martedì 13 dicembre 2011

Usa, minori su Facebook mentono sull'età con l'aiuto dei genitori

[La Stampa 13/12/2011]
Ai minori di 13 anni è proibita l'iscrizione a Facebook, ma i divieti, si sa, accendono i desideri: sono milioni, infatti, i ragazzini americani che non resistono al richiamo del social network e creano account mentendo sulla propria età.

Sorprende un po' che mamma e papà, tutt'altro che contrariati, diventino complici della violazione. Secondo un’indagine della New York University, il 55 per cento non lo considera un problema e il 76 per cento ha anche aiutato i propri figli ad aprire un profilo. Il 19 per cento dei genitori ha dichiarato, poi, di avere un figlio al di sotto dei 10 anni con account su Facebook.

«Tutti i suoi amichetti ce l’hanno - ha commentato un genitore di Brooklyn - ormai non si mandano più email e comunque teniamo il computer in un’area della casa dove c’è sempre uno di noi che controlla. Trovo che il limite di 13 anni sia sciocco, visto che Internet è ovunque ormai e non credo che Facebook sia una cosa di cui preoccuparsi».

«Mappe condivise» e «cittadini sensori» Il web 2.0 per «gestire» le situazioni di crisi

[Corriere della Sera 12/12/2011]
Al bordo della frana che ha cancellato la piazza del paese. Poi al pilone del ponte trascinato da acqua e fango. Smartphone in una mano per documentare i danni dell’alluvione che aveva devastato Mulazzo, in Lunigiana. E nell’altra, tablet per controllare e condividere le informazioni con la Protezione civile. A pochi giorni dal disastro, con il paese isolato dal fiume, Elena Rapisardi, web content strategist, era “sul campo” ma anche in Rete scambiando tweet, foto e video. «Si tratta di passare dalla partecipazione emotiva, quella che ci fa mandare foto e video ad amici o follower per condividere un'emozione, a una partecipazione consapevole, verificata e utilizzabile», dice Elena Rapisardi che dal 2005 si occupa di progetti per l’utilizzo del web 2.0 nelle situazioni di crisi. Lo sta facendo collaborando con le strutture dei soccorsi e formando nuove leve di volontari attraverso la prima Sala Ooperativa 2.0 realizzata con il Centro intercomunale di Protezione civile Colline Marittime e Bassa val di Cecina, una decina di comuni tra Pisa e Livorno.

SISTEMA CITTADINI-UNIVERSITÀ-SOCCORSI - E con un progetto ambizioso: preparare “cittadini sensori”, vedette che di quelle terre hanno saperi completi. Tesi e progetto (in partenza a gennaio) del suo dottorato al dipartimento di scienze della Terra dove con NatRisc dell’Università di Torino il mondo scientifico-accademico fa sistema con quello dei soccorsi e dei cittadini. «Tecnologie web e mobile sono ottimi strumenti per operatori e scienziati per gestire l’informazione», spiega Elena Rapisardi che in Lunigiana faceva lei stessa il “cittadino sensore”.

GEOLOCALIZZAZIONE - - Immagini geolocalizzate, blog e crowdmap su piattaforma Ushahidi (nata in Kenya ai tempi delle violenze post elettorali del 2007 significa “testimone”, in swahili) sono state utilizzate durante il terremoto di Haiti e lo tsunami in Giappone. «Integrare i nuovi media rende più veloce e immediata la comunicazione operativa, fondamentale per aiuti e prevenzione, tra protezione civile, vigili del fuoco, strutture di soccorso. E più concreta l’informazione dei media tradizionali». Applicazioni, gratuite e veloci, mettono in relazione i movimenti e le azioni delle squadre in perlustrazione con l’organizzazione degli aiuti. Sulle crowdmap, attraverso le funzionalità di google (doc, map, earth, latitute) ogni intervento è un punto. Ogni punto si apre con testi e immagini. Si usano dagli rss per i meteo, agli storyfile dell’esondazione di un fiume. Mai come in nei giorni dei disastri in Liguria e in Toscana i media tradizionali hanno citato twitter e facebook come fonti da cui partivano allerta e notizie. A Genova, per esempio, fin dalle prime ore dell’alluvione, migliaia di tweet con hashtag concordato (#allertameteoLG) hanno raccolto le segnalazioni sull’emergenza in un’unica pagina.

