lunedì 11 aprile 2011

Cyberbullismo e depressione, i rischi dei social media secondo i pediatri

[L'Unità 07/04/2011] A 10-11 anni già passano il loro tempo libero davanti a uno schermo a cercare gli amici su Facebook. E chi più ne ha, è più fico. Poco importa che il social network richieda di avere almeno 13 anni per iscriversi, tanto basta falsificare la data di nascita.
Navigare sui social media è probabilmente l’attività più comune tra i bambini e gli adolescenti di oggi. Un fenomeno che è cresciuto a dismisura. In Italia, una ricerca condotta da Eurispes e Telefono Azzurro alla fine del 2009 stima che il 71,1% degli adolescenti abbia un profilo su Facebook. Secondo un recente sondaggio negli Stati Uniti, il 22% dei teenager entra nel suo social media preferito almeno 10 volte al giorno e oltre il 50% almeno una volta al giorno. E il New York Times riportava qualche giorno fa i risultati di un’indagine condotta da ComScore, una ditta americana che si occupa di traffico Internet, secondo cui 3,6 milioni di visitatori di Facebook negli Stati Uniti hanno meno di 12 anni.
Qualcuno comincia a preoccuparsi di questi dati. Pediatrics, la rivista dell’associazione dei pediatri americani, pubblica sul numero del 3 aprile un articolo sull’impatto dei social media sui bambini e gli adolescenti. Per “social media” si intende ogni sito web che permetta interazioni sociali: da Facebook e MySpace ai siti per giocare on line, dai mondi virtuali come i Sims e Second Life a siti di video come Youtube, fino ai blog.
I pediatri americani non demonizzano: usare i social media può avere effetti positivi sui ragazzi. Si può rimanere in contatto con gli amici e trovarne di nuovi, scambiare idee, musica, informazioni utili. Si può partecipare a progetti comuni sia scolastici che di altra natura. Ma, avvertono, ci sono anche diversi rischi. Il cyberbullismo, per cominciare, ovvero l’uso deliberato dei media digitali per comunicare notizie false, imbarazzanti o ostili su qualcun’altro. Il cyberbullismo è più diffuso delle molestie, è un fenomeno che avviene tra persone della stessa età, ma può portare a conseguenze psicologiche gravi come depressione, ansia, isolamento e, a volte, suicidio. Un altro fenomeno rischioso è il sexting, ovvero mandare o ricevere messaggi sessualmente espliciti, immagini o fotografie tramite computer o cellulare. Secondo uno studio citato dall’articolo, il 20% dei teenager americani ha mandato in giro foto o video in cui viene ripreso nudo o seminudo, con il rischio di entrare in un giro di pornografia. C’è poi un nuovo fenomeno da tenere sotto controllo per bambini e adolescenti che passano molto tempo sui social network: la depressione da Facebook. Gli psicologi ritengono che l’intensità del mondo online possa creare una vera e propria dipendenza. “Anche questa, come qualsiasi forma di dipendenza – spiega Stefano Vicari, primario di neuropsichiatria infantile al Bambin Gesù di Roma – può scatenare una depressione”. La conseguenza può essere, paradossalmente, l’isolamento sociale, oppure, se il ragazzo cerca un aiuto in Internet, il rischio di imbattersi in siti che promuovono l’uso di sostanze stupefacenti o di comportamenti autodistruttivi. Un altro pericolo da non sottovalutare è la pubblicità che ormai viene inviata in modo mirato, a seconda dei comportamenti di chi naviga in rete. In questo modo il messaggio ha una forza di penetrazione molto più alta e può influenzare non solo la tendenza all’acquisto, ma anche la visione del mondo degli adolescenti e, soprattutto, dei bambini..
Negli Stati Uniti c’è una legge, il Children’s Online Privacy Protection Act approvato nel 1998, che obbliga i siti Web che prendono informazioni dai bambini al di sotto dei 13 anni a ottenere il consenso dei genitori. Ottenere questo consenso, tuttavia, è cosa complessa e costosa, così compagnie come Facebook e Google, che possiede YouTube, hanno deciso di non accettare tra gli iscritti chi ha meno di 13 anni. Ma c’è l’escamotage di falsificare la data di nascita, a volte con l’aiuto di mamma e papà. Che i ragazzi mentano sulla propria età non è strano, ma il fatto che i genitori diano il loro consenso può generare una certa confusione su quali siano le regole da seguire, dicono i pediatri, oltre ad esporli ai rischi dovuti al fatto che sono bambini e quindi hanno scarsa capacità di autoregolazione e sono molto suscettibili alla pressione dei loro coetanei. “I bambini devono imparare un uso equilibrato di questi strumenti – dice Stefano Vicari - per questo bisogna che quando girano sui social media abbiano un genitore vicino. A volte pensiamo che i nostri figli debbano essere lasciati liberi perché troveranno la strada da soli, ma i bambini non sanno cosa sia giusto e cosa no, glielo dobbiamo insegnare noi”. L’associazione dei pediatri americani si raccomanda che i genitori tengano sotto osservazione l’uso che i propri figli fanno dei mezzi informatici, magari imparando a navigare se non lo sanno già fare. E i pediatri potrebbero avere un ruolo importante: “L’Italia – ricorda Vicari - è uno dei pochi paesi ad avere i pediatri di famiglia: se fossero sensibili a questa nuova forma di dipendenza, riuscirebbero a individuare prima un eventuale problema e quindi intervenire per tempo”.

