lunedì 11 ottobre 2010

Evoluzione del Web: dal Web 1.0 al Web 2.0 di Roberto Polillo

Verrua Savoia, wifi in campagna banda larga per tutti e gratis

[La Repubblica 11/10/2010] I RAGAZZI dell'oratorio gestiscono una web tv, all'università della terza età si fanno corsi di informatica accanto a quelli di cucito e presto la messa domenicale del parroco si seguirà in diretta streaming e gli anziani riceveranno assistenza attraverso la rete. E' la rivoluzione digitale che investe la campagna italiana: il caso di Verrua Savoia. Nel piccolo comune piemontese, millequattrocento anime a una cinquantina di chilometri da Torino, è arrivata la banda larga. Per tutti e gratis.

La rete ad alta velocità è stata portata nella cittadina collinare grazie alla collaborazione tra il Comune e il laboratorio iXem del Politecnico di Torino. Proprio dal capoluogo piemontese l'alta velocità è stata "presa" e spedita fino a Verrua con delle antenne wireless sviluppate apposta per aggirare le colline e far arrivare un segnale potente. Il comune è infatti esteso su oltre trenta chilometri quadrati e, nonostante i pochi abitanti, è diviso in una trentina di borgate distanti tra loro: la tradizionale rete via cavo è quindi appannaggio di pochi fortunati, che possono navigare con velocità assai ridotte, mentre la copertura del segnale per i cellulari è a macchia di leopardo.

Con la tecnologia sviluppata dal Politecnico, e grazie alla collaborazione del consorzio Top Ix, per i prossimi tre anni tutti i verruesi potranno accedere a internet gratuitamente a una velocità pari a quella delle grandi città. E l'accesso alla rete sta subito modificando la vita del paese, con servizi già annunciati o appena partiti che coinvolgono tutta la comunità, dai ragazzi dell'oratorio e delle scuole fino agli anziani. L'interesse per la nuova tecnologia non ha poi tardato a manifestarsi: richieste di corsi per insegnare l'uso del computer e una sala piena in Comune quando sono stati presentati i dettagli del progetto e spiegati i parametri per l'accesso alla rete.

"Nelle realtà più piccole bisogna arrovellarsi il cervello per attirare la gente e i giovani - spiega il sindaco di Verrua Giuseppe Valesio - Però l'interesse per questo progetto è stato generale e immediato, e anche tanti anziani sopra i 65 anni mi hanno subito contatto per capire come funziona il collegamento". Un vero e proprio esperimento sociale e ingegneristico, costato all'amministrazione locale solo 15mila euro in materiali e portato avanti dalla squadra di sette ingegneri guidati dal professore Daniele Trinchero, già ribattezzato dal magazine Wired e dalla stampa locale "Mister Wireless".

"Abbiamo dimostrato che internet non serve solo nelle città e ai giovani - spiega Trinchero - Quando si fornisce un servizio ad alta tecnologia il territorio risponde, e quello rurale ancora di più". Trinchero e i suoi collaboratori si occupano pure della parte divulgativa, tenendo piccole lezioni e spiegando a chi ha bisogno come utilizzare la rete. Ma il gruppo di iXem, in cambio del suo impegno volontaristico sta anche "sfruttando" Verrua per testare sul campo alcuni degli apparati costruiti in laboratorio.

"Dietro questo esperimento sociale c'è anche un forte interesse tecnico - continua Trinchero - perché ci viene data la possibilità di sperimentare nuovi strumenti che poi utilizziamo in altri luoghi". Il team di Trinchero ha da poco concluso un progetto simile per le aree amazzoniche e nei prossimi mesi sarà al lavoro in Darfur e nelle isole Comore. Nel palmares del laboratorio di ricercatori iXem, in cui l'unico con un contratto a tempo indeterminato è proprio Trinchero, c'è anche il record di distanza per la trasmissione di dati 1 senza fili conquistato nel 2007.

Il collegamento a internet resterà gratuito per tre anni, dopodiché la sperimentazione del Politecnico terminerà. "Gli strumenti e le attrezzature sono però proprietà del Comune - chiarisce Valesio. Quindi cercheremo un accordo con provider locali per avere una connessione a prezzi agevolati". Adesso che la rete è arrivata a Verrua, nessuno la vuole più lasciar scappare.

MAURO MUNAFO'

venerdì 8 ottobre 2010

Web 2.0 in the classroom

Bambini e internet: 7 minori su 10 sono già online

[Puour Femme 08/10/2010] Facebook, Twitter e tantissimi altri social networks: le mamme impazziscono per internet e pare che il 68% di loro abbia già messo in rete fotografie dei loro piccoli sotto i due anni e il 14 % abbia pubblicato addirittura le immagini dell’ecografia. Lo conferma un’indagine di AVG, società specializzata nella sicurezza informatica, che ha sottolineato come negli Stati Uniti, il 92% dei bambini sotto i due anni sia già su Internet con fotografie o filmati; in Europa la percentuale è un po’ più bassa, 73%, e in Italia si attesta al 68%. Cosa ne pensate di questa moda dilagante di esporre la propria vita a tutti?
La motivazione che spinge molte mamme a fare questo è senza dubbio l’orgoglio per i loro piccoli: la nostra vita è ormai legata indissolubilmente a quella virtuale e questi social networks diventano lo spazio ideale dove condividere le proprie gioie e i propri dolori.