I SOCCORSI IN WEB 2.0 - E l’operazione sul campo ad Aulla e Mulazzo è un esempio italiano di un nuovo approccio alla gestione dei soccorsi. Le immagini scattate da Rapisardi, geolocalizzate dal gps del cellulare finivano su una “mappa collettiva”, appunto una crowdmap sulla quale altre persone, vigili, volontari, abitanti, inviavano dati e notizie, segnalavano spostamenti, indicavano altre frane, altri danni. Nel Coc (centro operativo comunale) allestito tra le macerie, da Antonio Campus, geologo e responsabile del Centro intercomunale della val di Cecina arrivato in Lunigiana con l’esperienza del progetto Sala operativa 2.0, condivideva le informazioni raccolte dalle squadre di soccorso da una mappa su web. «La popolazione era rimasta isolata tre giorni», racconta. «Gli aiuti erano concentrati sulle Cinqueterre. Qui la gente si era organizzata con le pale. Ma non erano sufficienti. Dal comando, ad Aulla, era difficile capire cosa serviva ed era necessario registrarle e condividerle anche a distanza». Applicazioni, gratuite e veloci, sono stati gli strumenti con cui Campus ha raccolto e messo in relazione le informazioni delle squadre in perlustrazione. E poi organizzato i soccorsi. La mappa è ancora attiva. Attraverso le funzionalità di Google (doc, map, earth, latitute) ogni intervento è un punto. Ogni punto si apre con testi e immagini che potevano essere aggiornati, nello stesso momento, da chi era sul campo e chi era nel centro operativo.

PREVENZIONE INCENDI - La filosofia (ideale e pratica) del crowdsourcing (partecipazione attiva e democratica della comunità) è la base del soccorso e della prevenzione secondo il modello di Elena Rapisardi che, nel gennaio 2010, ha avviato Open Foreste Italiane. Un progetto pilota che raccoglie segnalazioni di esperti e abitanti a una mappa utili alla prevenzione di incendi: indicando dalla presenza di volontari alla collocazione di idranti, agli specchi d’acqua.

ESERCITAZIONI E CREATIVITÀ - Una piattaforma, come quella della Sala operativa 2.0 del Centro intercomunale di Antonio Campus. «Nelle esercitazioni i volontari sperimentano diverse situazioni di crisi, di strumenti e di media», dice il geologo. «Dagli rss per i meteo, agli storyfile (aggregatori di social network) dell’esondazione di un fiume con cui è possibile aveve una lettura multimediale, aggiornata e condivisa della situazione”. Teorie che l’emergenza, e qualche punta di creatività, ha messo in campo. Come l’idea di un’associazione di volontariato della val di Cecina che ha utilizzato dei vecchi cellulari con gps sul collare dei cani per, tracciare il cammino delle squadre in perlustrazione, rendendo visibile in tempo reale il quadro dell’azione di ricerca a alla sala operativa dalla parte opposta. Ed è così che i “cittadini sensori” diventano, come direbbe il premier Mario Monti, strumenti “salva Italia”. Durante i disastri. E soprattutto prima. Luisa Pronzato

Social media job hunting: trovare lavoro grazie al web 2.0

[Ninja Marketing 2/12/2011]


I social media non hanno profondamente cambiato solo le strategie di marketing e comunicazione, ma anche i processi di costruzione e gestione del personal branding delle persone e dell’employer branding organizzativo.

Per chi cerca lavoro è molto importante aggiornare il proprio profilo sul Web 2.0 (mostrando le competenze in possesso e il percorso formativo fatto), utilizzando le piattaforme anche per cercare offerte di lavoro e interagire con altri utenti che hanno avuto esperienze in particolari aziende. Ma anche le stesse aziende possono sfruttare gli strumenti web per posizionarsi e promuovere le posizioni interne vacanti, ricercare attivamente potenziali candidati e/o intervenire in caso di crisis management (causata per esempio da lavoratori scontenti).

“Can Facebook Get you a Job?” è un’infografica creata da MBA online utilizzando i dati di una survey USA Jobvite che riassume l’impatto dei social media sui processi e le modalità di job hunting e recruiting: vediamo come Facebook, Twitter, LinkedIn e le altre piattaforme possono essere usate con questo scopo!

Alberto Maestri

venerdì 9 dicembre 2011

Istruzione domiciliare: la scuola che va a casa

[Education 2.0 07/12/2011]
Utilizzare le tecnologie e il Web 2.0 per potenziare i processi di insegnamento/apprendimento a domicilio, di norma basati su poche ore di presenza fisica di un docente presso l’abitazione del giovane degente.



