lunedì 25 luglio 2011
La memoria ai tempi di internet
Beatrice Credi
Ricerca
venerdì 22 luglio 2011
Internet, Italiani poco attenti alla sicurezza
Il 16% degli utenti di internet è stato vittima di un’”intromissione elettronica”, ovvero qualcuno ha violato il suo accesso ai servizi. E di questi il 35% ne ha avuto un danno economico. Lo denuncia un’indagine condotta da Cpp Italia, filiale della multinazionale inglese specializzata nella tutela della sicurezza dei dati personali e nella protezione delle carte di credito. Ma la colpa è in parte dei naviganti: il 42% degli intervistati non modifica mai, a meno che non sia obbligato a farlo, le password di accesso ai servizi e-mail e home banking, mentre l’11% lo fa a cadenza annuale o più lunga.
«Comportamenti che possono favorire, almeno in parte, la violazione dei propri account internet», si legge in una nota. E il prezzo da pagare può essere anche salato: per 3 intervistati su 100 infatti i danni da truffe online sono stati contenuti entro i mille euro. Tra i mille e i 5 mila euro sono stati i danni economici per il 2% degli utenti internet, mentre solo l’1% ha subito danni superiori ai 5 mila euro. Oltre il 30% invece sono quelli che hanno subito l’uso fraudolento dell’account di posta elettronica, Messenger (o altre web chat) o del proprio social network.
Nonostante i pericoli, solo il 17% degli intervistati modifica le proprie password una volta al mese. Il 18% cambia i codici di accesso almeno ogni tre mesi, mentre il 12% lo fa due volte l’anno. Una sola password per tutti i tipi di accessi a internet, dall’home banking ai social network, è utilizzata dal 14% degli utenti, mentre il 13% ne usa 2: una per gli accessi ai servizi finanziari e un’altra per social network e i servizi per il ’tempo liberò.
«Cambiare frequentemente le password - spiega Walter Bruschi, amministratore delegato di CPP Italia - è sola una delle attenzioni da avere per tutelarsi dalle truffe. Per incrementare il livello di sicurezza è però meglio utilizzare password diverse per ogni tipo di accesso. Se, infatti, un malintenzionato entrasse in possesso della nostra unica password - continua- avrebbe accesso anche a tutti gli account internet. Si rischierebbe, quindi, di subire non solo un danno patrimoniale ma anche il furto di identità, un tipo di frode che si sta espandendo anche in Italia».
«Con il furto di identità - prosegue - il malvivente di turno può fare acquisti rateali o richiedere finanziamenti a nostro nome. Dimostrare la nostra estraneità ai fatti, e ottenere i rimborsi delle somme indebitamente sottratte, richiede l’intervento di diverse figure professionali e soprattutto tempi piuttosto lunghi. Contro questo tipo di frode - conclude - ci si può tutelare sottoscrivendo servizi di protezione dei dati personali e software che rendano più sicura la navigazione ».
Se non si vogliono acquistare programmi specifici di protezione bisognerebbe fare come quel 47% di utenti che utilizza una password diversa per ogni accesso e la cambia con una certa regolarità.
mercoledì 20 luglio 2011
Se mamma ti spia su Facebook
MILANO - Oltre la metà dei genitori inglesi spia i propri figli su Facebook per capire cosa fanno in rete e monitorare gli eventuali pericoli, ma anche per conoscerli meglio, perché si sentono «tagliati fuori» dalla loro vita. Questo il risultato dell’indagine promossa dalla Bullguard Internet Security che ha evidenziato che il 55% di papà e mamme d’Oltremanica guarda abitualmente i profili Facebook della prole, con il 41% che ne monitora gli aggiornamenti di status, il 39% la bacheca e il 29% che tiene d’occhio le foto caricate. Quanto alle motivazioni alla base dei controlli, queste spaziano dall’istinto iperprotettivo (6%) alla curiosità (14%) e se un quarto del campione genitoriale ammette di ricorrere a tale sistema per cercare di conoscere meglio i figli, un buon 40% si rifiuta di usare simili trucchetti, mentre il 5% dice che lo farebbe anche, se solo sapesse come si fa. E proprio per evitare di essere beccati a fare gli spioni al primo login, i genitori si stanno facendo furbi e uno su 20 ora accede a Facebook o Twitter dall’account di un amico.
