sabato 12 febbraio 2011

Social tv. La televisione interattiva passa per nuove applicazioni iPad

[Mediapolitika 12/02/2011]

Cosa sta succedendo alla nostra TV? Tutto ruota intorno ai social network e alle applicazioni ormai. Negli Stati Uniti si sta già diffondendo la tv interattiva. IPhone, iPad o altri smartphone con sistema operativo Android possono oggi essere sincronizzati con la tv, sincronizzazione che passa per applicazioni tramite cui è possibile ottenere informazioni in real time sui contenuti trasmessi. Una funzionalità simile è fornita anche dal digitale terrestre, ma in una versione base. Invece le applicazioni di cui parliamo offrono una maggiorazione dell’interattività televisiva.

Infatti, le applicazioni in questione permettono di conoscere chi altro è connesso e guarda lo stesso programma, di interagire con il network votando, commentando e confrontandosi con la rete, di ottenere informazioni sui personaggi, attori ambienti.

Un caso di successo che in USA sta riscuotendo un incremento di interazione sempre crescente è la ABC’s Grey’s Anatomy Sync che fornisce un esperienza visiva a doppio schermo nei giovedì sera americani, quando va in onda la serie televisiva; sullo schermo più grande, è possibile guardare lo spettacolo dal vivo come si farebbe normalmente mentre sull’iPad, sincronizzato alla tv e su cui è installata la app, si possono guardare in tempo reale tutti i contenuti interattivi relativi alla serie, contemporaneamente ai frame che vanno in onda.

La tecnologia di media sync funziona in combinazione con il microfono tramite il quale utilizzando il watermark audio (utile per il monitoraggio rating tv) l’app può intercettare tutti i contenuti corrispondenti e trasmetterli sull’iPad. In questo modo la app può essere utilizzata in real time ma anche in differita.

Il download dell’app ABC’s Grey’s Anatomy Sync sembrerebbe gratuito per i possessori di iPad. L’app permette di accedere con un semplice click al mondo di Grey’s Anatomy e svela tutto ciò che che c’è da sapere sui vari personaggi. Ovviamente molto iteressati sono subito sembrati i fan del serie tv.

Pensiamo se in Italia serie tipo “Romanzo Criminale” potessero disporre di tale funzionalità interattiva. Per ora possiamo solo dire “immaginiamo”! In attesa che il nostro Belpaese si omologhi al resto del mondo tecnologizzato.

Elio Lacavalla

giovedì 10 febbraio 2011

I nostri rgazzi sono troppo fraigili

[Corriere della sera 10/02/2011]

MILANO - A fine giugno il Dipartimento politiche antidroga del governo ha annunciato che nel 2009 i consumi di droga si sono ridotti di un quarto rispetto all'anno precedente, con un calo evidente anche nella popolazione generale dei giovani fra i 15 e i 19 anni. Negli stessi giorni, però, uno studio dell'Istituto di Psichiatria e Psicologia dell'università Cattolica di Roma ha richiamato l'attenzione su altre forme di dipendenza dei giovani: analizzando i comportamenti di poco meno di 3mila studenti delle superiori (stavolta, come nel caso dei dati governativi, non si tratta di obesi ma dei ragazzi in generale), Gianluigi Conte e i suoi collaboratori si sono accorti che l'11 per cento soffre di shopping compulsivo (diffuso soprattutto fra i minorenni, che sperperano la paghetta in un baleno), l'8,5 per cento non riesce a fare a meno dell'esercizio fisico, il 7 per cento gioca d'azzardo alle slot-machine o dovunque capiti.

INTERNET - La dipendenza da internet pare invece meno frequente di quanto si temesse: poco più dell'1 per cento degli adolescenti non riesce a staccarsi dalla rete. Come nel caso dello studio del CNR di Pisa, i ricercatori hanno verificato che le dipendenze vanno spesso a braccetto l'una con l'altra, a confermare l'esistenza di una "sindrome da dipendenza" dovuta a una predisposizione psicopatologica di base. Ma perché i ragazzi oggi sembrano così fragili di fronte alle dipendenze? «La famiglia e gli altri "contenitori" istituzionali tipici, dalla chiesa alla scuola, non hanno più il peso di una volta - risponde Conte -. I giovani sono più disorientati, per giunta si trovano di fronte a una maggior possibilità di scelta e occasioni per trasgredire, evadere, tentare di compensare le proprie angosce. E cadono più spesso vittime della dipendenza da una o più sostanze o comportamenti».