Forse però ci sono un po’ di contraddizioni in questi atteggiamenti anche perché la privacy dei minori dovrebbe sempre essere tutelata: ecco perché sulle riviste i volti dei bambini e degli adolescenti vengono oscurati.

Il 5% delle mamme non si limita a postare foto dei suoi bambini: questi genitori arrivano anche a creare un profilo al bambino e, cosa decisamente, strana un 6 % di bambini sotto i due anni ha già un indirizzo di posta elettronica.

Il 41% delle mamme negli USA condivide con amici e patenti anche le immagini dell’ecografia.

mercoledì 6 ottobre 2010

Social Media vs. You: come rispondere agli attacchi del Web 2.0

[Culture - il blog 06/10/2010] L’avvento dei social media è stato ricevuto con elogi e calore dalle aziende che cercano di promuovere il loro marchio. Su Twitter, Facebook, Foursquare e altre piattaforme, è possibile fare marketing e pubblicità in modo gratuito, oltre che costruire un’identità riconoscibile e una relazione interattiva con i clienti. Ma la Rete 2.0 può anche essere un’arma a doppio taglio, che permette agli utenti di voltare le spalle a un brand in modo veloce e massiccio.

I “disastri” del social media marketing possono accadere per una serie di ragioni, ad esempio un errore non intenzionale da parte di un’azienda o un qualcosa che per qualche ragione non è piaciuta al popolo del Web. Dato che non possiamo aspettarci di accontentare sempre tutti, la miglior strategia è essere sempre pronti ad affrontare un attacco negativo.

Ecco due esempi, tratti da un articolo di Mashable, dai quali possiamo imparare molto su come comportarci in questi casi.

A luglio, il marchio d’abbigliamento LOFT ha postato su Facebook le foto di una modella alta e bionda che vestiva i nuovi pantaloni cargo della collezione. La reazione delle utenti è stata negativa, nonostante in apparenza l’azienda non avesse fatto nulla di sbagliato o fuori dal comune. Le ‘fan’ apprezzavano i pantaloni su quella modella così longilinea, ma criticavano il fatto che su una donna comune, alta 1.50m o più ‘in carne’, non avrebbero mai calzato bene. E chiedevano una prova che dimostrasse il contrario.

Il giorno seguente, LOFT ha postato delle nuove foto. Questa volta, a indossare i pantaloni cargo erano le proprie dipendenti. “Donne vere e comuni”, con diverse misure e altezze, provenienti dai vari dipartimenti aziendali. La reazione delle utenti, questa volta, è stata più che positiva.

Quale suggerimento ci arriva da un caso del genere? Possiamo trasformare una possibile minaccia in un’opportunità. I responsabili della LOFT hanno reagito prima che l’attacco si aggravasse, leggendo attentamente i commenti e rispondendo in modo creativo alla richiesta delle utenti. In questo modo, hanno evitato un potenziale disastro e guadagnato il sostegno delle clienti.

Ecco un altro caso. A febbraio, il regista Kevin Smith è stato fatto scendere da un volo della Southwest Airlines perché troppo grasso per stare in sicurezza in una poltrona singola. Avrebbe dovuto acquistare un sedile extra, come da regolamento, ma l’aereo era pieno. Il personale di bordo ha invitato Smith a cambiare volo e offerto un voucher di $100.

Smith, che riteneva di non essere talmente grasso da porre un rischio per la sicurezza, ha postato decine e decine di tweet sull’incidente. In soli 6 giorni, la sua ‘sfuriata’ ha creato una bufera nel Web: i suoi messaggi avrebbero generato 3.043 menzioni nei blog, 5.133 post nei forum, e 15.528 tweet sull’accaduto.

La Southwest ha risposto immediatamente via Twitter, porgendo nuovamente le scuse e offrendo un rimedio. Ma il regista ha sospeso la campagna cinguettante solo qualche giorno dopo, quando la Southwest ha pubblicato un comunicato sul suo blog. Il post chiariva tutti gli aspetti della vicenda, incluso il fatto che Smith avesse già comprato due sedili per un volo successivo a quello dell’incidente ma, avendo poi deciso di viaggiare prima, si era messo in lista d’attesa per un singolo sedile, pur conoscendo le regole. Il blog post approfittava, inoltre, per spiegare a tutti gli utenti la policy riguardo i clienti sovrappeso, e si scusava ufficialmente per gli inconvenienti causati a Smith e a tutti coloro che si erano dichiarati insoddisfatti in Rete.

