdotti nella professione dall’avvento dei social media è che i giornalisti non hanno più il controllo delle storie che raccontano”, perché nel momento in cui le pubblicano esse appartengono ai lettori. Questi si guardano bene dal fruirle passivamente e le rilanciano, integrano, commentano oppure demoliscono mentre ci costruiscono intorno una conversazione alla quale il giornalista può e deve partecipare, che può provare a indirizzare ma che non può governare. E questo perché, dice sempre Petrie, nel moderno mondo dei media, “una volta pubblicata, la storia di ognuno diventa la storia di tutti”.

In questo contesto incredibilmente dinamico, dove l’ informazione è liquida e scorre ad altissima velocità, il mestiere del giornalista non passa certo di moda, ma assume una funzione nuova e richiede nuove skill: se infatti è vero che la “verifica delle nuove fonti è ancora una forma d’arte in via di definizione” - come ammette ironicamente Mark Jones - altrettanto vero è che il lavoro del giornalista si focalizza sempre di più sulla “content curation”, ovvero sulla selezione, la verifica dell’attendibilità, la cura (di forma, struttura), e la presentazione dei contenuti giornalistici dispersi nel world wide web. Oltre che ovviamente la produzione di approfondimenti ed analisi.

E se la cura dei contenuti diventa centrale alla professione, magari agevolata dal fatto che i social media consentono al giornalista di sentire il polso del lettore e capire cosa gli interessa davvero, allora la velocità di pubblicazione passa – finalmente - in secondo piano. Perché nessuna testata, per quanto grande, può competere con un esercito composto da milioni di potenziali citizen journalist, e perché il fattore differenziante, il focus del lavoro giornalistico diventa l’analisi delle cose e dei fatti. Che per definizione richiede tempo.

“Il giornalismo è cambiato, passando dal controllo dell’agenda delle notizie alla content curation e alla produzione di contenuti di qualità”, spiega infatti Peter Bale, Vice Presidente e General Manager per Cnn. Che poi sentenzia: “Un pezzo di 600 parole pubblicato due giorni dopo un evento ormai è morto in partenza. Oggi è tutto breaking news da 140 caratteri cui devono fare seguito approfondimenti di qualità”. Ed è qui che i professionisti del mestiere possono e devono fare la differenza.

Altro tema emerso a Londra riguarda la presenza del giornalista in rete: nel web sociale, dove la personalità emerge prepotentemente dietro la professionalità e dove il confine tra pubblico e privato diventa labile fino a sparire, “ogni giornalista è un brand” – afferma ancora Peter Bale – e deve svolgere un ruolo di ambasciatore presso gli utenti, contribuendo in prima persona all’immagine e alla credibilità della propria testata.

E quando infine chiediamo agli intervistati quali sono secondo loro le abilità fondamentali che ogni giornalista moderno dovrebbe avere, questi rispondono all’unanimità: deve abitare e conoscere i social media, sapere mettere in relazione fatti, notizie e fonti per effettuare puntuali verifiche incrociate e, soprattutto, deve essere (molto) scettico.

Alessio Iacona

Facebook, le app sanno tutto di te i dati rimangono in quelle degli amici

[31/03/2012 La Repubblica]
IL NUMERO DELLE APP su Facebook è in crescita continua. Difficile per gli iscritti al social network non provarne nemmeno una, e così per i loro amici. Ma una volta che si decide di disattivarle, non è detto che gli amici facciano altrettanto. E le informazioni raccolte sul di voi da quella applicazione rimangono custodite nel codice, perché sia l'utente che gli amici dell'utente hanno accettato, attivandole, che queste app prelevassero dati "social" dai profili personali e collegati. [Leggi tutto...]

[Esplora il significato del termine: Dopo Bauman anche Sennett ha dubbi sui social network] Dopo Bauman anche Sennett ha dubbi sui social network

[31/03/2012 Corriere.it]

“Tempo a breve termine”: è il concetto-chiave dell’ultimo libro di Richard Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. La riduzione del tempo che le persone trascorrono insieme dipende dall’instabilità lavorativa: un giovane entrato nella forza lavoro nel 2000 cambierà posto da dodici a quindici volte nell’arco della sua vita lavorativa. I gruppi di lavoro non durano più di nove-dodici mesi, disincentivando la costruzione di legami fiduciari.