Elena Meli

mercoledì 2 febbraio 2011

Matematica, lezioni private addio arriva il tutor che ti aiuta sul web

[La Repubblica.it 02/02/2011] È PAZIENTE, creativo, infaticabile. Vuoi un aiutino? Occhio, stai sbagliando. Ripassa la regola. Non va ancora bene, ti faccio vedere io come si fa, ora prova da solo. Per dieci volte. Mille. Anche cinque milioni, volendo. Il tuo nuovo tutor di matematica ha una fantasia e una resistenza infinite. Ma non sta seduto di fianco a te. Nella tua cameretta non c'è nessun altro.

Tu sei davanti a un computer, e lui sta nella nuvola. Nella "nuvola" di Internet. Il servoprofessore, il personal trainer invisibile, si chiama MyMathLab. Nel mondo anglosassone, dove questo stile di scuola elettronicamente assistita è disponibile da dieci anni, ha avuto un successo sorprendente: due milioni di studenti "vanno a ripetizione" da lui. Nel mondo ispanico è sbarcato un anno fa. In Italia arriverà col nuovo anno scolastico, quando Pearson Italia avrà completato l'immane lavoro di adattamento linguistico della piattaforma originale. Alle prime, è difficile capire la novità. Le tecnologie sono entrate da anni nelle scuole italiane. Il primo "libro digitale" nel '97 fu un manuale di fisica, il celebre Amaldi edito da Zanichelli. Ventimila classi (altre ottomila entro l'anno) usano già la "lavagna elettronica". Ma l'ebbrezza tecno-scolastica che trasforma lo strumento nel fine, le "aule informatiche" dove si impara solo a usare l'aula informatica, i "libri elettronici" che spesso sono i vecchi libri di carta con qualche gadget video-sonoro, tutto questo che chiamiamo "Scuola 2.0" non ha ancora dimostrato in pieno la sua efficacia nella scuola punto e basta, che essenzialmente è il rapporto tra un professore e uno studente.

Il tutor elettronico si inserisce proprio qui. Ma in modo un po' particolare. È immateriale. Nelle librerie, dentro la scatola, ci sarà solo un codice d'accesso. Niente programmi da istallare, serve solo un accesso alla Rete. Il docente che "adotta" MyMathLab nella sua classe (si inizia col biennio delle superiori, arriverà anche il triennio) chiede ad ogni studente di acquistare una password (al prezzo di un libro di testo). Si crea una "rete" di cui il docente è il manager. Ma "In classe non cambia nulla", chiarisce Massimo Esposti, direttore editoriale. "Il timore dei docenti è di essere messi da parte da un software, ma qui il professore resta al suo posto, anzi adatta lo strumento al suo stile didattico".

La nuova filosofia, che fra pochi giorni sarà oggetto di un ciclo di convegni in sette città italiane, è: non si interviene sulla trasmissione dei contenuti, né sull'estremo opposto, la verifica, ma nel mezzo: sull'allenamento individuale. Liberando il professore dalla parte più ripetitiva del suo lavoro: la correzione dei compiti a casa. Che è il punto più debole della didattica tradizionale. Perché, si sa, i professori non hanno il tempo materiale di correggere tutti i giorni una ventina di compiti a casa. "La matematica si impara con gli esercizi. Meglio: si impara potendo sbagliare liberamente gli esercizi", spiega Roberto Gulli, amministratore delegato di Pearson Italia, una vita dedicata all'editoria scolastica. "Ma in classe non c'è mai tempo per il metodo trial-and-error".

