venerdì 14 gennaio 2011
Donazioni e volontariato È il Facebook della bontà
Gli strumenti di scambio restano quelli universali della rete; ma l'obiettivo è completamente diverso. Basta chiacchiere "da bar" trasferite sul pc. I "mi piace", non saranno riservati alla Nutella o alla Coca Cola, ma andranno a premiare i progetti migliori. Perché nella società afflitta dalla crisi economica globale, nel mondo alle prese con la necessità di ridisegnare il welfare, Shiny Note vuole essere uno strumento per intervenire sulla realtà. Per aiutare i tanti che hanno bisogno da una parte; e per consentire a chi vuole fare qualcosa per il bene collettivo di trovare il suo posto dall'altra. Soprattutto, vuole essere un faro acceso sulla speranza di costruire un mondo migliore. In Italia si tratta di una realtà di grande rilievo: l'8 per cento della popolazione dai 14 anni in su (4 milioni di persone, secondo i dati Istati del 2002), lavorano per gli altri, con un incremento a partire dal '97 del 55 per cento. Sono le regioni del Nord Italia ad essere quelle più generose, con il Trentino Alto Adige che guida la classifica (21 per cento), seguito dal Veneto (oltre il 14), dal Friuli e dalla Lombardia (10 per cento). Il problema non è la volontà di partecipare; spesso è la difficoltà a far incontrare domanda e offerta e naturalmente il finanziamento.
Il Facebook della bontà è stato battezzato così perché è destinato alla solidarietà, al no-profit, a quello che oggi tutti indicano come il fattore determinante del futuro, il Terzo Settore. La piattaforma vuole essere il luogo di incontro e di scambio tra privati, aziende, istituzioni, associazioni. E se il web funziona per la scelta di un viaggio da fare o di un film da vedere, gli organizzatori scommettono che funzionerà anche per i progetti cui contribuire. In tempi di crisi le attività di volontariato da un lato sono più necessarie, dall'altra più difficoltose. Le tariffe postali agevolate sono state annullate e una spedizione costa cinque volte più di prima; i contributi del 5 per mille sono stati cancellati azzerando, talvolta, i budget delle associazioni; sulla vendite per beneficenza i costi pesano in media fino al 30 per cento. Ogni donazione fatta attraverso l'acquisto di un'azalea comporta 87 centesimi di spesa per ogni euro raccolto.
Ma soprattutto quello che renderà Shinynote diverso, è la sua filosofia: sarà l'unico angolo del web dove passano solo le buone notizie. Saranno le singole, vere, storie a muovere la voglia di impegnarsi, classificate sulla base delle preferenze degli utenti. Storie saranno i racconti degli utenti, ma anche i progetti delle organizzazioni sui quali sarà possibile attivare una raccolta di tempo o di denaro. Nella rilevazione della fiducia, gli italiani hanno collocato la rete del volontariato al secondo posto. E lo slogan di Shiny Note ha la possibilità di essere vincente: "Cambiamo il mondo, una storia alla volta".
Lavagne web e robot per i compiti Ecco la classe del nuovo secolo
GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA 1
La classe del ventunesimo secolo è stata presentata al Bett di Londra, la maggiore fiera mondiale dedicata alle tecnologie per la didattica, che resterà aperta sino a sabato 15 gennaio. Dentro ci si trova di tutto. Dai nuovi iPad o imitazione dei tablet della Apple, carichi di optional senza fili come videocamera, microfono, casse acustiche e sistema software per il riconoscimento della scrittura a mano, al Go-Robo Programmer, un robo-sapiens che insegna a scrivere facendo stupire e divertire; dai network per permettere agli insegnanti di monitorare meglio i compiti e il lavoro degli alunni, ai sistemi che aiutano le scuole a risparmiare energia e denaro controllando l'uso dei computer.
Ma la parte del leone la fanno le lavagne interattive della Smart Technologies, l'azienda leader mondiale in questo settore, presente anche in Italia. Sebbene la prima lavagna interattiva sia stata creata dalla Smart esattamente vent'anni or sono, queste sono un ultimo modello ad alta tecnologia a cui, un po' come agli "smart phones", i telefonini intelligenti, si può chiedere di fare un po' di tutto. L'aspetto più fantascientifico è che utilizzano delle fotocamere incorporate nel telaio per rilevare a distinguere gli input da parte di un dito, di un polso, dell'apposita penna per lavagna interattiva o anche di altri oggetti. La tecnologia touch ottica, spiegano i rappresentanti della Smart, offre molti vantaggi rispetto ad altre tecnologie "touch", tra cui la capacità di riconoscere il tocco della superficie senza bisogno di premere con forza, scalare a grandi dimensioni e supportare più tocchi da parte di più utenti.
Completate da un proiettore integrato a brevissima distanza che permette di incorporare contenuti multimediali, video e digitali in 3D, e da due altoparlanti, la nuova lavagna interattiva, disponibile in vari modelli, offre una possibilità di apprendimento e di lezioni coinvolgenti che le precedenti generazioni di studenti (e di insegnanti) non potevano neanche lontanamente immaginare. Naturalmente, costano più della vecchia lavagna con il gesso: da 999 a 1790 euro. Ma gli esperti del ramo sostengono che nel lungo termine queste ed altre tecnologie per la didattica, pur sembrano inizialmente un investimento costoso, riducono il budget e le spese per le scuole.
"Non a caso la richiesta di sistemi per lavagne interattive è in continuo aumento in tutta Europa", ha dichiarato nancy Knowlton, amministratore delegato della Smart, durante una conferenza stampa sui nuovi prodotti presentati alla fiera londinese. "Gli insegnanti richiedono strumenti facili da usare e che ottimizzino al meglio sia il tempo passato in classe, sia i budget limitati di cui dispongono". Budget che saranno ora ancora più limitati: in Gran Bretagna, per esempio, dove i passati governi hanno investito 50 milioni di sterline nella tecnologicizzazione della scuola, questi fondi sono stati azzerati a causa della crisi economiche e delle restrizioni alla spesa pubblica. Il primo ministro Cameron, in cambio, ha dato alle scuole, agli insegnanti, alle associazioni di genitori, più potere per decidere come insegnare, cosa insegnare (e dove trovare i soldi per farlo). In ogni caso, prevede il quotidiano Guardian di Londra, nel momento in cui ai docenti viene data più libertà per innovare, ci si aspetta che la tecnologia giochi un ruolo sempre più grande nel trasformare la scuola del ventunesimo secolo e il modo in cui viene impartita l'istruzione del futuro.
ENRICO FRANCESCHINI
giovedì 13 gennaio 2011
INTERNET. Studio UE: i genitori controllano i contenuti online cui accedono i propri figli?
Con il web 2.0 e con i telefoni e i videogiochi connessi alla rete è sempre più vasto e incontrollato il materiale a disposizione di minori. Come possono fare i genitori a controllare i contenuti cui accedono i propri figli? Esistono una serie di strumenti che consentono ai genitori di controllare e bloccare alcuni contenuti del web, ma questi sono ancora poco utilizzati.