Cristiana Pulcinelli

giovedì 7 aprile 2011

Social Media: Case History Italiani

[Webselecta 07/04/2011]

Social Media Marketing: Opportunità e rischi.

Obiettivo: Capire attraverso sei case history italiani, alcuni molto recenti, altri meno, come i social media (Facebook in primis) possano essere una straordinaria opportunità, ma anche un rischio se non gestiti nel modo corretto.

Prima di passare all’analisi dei case history, alcune considerazioni.

Il successo delle attività di comunicazione e marketing all’interno dei social media, non dipende dal mezzo scelto (Es. Facebook. Twitter, Youtube), ma dalla capacità di aziende e persone di relazionasi e comunicare in modo etico e trasparente con i propri utenti.

Le aziende che si preoccupano solo del ritorno sull’investimento, che vogliono vendere, non comprendono che i social media non sono il luogo della pubblicità a basso costo, ma spazi adatti al confronto, dove si dialoga e si costruiscono relazioni.

Queste non si possono ottenere esclusivamente spingendo offerte commerciali e pubblicitarie o sfruttando le dinamiche del passaparola proprio dei social media, ma è necessario intercettare il possibile cliente attraverso un dialogo sui temi di suo interesse, offrigli valore e contenuti interessanti.

La conversazione deve però essere trasparente, naturale e disinteressata. se ci sono doppi fini o la strategia adottata si pone degli obiettivi non propriamente etici, il rischio è quello di commettere un grave errore.

I social media sono fatti di persone e non di numeri, se si prova in qualche modo a sfruttarle o ingannarle, si rivolteranno inevitabilmente sulla persona o azienda che ha attuato il comportamento scorretto.

E’ quindi sbagliato pensare che semplicemente aprendo dei profili sui sui social media si riuscirà ad apparire interessati. I social media non sono miracolose bacchette magiche in grado di migliorare l’immagine di un’azienda online.

Rendono semplicemente evidente ed amplificano il valore, ma anche gli aspetti negativi di un un’azienda, prodotto o brand.

Passiamo ora ad analizzare i case history e cerchiamo di capire quali sono le opportunità e i rischi connessi alle attività di social media marketing e quali insegnamenti si possono trarre.


100.000 visite in un giorno grazie a Facebook

Ludovico Spagnolo di Appuntisulweb racconta come è riuscito ad ottenere 100.000 visite in un giorno grazie agli utenti di Facebook che hanno condiviso il suo post, scatenando un passaparola inarrestabile.