Così, anche il migliore dei professori può capire come lo studente si sta misurando con regole e teoremi solo al momento dell'interrogazione, quando è ormai tardi per rimediare, perché la verifica è valutazione e non esercitazione, è momento performativo e non formativo. L'addestramento individuale avviene senza aiuto, questo buco nero produce fallimenti in classe, i fallimenti generano la tremenda maths anxiety, l'angoscia da matematica, che ci fa precipitare nelle classifiche internazionali: uno studente italiano su sei è insufficiente in matematica. E le lezioni private diventano un business milionario. Il servoprof promette di scongiurarle, o rimpiazzarle. Funziona così. Il professore (umano) assegna i compiti di giornata scegliendoli da una libreria con migliaia di tipologie di esercizio. Lo studente, a casa, li apre sul suo schermo e prova a risolverli. I tutorial elettronici già in circolazione si limitano a dire se ha centrato o meno la soluzione (in genere, su risposte chiuse da "crocettare").

La novità è che il tutor ora interviene durante la soluzione. Se stai sbagliando, il sistema se ne accorge, ma non si limita a dirtelo e a offrirti un suggerimento generale. Ti ricorda la regola che serve in quel preciso passaggio e ti mostra esempi di applicazione corretta. Se l'equazione non ti viene ancora, ti propone di rifarla insieme, concedendoti "aiutini" parziali o cospicui.
Ti risolve anche l'intero esercizio sotto gli occhi, se proprio t'impantani (e se il professore umano lo ha preventivamente autorizzato ad essere generoso): ma te ne somministra subito un altro simile, creandolo appositamente: può generarne milioni senza mai ripetersi (inutile telefonare al compagno per copiare: l'esercizio su cui sta sudando lui è certamente diverso). Adegua gli esercizi successivi alle tue capacità, insiste sulle tue debolezze.

Intanto tiene nota degli errori che commetti, della velocità di esecuzione, degli aiuti che hai chiesto, e compila un rapporto che il prof (umano) può leggere in tempo reale: il giorno dopo, in cattedra, adeguerà la sua lezione al livello raggiunto dalla classe, ma saprà anche quali tra i ragazzi stanno facendo più fatica, e darà consigli personalizzati. Secondo i dati raccolti negli Usa da Pearson nei milleseicento college che hanno adottato il sistema, le performance matematiche degli studenti sono migliorate in media del 20-30%. Un miracolo che ci farebbe salire parecchi posti nelle graduatorie Ocse-Pisa e farebbe scendere la pressione a parecchi genitori.

Indagine Nielsen: l'86% degli utenti utilizza i social network mentre guarda la TV

[02/02/2011 Hi-Tech Italia] Nielsen e Yahoo hanno condotto una ricerca basata sulle abitudini di coloro che possiedono uno smartphone; l'86% degli utenti intervistati ha dichiarato che, se non utilizzano un'applicazione precisa, controllano il loro stato su Facebook o Twitter durante la visione di un programma TV.

L'inchiesta ha esaminato un campione di 8000 utenti con un età compresa fra i 13 ed i 64 anni; su un totale di 8000 più della metà di loro (5313) possiede uno smartphone connesso ad internet grazie alla rete dati e di questi 5313 utilizzatori di un cellulare di ultima generazione, il 33% utilizza applicazioni, il 37% naviga e il 40% contatta gli amici sui social network.

Statistiche relative all'indagine Nielsen Yahoo
La percentuale di utenti che utilizzano i social network mentre guardano la TV aumenta però se si prende in considerazione la fascia d'età che va dai 13 ai 24 anni; la percentuale infatti sale dall'86% al 93%.

Sono dati che fanno capire quanto oramai la nostra vita sia legata ai social network e sul fatto che proprio quest'ultimi, sopratutto da parte dei ragazzi, vengono utilizzati anche mentre si è impegnati in altre attività.

Addio Facebook, si apre l’era della Social Media curation!

[02/02/2011 Ninja Marketing] Nonostante Facebook sia diventato il sito più “cliccato”, superando anche Google, la fine del social network, secondo alcuni, come Will Heaven, sarebbe ormai vicina. Tuttavia, il 2011 aprirebbe una nuova era, quella della “social media curation”.

All’orizzonte, dunque, emerge una nuova generazione di social network basata su un differente modello di interazione, che mira ad essere più efficiente ed efficace. Con il termine “Curation”, infatti, mutuato dal mondo dell’arte e che non trova una traduzione specifica in italiano, si intende il processo di selezione, aggregazione e cura di contenuti, siano essi testi, immagini, video o quanto altro fruibile in rete, inerenti a uno specifico argomento, tema o passione. Infatti, l’innovazione di queste piattaforme, rese anche più user-friendly, risiede nella possibilità di filtrare i contenuti realmente interessanti, tramite l’inserimento di keywords, ed integrarli in un’ unica fonte potendoli condividere così con gli altri utenti e dando vita un doppio processo di selezione, nella creazione e fruizione.