Da un'indagine EUKidsOnline, presentata oggi dalla Commissione Europea, emerge che soltanto un quarto dei genitori europei blocca o filtra i siti web (28%) e tiene traccia dei siti visitati dai figli (24%). Ma tra i vari Stati membri ci sono notevoli differenze: il 54% dei genitori inglesi, contro il 9% di quelli rumeni. Oltre all'uso di strumenti di controllo, il 70% dei genitori intervistati ha affermato di parlare con i propri figli delle loro attività online. Il 58% dei genitori dichiara di stare accanto ai propri figli quando usano Internet e oltre metà agisce attivamente, ad esempio suggerendo ai propri figli come comportarsi con gli altri online (56%) e parlando degli aspetti che potrebbero disturbare i bambini (52%).
La Commissione ha pubblicato un altro studio che ha analizzato i diversi strumenti di controllo a disposizione dei genitori, di cui 26 per PC, 3 per console per videogiochi e 2 per telefoni cellulari. Lo studio ha riscontrato che i programmi esistenti sono efficaci nel filtrare il contenuto per adulti, ma rimane almeno il 20% di possibilità che siti contenenti materiale inadatto ai bambini, in particolare quelli che spingono i giovani a comportamenti autolesivi (siti che promuovono l'anoressia, il suicidio o l'automutilazione) possano superare i filtri. Allo stesso tempo, vengono bloccati siti che contengono materiali destinati specificamente ai bambini.
Pochi, invece, gli strumenti in grado di filtrare i contenuti del web 2.0 (siti di social networking, forum e blog), di bloccare i messaggi istantanei e i protocolli delle chat o di filtrare le liste di contatti. Per quanto riguarda gli strumenti a disposizione dei genitori per controllare smart phone e console per videogiochi, non tutti i prodotti disponibili sul mercato sono in grado di filtrare i contenuti web, nonostante il 31% dei bambini in Europa acceda a Internet proprio con il telefono cellulare e il 26% con le console. I programmi di controllo parentale sono perlopiù in lingua inglese e l'offerta di strumenti in altre lingue è limitata.
Nel quadro del programma UE per Internet sicuro, la Commissione continuerà a finanziare l'analisi dei programmi di controllo parentale ogni 6 mesi fino alla fine del 2012 e monitorerà i progressi ottenuti. All'indirizzo www.yprt.eu/sip è disponibile un database nel quale i genitori possono cercare lo strumento di controllo più adatto ai loro bisogni.
Quora, il social network che ti risponde
Se i social network attuali garantiscono una grande interazione ma sono poco ricchi di contenuti autorevoli, se al contrario siti come Wikipedia sono in grado di saziare la sete di conoscenza di molti ma non garantiscono quella flessibilità e quell'interazione che ormai sul Web sembra diventata una "condicio sine qua non", cosa può esserci di meglio se non un social network dedicato alla conoscenza?
Quello che si annuncia come il perfetto punto d'incontro tra un'enciclopedia aperta e collaborativa e un tradizionale network sociale si chiama Quora e, nonostante si presenti ancora in fase sperimentale, ha già raggiungo i 500.000 utenti.
Il progetto nasce dalle menti di due protagonisti in arrivo da Facebook, che hanno pensato bene di creare una specie di aggregatore di domande e risposte, un po' come già visto con servizi quali Yahoo! Answers o Ask.com ad esempio, ma con un'autorevolezza e una struttura che rendano tutti i contenuti meno slegati tra loro rispetto a quanto può accadere agli occhi degli utenti per alcuni dei siti di questo tipo già esistenti in Internet.
Su Quora si incontrano quindi esperti e utenti in cerca di risposte, con i primi pronti a rispondere alle più disparate domande dei secondi, secondo un meccanismo di scambio delle conoscenze che a ben vedere è il motore stesso della cultura e della civiltà da sempre, il tutto sullo sfondo del Web e delle sue mille potenzialità.
I numeri sono in costante crescita e testimoniano la validità dell'idea, ma con l'aumento della popolarità c'è il rischio che il progetto possa sfuggire di mano, lasciando spazio a spammer o a semplici buontemponi che, un po' per gioco un po' per il gusto di provocare, potrebbero mettere in discussione l'autorevolezza del servizio. Per questa ragione, l'obiettivo del team che lo gestisce è quello di salvaguardare le caratteristiche che hanno fatto finora crescere Quora, come spiega il co-fondatore Charlie Cheever:
Abbiamo varie misure per garantire sempre un'alta qualità di contenuti. Non è un problema semplice, e la soluzione non sarà un unico cambiamento che per magia renderà tutto perfetto.
Tra le novità di cui si parla ci sarebbero dei meccanismi modificati per il sistema di voto e dei feedback, mentre gli amministratori dovrebbero poter beneficiare di strumenti più potenti per la moderazione dei contenuti e della stessa community.
Tuttavia, l'impegno maggiore sarà quello di riuscire a mantenere una base di utenti in grado di inserirsi nello spirito del progetto e contemporaneamente di "formare" quanti di avvicineranno in futuro nel seguire in maniera corretta le regole stabilite dai fondatori. In tal senso, fra i piccoli cambiamenti da apportare a Quora si parla proprio di educare i nuovi utenti circa le policy e le linee guida del sito, di migliorare i meccanismi di voto e feedback, così come gli strumenti a disposizione di revisori e amministratori.
Qualcuno direbbe che il rischio di veder aumentare contenuti inappropriati e comportamenti poco costruttivi non è altro che il rovescio della medaglia guadagnata con la crescente popolarità. Quindi né più né meno di quanto già affrontato in passato da siti come Wikipedia e altri progetti assurti ai grandi numeri di Internet e più volte chiamati a difendere un'autorevolezza tanto preziosa quanto delicata da difendere.
mercoledì 12 gennaio 2011
[Esplora il significato del termine: Arriva la letteratura elettronica] Arriva la letteratura elettronica
TESTI INTERATTIVI - Nessun contenuto ha origine sulla carta e viene trasferito in digitale, come sta invece accadendo, nella maggior parte dei casi, in questa prima fase di vita dell'ebook. I testi della eLiterature nascono già elettronici, quasi sempre interattivi, arricchiti da audio e video oppure animati da algoritmi che spostano singole lettere o interi capitoli sotto gli occhi di chi li guarda. Così la letteratura si spinge ai confini con l'arte e la fruizione sembra di volta in volta irripetibile. Grazie a un apposito programma, ad esempio, la mescolanza di suoni, immagini e testo varia a ogni riproduzione in The set of the U del francese Philippe Bootz, uno dei padri del sottogenere della poesia elettronica. Oltre cinquecento combinazioni, invece, in Bromeliads, opera in prosa dell'americano Loss Pequeño Glazier, ritenuto con Bootz e lo statunitense Michael Joyce (scrittore di ipertesti) tra i principali autori di eLiterature. Fatta risalire dagli studiosi al 1959, quando il linguista tedesco Max Bense creò i primi versi usando un calcolatore, la letteratura elettronica fu coltivata intorno agli anni Ottanta e Novanta come sperimentazione di nicchia in Francia e nel mondo anglo-americano.