Leggendo questo case history si capisce come non esistono trucchi per ottenere visibilità all’interno dei social media, nella maggior parte dei casi basta essere semplicemente attenti nel capire quali sono i problemi degli utenti e dare loro informazioni utili a risolverli.

Il tempismo nell’intercettare un bisogno reale e la velocità nel risolverlo, sono gli ingredienti necessari a conquistare utenti e visite nell’era del real time web.

Che cosa insegna questo case history?

    La viralità di un contenuto non dipende solamente dal fatto di essere divertente o sorprendente. E’ necessario che sia “dannatamente utile” e riesca a risolvere in modo concreto dubbi o problemi degli utenti. I social media sono solo un mezzo, una cassa di risonanza, nulla di più.

Link al case history| Appuntisulweb


Come ottenere 1000 fan in una settimana

Daniele Ghidoli di Bigthink spiega come è riuscito a guadagnare un numero di fan impressionante in soli sette giorni, facendo quello che i social media richiedono: ascoltare ed interagire con i propri utenti.

Nel suo post, ripercorre, analizzando in modo dettagliato gli eventi che hanno dato visibilità alla sua pagina Facebook, tanto da fargli guadagnare visite e fan.

In breve Daniele ha chiesto aiuto ai propri fan ed interagito con loro rispondendo puntualmente a tutti i commenti ricevuti, alimentando così la discussione.

I fan si sono sentiti chiamati in causa ed hanno partecipato attivamente dando inconsciamente visibilità alla pagina di Bigthink.

Che cosa insegna questo case history?

    Se riesci ad instaurare un dialogo diretto con i tuoi utenti, se crei interazione tanto da coinvolgerli in discussioni utili, tutto il resto viene da sé. I social media sono il luogo del dialogo, gli utenti hanno bisogno di trovare argomenti interessanti, di essere coinvolti ed interagire.

Link al case history| Bigthink


Una pagina Facebook di successo

Alessandro Sportelli di Facebookstrategy spiega come un suo cliente è riuscito a creare una pagina Facebook di successo, sfruttando le dinamiche del social media e rispettando poche semplice regole che gli hanno permesso di creare una vera community di appassionati.

Nel case history è illustrata la strategia attuata per la creazione e promozione di una pagina Facebook che non ha alcun legame con un azienda, bensì si tratta di community costruita giorno dopo giorno partendo da zero facendo leva sul coinvolgimento e il contributo degli stessi utenti in una nicchia specifica.

Update

La pagina “Artista Emergente” è stata vittima di un attacco. In sentisti l’autore della pagina Roberto Schembri è stato eliminato come amministratore, ma nonostante ciò è riuscito tramite i fan che lo supportano a far chiudere la pagina ed aprirne una nuova che i vecchi fan hanno seguito. Questo è un’ulteriore testimonianza di come i fan della pagina siano ormai una community che va ben oltre ai limiti e confini di Facebook.

Che cosa insegna questo case history?

    Individua un gruppo di persone appassionate, metti la tua creatività e passione e sfrutta la potenza dei social media per diffondere la tua idea. Rispetta le regole e potrai ottenere risultati sorprendenti e creare valore attorno ad un interesse specifico.

Link al case history| Facebookstrategy


Social commerce: Il caso Terranova World

Enzo Santagata di Social Media Marketing ha pubblicato un interessante case hisory relativo all’iniziativa legata al lancio dell’e-commerce di Terranova: “+ Piace, – Costa“. L’obiettivo di Terranova è quello di far conoscere lo store sfruttando in modo intelligente le dinamiche sociali offerte da Facebook.

L’ iniziativa ha avuto un buon seguito, oltre al passaparola spontaneo innescato da Facebook, numerosi siti e blog ne hanno parlato in modo entusiasta.

Tutto bene fino a quando Terranova non ha cambiato le regole del gioco scatenando una vera e propria rivolta da parte degli utenti.

In risposta alle critiche e al post pubblicato su Social Media Marketing, il marketing manager di Terranova World, Andrea Arcangeli ha risposto alle critiche in questo post.