Questo determina l’effetto silos: l’isolamento di individui e dipartimenti in unità separate e scarsamente comunicanti. Con il risultato che le persone vengono dequalificate a praticare la co-operazione impegnativa.

Le vie individuate da Sennett per “riconfigurare” la co-operazione sono tre. Innanzitutto, la conversazione dialogica, aperta all’ascolto, per contrastare il “feticcio dell’asseverazione”, l’impulso a far prevalere comunque la propria tesi, caratteristico della conversazione dialettica. Se la dialettica genera simpatia perché supera le differenze dell’altro attraverso uno sforzo di identificazione, l’empatia collegata allo scambio dialogico è una pratica più impegnativa, perché richiede di prestare attenzione all’altro alle condizioni poste da lui. Infine, le formule dubitative: il condizionale attenuativo apre spazi di sperimentazione, la formulazione esitante (“scusate ma…”, “forse…”, “avrei detto che…”) invita alla partecipazione.

Alla luce di queste considerazioni, Sennett critica i meccanismi di co-operazione online. E lo fa a partire dalla sua sperimentazione della versione beta di Google Wave, un progetto lanciato nel 2009 ma chiuso solo un anno dopo, in cui ha riscontrato una logica dialettica del “Noi contro di Loro”, un linguaggio denotativo e meccanismi di esclusione precoce di interventi erroneamente giudicati irrilevanti. Nei siti di social network osserva comportamenti di “esibizione competitiva”, in cui il valore di una persona è dato dalla quantità dei suoi contatti e il consumo diventa guardare gli altri vivere.

Sennett si dichiara consapevole del rischio che la critica sociale scada nel caricaturale e mantiene una forte attenzione alle sfumature: nelle stesse pagine, ricorda che la tecnologia può anche consentire comunicazioni di interesse collettivo, come nella chatroom di pazienti colpite da tumore al seno studiata da Shani Orgad o nell’utilizzo dei social network in Cina a supporto della guanxi.

Esperienze che aprono nuove possibilità rispetto al quadro delineato da Sennett, perché i social media consentono di coltivare relazioni altrimenti erose dall’instabilità dei luoghi e dei tempi di lavoro. E quindi potrebbero favorire il mantenimento di legami durevoli, seppur fondati su “reti sociali portatili” anziché su contesti relazionali stabili. Il condizionale attenuativo, in questo caso, si traduce in domanda di ricerca.

Ivana Pais

Microsoft e Polizia Postale contro gli abusi online sui minori

[30/03/2012 Pubblica Amministrazione.net]

Dalla collaborazione tra Microsoft e Polizia Postale nasce un nuovo strumento finalizzato a combattere gli abusi sui minori nel Web: si chiama PhotoDNA, ideato da Microsoft e NetClean e basato su una sofisticata tecnologia di corrispondenza delle immagini.

Uno strumento indispensabile per combattere la pedopornografia online, sempre più dilagante, analizzando le immagini in Rete e identificando le vittime al fine di prestare assistenza nel minor tempo possibile. PhotoDNA è infatti reso disponibile gratuitamente per le forze dell’ordine, e attraverso il programma CETS (Child Exploitation Tracking System) aiuta a indagare sui casi sospetti di abusi sui minori online, che possono essere tracciati dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Una tecnologia che rappresenta, ancora una volta, la volontà di Microsoft di impegnarsi nella tutela dei minori e di collaborare attivamente con le forze dell’ordine, nell’ottica di rendere il Web molto più sicuro soprattutto per i piccoli utenti.