IL CONVEGNO A NAPOLI - Agli albori del nuovo millennio, invece, con la diffusione di Internet, la produzione divenne più ampia, accompagnata dalla riflessione teorica sullo statuto della nuova letteratura. Nel 2005 la prima definizione, seppure ancora generica, riconosciuta a livello internazionale, secondo cui la eLiterature include «lavori con importanti aspetti letterari che sfruttano le capacità e i contesti forniti dal singolo computer o da una rete di computer». Negli ultimi tempi l'interesse si è acceso anche in Italia. Ricerche sono in corso all'Università di Macerata con il dottorando Fabio De Vivo, che al tema ha dedicato un forum, un blog e una pagina su Facebook e che presto pubblicherà lo studio eLiterature. Analisi critica, strumenti interpretativi, potenzialità e possibilità applicative. Il 20 e 21 gennaio, inoltre, al Palazzo delle Arti di Napoli si terrà il convegno «Officina di Letteratura elettronica», il primo incontro internazionale sulla eLiterature che si svolge in Italia. A organizzarlo l'artista Lello Masucci e Giovanna di Rosario, docente di Letteratura elettronica all'Università di Jyväskylä (Finlandia) e membro del gruppo di ricerca Hermeneia a Barcellona. Il 20 e 21 gennaio Napoli ospiterà "Officina di Letteratura elettronica": il logo di Lello Masucci
CULTURA-TECNOLOGIA - «La tradizione letteraria "alta" e la minore accessibilità di Internet rispetto ad altri Paesi hanno fatto sì che in Italia la eLiterature sia stata finora ignorata - spiega la studiosa -. Adesso invece, per effetto della nascente editoria digitale e della diffusione di nuovi strumenti di lettura come gli ebook reader e l'iPad, il connubio cultura-tecnologia viene avvertito come più familiare». Basti pensare ai recenti esperimenti multimediali e interattivi di libri in forma di applicazioni, ovvero i software che consentono di unire il testo ad audio e video (un esempio: B. per i posteri, la versione per iPad e iPhone dell'ultimo saggio di Beppe Severgnini). D'accordo sulla crescita di popolarità della eLiterature l'artista italiana Caterina Davinio, pioniere nella poesia animata al computer già negli anni Novanta. Daniela Calisi, Filippo Rosso e Roberto Gilli, oltre a Lello Masucci, i nomi degli altri principali autori di casa nostra che hanno scommesso sul nuovo filone. «Perché la tecnologia è oggi il tessuto delle relazioni umane e lo diventerà sempre più - sostiene la Davinio -. Si pensi solo alla telefonia mobile e a Internet. Per quale ragione la letteratura dovrebbe rimanerne esclusa?».
Alessia Rastellimartedì 11 gennaio 2011
Internet senza miti: un’ altra storia della Rete
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Une autre histoire de l’internet, à la veille des temps difficiles…
di Narvic
(Novovision)
(…) Internet, la ”rete delle reti” (inter-net significa ”interconnessione delle reti, dei network”) è stata concepita per sfuggire a ogni controllo, a ogni censura e a anche a ogni sorveglianza… O, per lo meno, così sosteneva ”una certa storia di internet” che, a mio avviso, è in larga parte una mitologia. Una bella storia, non totalmente falsa, ma certo non totalmente vera e la cui ”verità” non bisogna assolutamente prendere alla lettera.
Rete libertaria ”per natura”, perché non centralizzata, ritenuta in grado di resistere anche a un attacco nucleare, e in grado di continuare a funzionare e ad assicurare la continuità delle comunicazioni anche quando una parte delle infrastrutture fossero distrutte: rete inattaccabile, incontrollabile, indistruttibile… Epifania di una ”entità” libera, universale ed eterna. Nascita del cyberspazio …
La Dichiarazione d’ indipendenza del cyberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996, un testo tutto sommato molto bello, percorso da un soffio libertario, un bello stile e una innegabile poesia, è come un simbolo, una illustrazione perfetta, di questa mitologia di un internet che irriga, sin dall’ origine, l’ immaginario di tanti adepti incondizionati di questa rete delle reti:
« Governi del mondo industriale, stanchi giganti io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro, chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo’’.
Le speranze più folli si sono nutrite di questa mitologia. Internet è la ”nuova frontiera”, il cui attraversamento ci apre la visione di un ” nuovo mondo”. Internet è un nuovo Far west. La forza che è racchiusa in questa immagine della ”nuova frontiera”, profondamente e nell’ intimo, nello spirito di un americano, sfugge forse alla gran parte degli europei (o dei cinesi o degli indiani, d’ altronde), radicati come siamo in una storia millenaria, mentre rinvia per gli americani alla conquista del West, alla Nuova Fromntiera di John Kennedy, nel 1960…
Questa ispirazione è tipicamente e specificamente americana al punto che ogni presidente degli Stati Uniti cerca instancabilmente di rinfocolarla in tutti i modi possibili, dalle ‘’Guerre stellari’’ di Ronald Reagan, alle « Autostrade dell’ informazione » di Al Gore, sotto Bill Clinton, e fino alla conquista di Marte, con George Bush II, e non smette di espandersi su tutto il pianeta in quelli più influenzati dalla cultura popolare americana.
Questa mitologia della ‘’nuova frontiera di internet’’ ha quindi attraversato l’ Atlantico, imboccando i cavi transoceanici o i collegamenti satellitari che formano l’ infrastruttura intercontinentale di questa interconnessione di reti. E pochissimi hanno sottolineato fino a qual punto questo cammino contraddiceva l’ idea stessa, in realtà falsa, di una internet totalmente diffusa e decentralizzata che era invece al cuore di quella ‘’visione’’.
Un semplice cablogramma diplomatico, rivelato nei giorni scorsi da WikiLeaks, ci ricorda a qual punto, ad esempio, questa infrastruttura è in realtà vulnerabile, perché super-centralizzata: i punti di arrivo di questi cavi transoceanici – a Lanion, Plérin o Saint-Valery-en-Caux – son dei ‘’siti sensibili da proteggere’’ secondo il governo degli Stati Uniti, perché sono dei veri talloni d’ Achille di quella rete ritenuta indistruttibile.
Gli attacchi orchestrati recentemente contro il sito di Wikileaks, per renderlo inaccessibile alla maggior parte degli internauti o impedire di finanziarsi, ci ricordano anche fino a qual punto sia mitica l’ idea secondo cui la pubblicazione su internet sfuggirebbe a ogni censura (Julian Assange: ‘’Interessante vedere come funzioina la censura in Occidente’’).