Che cosa insegna questo case history?

    l social media non sono semplici canali di comunicazione, ma sono fatti di persone. Questo impone alle aziende un atteggiamento nuovo fatto di rispetto e trasparenza nei confronti del consumatore. Il dialogo è la base di ogni attività nei social media e questo può essere un’opportunità anche per risolvere eventuali problemi.

Link al case history| Socialmediamarketing


Criticità su Facebook: Due storie a lieto fine

Manuel Pratizzoli di Social Net Words illustra due case history che danno il buon esempio di come una criticità su Facebook dovrebbe essere affrontata.

Nel suo post descrive come due aziende famose presenti in Facebook con una pagina ufficiale hanno saputo gestire una criticità, trasformandola in opportunità.

Essere nei social media significa esporsi anche alle critiche. È una straordinaria occasione per quelle aziende che sono in grado di relazionarsi con il proprio pubblico e dimostrare che sono realmente interessate ai loro problemi e perplessità, sono pronte al confronto e ci tengono a costruire una relazione e non semplicemente vendere o farsi pubblicità.

Che cosa insegna questo case history?

    Chiedi scusa quando sbagli. Una buona scusa è formata da tre parti; Mi dispiace! È colpa mia! Cosa posso fare per rimediare? (Cit. Randolph Pausch) Le aziende sono persone e come tutti possono sbagliare. La sincerità, la trasparenza, il tempismo sono fondamentali per gestire l’immagine di un’azienda all’interno dei social media.

Link al case history| Manuel Pratizzoli


Sistemi di buio

Questo è diventato il caso studio di riferimento su come NON si devono gestire i rapporti con i clienti nell’era dei social media. Antonio Cabras racconta la sua esperienza di acquisto presso un e-commerce online specializzato nella vendita di lampade e lampadari.

A differenza del case history appena visto sopra, la criticità non è stata affrontata, anzi è diventata la scusa per intraprendere un’inutile e sterile battaglia dell’azienda contro il consumatore insoddisfatto, anziché cogliere l’occasione per dimostrarsi attenta e trasparente nei suoi confronti.

Risultato? Questa storia si è presto trasformata in un sito che illustra magistralmente come un semplice problema non risolto, possa rovinare la credibilità e la reputazione di un’azienda online.

Che cosa insegna questo case history?

    I mercati sono conversazioni dice la prima tesi del Cluetrain Manifesto. Nell’era dei social media le aziende non possono più permettersi di ignorare il potere dei consumatori e devono dare loro risposte, essere onesti e lavorare sodo per costruirsi un reputazione e creare un rapporto di fiducia con i loro clienti.

Link al case history| Sistemi di buio

Update: Il sito è stato dismesso: Ho salvato due screenshot dalla cache di Google che puoi trovare qui e qui


Conclusione

Dopo avere visto i case history ed individuato opportunità e rischi, ecco le 10 cose da tenere sempre presenti nelle attività all’interno dei social media:

  • Individua il tuo pubblico
  • Ascoltalo, dialoga con loro
  • Individua bisogni e risolvi problemi
  • Condividi contenuti interessanti, utili e di reale valore
  • Chiedi aiuto, poni domande, rispondi ai commenti e crea interazione
  • Rispetta le regole. sii etico, trasparente e naturale
  • Se sbagli, riconosci i tuoi errori, scusati e cerca di porre rimedio
  • Trasforma i problemi e criticità in opportunità
  • Sii paziente, i social media richiedono tempo per ascoltare, partecipare e creare
  • Analizza e misura i risultati e cerca di migliorare sempre


Segnalazione: Un progetto interessante

Jacopo Pasquini aka Doctor Barand sta lavorando assieme ad un gruppo di collaboratori alla realizzazione di socialmediacasestudies.com: un nuovo progetto che ha l’obiettivo di raccogliere e classificare con l’aiuto degli utenti i migliori case history italiani di social media marketing.

Che dire? Ottima idea e in bocca al lupo per questo ambizioso progetto. ;)

Agostino Caniato

17 infografiche sui social media

[Social Media Marketing 07/04/2011]

L’evoluzione dei blogger

Donne e social media

Quanto è sentito il bisogno di appartenenza dagli utenti di Internet

Un approccio strategico all’utilizzo di Twitter

La crescita della spesa pubblicitaria nei social network

Quanto è seguito il tuo brand?