È ormai nota la sensibilità del mondo della Scuola nei confronti degli alunni che, per ragioni di salute, non possono frequentare regolarmente le normali lezioni d’aula. Testimoni ne sono le normative che regolano la Scuola in Ospedale e, più recentemente, la cosiddetta Istruzione Domiciliare (ID). Quest’ultima è definita come “il servizio scolastico previsto per quegli alunni che, affetti da gravi patologie o patologie croniche, dopo l’ospedalizzazione non possono far rientro a scuola e quindi seguire le lezioni con i propri compagni”. Quindi, per dualità, se l’istruzione ospedaliera è vista come “la scuola che va in ospedale”, quella domiciliare e “la scuola che va a casa”.

Negli anni, l’ID si sta rilevando un’esigenza sempre più impellente per gli studenti costretti a lunghe degenze (o a cure ripetute nel tempo). Degenze che, anche per i noti problemi economici-gestionali della sanità, sono e saranno sempre più caratterizzate da una riduzione dei tempi di permanenza in ospedale e da un aumento di quelli di cura presso la propria abitazione. In questo contesto, grandi attese si stanno creando attorno la possibilità di utilizzare le tecnologie (in particolare quelle del Web 2.0) per potenziare i processi di insegnamento/apprendimento a domicilio, di norma basati su poche ore di presenza fisica di un docente presso l’abitazione del giovane degente.

La massiccia diffusione della tecnologie Web consente oggi di mantenere un canale sempre aperto fra l’allievo disagiato, la propria classe di appartenenza e gli insegnanti che periodicamente si recano presso la sua abitazione. Non si tratta però del solo uso della teleconferenza come strumento per surrogare la partecipazione a lezioni tenute a distanza, quanto piuttosto la realizzazione di laboratori personalizzati per l’apprendimento (Personal Learning Environment), fruibili a domicilio, costruiti, a cura degli insegnanti, attorno al giovane degente e animati da più soggetti (i compagni di classe, gli insegnanti, i genitori, gli amici). Se da un lato le esperienze di uso didattico della teleconferenza risalgono ad almeno un paio di decenni fa (senza, peraltro, sortire effetti particolarmente significativi sul piano didattico-pedagogico), quelle legate all’uso delle tecnologie Web 2.0 sono, per ragioni cronologiche, decisamente più recenti. I primi tentativi in questo senso sono datati 2004-05 e si collocano nell’ambito del progetto del Ministero dell’Istruzione denominato HSH@Network. Per la precisione, in un filone dello stesso progetto (HSH@Teacher) curato dall’Istituto Tecnologie Didattiche del CNR (ITD-CNR) e indirizzato a diffondere conoscenze e competenze sull’uso didattico delle tecnologie di rete fra gli insegnanti impegnati nell’istruzione ospedaliera e domiciliare. Allora non era ancora d’uso comune parlare di Web 2.0, benché, di fatto, se ne stesse già introducendo l’impiego educativo.

A più di un lustro dall’iniziativa HSH@Teacher, è stata da poco completata un’indagine nazionale finalizzata a comprendere il tipo di follow-up prodotto da quell’esperienza formativa nella Scuola. Gli esiti di tale indagine verranno illustrati in un convegno che si terrà a dicembre, in occasione di un evento formativo organizzato dal Ministero dell’Istruzione e indirizzato ai docenti coinvolti in questo impegnativo contesto. Sarà un’occasione per commentarne i risultati e suggerire possibili linee di azione per una diffusione sempre maggiore dell’uso didattico delle risorse 2.0 sia nell’ID sia nella scuola in ospedale, per certi versi vista come una “domiciliare sui generis”. Diffusione che non può prescindere da processi informali di mutua crescita degli stessi educatori attraverso il lancio di comunità professionali, inizialmente organizzate attorno al corpus centrale delle pratiche censite nell’indagine, dalle quali poi partire per lo sviluppo di nuovi modelli d’uso del Web 2.0 a supporto di un’ID centrata sul concetto di “laboratorio di apprendimento domiciliare”.

Trentin Benigno Repetto

L’insegnamento ai tempi dei social network

[PMIservizi 06/12/2011]

I bambini e i ragazzi di oggi utilizzano internet con una grande facilità, navigano, cercano e hanno molti meno problemi a farlo degli adulti, sono nativi digitali, per loro il computer e altri oggetti tecnologici sono sempre esistiti. C’è chi pensa che sia negativo, altri vedono la cosa in maniera positiva, fatto sta che nell’insegnamento questa propensione all’uso di internet e degli strumenti per comunicare online può portare i suoi frutti. Infatti è possibile usare Facebook, ma anche altri social creati ad hoc e dedicati all’insegnamento, per infondere la conoscenza negli studenti di oggi. Mashable (Fonte: 5 Best Practices for Educators on Facebook) ha suggerito alcune strategie per l’utilizzo di Facebook, ma poi esistono piattaforme come Edmodo, Twiducate e Schoology e infine MyInnova, progetto tutto italiano.