I ‘’talloni di Achille’’ della rete delle reti, queste strozzature centralizzate che ne permettono il controllo sono innumerevoli e la loro esistenza spazza via completamente la mitologia di un ciberspazio irriducibile ai controlli e indistruttibile per natura: sono le ‘’dorsali internet’’ (backbone in inglese) di cui i cavi transoceanici non sono che un esempio; è la gestione stessa dei nomi dei dominii, il cuore del funzionamento di internet, che viene assicurata per l’ insieme della rete da 13 server radice (e tredici solamente) che rispondono ad un organismo unico, l’ ICANN, che, in ultima istanza, dipende dall’ autorità del governo federale americano…
I governi di tutti i paesi, nel timore di perdere il controllo di quel cyberspazio che minacciava di sfuggire loro, non hanno tardato a scovarne degli altri di quei talloni d’ Achille: la Cina e la sua ‘’grande muraglia elettronica’’ (e l’ Iran, l’ Arabia Saudita, la Tunisia, etc.), fino al governo francese (fra gli altri) hanno identificato come il principale ‘’punto debole’’ di tutta la rete fosse semplicemente quel pugno di fornitori di accessi a internet, le cui infrastrutture sono tutte ‘’fisicamente’’ situate sul territorio nazionale e soggette interamente alla sua giurisdizione.
Questa ‘’storia di internet’’, diventata molto spesso una vulgata presso i più ferventi adepti e difensori della mitologia del cyberspazio libertario, è da rivedere in profondità.
C’ è ‘’un’ altra storia di internet’’ che è arrivato il momento di scrivere oggi…
La parentesi incantata, un’ altra storia di internet
Si potrebbe riprendere questa ‘’storia di internet’’ facendone l’ oggetto specifico di studio per ricostruire come questa mitologia si è formata, per identificare le fonti ideologiche a cui si è abbeverata. Ho già sottolineato alcune volte su questo blog che le strade imboccate in questa direzione da Franck Rébillard, in ’’ Le web 2.0 en perspective. Une analyse socio-économique de l’internet’’, sono molto feconde: è dalle parti della ‘’rete come vettore di una orizzontalità egualitaria secondo Saint-Simon’’, della ‘’libera comunicazione come ideale sociale in Wiener’’ (e la cibernetica), e della ‘’autonomia della creazione come valore del nuovo spirito del capitalismo’’ (Boltanski/Chiapello), che bisogna cercare le fonti di questa ‘’ideologia della rivoluzione internet’’. E anche, l’ ho detto prima, nella mitologia della ‘’nuova frontiera’’ americana, che spiega come queste fonti si siano fuse, da qualche parte della Silicon Valley, in California, dando vita a un precipitato sotto una forma ‘’liberale/libertaria’’ che, vista dall’ Europa, mescola insieme confondendoli tutti i punti di riferimento ideologici che distinguono la destra dalla sinistra…
Ma si può anche procedere diversamente e tentare di proporre una storia ‘’alternativa’’ a questa vulgata liberale-libertaria e totalmente tecnocentrica dell’ emancipazione per grazia del ciberspazio…
Questa storia non comincerebbe con l’ invenzione del primo computer, la prima connessione di due computer in rete, la prima connessione di due reti di computer, la prima volta che un computer è stato connesso a un telefono, né con l’ invenzione del web da parte di Tim Berners-Lee fra il 1989 e il 1991… Questa storia comincia quando questa sperimentazione, sviluppata in origine da militari e ricercatori universitari, ha completamente cambiato la propria natura, quando l’ accesso al pubblico si è aperto a tutti, nella prima metà degli anni Novanta…
Dopo, le cose sono andate abbastanza velocemente, ma si può suddividere il tutto in tre periodi decisivi: prima del 1995; 1995-2010; dopo il 2010.
Prima del 1995 è stato il tempo delle sperimentazioni e dei tentativi, quando si mette in campo questa fantastica ”convergenza” delle tecnologie dell’ informatica con quelle delle telecomunicazioni. Se ci si ferma solo sul piano della storia delle tecnologie, d’ altronde, la vera ”rivoluzione” tecnica, il ”momento decisivo”, si situa ben più in questa ”convergenza” del computer e del telefono che nella sola apparizione di internet, che ne è una conseguenza, fra le altre (basta pensare al sistema di pagamenti bancari, che non passa affatto attraverso internet).
Il periodo 1995-2010, è il momento in cui questa ”convergenza” ha cominciato a produrre degli effetti socio-economici considerevoli; quando, per parafrasare Jeremy Rifkin, internet è entrata nella ”età dell’ accesso” per diventare un fenomeno sociale di rilievo dell’ economia e della stessa civiltà contemporanea.
Si potrà cercare nel digitale come si è snodato il processo. Il merito di Didier Lombard, l’ ex PDG di France Télécom nel suo libro del 2008 « Le village numérique mondial. La deuxième vie des réseaux » (Odile Jacob), è di riconoscere che il processo non è tanto tecnico (e certamente non politico, o filosofico-mistico) quanto frutto di una operazione puramente commerciale, che nasce dal mondo del marketing.
L’ obbiettivo era di fare di internet un oggetto di consumo di massa, di farne un relè di crescita per un intero settore economico dell’ industria e dei servizi legati all’ informatica e alle telecomunicazioni. A 15 anni di distanza è innegabile che è stato un formidabile successo commerciale!
L’ accesso a internet si è espanso con una rapidità sconosciuta per gli altri strumenti tecnologici come la radio, la televisione o il telefono. In una quindicina di anni, quasi tutte le abitazioni francesi sono collegate a internet a banda larga. (…)
Si apre ora un nuovo periodo, quello dell’ internet mobile, che è solo ai suoi inizi, e quello della banda ultra-larga, attraverso la fibra ottica ad esempio, che comincia a balbettare (le prime pubblicità per internet a fibra ottica sono apparse in televisione solo quest’ anno, nel 2010).
Fibra ottica e mobile aprono veramente un nuovo periodo, come sottolinea ad esempio Didier Lombard, che parla di ‘’seconda vita delle reti”, perché le condizioni economiche cambiano molto profondamente rispetto al periodo precedente. La prima era di internet, che si conclude in questo momento, è stata in effetti l’ ”età del rame”, quella dell’ accesso a internet per mezzo della rete di fili di rame che copre pressoché tutto il territorio e che è stato realizzato progressivamente dopo la seconda guerra mondiale per far accedere al telefono tutte le abitazioni. Per questa ‘’seconda vita delle reti” le nuove reti sono ancora tutte da costruire… e finanziare. (…)
Bisogna insistere su questo punto. Internet è arrivata nelle case per mezzo di una rete fisica, quella del telefono, che già esisteva prima della sua comparsa… ed era già ampiamente ammortizzata. E’ la ragione per cui è stato possibile proporre l’ accesso a internet per tutti a bassi costi, se non del tutto gratuitamente. Ricordatevi, quelli che hanno l’ età per ricordarsene, che non è stata una conquista al primo colpo.