Quanta importanza stanno assumendo le mobile app?

Quanto gli adulti stanno utilizzando la telefonia mobile?

Il trio del nuovo marketing

Come i marketer hanno utilizzato i social media nel 2010

Chi è il moderno consumatore mediale?

La scalata del social gaming nella spesa pubblicitaria

I social media per il B2B

La storia del social networking

Profilazione degli utenti di Twitter

Costruire un’azienda con i social media

Lo stato di Internet nel 2010

Jose Gragnaniello

Social network: una possibile palestra di partecipazione

[L'unità 07/04/2011] Facebook dilaga con i suoi 18 milioni di utenti in Italia. Ma è un errore farlo coincidere con l'idea (e la pratica) di social network. Ne è sicuramente l'espressione più efficace ma il fenomeno è molto più articolato e rappresenta una straordinaria opportunità di comunicazione sostanziale, basata cioè su partecipazione e condivisione.

Questa tendenza ha una sua storia, arriva dagli anni settanta con le BBS (i Bulletin Board System apripista della telematica di base) per evolversi in newsgroup, forum e blog. E' con i meetup che si registra però il salto di qualità, quello che ha permesso al blog di Grillo di conquistare nel 2005 una posizione di assoluto rilievo nel web italiano, grazie alle decine e decine di meetup disseminati in tutte le regioni. I meetup sono un reticolo di forum che hanno saputo esprimere al meglio la potenzialità interattiva coniugandola con un'interazione sociale possibile. Si capì allora (quando Facebook non si vedeva ancora all'orizzonte) che un social network può essere una reale piattaforma di auto-organizzazione, funzionale sia alla politica sia alle soluzioni quotidiane (si pensi allo sviluppo dei gruppi d'acquisto e al sostegno alle filiere corte). In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il mondo dei social network sta rendendo evidente, anche nel moto centrifugo di Facebook, con tutte quelle contraddizioni di cui tratterà la prossima puntata di Report domenica prossima.

La scommessa principale in atto per quanto riguarda l’Innovazione è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come possibile palestra di partecipazione. L’evoluzione del social networking rifonda quindi il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società che cambia.

L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e la particolarità della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica di una res publica sempre più fondata sulle pari opportunità d'accesso alle risorse informative, un bene comune.
Carlo Infante

Perché Facebook va forte in Italia?

[Il fatto quotidiano - Blog di Dino Amenduini 06/04/2011]
Facebook è arrivato a 18 milioni di utenti in Italia. Più di un italiano su quattro ha un profilo sul più popolare social media del mondo (600 milioni di iscritti in tutto).

Dall’infografica, realizzata da Michele Caivano del sito www.fortunecat.it, è possibile evincere due dati significativi:
- la fascia più rappresentata è quella di età compresa tra i 35 e i 54 anni: cade così, spero definitivamente, il mito che vorrebbe Facebook come uno strumento “per ragazzini”;
- Gli uomini sono più presenti delle donne: 54% di maschi, 46% di femmine. Negli Stati Uniti, nettamente primi per numero di iscritti, sono invece le donne a dominare: 56% a 44%. I dati delle altre 15 nazioni con il maggior numero di iscritti a Facebook sono disponibili sul sito che vi ho segnalato, con altrettante infografiche.

L’Italia è il nono paese al mondo come numero di iscritti. Qui la distribuzione mondiale dei top 15.

Dopo gli USA, a sorpresa, c’è l’Indonesia, poi il Regno Unito e la Turchia, quarta ma con lo spaventoso tasso di penetrazione di FB del 99%. Manca la Cina che si iscrive a a RenRen, un suo social media “interno” da 400 milioni di iscritti.

Tutti questi dati dimostrano che la presunta Facebook-mania del nostro Paese è in realtà molto più normale di come la si racconti. In questa tabella, ad esempio, è possibile confrontare il tasso di penetrazione di FB nei vari paesi del mondo.