Online vi sono già alcuni siti di questo genere e bastano pochi click per sperimentare il “futuro” dei social network che sembra tracciare importanti sentieri di sviluppo sia per la creazione di nuovi “luoghi virtuali”, ma anche per il marketing e la comunicazione.

La beta di Eegoes nasce nello stesso periodo di Diaspora, e da agli utenti la possibilità di selezionare i contenuti,foto, status, interessi, attività e tanto altro, che si vogliono rendere accessibili agli altri e, contemporaneamente visualizzare esclusivamente quelli che sono di proprio interesse. Inoltre, è possibile una rapida integrazione con i profili Facebook e Twitter. Maggior controllo dei contenuti e maggiore privacy, uno dei punti deboli di Facebook, attraverso

un’interfaccia semplice ed intuitiva, sono i plus di Eeegoes. Inoltre, il geo-location tagging e la completa integrazione con Google Maps rendono possibile la connessione tra utenti che condividono gli stessi interessi, ma, eventualmente, anche la posizione geografica.

Nel web, dove less-is-more è ormai un’affermazione sempre più diffusa e rilevante e dove la proporzione “90-9-1″ di Nielsen non è più valida, la nuova generazione di social network offrirà un user-experience diversa che permetterà quindi l’integrazione dei contenuti in una prospettiva topic-based e garantirà un maggiore grado di libertà e partecipazione sia nella pubblicazione che nella consultazione dei contenuti.

Ad affermarsi tra i social di nuova generazione, coniugando curation, funzionalità e minimalismo vi è anche Scoop, una piattaforma di fast blogging, che ricorda molto Tumblr e che si caratterizza per l’interfaccia semplice, progettata ad-hoc per eseguire tutte le attività con pochi click ed in maniera immediata e veloce.

Il claim “Be the curator of your favorite topic!” rende chiara la mission di Scoop, ovvero dare la possibilità all’ utente di diventare il “curatore” del proprio profilo condividendo i propri interessi. In una sola pagina, si possono selezionare le informazioni, riunire differenti tipologie di contenuti, da semplici testi, link, video e tanto altro, e condividere questo “personal magazine” con pochi click. Anche Scoop è ancora in versione beta e per iscriversi è necessario richiedere l’ invito.

La “curation” diventa un’opportunità anche per i brand che possono rafforzare il proprio posizionamento e costruire il loro “luogo virtuale” contando su una più intensa interazione con l’utente capace di stimolare awarness e godwill da parte del consumatore.

FaceNoteBook:a scuola con Facebook. L'Istituto Costa di Lecce rompe gli schemi

[Corriere Informazione.it 02/02/2011]
LECCE: I tempi cambiano, la comunicazione cambia e anche i suoi mezzi e le sue modalità didattiche.

E così la scuola si adegua, si aggiorna e inizia a parlare lo stesso linguaggio dei giovani. Sono finiti infatti i tempi in cui insegnanti e presidi additavano Facebook come fonte di distrazione, già, perche' l’Istituto Tecnico Economico per l’Informatica e per il Turismo “Costa” di Lecce ha avviato un progetto didattico utilizzando proprio il social network per fare lezione e condividere le nozioni.

“FaceNoteBook – Il Social Classwork” ,questo il nome dell’iniziativa, prevede la dotazione di un notebook(computer portatile) in comodato d’uso agli studenti per tutto l’anno che viene utilizzato durante alcune ore di lezione e per fare i compiti a casa.

Il progetto si sviluppa in tre i filoni :
1.l’insegnamento delle basi del linguaggio Html agli studenti di terza media da parte di docenti e studenti del Costa;
2.l’approfondimento della comprensione e della scrittura in lingua inglese attraverso connessioni in tempo reale con classi di studenti inglesi;
3.l’uso del social network quale strumento innovativo di marketing per la promozione turistica del territorio.