«Microsoft è da sempre impegnata in iniziative volte a rendere la Rete un luogo sicuro. La nostra azienda sente infatti la responsabilità di garantire soluzioni sicure e, grazie allo sviluppo di questa tecnologia innovativa, dispone di una nuova opportunità per aiutare le forze dell’ordine a contrastare uno dei crimini più odiosi che esistano, la pedopornografia. Le forze dell'ordine svolgono quotidianamente un lavoro straordinario per combattere lo sfruttamento dei minori e noi siamo orgogliosi di contribuire oggi con un nuovo strumento gratuito, PhotoDNA.»

Pietro Scott Jovane, AD e Presidente Microsoft Italia, ha illustrato il progetto mettendo in evidenza come anche la tecnologi possa mettersi al servizio delle forze dell’ordine, soprattutto quanto si parla di sicurezza Web per i minori. Anche da parte della Polizia postale c’è stata piena approvazione del progetto, che rappresenta un passo in avanti nella lotta contro gli abusi online e si aggiunge alle altre iniziative messe in atto dalle grandi aziende che operano nel settore tecnologico, come ha ribadito Antonio Apruzzese, Direttore della Polizia Postale e delle Comunicazioni.

«La lotta agli abusi sui minori e l’impegno per la sicurezza in Rete sono i nostri obiettivi primari in un ambiente in cui le insidie possono essere numerose. La nostra attenzione è costantemente alta e grazie alla disponibilità di PhotoDNA, da oggi disponiamo di un nuovo strumento per condurre le nostre indagini in maniera ancora più efficace. La collaborazione con Microsoft, che dal 2006 ad oggi ha già prodotto ottimi risultati, garantirà ancora ulteriori traguardi nella lotta contro la pedofilia. Grazie anche al sistema CETS sono state coordinate oltre 10.000 indagini con i seguenti risultati investigativi: persone arrestate 422; persone denunciate 7584; perquisizioni 6548; siti web attestati e oscurati in Italia 179; siti pedopornografici inseriti nella black list 1086; siti web monitorati 361787.»

Teresa Barone

L’archeologia ai tempi del web 2.0: scoperti 14.000 siti archeologici con le foto satellitari

[26/03/2012]
L'archeologia è una disciplina complicata ma oggi con l'aiuto di internet e delle foto satellitari, è stato quasi un gioco scoprire 14.000 antichi insediamenti umani. Basta un PC, una connessione ed esperienza.

I moderni archeologi o gli appassionati possono esaminare i territori direttamente da casa guardando un semplice monitor. Con una connessione ad internet e l'ausilio di Google Earth chiunque può avere accesso alle foto satellitari, ed esaminando i resti in pietra, diventa molto più veloce l'individuazione di possibili luoghi in cui fare una spedizione. Direttamente dall'MIT e dall'università di Harvard arriva un nuovo software in grado di aiutare chi di antico se ne intende.

Come spiega Jason Ur, archeologo ricercatore, molti che fanno il suo stesso mestiere potranno risparmiarsi un bel pò di fango e di tempo grazie alle nuove tecnologie. Ur insieme ad un esperto di informatica, hanno messo a punto un software in grado di rilevare i resti antichi. Il software servendosi delle immagini satellitari fornite dal satellite ASTER della NASA, riesce ad identificare gli insediamenti, facendo riferimento al colore del terreno che è diverso dove c'è stata presenza umana, e ad altri fattori.


Utilizzando il software sviluppato dalla collaborazione dei due studiosi, è stato possibile trovare più di 14.000 villaggi umani costruiti negli ultimi 8.000 anni. La scoperta è avvenuta studiando 23.000 chilometri quadrati di foto satellitari dell'antica Mesopotamia, nella parte orientale della Siria. Più di 9.000 sono i siti più elevati rispetto al suolo circostante, e ciò significa che nel corso dei millenni ci sarebbero stati più insediamenti costruiti sulle macerie di quelli più antichi.

Il software permette all'archeologo di velocizzare l'individuazione dei siti, ma per accertarsi della veridicità della scoperta, bisogna comunque andare sul luogo e sporcarsi le mani verificando con i propri occhi se quello che è stato trovato sono semplici strutture recenti per gli animali, o antichi insediamenti umani.