Ho raggruppato alcune delle pubblicità diffuse in televisione dai fornitori di accesso a internet alla fine degli anni 90 (l’ antologia è qui). Ricordatevi che se i fornitori d’ accesso, a quel tempo, si chiamavano tutti Free, Freenet, LibertySurf, ecc., e se nei loro spot ora non fanno altro che vantare l’ accesso ”libero” e ”gratuito” a internet, questa non era affatto la regola nei primi tempi dell’ apertura di internet a tutti.
E’ interessante notare che se, nello spirito di una buona parte della gioventù di oggi, internet appare come una rete quasi ”intrinsecamente” aperta, libera e gratuita (alcuni pretendono addirittura che questa sarebbe la sua ”natura”. Già, lo leggo ancora regolarmente…), abbiamo avuto accesso a internet, all’ inizio, solo attraverso delle reti totalmente chiuse, riservate e a pagamento, come Compuserve o AOL! Che interponevano fra internet e la gente un passaggio intermedio, una interfaccia digitale proprietaria, la cui logica era quella del club privato e non certo quella dell’ accesso libero. (…)
Non era nei progetti dei fornitori di accesso di proporre un servizio aperto, libero e gratuito, anche se l’ utilizzo di infrastrutture già ampiamente ammortizzate permettesse loro di farlo a basso costo. L’ hanno fatto contro voglia, per restare in gioco quando Free.fr aveva brutalmente cambiato le regole del gioco iniziale della concorrenza, inventando l’ ”accesso gratuito”. E quando poi è arrivata la tecnologia dell’ ADSL, che permetteva un considerevole aumento della banda sullo stesso doppino telefonico, la regola del gioco commerciale è cambiata ancora. E’ in quel momento che nasce davvero l’ internet di massa.
Anche se ci si ricorda ancora i primi tempi di questa ”internet gratuita”, ma in realtà non era affatto così. Internet non è mai stata gratuita per nessuno!
Free.fr ha certo inventato internet senza abbonamento… ma bisognava sempre pagare il tempo di connessione telefonica a France Telecom! La vera rivoluzione dell’ accesso a internet, quella che ha portato la diffusione di massa del servizio, non è mai stata quella di una pretesa gratuità, ma quella del forfait! La fine del pagamento a tempo e l’ avvio dell’ uso illimitato del collegamento a 29,90 euro al mese, connessione telefonica compresa (una tariffa che, notiamolo, avrebbe ”tenuto” fino ad oggi, quando vi si dice che siamo sul punto di cambiare periodo…).
La mitologia della gratuità. Tutti, o quasi, sono passati al forfait a 29,90 euro al mese, ma la mitologia della gratuità è rimasta saldamente ancorata nel nostro spirito.. Il fatto è che i fornitori di accesso non hanno smesso di arricchire la loro offerta, senza modificare di un centesimo il prezzo dell’ abbonamento: telefonia via internet, televisione, ecc. I fornitori di accesso hanno anche deliberatamente incoraggiato questa mitologia della gratuità di internet utilizzando l’ argomento del download di musica o di film per fare la promozione dell’ alta velocità sempre più potente che permette lo sviluppo della tecnologia ADSL. C’ è bisogno di sottolineare che questi stessi fornitori di accesso sapevano molto bene che la maggior parte del download era roba scaricata illegalmente, perché protetta dal diritto d’ autore?
La comparsa di nuovi servizi su internet, apparentemente gratuiti, rafforza ancora di più questa mitologia. Google ne è l’ illustrazione più chiara: nessuno dei servizi di Google è in realtà gratuito perché l’ azienda si finanzia con la pubblicità e la pubblicità, in fin dei conti, è sempre il consumatore che finisce per pagarla (anche se è quasi invisibile e indolore…).
La truffa del Web 2.0. E citiamo anche lo sviluppo, nella prima metà degli anni 2000, della vera truffa intellettuale – e commerciale- del ” Web 2.0″. Ricordiamo che il ”concetto” di Web 2.0 non è certamente nato negli ambienti degli hacker, della programmazione libera, dei partigiani disinteressati dell’ internet indipendente e non commerciale. Nasce invece, al contrario, direttamente dai giganti della Silicon Valley e dalla nebulosa di start-up che li circonda: non si trattava che di una campagna commerciale per rilanciare l’ economia di internet, dopo le grosse ferite provocate dall’ esplosione finanziaria della bolla di internet attorno agli anni 2000.
Il Web 2.0 ha fatto così l’ apologia della partecipazione on line di tutti, della generalizzazione dei contenuti creati dagli utenti (il cosiddetto UGC), del regno dell’ amatore, dell’ interazione, dello scambio e della condivisione online, di tutti e di qualunque cosa che si potesse scambiare e condividere. In questo non c’ era assolutamente niente di nuovo che internet non permettesse già sin dalla sua origine. Ma era solo una ”ispirazione” di marketing. Un qualcosa che, beninteso, doveva mettere in guardia chi già navigava da un po’ di tempo, ma i nuovi venuti ci hanno visto solo grandi novità. Ma andava bene così, era proprio a loro che il messaggio era indirizzato.
Che importava se c’ era uno sfasamento fra il ”messaggio” del web 2.0 e la realtà di questi nuovi utenti, che arrivavano in massa su internet proprio in quel momento? Che importava se la ”partecipazione” su internet non è mai stata altro che un fenomeno ultra-minoritario, quasi marginale? Il fatto che in materia di ”condivisione” questi nuovi utenti hanno sempre preferito in massa scambiare le produzioni dei professionisti della musica o del cinema piuttosto che le loro produzioni di utenti? Che la libertà di espressione di tutti su internet sia molto spesso monopolizzato dai giganti e confini di solito con la Legge di Godwin . L’ obbiettivo era prima di tutto vendere! Sempre più materiali, più computer, più connessioni… e sempre più commercio online!
Vendere, vendere, vendere! Il messaggio libertario degli inizi di internet avrà dato luogo in fin dei conti a un formidabile recupero pubblicitario e commerciale, che oggi finisce per annegare totalmente e marginalizzare, in questo web di massa, ciò che questa cultura iniziale aveva di autenticamente innovativo ed emancipatorio. «Sognavamo il web sociale…ma non quello di Facebook”.
Il tempo dei media e il mondo sotterraneo degli invisibili
Ho sempre cercato in questo mio blog di capire, con una ricerca quasi in diretta, quale sarà l’ avvenire del giornalismo e dell’ informazione al tempo di internet. Devo riconoscere oggi che non l’ ho capito. O piuttosto, quello che ho trovato è che il giornalismo non aveva, secondo me, nessun avvenire online, e che per l’ informazione non sarebbe andata meglio!
Ho sognato per un momento che internet potesse essere una ‘’seconda possibilità” per il giornalismo come lo concepivo io, e che la rete delle reti avrebbe aperto una ”nuova era dell’ informazione”. Oggi non ci credo più.