Ma la presenza online di mamma e papà non infastidisce i ragazzi solo per il rischio-controlli, ma anche perché, a loro dire, «Facebook non è un posto per vecchi», come è spiegato nella descrizione del gruppo For the love of god–don’t let parents join Facebook («Per amor di Dio, non lasciate che i genitori arrivino su Facebook») fondato su Fb nel 2007 e che conta già oltre 7.700 iscritti. Ma il fenomeno dei genitori ficcanaso sembra perlopiù circoscritto all’Inghilterra, visto che da un recente studio commissionato dal Moige (il Movimento italiano genitori) a Trend Micro sui pericoli della rete è emerso che solo 6 genitori italiani su 10 mettono in guardia i propri figli sui rischi del web, mentre la maggior parte preferisce agire «sulla fiducia». Nove ragazzi su 10 usano regolarmente Facebook, pur conoscendone il corretto settaggio della privacy solo nel 40% dei casi. Dati che tutto sommato confermano quelli del Norton Online Family Report di Symantec, che nel 2010 aveva puntato il dito contro la scarsa attenzione mostrata dai genitori italiani sui pericoli della rete, visto che ben il 65% preferisce lasciare la libertà ai figli di esplorare il web, così da poter decidere in autonomia quale sia il comportamento più adeguato da adottare online. Non a caso, anche se il 58% dei giovani intervistati ha ammesso di aver avuto un’esperienza negativa in rete, solo il 40% degli adulti ha detto di esserne a conoscenza.
Simona Marchettilunedì 18 luglio 2011
Quando la famiglia è hi-tech
In questa grande fetta di famiglie si osserva la sparizione dei confini tra una generazione e l'altra: gli adulti si lasciano andare a passatempi più ludici e giovanili, i ragazzi si responsabilizzano e sviluppano senso critico più in fretta. I punti d'incontro dei due universi hanno tanti nomi: Skype, semplice da usare e tremendamente efficace anche dove il telefono fallisce per costi di collegamento o arretratezza tecnologica; Facebook, capace di attirare giovani dai 18 ai 70 anni; la Wii, la prima console ad aver aperto il mondo dei videogiochi ai cosiddetti casual gamer; Netflix, che porta con successo nel mondo informatico la passione transgenerazionale per il cinema.
Condividere nella quotidianità gli esempi e i contenuti di un progresso così promettente e accessibile sembra unire in qualche modo i membri del nucleo famigliare sul terreno dei gusti personali, dei valori, delle questioni sociali. I genitori di questa fascia per la prima volta smettono di parlare di “ generazioni allo sbando” e abbandonano il vecchio “ si stava meglio quando si stava peggio”. I genitori appartenenti al 42% di cui sopra sono addirittura tre volte più inclini rispetto agli altri a consegnare il futuro del pianeta in mano ai propri figli.
Illusione da social network o qualcosa sta cambiando davvero?
Lorenzo Longhitano
La memoria ai tempi del Web 2.0
Secondo un recente studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Science, l'avvento di Internet e dei numerosissimi dispositivi "in Rete" che facilitano la nostra vita, avrebbero influito pesantemente sulla memoria umana che si sarebbe "adattata" alle comodità delle nuove tecnologie.
La ricerca è stata condotta da un'èquipe di neurologi della Columbia University di New York e svolta su più gruppi formati da volontari ed i test effettuati avrebbero evidenziato l'emergere di una nuova e unica memoria collettiva sostitutiva di quella dell'uomo: la Rete.
Dischi rigidi, pennine USB, cloud, database, memory card etc. avrebbero reso in molti casi superfluo l'utilizzo della memoria, gran parte del campione studiato avrebbe infatti mostrato di fare completo affidamento sulle tecnologie, soprattutto tra i più giovani.
Secondo le conclusioni dei ricercatori, il pericolo in futuro potrebbe essere quello di una gigantesca amnesia collettiva in seguito a malfunzionamenti e perdite di dati che sono sempre possibili quando il compito di archiviare i ricordi è affidato alle macchine.
venerdì 1 luglio 2011
I videogiochi violenti fanno bene ai ragazzi
PIU’ SVEGLI – I Ricercatori dell’Univesità di Rochester, ad esempio, hanno scoperto che i giocatori che si sono cimentati per 50 ore in giochi come Call of Duty o Unreal Tournament erano sensibilmente più bravi a prendere decisioni rapide ed accurati rispetto a chi si è impegnato in giochi non violenti, come Sims 2. Jayne Gackenbach della Grant Mc Ewsn University di Edmonton ha affermato, invece, che, dopo le partite, i soldati cimentatisi in Call of Duty, dormono meglio e vengono colpiti più difficilmente da un incubo. Doug Gentile, ricercatore dell’Univesity of Iowa ha poi osservato che gli eventuali effetti negativi dei videogiochi violenti possono essere eliminati quando i giocatori si divertono alla consolle o al pc in compagnia di amici e familiari.