Siamo consumatori di Facebook allo stesso modo in cui lo sono gli americani, gli inglesi e gli australiani. Lo siamo un po’ più dei francesi, un po’ meno degli islandesi; molto più dei tedeschi, molto meno degli indonesiani. Dunque, almeno da una prima sommaria analisi di questi dati, salta anche l’ipotesi secondo cui Facebook sia così diffuso in Italia per motivi “culturali”, per una presunta e maggiore vocazione relazionale del nostro popolo mediterraneo.

Facebook in Italia non va poi così forte, se analizzato in valore assoluto. È invece straordinariamente “pesante” se lo si paragona al suo principale avversario nel resto del mondo: Twitter. Se infatti la relazione tra iscritti al social media di Zuckerberg e quello dei cinguettii è di tre a uno, in Italia parliamo di un rapporto di 16 a 1.

Gli utenti Twitter, infatti, sono solo 1,3 milioni in Italia e di questi, solo 351 mila lo usano regolarmente (il 27%). L’Italia è assente dalla lista delle nazioni più presenti su Twitter. Nella prossima tabella scoprirete come gli Stati Uniti raccolgano, da soli, il 62% dell’utenza complessiva; non è un caso che lo staff di Barack Obama, nell’annunciare la ricandidatura del Presidente, abbia sottolineato l’importanza di Twitter nella strategia per la campagna elettorale del 2012.

La domanda, dunque, non dovrebbe tanto riguardare la popolarità di Facebook in Italia, che è nella media mondiale, quanto lo scarso appeal di Twitter in un paese, come il nostro, che usa con convinzione i nuovi media.

Alla luce di tutti questi dati, azzardo un’interpretazione: Facebook regge e Twitter no perché nel primo caso possiamo comunicare in italiano ed è verosimile che la matrice linguistica sia uno strumento di autosegmentazione sociale nella scelta degli amici e delle relazioni da approfondire. Twitter, invece, è uno strumento globale, che non vive di conoscenza diretta tra utenti ma di relazioni tra ‘leader’ e ‘follower’, di persone che producono contenuti e altri che seguono chi produce contenuti senza chiedere il “permesso”. Per questo motivo non esistono barriere sociali, culturali e linguistiche.

Twitter è uno strumento più globale di Facebook, dunque l’inglese è la sua lingua ufficiale, dunque gli italiani, fatalmente, si tengono alla larga.

Visti i dati di penetrazione di Twitter nel nostro Paese, non sorprende che Evan Williams non abbia investito in infrastrutture che favoriscano l’esperienza di utilizzo agli utenti italiani, soprattutto con un servizio SMS capillare ed efficiente come in altri Paesi, dove è oramai consetudine l’aggiornamento del profilo attraverso un messaggio di testo (è grazie a questa opportunità che i giovani iraniani, egiziani e libici hanno aggirato la censura imposta dai regimi dei loro Stati).

Ma il potenziale dello strumento è enorme, soprattutto in chiave informativa e giornalistica (forse anche più dello stesso Facebook): da neofita entusiasta di Twitter spero che il dominio di Facebook in Italia conosca una flessione almeno in termini relativi.

Come proteggere la propria immagine su Facebook grazie a Reppler

[fanpage| tech 07/04/2011]

E’ questo il suggerimento di Reppler, il servizio di monitaraggio di social network che potrebbe diventare un valido vantaggio per chi é in cerca di lavoro.

Sapevate, infatti, che ben il 75% dei rectruiters danno anche una sbirciatina ai profili di Facebook per farsi un’idea dei candidati al lavoro offerto?

Sembra, quindi, che il servizio (inizialmente gratuito) aiuterà a tenere lontani dal proprio profilo tutti gli elementi poco adatti e potenzialmente pericolosi alla vista dei potenziali futuri datori di lavoro. Se deciderete, poi, di sottoscrivere un abbonamento annuale, questo si aggirerà intorno ai 129 dollari.