E non credo affatto che internet possa essere un mezzo per rovesciare l’ ”ordine mediatico”, quello dei media di massa, dell’ informazione mainstream, che del mondo non rinvia altro che l’ immagine di un vasto spettacolo superficiale e commerciale e che in definitiva non è niente altro che un’ appendice di questa società del consumo. Niente, o quasi, in tutto questo ha a che fare con quella pedagogia dell’ attualità che sono per me il giornalismo o l’ informazione. Niente che aiuti realmente a comprendere come va il mondo e a contribuire all’ emancipazione del cittadino quando è il momento che bisogna andare a votare.
Per un momento si era aperta su internet una sorta di parentesi incantata. Ma oggi si è quasi richiusa. Se internet mi ha dato per un attimo la sensazione, e la speranza, di sfuggire al ”tempo dei media di massa”, è perché quest’ ultimo semplicemente non l’ aveva ancora completamente coinvolta. Ormai lo ha fatto pienamente e, invece di fornire un rimedio a questa mala informazione che corrode la democrazia, internet contribuisce al contrario ad accentuarne tutti i difetti.
Ciò non si vedeva affatto ai tempi dei primi media di massa, quello dei giornali su carta che si sono sviluppati nella seconda metà del 19° secolo (anche se, guardandoli più da vicino…), ma è diventato evidente con la radio e poi con la televisione, nella seconda metà del 20° secolo, e ora con internet… nel 21°: i media di massa non esistono per diffondere l’ informazione e permettere ai cittadini di partecipare al gioco democratico; sono là per formare dei consumatori e permettere a dei clienti di partecipare al grande gioco della merce e del commercio.
Era ‘’scritto” nei loro ”geni”, fin dalla nascita: i media di massa sono nati dall’ improbabile matrimonio fra informazione e pubblicità, a partire dal 19° secolo. Difatti, questo matrimonio è subito apparso per quello che era, cioè contro natura, e si è cercato di salvarlo da questa trappola mortale, se non l’ informazione stessa per lo meno le apparenze, instaurando quella famosa e invalicabile ”muraglia cinese” fra l’ informazione da una parte, la comunicazione, la promozione e la pubblicità dall’ altra. E’ una illusione, fin dall’ inizio, e con internet le apparenze non reggono.
Il ”tempo dei media” non è quello della democrazia, è quello del commercio. Non metto in dubbio la buona fede o la buona volontà dei giornalisti, impegnati allo stremo (per lo meno la maggior parte di loro, certo ci sono anche dei collaborazionisti…) in questo gioco degli inganni. Per la natura stessa del loro finanziamento essenzialmente pubblicitario, i media di massa non hanno altra strada che rivolgersi a una clientela di consumatori, e non a un pubblico di cittadini. Il giornalista onesto e coscienzioso potrà sempre sforzarsi di fornire anche dell’ informazione a questo consumatore, ma il suo media è fatto in modo da selezionare automaticamente, da sé stesso, l’ audience in modo da indirizzarsi solo a dei consumatori, a quelli che sono sensibili alla pubblicità (e che possono comprare) e non agli altri, anche se sono dei cittadini. Non è per niente redditizio, sul piano economico, per un media di massa rivolgersi a un pubblico diverso da quello che la pubblicità è pronta a finanziare.
Spesso è stato rimproverato all’ antico padrone di TF1, Patrick Le Lay, di aver riconosciuto con schiettezza che il suo mestiere era di ”vendere alla Coca-Cola del cervello umano disponibile”. Con questa ammissione ha dato prova di franchezza e onestà, perché senza Coca-Cola non avrebbe potuto far altro che chiudere TF1 e gettare la chiave, andandosene in disoccupazione con tutti i dipendenti della sua azienda, giornalisti compresi.
Si può constatare tutti i giorni il risultato disastroso del funzionamento quotidiano di questa macchina mediatica infernale: mantenere lo spettatore in stato permanente di disponibilità alla distrazione, non fermarsi mai su niente, non concentrarsi su niente, non fare alcuna gerarchia, mettere tutto sullo stesso piano, tutto ha lo stesso valore, niente è importante, chiodo scaccia chiodo, domani è un altro giorno e la festa continua.
Bisogna dare sempre la priorità alla futilità delle novità rispetto alla noiosa ripetizione di ciò che è importante. Ma poiché è ricorrente, quello che è importante finisce per accumularsi. E allora bisogna parlarne prima che si sedimenti e diventi inevitabile e invada lo spazio con la sua noia, rovinando l’ atmosfera della grande festa consumistica permanente. Allora ci si dedica a sbrigare, a piccoli pacchetti, il più velocemente possibile, queste realtà che rovinano la festa, annegandole in tutto il resto per ingoiare meglio la pillola.
E non c’ è bisogno di immaginare chissà quale complotto, odiosa cospirazione, per capire come questo sistema ha potuto radicarsi. Ciascun giornalista, nel suo proprio media, non può fare altro che riconoscere a quale ‘’clientela’’ la sua testata si rivolge. E se non vuol perdere il pane, non può fare altro che adattarsi… o andare a vedere altrove. E’ la dura realtà del commercio, e di un mercato del lavoro che non ha mai visto il numero dei disoccupati scendere sotto i milioni di persone da almeno 30 anni. Ai tempi del pieno impiego c’ era almeno qualche margine, si poteva ancora resistere ed essere coraggiosi. Ma è da molto tempo che quel tempo nelle redazioni è finito.
Nel suo lavoro quotidiano ogni giornalista di un media finanziato dalla pubblicità sa bene che la sua attività è di natura commerciale. Ma non bisogna dirlo, bisogna mantenere il mito dell’ informazione. Così come bisogna mantenere il mito della pubblicità: non riconoscere mai che la pubblicità è una semplice menzogna, dire sempre che essa vende dei sogni, oppure – osiamo? Perché no? – che essa stessa è informazione! Non bisogna rompere lo charme, se no le cose non vanno, e il principe affascinante torna ad essere il rospo che in realtà non ha mai cessato di essere
Su internet le cose vanno allo stesso modo, anche se in peggio. La dipendenza dalla pubblicità è ancora più forte perché l’ audience è ancora più volatile e incostante. Per il momento non è redditizio: i media di massa online non riescono ancora a trovarla questa clientela che interessa i pubblicitari. E questa clientela non si interessa a loro perché non ha neanche più bisogno di passare attraverso i loro intermediari per crogiolarsi voluttuosamente nell’ orgia di consumo. Va diritta allo scopo, questa audience, direttamente sui siti commerciali, senza passare per la casa mediatica. Se cerca dei consigli per essere guidata nei suoi consumi, non ha più bisogno di intermediari e trova sui siti commerciali stessi i pareri dei suoi pari, metodicamente filtrati e classificati dagli algoritmi e dai motori di ricerca. E questo le basta. Anzi avrebbe la tendenza a preferire ciò. Forse anch’ essa, al fondo, la clientela, non ci ha mai creduto, non più che alla ”grande muraglia cinese”.