Facebook

Nel momento in cui si decide di utilizzare Facebook per l’insegnamento è importante porre degli obiettivi e degli scopi, non si può dire a chi generalmente usa questo mezzo per giocare o chiacchierare che genericamente verrà utilizzato Facebook a scuola, sarebbe semplicemente controproducente.
Inoltre non è buona politica che insegnanti e alunni stringano amicizia su Facebook, potrebbero scatenarsi polemiche di ogni genere. Ecco perché ai fini dell’insegnamento si possono usare le Fan Page Facebook e i gruppi. I gruppi danno diverse possibilità:

  • creare un gruppo chiuso di studenti e insegnanti, a cui non possono iscriversi elementi esterni;
  • creare una discussione di gruppo continua;
  • infondere maggiore sicurezza a quegli studenti un po’ intimiditi dalla classe nel porre domande;
  • fornire del personale di supporto;
  • spingere e favorire gli studenti nella creazione di gruppi di studio.

Le Fan Page, a differenza dei gruppi, sono tipicamente aperte a tutti gli utenti Facebook, quindi vengono usate in altro modo. Di solito servono a raggiungere un pubblico ampio, magari per un confronto su metodologie usate o per la condivisione di alcuni risultati. Si può dire che le pagine siano più un mezzo di diffusione della conoscenza, piuttosto che un luogo di discussione intimo e circoscritto agli studenti di una classe o scuola.

Edmodo

È un social network che nasce proprio con lo scopo di insegnare e apprendere. Ha quindi tutte le tradizionali caratteristiche di un social: chat, messaggi, condivisione. Ma in più è possibile assegnare dei compiti, condividere dei documenti, pubblicare degli avvisi, creare dei gruppi e condividere un calendario. Insomma, strumenti utili per i ragazzi e per i loro insegnanti. Per ora le lingue in cui è disponibile sono inglese, spagnolo, portoghese, tedesco e greco.

Twiducate

Nonostante il nome, che ricorda molto più Twitter, in realtà Twiducate assomiglia a Facebook. Anche qui ci sono molti strumenti utili agli insegnanti, è possibile infatti creare una vera e propria classe virtuale, con la quale il o gli insegnanti potranno mettersi in contatto. Potranno essere inserite date da ricordate, come quelle dei compiti in classe o degli incontri con i genitori. Sembra meno completo, anche dal punto di vista grafico, di Edmodo, visto che l’unica possibilità di condivisione sono post e link. L’unica lingua in cui è disponibile è l’inglese.

Schoology

È un sistema che appare molto funzionale, ha una grafica semplice e chiara e offre la possibilità di iscriversi anche come genitore e non solo come insegnante o studente. L’interfaccia garantisce la possibilità di condividere documenti, appuntamenti, ma anche discussioni aperte su attività da svolgere o problematiche. In più gli insegnanti possono tenere un registro delle presenze e dei voti direttamente online. È disponibile in inglese, malay e spagnolo.

MyInnova

È un’iniziativa in fase sperimentale, promossa dal Dipartimento per la Digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione Tecnologica, in collaborazione col Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. I docenti potranno creare un proprio profilo, legato al loro indirizzo di posta elettronica di istruzione.it. I professori potranno creare diverse community, ad esempio una per ogni classe che seguono. Avranno a disposizione la chat, i messaggi, i calendari, uno spazio per la condivisione di materiale didattico. La presentazione ufficiale di MyInnova è consultabile a questo link in formato pdf.

sabato 3 dicembre 2011

Internet – Come cambia Twitter, ora il social network è il re della comunicazione

[Italia H2403/12/2011]
Nel momento in cui è nato Twitter ha faticato a crescere soprattutto per la diffidenza degli internauti, ormai abituati a utilizzare in modo particolare Facebook per le loro attività di comunicazione e poco propensi a provare uno strumento diverso che era stato presentato soprattutto come una sorta di “micorblogging”, dove i post non dovevano superare i centoquaranta caratteri , ma recentemente il sito sembra essere notevolmente cambiato nei consensi del pubblico al punto tale da farlo diventare un mezzo diverso da quello che avevano in mente gli ideatori. Inizialmente, infatti, gli utenti che sceglievano di iscriversi a Tiwtter trovavano come tag line all’interno del loro profilo “Cosa succede nel tuo mondo?”, mentre ora questa frase si è in parte modificata in “Cosa succede nel mondo?” in modo tale da creare una conversazione meno diretta con gli altri iscritti, che può essere realizzata più facilmente con altri strumenti.