Insomma, per proteggere l’immagine di se stessi visibile attraverso i social networks, lo startup di Reppler monitora il profilo Facebook e avverte di eventuali contenuti ritenuti inappropriati, o sul come potrebbero questi essere percepiti dagli altri utenti, quali informazioni personali sono visibili (e non dovrebbero esserlo). In poche parole: Reppler (con sede a Palo Alto) diventa una sorta di bodyguard delle reputazioni sulle piattaforme sociali.

Vlad Gorelik, il fondatore di Reppler, parla così del proprio startup: “Stiamo fornendo alla generazione di Facebook una soluzione per mantenere la propria reputazione sociale linda e sicura”.

Questa sorta di spazio dedicato alla protezione della propria immagine online é guidato da Reputation.com, che ha raccolto una cifra di circa 27 milioni di dollari in venture funding.

Il sito opera soprattutto sui social network, infatti, appena l’anno scorso, Reputation.com lanciò un’applicazione che consentiva agli internauti a navigare efficacemente anche con le nuove impostazioni della privacy attivate sul social network Facebook. Tutto ciò a prescindere dall’acquisizione del sito da parte di Ziggs.com, un sito di social neworking per professionisti che vogliono promuovere se stessi sul web.

Insomma, sembra che con i social network cambi sia il modo di fare recruiment che il modo di promuoversi e mostrarsi agli altri (datori di lavoro inclusi).

Gabriella Conte
Keep you facebook image clean and safe.

mercoledì 6 aprile 2011

"Eroi twittanti": i protagonisti del Risorgimento dialogano in 140 caratteri

[La Stampa 05/04/2011] «Bagarre in Parlamento! Il Presidente della Camera costretto a sedare un’accesa lite verbale tra l’onorevole G. e il ministro C.». Oppure: «Senza unità non v’è veramente Nazione… senza unità non v’è forza, e l’Italia ha bisogno anzitutto d’essere forte». Sembrano brani tratti dalla cronaca o dagli editoriali di questi giorni; invece si tratta di frasi ricavate da documenti di 150 anni fa (il ministro in questione è Cavour e l’onorevole Garibaldi), raccolte e divulgate su Twitter e Facebook da un gruppo di giornalisti e redattori piemontesi.

Roberto Cena, Silvia Alberto di Chivasso, Fabrizio Mastroleo, Marco Ferraris e Diego Scarella animano Eroi Twittanti, una lista pubblica di tweet al cui interno i principali protagonisti del Risorgimento riflettono e commentano la situazione italiana di un secolo e mezzo fa. C’è anche una pagina Facebook, TwItalia 150, in cui vengono riproposti i messaggi postati su Twitter.

«L'obiettivo – racconta Roberto, sceneggiatore cinematografico e cross mediale - è celebrare in modo originale l’Unità d'Italia sul web 2.0, raggiungendo un pubblico giovane che spesso s'informa solo attraverso il canale internet. L'idea di usare Twitter mi è venuta leggendo il Washington Post, che per i 150 anni della Guerra civile americana ha sfruttato il network in maniera simile».

Due personaggi a testa, e via: «dai nostri studi – prosegue Cena - eravamo consapevoli che molti dei patrioti dell'800 furono anche buoni scrittori. Pubblicando giorno dopo giorno le loro frasi originali, abbiamo perciò cercando di farli dialogare tra loro, e magari anche commentare l’attualità».

Dal 17 marzo, giorno del battesimo del profilo TwItalia 150 e della lista collegata di Eroi Twittanti, i dieci personaggi che hanno fatto la Storia d’Italia (Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Cattaneo, D'Azeglio, Cristina di Belgioioso, Gioberti, Pisacane e Nievo), hanno parlato perciò non solo di patria, papato e Savoia, ma anche di guerra, nei giorni dello scoppio del conflitto in Libia, federalismo, ruolo delle donne in politica e tirannia dei partiti, strizzando l’occhio alle (tristi) vicende che coinvolgono l’attuale casta di governo. Il litigio Cavour-Garibaldi, tratto dagli atti parlamentari del 18 aprile 1861, è stato postato in concomitanza con un’analoga lite La Russa-Franceschini di qualche giorno fa.