MENO AGGRESSIVI - Mike Ward, che studia i comportamenti legati ai videogiochi violenti per l’Università del Texas, ha recentemente pubblicato uno studio, condotto con Scott Cunningham e Benjamin Engelstatter, che ha scoperto come nelle conteee degli Stati Uniti in cui i negozi di videogiochi violenti erano più diffusi era basso il tasso di criminalità. Lo studio di Ward segue a ruota un’altra sua ricerca in cui si teorizza che i ragazzi che assumono frequentemente atteggiamenti aggressivi possono giocare ai videogiochi per ottenere un comportamento migliore.
IL SONDAGGIO - Le interviste condotte sui giovani giocatori incalliti svelano come nella maggior parte dei casi gli adolescenti si dedichino ai videogiochi per sfogarsi (71% del campione), o quando si sentono frustrati o arrabbiati (14%). Ciò suggerisce – è questa la conclusione di Wired.com – che i ragazzi che hanno un forte senso di sè hanno bisogno di videogiochi violenti. Nello stesso sondaggio citato, il 55% degli intervistati ha detto di aver conosciuto giochi spaventosi al punto da rinunciarvi. L’altro 45% ha affermato di essersene tenuto preventivamente alla larga. In entrambi i casi, i ragazzi hanno dimostrato di conoscere i propri limiti.
Agcom, la sua reputazione online secondo Reputation manager
In particolare, la ricerca in Rete di Reputation Manager ha evidenziato e validato circa 500 conversazioni online che vertono su tre grandi macro-categorie: conversazioni sugli Organi dell’Agcom (es. Presidente, Consiglio, Commissioni varie); sulle Garanzie per gli utenti/fruitori final – sia di tipo audiovisivo che di telecomunicazioni; conversazioni sulle Garanzie per gli operatori, sia telco che audiovisivi.
Va detto anzitutto che la tonalità delle conversazioni è mista (e quasi ripartita equamente tra positivo, negativo e neutro), anche se statisticamente sono maggiori quelle positive (38%), specialmente laddove si parla di garanzie per gli utenti; il 31% di negatività si esprime sopratutto sugli organi competenti dell’Autorità, e in parte – anche se quasi bilanciato da altrettanta positività - sulle garanzie per gli operatori. Il Consiglio da un lato (“l'unica cosa che mi meraviglia è come si sia potuto dare fiducia a queste persone evidentemente ponendo una x in uno spazio sbagliato...Giusto per mettere i puntini sulle i ecco l'attuale composizione di coloro che sono responsabili nell'Agcom di questa consultazione e posti lì dai nostri politici: un dirigente Ausl in pensione, un gastroenterologo, un medico legale, l'ex presidente della Federazione Editori giornali, un paio di avvocati, un direttore marketing e un dirigente di Publitalia”) e soprattutto la “Commissione infrastrutture e reti” sono i due organi più presi di mira dagli internauti, che non risparmiano pareri negativi anche sull’operato dell’Agcom in materia di garanzia per gli operatori audiovisivi.
Dal calcolo del Cerr® (Coefficiente effettivo di rischio reputazionale, che misura la valenza positiva e negativa delle opinioni insieme all’importanza e alla pertinenza del dominio che le ospita, dunque con una “ponderazione effettiva” del contenuto), l'area in cui si concentrano maggiormente le lesività è quella relativa agli Organi dell'Autorità, nella fattispecie sulle posizioni assunte dai suoi rappresentanti a diversi livelli (Presidente, Consiglio, Commissioni).
L'area più positiva è invece quella che raccoglie le conversazioni e i commenti sulle azioni dell'Autorità volte a tutelare gli utenti (hanno soprattutto influito nell'ultimo periodo le decisioni prese in materia audiovisiva, in particolare sugli spot referendari). Per quanto riguarda le azioni volte alle garanzie per gli operatori, la reputazione di Agcom è piuttosto bilanciata tra l'area positiva e quella negativa, perchè la nuova delibera sul diritto di autore online ha diviso molto l'opinione degli internauti.