Il numero di tweet che ogni giorno vengono pubblicati sul social network sembrano essere così in costante crescita e infatti si è passati dai duecento milioni del mese di giugno ai duecentocinquanta milioni toccati a metà ottobre dato che si è capito che in questo modo si possono diffondere facilmente e velocemente pensieri stringati, ma allo stesso tempo efficaci. Ora Twitter non può più essere considerato un social network, ma più che altro un “information network”dato che sono sempre di più gli utenti che scelgono attraverso un tweet di diffondere notizie che li riguardano o che li hanno toccati in modo particolare in modo tale da poter suscitare commenti , anche se non tutti gli utenti hanno un comportamento attivo sulla piattaforma ma si limitano a leggere quello che gli altri iscritti pubblicano online.

Chi non vuole un semplice sito adatto a comunicare i propri stati d’animo finisce quindi per privilegiare l’utilizzo di Twitter ed è per questo che appare sempre più probabile, anche se non ancora confermata, una collaborazione con “Mixi”, il Facebook diffuso in Oriente, con cui da tempo Marck Zuckenberg ha provato ad attuare un accordo senza riuscirci, ma importante è anche l’acquisizione di Whishper System che servirà a garantire la sicurezza dei dati per chi ha un dispositivo Android. Facebook, infatti, finora ha sempre avuto come lacuna principale quella di non riuscire a garantire sicurezza e privacy per i suoi iscritti, mentre Twitter ha compreso bene come possa essere utile per continuare in un processo di crescita e non è da escludere quindi che questo possa finire per portare a danneggiare il colosso della “Grande F”.

Ilaria Macchi

Internet e bambini, un rapporto più sicuro

[BitMat 02/12/2011]

Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea, è riuscita ad ottenere l'impegno di ben 28 colossi del settore IT per una maggiore protezione online dei minori


Anche i bambini, ai giorni nostri, costituiscono una buona parte degli utenti che utilizzano internet, ed è per questo che il mondo del web deve acquisire una maggiore sicurezza, per poter diventare un luogo più sicuro.

Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea ha convinto 28 aziende leader del settore tecnologico, fra cui Google, Apple e Microsoft ad impegnarsi per applicare tanti piccoli accorgimenti che messi insieme possono offrire immediati risultati sul fronte della sicurezza online, proprio come EMC si è occupata di Cyber Sicurezza per i bambini e le PMI.
Tra i possibili miglioramenti: facilitare la segnalazione di contenuti dannosi, assicurare che le impostazioni sulla privacy siano adeguate all'età, offrire una maggiore gamma di opzioni per il controllo parentale e riflettere le esigenze di una generazione che naviga attraverso il web ad un'età sempre più bassa e utilizzano i Tablet come strumenti di apprendimento e divertimento.

I grandi colossi coinvolti, come primo passo, hanno stabilito una dichiarazione di intenti 'nella quale sono previste misure in cinque settori': strumenti di segnalazione semplici ed efficaci, impostazioni sulla privacy, la quale associata all'innovazione crea un connubio vincente, che siano adeguate all'età, un maggiore utilizzo della classificazione dei contenuti, un'elevata disponibilità e un uso di sistemi di controllo parentale ed infine, un'effettiva rimozione di materiale pedopornografico.

Dal documento ufficiale in cui sono riportati i risultati delle ultime indagini sul campo, risulta che già all'età di sette anni i bambini, in Europa, incominciano ad utilizzare Internet. 'Il 38% dei bambini di età compresa tra i 9 e i 12 anni che navigano in Internet affermano di avere un profilo su un social network nonostante le restrizioni d’età. Più del 30% dei bambini che usano Internet lo fanno da un dispositivo mobile e il 26% tramite la console per i videogiochi'.

Neelie Kroes ha dichiarato con soddisfazione che: 'Questa nuova coalizione fornirà sia ai bambini che ai loro genitori strumenti di protezione chiari e coerenti per sfruttare nel modo migliore l’universo online. I membri fondatori della coalizione sono già dei leader nel campo della sicurezza dei minori online. Lavorando insieme tracceremo il percorso da seguire per l'intero settore e avremo delle solide basi da cui partire per responsabilizzare i minori che utilizzano Internet'.