I primi riscontri sono stati piuttosto positivi; l’originalità dell’esperimento ha fatto proseliti soprattutto nelle scuole. «In due settimane – afferma Cena - abbiamo catturato, solo con il passaparola, un centinaio di followers. Tenendo conto che il 90% degli iscritti a Twitter non arriva a 50 followers, siamo soddisfatti per aver in qualche modo contribuito a diffondere il verbo dei nostri eroi risorgimentali a chi probabilmente non li aveva mai letti. E sappiamo che alcuni insegnanti hanno iniziato a usarli come strumento didattico: la forma del tweet è infatti molto più vicina al linguaggio degli studenti di quella dei lunghi trattati di storia».
«Bagarre in Parlamento! Il Presidente della Camera costretto a sedare un’accesa lite verbale tra l’onorevole G. e il ministro C.». Oppure: «Senza unità non v’è veramente Nazione… senza unità non v’è forza, e l’Italia ha bisogno anzitutto d’essere forte». Sembrano brani tratti dalla cronaca o dagli editoriali di questi giorni; invece si tratta di frasi ricavate da documenti di 150 anni fa (il ministro in questione è Cavour e l’onorevole Garibaldi), raccolte e divulgate su Twitter e Facebook da un gruppo di giornalisti e redattori piemontesi.

Roberto Cena, Silvia Alberto di Chivasso, Fabrizio Mastroleo, Marco Ferraris e Diego Scarella animano Eroi Twittanti, una lista pubblica di tweet al cui interno i principali protagonisti del Risorgimento riflettono e commentano la situazione italiana di un secolo e mezzo fa. C’è anche una pagina Facebook, TwItalia 150, in cui vengono riproposti i messaggi postati su Twitter.

«L'obiettivo – racconta Roberto, sceneggiatore cinematografico e cross mediale - è celebrare in modo originale l’Unità d'Italia sul web 2.0, raggiungendo un pubblico giovane che spesso s'informa solo attraverso il canale internet. L'idea di usare Twitter mi è venuta leggendo il Washington Post, che per i 150 anni della Guerra civile americana ha sfruttato il network in maniera simile».

Due personaggi a testa, e via: «dai nostri studi – prosegue Cena - eravamo consapevoli che molti dei patrioti dell'800 furono anche buoni scrittori. Pubblicando giorno dopo giorno le loro frasi originali, abbiamo perciò cercando di farli dialogare tra loro, e magari anche commentare l’attualità».

Dal 17 marzo, giorno del battesimo del profilo TwItalia 150 e della lista collegata di Eroi Twittanti, i dieci personaggi che hanno fatto la Storia d’Italia (Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Cattaneo, D'Azeglio, Cristina di Belgioioso, Gioberti, Pisacane e Nievo), hanno parlato perciò non solo di patria, papato e Savoia, ma anche di guerra, nei giorni dello scoppio del conflitto in Libia, federalismo, ruolo delle donne in politica e tirannia dei partiti, strizzando l’occhio alle (tristi) vicende che coinvolgono l’attuale casta di governo. Il litigio Cavour-Garibaldi, tratto dagli atti parlamentari del 18 aprile 1861, è stato postato in concomitanza con un’analoga lite La Russa-Franceschini di qualche giorno fa.

I primi riscontri sono stati piuttosto positivi; l’originalità dell’esperimento ha fatto proseliti soprattutto nelle scuole. «In due settimane – afferma Cena - abbiamo catturato, solo con il passaparola, un centinaio di followers. Tenendo conto che il 90% degli iscritti a Twitter non arriva a 50 followers, siamo soddisfatti per aver in qualche modo contribuito a diffondere il verbo dei nostri eroi risorgimentali a chi probabilmente non li aveva mai letti. E sappiamo che alcuni insegnanti hanno iniziato a usarli come strumento didattico: la forma del tweet è infatti molto più vicina al linguaggio degli studenti di quella dei lunghi trattati di storia».