In ogni caso essa non si distrae dalla sua orgia consumista online se non per divertirsi, giocare, intrattenere le sue relazioni sociali, eventualmente gettare un colpo d’ occhio sulle notizie, ma unicamente una informazione da ultime notizie, l’ essenziale in breve, per essere aggiornati. Un buon ”cannone di notizie di agenzia” le basta e avanza. In linea non mancano, ce ne sono dappertutto. Non costa molto fabbricarli, ma porta molto in cassa. Non saranno questi a sfamare molti giornalisti. D’ altra parte, questo sdarebbe ancora del giornalismo?
Allora, tutto è perduto? Per i giornalisti ho paura di sì. Non vedo per loro altro futuro che quello – l’ ho già detto più volte – , di addetti al trattamento editoriale in contesto commerciale. Ma per l’ informazione non è detto che sia suonata la campana… Una cosa mi sembra al contrario acquisita, ed è tanto più vera con internet: non è più nello spazio mediatico che si gioca la partita dell’ informazione, e forse neanche nello spazio pubblico (ma l’ uno e l’ altro non sono la stessa cosa?). La partita si gioca in un mondo invisibile e sotterraneo, sotto la superficie del velo mediatico che ricopre oggi tutta la realtà. Ancora una storia di mappe e territori (rileggere Borges, e Baudrilard, e anche Houellebecq).
E’ là che bisogna guardare se si vuol vedere qualcosa. Ai margini, negli interstizi delle reti. Là dove, giustamente, i media non vanno… E’ là che si intravedono delle cose che accadono, dei piccoli avvenimenti che si producono, dei pezzi di realtà che appaiono e che potrebbero forse diventare importanti, o forse lo sono già, o forse no…
Negli interstizi delle reti, alla ricerca di quelli che si preparano per i tempi difficili…
Oggi lo devo confessare: ho vissuto un momento in cui avevo la segreta speranza che uno spazio mediatico specifico di internet stesse là là per emergere, che avrebbe proposto una alternativa allo spazio mediatixco precedente, quello da cui non vedevo l’ ora di fuggire. Ho pensato che si poteva operare su internet una sorta di sostituzione. Ma mi sono sbagliato. Lo spazio mediatico di internet non è diverso da quell’ altro, non è altro che il suo prolungamento, in peggio.
Non accade niente. Sia nei ‘’siti dei media” che in quelli ”dei giornalisti”, nei forum o nelle sfilze di commenti che si susseguono, così come in quella parte della blogosfera o in quei cosiddetti siti ”alternativi”, collegati a quei media, di cui non sono che una sorta di escrescenza, alla maniera della chimera di Baudelaire, che riciclano la stessa materia e non mescolano che del vento, non producono altro che schiuma… Tutto ciò è senza importanza e senza conseguenze. Un flash radio la mattina, un telegiornale la sera mi bastano per l’ intera giornata. Quell’ internet così non mi insegna niente che io non sappia già.
Ho finito quindi per dirmi che se avevo questa sensazione di essermi ingannato, di non aver trovato, è forse perché ero nella situazione di chi ha perso le chiavi in una notte senza luna e le cerca sotto un lampione, perché è il solo posto illuminato. Ho finito per dirmi che quello che io cercavo avrebbe potuto stare proprio là dove non c’ era luce, che la luce avrebbe potuto anzi farlo svanire, e dunque che non avrei mai visto veramente. Si poteva appena aver sentore, nel fascio della torcia, solo di una immagine estremamente fugace che ci sfugge non appena si crede di averla catturata.
Questa intuizione mi è venuta per la prima volta in occasione della vicenda di Tarnac (alcuni episodi di danneggiamento della linea ad alta velocità, il TGV, fra l’ ottobre e il novembre 2008, che avevano portato il ministero dell’ interno, poi smentito, a parlare di sabotaggi da parte di gruppuscoli di ultrasinistra oscillanti verso il terrorismo, ndr). Me ne sono interessato prestissimo su questo blog e non ho smesso di approfondire le mie ricerche, in questa e in altre direzioni, e poi in altre ancora, visto che il filo che io tiravo era annodato ad altri fili e questi ultimi ancora ad altri, formando questa rete, o una piccola, una infima parte di quella rete che io cercavo e che mi sfuggiva perché io non cercavo all’ indirizzo esatto.
Mi sono interessato a « l’affaire » di Tarnac su questo blog come si fa con dei lavori pratici. Il mio obbiettivo iniziale era solo proporre una illustrazione concreta attraverso l’ esempio dell’ immensa capacità di internet di fornire informazioni a colui che le cerca, che le cerca veramente, e che sa come usarle. E’ quello che io chiamavo ”una inchiesta in pigiama”, per significare la grande possibilità aperta da internet di diventare, ciascuno per se stesso, il suo proprio giornalista. E questo aveva dato luogo nel gennaio 2009, a una inchiesta esclusiva di Novovision: Tarnac, ritorno sul fiasco di una indagine di polizia.
Dei ”media tradizionali” ci avrebbero messo dei mesi per arrivare alla stessa conclusione mia su questo ”affaire”. Un giornalista avrebbe scritto un libro intero cambiando solo un po’ l’ ordine delle cose. (…)
Non mi sono fermato a questo, avevo cose migliori da fare. Ho continuato a tirare i fili…
Ho cominciato a scoprire un mucchio di cose che accadevano su internet, che probabilmente non sarebbero mai accadute senza internet, oppure si sarebbero verificate in maniera diversa,e di cui im edia non parlano quasi mai. Dopo due anni che tiro questi fili – fino a consacrare alla fine la maggior parte del mio tempo disponibile a questa ricerca piuttosto che occuparmi di questo blog – ho finito per intravedere una specie di continente nero, un mondo sotterraneo che vive, prospera e si sviluppa ai margini dei media e sotto questo velo mediatico che ricopre la realtà oggi.
Non pretendo certo di avere per le mani lo scoop del secolo. Non c’ entra nulla. Né mi immagino per un istante solo di aver scoperto chissà che cosa che tutti gli altri avrebbero ignorato prima di me. Ho solo imparato un sacco di cose di cui i media non parlano mai. Non sono nascoste, basta cercarle…
Uno spazio discreto. Tutto ciò si trova da una ”qualche parte” su internet che è l’ esatto opposto di quello che viene considerato uno spazio mediatico, o uno spazio pubblico (in effetti si tratta della stessa cosa alla fine: lo spazio pubblico è lo spazio mediatico). Ma non è neanche uno spazio privato. E’ un immenso spazio che si dispiega su internet, uno spazio discreto, piuttosto che nascosto, che si situa… fra i due, fra il pubblico e il privato.
I fili che ho tirato, da parte mia, mi hanno condotto in delle direzioni particolari. Se ne avessi seguiti altri mi sarei trovato altrove… Ma non si tratta in realtà di un solo mondo, bensì di mondi multipli, che si rivelano solo quando li si esplora e di cui non si può mai capire quale sia l’ estensione totale. D’ altronde sono brulicanti, mobili, instabili e alla fine irraggiungibili. Ed è proprio per questo che questi mondi quasi volatili non esistono per i media, che li ignorano perché non sono capaci di raggiungerli.