I temi più ricorrenti, rilevati nelle ultime settimane, sono stati infatti quelli della delibera emanata da Agcom in materia di protezione dei diritto d’autore/copyright, che ha suscitato pareri discordanti in Rete: se da un lato qualcuno si è pronunciato a favore, sostenendo che può contrastare la pirateria (“...a me, da spettatrice fa piacere che l’Agcom cerchi di favorire lo streaming legale. Io pagherei il biglietto per vedere i film in prima visione da casa legalmente, è l’evoluzione necessaria che sostengo con questo blog e non solo io...”) c’è stata però una levata di scudi da parte di chi – ed è la stragrande maggioranza delle rilevazioni di Reputation Manager -, riscontra nella delibera Agcom un’autentica censura alla libertà d’informazione.
Si rimprovera all’Autorità da più parti, in particolare, di interpretare il proprio compito in maniera non corretta o troppo allargata, finendo per proporsi come ente normativo o meglio quasi legislativo, anzichè un organo di controllo: “In Italia, l’Agcom è l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Tale ente ha il compito di vigilare sui servizi media audiovisivi: tv, radio, internet, comunicazioni… Tale ente, tuttavia, svolge in realtà un ruolo censorio e repressivo, comandato indirettamente dalle lobby del mercato audiovisivo, che incapaci di far rispettare il diritto d’autore con metodi tecnologici, tentano di imporre regole repressive nei confronti dei provider.”
Da segnalare anche, a questo proposito, un’altra questione che non è passata inosservata in Rete: quella del Commissario Nicola D’Angelo sostituito senza preavviso all’interno del consiglio dell’Agcom, forse perchè fin da subito aveva assunto una posizione critica nei confronti del regolamento in tema di diritto d’autore e copyright di cui pure era stato uno dei relatori.
Due altri filoni molto dibattuti su Internet nelle ultime settimane, qui con un impatto decisamente positivo sulla reputazione online di Agcom, sono stati rispettivamente quello delle prese di posizione dell’Autorità in merito di violazione della par condicio televisiva, e in particolare la sanzione economica nei confronti dei tg di Rai e di Mediaset per aver concesso troppe interviste e apparizioni al premier Berlusconi, e il richiamo che l’Agcom ha recentemente fatto al TG di RaiUno, colpevole del silenzio sui referendum. In alcuni casi gli utenti hanno però segnalato il carattere un tantino...tardivo dei provvedimenti: “Meno male che Silvio c’è. Forse troppo Silvio però. E’ quello che ha notato, solo ora, l’Autorità garante per le comunicazioni..” oppure “Finalmente: sono settimane che denunciamo il silenzio strumentale calato sui referendum. Il diritto degli italiani all’informazione su questo essenziale strumento di democrazia è stato calpestato a sufficienza. Speriamo che il richiamo dell’Agcom cambi questa situazione intollerabile”. Lo afferma, commentando il documento della Commissione Servizi e Prodotti dell’Authority, il Comitato Vota sì per fermare il nucleare...”
Il resto delle rilevazioni, di carattere neutrale, riportano la serie di servizi che l’Agcom offre a favore sia degli utenti, ad esempio la guida e il test per tutelare i propri diritti nel mercato delle comunicazioni elettroniche. Viene anche evidenziata in Rete la richiesta di intervento da parte dell’Agcom come garanzia di tutela dei diritti come ad esempio nel caso dei minori in TV o nel caso della salvaguardia della trasparenza del televoto.
“Come sempre, il canale potenzialmente più pericoloso per la reputazione, perchè intrinsecamente più virale, è quello dei video su YouTube: ne abbiamo contato almeno 25, per un totale di 120.000 visualizzazioni, solo negli ultimi giorni, ma il più visto, decisamente, è quello postato dall’Italia Dei Valori sull’Indipendenza dell’Agcom, che da solo ha raccolto oltre 50.000 visualizzazioni, e oltre 400 commenti. Anche su Facebook ci sono almeno una trentina di gruppi potenzialmente caldi che hanno già ospitato conversazioni su Agcom, di carattere neutrale o, qualche volta, negativo (ad es. il gruppo dal nome autoesplicatorio “scriviamo alla Agcom per chiedere le dimissioni di Giancarlo Innocenzi” o “per tutti quelli che vogliono azzerare Agcom” o ancora “Ferma la censura della rete (delibera Agcom)”.