Per quanto riguarda l’insegnamento dell’informatica, si tratta di alcune lezioni rivolte a studenti della scuola media inferiore e relative all’insegnamento delle nozioni base del linguaggio Html. I docenti della scuola leccese hanno avviato, con la collaborazione di alcuni degli studenti migliori, una sperimentazione per insegnare le istruzioni base agli studenti della scuola media. Trattandosi di lezioni a cui non tutti i ragazzi sono interessati ma solo quelli che hanno il pallino per il web, per la grafica o per il computer in generale, la scelta di utilizzare Facebook è stata chiave di volta per avvicinarli ed interessarli.

Per quanto concerne l’insegnamento della lingua inglese è sicuramente più immediato ed intuitivo. Il gioco è semplice, si sa che i ragazzi adorano consultare i profili dei loro “amici”, chattare, scambiarsi battute, immagini e video attraverso Facebook, quindi è sufficiente scambiare il gruppo di amici soliti con nuovi amici che vivono e studiano in Inghilterra. I ragazzi leccesi, coordinati dalla loro docente, creeranno un gruppo “privato” formato dagli alunni delle due classi, quella italiana e quella inglese, ed una volta alla settimana apriranno il proprio notebook, si “sintonizzeranno” su facebook e faranno un’ora di lezione allo stesso tempo divertente e fortemente formativa.

Nello studio dell' economia, invece, gli studenti applicheranno tutti gli strumenti messi a disposizione da Facebook per sperimentare un progetto di marketing turistico. Profili, gruppi, pagine, eventi, chat, note e ogni altra possibilità sarà ampiamente sfruttata per incrementare la conoscenza dell’offerta turistica salentina e per aumentarne il volume d’affari. Il primo banco di prova sarà la prossima edizione della BIT (Borsa Internazionale del Turismo) che avrà luogo fra pochi giorni a Milano.

Questo genere di sistema permettere a tanti ragazzi di studiare, autonomamente, senza alcuna “costrizione” da parte dei docenti e genitori, sia a scuola che a casa, imparando con entusiasmo.

La scuola salentina, già da due anni effettua sperimentazioni didattiche offerte dalla comunicazione sociale, che possono essere tante, diversificate ed efficienti, ed è fermamente convinta che il mercato del lavoro e la vita “reale”, quella che si vive fuori dalle aule scolastiche, siano più veloci e più dinamiche rispetto ai ritmi interni alla scuola italiana. Mentre oggi, le aziende cercano giovani preparati professionalmente nell’utilizzo di tutte le più potenti ed innovative tecniche di gestione aziendale e di marketing (internet, social networks, e-commerce, etc.), le scuole continuano ad ignorare o, addirittura, a fare resistenza affinché non vengano regolarmente inserite nei contesti formativi.

A questo proposito ci sarebbe da chiedersi se sia davvero l'Istituto “Costa “ ad essere la scuola tecnica “strana” in Italia o se non lo siano invece tutte le altre. L'integrazione dittatica/società porta sicuramente lo studente a studiare con più interesse perchè nella sua ottica gli insegnamenti non restano come nozioni fluttuanti ma elementi applicabili e di uso quotidiano, non solo del suo, ma di massa.

Sono già state pubblicate su Facebook le prime lezioni sotto forma di “note”, le quali possono essere lette da chiunque abbia un profilo e, in più, possono essere commentate in tempo reale dai ragazzi e dai docenti con richieste di chiarimenti o dettagli informativi.
Il corso si chiama “Html al Costa – Lezioni su Facebook” e le prime due lezioni sono visibili agli indirizzi qui riportati :

Lezione #1: http://www.facebook.com/note.php?note_id=106554246086200
Lezione #2: http://www.facebook.com/note.php?note_id=107028072705484

martedì 1 febbraio 2011

Appthusiast o connector quanto le app dicono di te

[La Repubblica 01/02/2011] LO SMARTPHONE come uno specchio dell'anima, le applicazioni installate come una fotografia del proprio carattere. A rivelarlo è l'ultima ricerca di Nokia, condotta su oltre 5.000 utenti in 10 paesi, che ha studiato le abitudini d'uso dei possessori di smartphone per giungere a una conclusione: noi siamo ciò che scarichiamo, per parafrasare D'Annunzio. Una massima che vale soprattutto nel nostro paese, dove l'ossessione per i telefonini è ormai strettamente collegata allo stile di vita.