Mi sono particolarmente interessato, ad esempio, a qualcuno di questi mondi che si tengono appunto ai margini di una società di fonte a cui esitano rispetto all’ atteggiamento da tenere: ritirata o ribellione? Non c’ è affatto da meravigliarsi se tali mondi sfugono ai media, ammesso che essi vi prestino una qualche attenzione: di fronte ad essi non potrebbero mostrare che un solo atteggiamento: ritirata o ribellione.
Alcuni degli abitanti di questi mondi discreti sono, ad esempio, dei pacifici giardinieri, che si limitano a coltivare il loro orto. Hanno trovato con internet un formidabile mezzo per entrare in contatto gli uni con gli altri, di condividere le informazioni, le esperienze, le tecniche, i ”consigli d’ amico”, di annodare amicizie che li portano a volte a incontrarsi ”dal vivo” e di scambiare dei semi che nelle reti commerciali sono introvabili e di cui a volte è perfino vietata la vendita, per degli oscuri motivi amministrativi, di cui vi risparmio i dettagli. E’ la loro piccola resistenza, conservare contro venti e maree un patrimonio botanico che senza di loro sparirebbe.
Un altro filo mi ha portato, altro esempio, verso il mondo degli auto-costruttori edili, persone che si costruiscono la casa da soli con le loro mani, in legno, in paglia oppure in malta, o anche con dei vecchi pneumatici, e a volte fanno appello alla buona volontà, pronti ad andare a dare una mano se c’ è bisogno all’ altro capo della Francia, se c’ è qualche rompicapo, e il piacere di fare conoscenza e diventare, forse, amici. A volte funziona, a volte no.. Ma alcuni fra di loro, probabilmente non tutti, lasciano online delle tracce, come dei sassolini che diventano dei segnali per quelli che vengono dietro e da queste esperienze traggono degli insegnamenti che daranno corpo ai loro tentativi successivi…
C’ è poi quel vasto e discreto mondo delle capanne e delle roulotte, un sacco di gente che non cerca altro se non un posto tranquillo da qualche parte nella foresta, senza chiedere niente a nessuno, ma che sono spesso braccati dalle norme urbanistiche e da quelli che le applicano in modo un po’ troppo pignolo. E allora devono cercarsi gli uni con gli altri e trovarsi per scambiare informazioni e organizzarsi. E trovano su internet un mezzo incomparabile per farlo e non se ne privano certo.
E poi ci sono ogni sorta di autarchici, survivalisti, peakisti, nuovi viaggiatori, decrescitisti o altri primitivisti, secondo i vari nomi che preferiscono assegnarsi e che a volte non si curano nemmeno di darsi. Un punto in comune che si ritrova facilmente fra costoro è il loro atteggiamento nei confronti di una società che essi ritengono in fase di perdizione, finita, usata, già perduta: più di ritirata che di ribellione. Si preparano già al ”mondo successivo”, che si farà con o senza di voi, ma non senza di loro.
Certo, in dosi più o meno massicce, c’ è del millenarismo in tutto questo. Alcuni lo esprimono, altri no, ma tutti… si preparano. Alcuni di essi hanno una parola chiave, che suona come un segno di raccolta: si preparano a dei ‘’tempi difficili’’. Alcuni sociologi delle religioni hanno già scovato le fonti di questo riferimento (da Charles Dickens a Giacchino da Fiore, passando anche spesso per Henry David Thoreau), un segno di adunata che resta sempre molto discreto, quasi anodino per la maggior parte di voi, ma che molte persone, che voi non sospettereste, sanno decodificare senza dire nulla, al loro interno…
Tutto questo sembra virare verso le sette, è vero, quando si affrontano questi mondi complicati della new age, dei vegani ultravegetariani radicali, degli eco-guerrieri, della ecologia profonda e dell’ anarchia verde, che non si dà altri obbiettivi, in parole povere, se non quelli di abbattere ‘’la civiltà’’ e che come un eroe alla Theodore Kaczynski, conosciuto meglio come Unabomber, messo fuori gioco con l’ accusa di diversi omicidi e rinchiuso da un po’ in una cella di massima sicurezza in qualche struttura della Prison Valley.
Questo ci fa tornare a Tarnac, questo pacifico villaggio dell’ altipiano di Millevache, nel Corrèze, che ho visitato in modo discreto a mia volta, un po’ di tempo fa, e in cui il nostro governo ha creduto di poter vedere per un attimo, mimetizzata in una piccola fattoria ai confini del paese, una sorta di scuola di terrorismo, un campo di addestramento per le truppe di questa ‘’Insurrezione in arrivo’’, e in cui io non sono riuscito a vedere altro che la realizzazione di un semplice programma ‘’post-nucleare’’: l’ unico modo di sopravvivere in questo ‘’mondo del dopo’’, alla Mad Max, è organizzarsi sin da ora attorno al trittico ‘’giardino, laboratorio, negozio di alimentari’’… E presto, certo, anche una segheria. Anche a Tarnac, sembra, ci si prepara… a ‘’tempi difficili’’.
E perché i media dovrebbero parlare di tutto ciò? Perché delle persone, provenienti da orizzonti tanto diversi e con delle giustificazioni così eclettiche, si preparano a dei ‘’tempi difficili’’; che interesse hanno queste persone, perché si dovrebbero mettere fuori gioco rispetto alla società del consumo e smettere di essere dei ‘’clienti’’? Si potrebbe cercare di convincerli con le minacce. Fatto, ma non ha funzionato. Farne degli animali da circo, da presentare in qualche spettacolo? Ma non sembra che siano molto collaborativi…
Allora, potrebbe essere interessante cercare di sapere oggi chi sono, perché sono così, quanti sono? La loro ‘’ribellione attraverso il ritirarsi’’ potrebbe fare scuola? C’ è una soglia sociale al di là della quale un ritiro massiccio dalla società dei consumi da parte di tutte queste varianti di ‘’adepti della decrescita’’, che disertano i centri commerciali, potrebbero – per il loro numero e il loro peso ‘’non economico’’ – far vacillare questa società?
‘’Hai un buon argomento, caro – mi sussurra già il capo redattore -. E’ parecchio torbido e può colpire. E’ roba che fa vendere questa, cocco mio…’’.
No, grazie, troppo poco per me. Io non mangio questo pane. E poi, soprattutto, so già bene che questa società è la prima a organizzare, essa stessa, il ‘’ritiro’’ massiccio – ma non volontario! – dalla società dei consumi di milioni di persone che condanna ogni giorno alla precarietà, all’ esclusione e alla povertà e che non si sente affatto minacciata di crollo…
Alla fine, forse, anche io mi sento meno tentato dalla ribellione che dal ritiro. E forse, a mia volta, mi vedrò bene ritirato in un luogo preservato dalla società, lontano dalla città, nella natura, per coltivare il mio giardino, preparando tranquillamente, nel mio orto… l’ arrivo dei tempi difficili.