Non dev'essere un caso che, in Italia, circa il 45% dei possessori di smartphone ritenga che le applicazioni aiutino a migliorare la propria vita. Oltre il 74% degli italiani possiede fino a 30 applicazioni, con una leggera prevalenza degli uomini (79%) sulle donne (69%). Un amore digitale che si rinnova di continuo (circa il 35% le usa almeno 2-3 volte ogni giorno) e che pervade ogni fase della giornata: oltre il 34% degli utenti utilizza le proprie app a casa, il 20% in viaggio, l'11% sul lavoro.

L'importante, in ogni caso, è avere l'applicazione giusta al prezzo giusto. Circa il 43% degli intervistati, nello specifico, ammette di scaricare unicamente app gratuite. Le più scaricate sono i videogiochi (39%), seguite dalle app relative ai social network (32%), alla musica (31%) e ai servizi (30%). Le più utilizzate sono invece quelle correlate ai servizi (33%), ai videogiochi (26%), ai social network (25%) e alla musica (21%).

Passioni regionali. I singoli dati regionali della ricerca Nokia individuano anche i caratteri di massima di ogni zona d'Italia, giocando più volte con lo stereotipo. Si scopre così che in Campania il 41% degli intervistati scarica di frequente applicazioni musicali. Oppure che in Lombardia prevalgono i videogiochi, con circa il 40% degli utenti interessati al gaming su smartphone. Il Piemonte si assicura il primato della regione più parsimoniosa, con il 54% che scarica unicamente applicazioni gratuite. La Sicilia è invece la terra degli infedeli, con il 39% che ammette di eliminare un'applicazione non appena ne scopre una simile ma migliore.

Un mondo di app. Gli stereotipi da app non valgono solo per le regioni italiane, ma anche per gli altri nove paesi coinvolti nella ricerca. Secondo i dati Nokia, nei consumi dei brasiliani prevalgono le applicazioni musicali (42%), mentre i tedeschi prediligono le applicazioni utili (29%), come sveglie o torce digitali. Gli indiani sono i più fedeli alle proprie app (14%), in quanto affermano di usare tutte quelle installate sul proprio smartphone, laddove gli inglesi si distinguono al contrario come i più indifferenti (23%).

Tra tutti gli intervistati, i brasiliani sono risultati i più "connessi", mostrando una rara passione (45%) per i social network, mentre i singaporiani hanno dimostrato di amare i videogiochi (49%) più di ogni altro genere. In Cina si registra infine il primato dell'accesso alle notizie, che i cinesi consumano su smartphone più di qualsiasi altro gruppo nazionale.

Sei profili in cerca di app. "I dispositivi ci consentono di condividere pensieri, gusti e desideri" spiega il professor Trevor Pinch, docente di Scienze e Tecnologia alla Cornell University. "E un tale livello di intimità fa sì che, a volte, essi ci conoscano meglio che noi stessi". Proprio basandosi sulla ricerca Nokia, il professor Pinch ha stilato una guida agli "AppiType", tracciando sei diversi profili di consumatori di app.

Si parte dal classico "Appthusiast", colui che intorno alla tecnologia basa il proprio stile di vita, per arrivare al "Live Wire", l'appassionato di sport che porta sempre con sé il proprio smartphone. A seguire, l'artistico "Creator", definito come "il Picasso delle applicazioni", e il cosiddetto "Appcentric", figura in giacca e cravatta che non potrebbe fare a meno delle sue applicazioni per il business. Infine, emergono le figure del "Connector", che vive connesso ai social network, e dell'"Apprentice", ovvero dell'utente con scarsa esperienza, in genere più avanti con l'età, che tenta in ogni modo di recuperare il gap tecnologico. "Come per le auto - spiega il professor Pinch - la scelta delle app è molto personale e rivela non solo le caratteristiche di un individuo, ma anche le sue aspirazioni". Noi siamo ciò che scarichiamo, appunto. E chissà cosa ne direbbe D'Annunzio.

IVAN FULCO