La lezione? Southwest ha fatto la cosa giusta al riservare lo stesso trattamento ai clienti, indipendentemente dalla fama. Ma questa volta ha fatto arrabbiare un attivista di Twitter molto seguito (1,6 milioni di follower). Consapevole del potere del passaparola virtuale, la compagnia aerea ha monitorato le conversazioni in Rete e ha risposto in modo veloce, amichevole ed esauriente, coprendo le varie tematiche trattate dai clienti che avevano discusso la vicenda e spiegando come evitare questo tipo di situazione (conoscere e osservare le regole). Le reazioni al comunicato sono state positive, con molti commenti comprensivi e persone schierate dalla parte della Southwest Airlines.

martedì 5 ottobre 2010

Intervista a Stefano Mizzella – I nuovi media e il web 2.0

[Wommi 05/10/2010]

Dopo aver concluso un dottorato di ricerca in Information society alla Bicocca di Milano, Stefano Mizzella ha accumulato una certa esperienza come relatore e consulente per i Social media, in particolare nella gestione dei procedimenti strategici. Oggi lavora in OpenKnowledge e in questa intervista ci parla de “I nuovi media e il web 2.0. Comunicazione, formazione ed economia nella società digitale” il testo scritto insieme al Prof. Paolo Ferri e Francesca Scenini.

Il titolo e gli argomenti indicati sul testo sono ampiamente dibattuti su blog e siti web. Perché leggere “I nuovi media e il web 2.0″?
Rispondo alla tua domanda raccontandoti brevemente la mia esperienza: ho terminato lo scorso febbraio un corso di dottorato in Information Society presso l’Università di Milano Bicocca e nell’ultimo anno ho avuto la possibilità di coordinare il Social Media Lab, un corso di alta formazione presso l’Università IULM di Milano. In entrambe le esperienze, la prima da studente, la seconda vissuta dall’altra parte della cattedra, mi sono occupato dell’impatto delle nuove tecnologie in ambito culturale e sociale. “I nuovi media e il web 2.0” rappresenta il frutto di un lavoro di ricerca che ho portato avanti in Bicocca insieme al prof. Paolo Ferri e a un gruppo di dottorandi e giovani ricercatori, tra cui Francesca Scenini, altra autrice del volume. L’idea che ci ha spinto a scrivere questo testo è stata la volontà di raccontare la storia del web attraverso la cultura che il web ha contributo a cambiare e generare. Abbiamo utilizzato il paradigma della Network society proposto da Manuel Castells per analizzare il passaggio dal web 1.0 al web 2.0, convinti che il valore di una rete sociale non sia stabilito tanto dalla sua estensione e ramificazione, quanto dal modo in cui l’interazione tra più individui riesce a modificare la relazione e il comportamento degli stessi. La nascita e l’ascesa del “web sociale” è stata affrontata attraverso tre punti di vista, tre angolature diverse ma complementari: comunicazione, formazione ed economia. Nuovi modi di comunicare, nuovi modi di esprimere la propria identità online, ma anche nuovi strumenti per condividere sapere e informazioni e, infine, nuovi modelli di business. Sono questi i punti di snodo attorno a cui si muove il testo, con l’obiettivo di evitare un approccio tecnologicamente determinato. Questo vuol dire studiare l’impatto innovativo di blog, microblog e social network come forme culturali e non, semplicemente, come artefatti tecnologici. Del resto, come afferma Castells, il web è, in misura sempre crescente, la trama delle nostre vite.

Passando ad argomenti più pratici, parliamo di un tema molto attuale: il Social CRM. Come sta cambiando la gestione dei clienti/utenti sulle piattaforme 2.0? Puoi fare esempi di aziende innovative?
Il tema del Social CRM riguarda la mia esperienza attuale, iniziata lo scorso gennaio, quando sono entrato in Open Knowledge come social media strategist. Negli ultimi mesi ho lavorato insieme ai miei colleghi al framework del Social CRM come processo strategico attraverso cui migliorare le dinamiche di interazione tra brand e clienti. Il Social CRM si basa infatti su un preciso presupposto: il numero sempre maggiore di utenti presente all’interno dei principali social media utilizza questi spazi non solo per conversare con amici e colleghi, ma anche per creare nuove forme di relazione con le aziende. Facebook, Youtube, Twitter e servizi basati sulla geolocalizzazione come Foursquare sono piattaforme capaci di veicolare una relazione attiva e bidirezionale tra utenti e brand, agli antipodi rispetto all’unidirezionalità tipica dei mass media. Un nuovo modo di interagire con i brand che può avere connotazioni estremamente positive (Starbucks è stata la prima azienda a superare i 10 milioni di fan su Facebook) ma anche conseguenze tragiche in termini di brand reputation e non solo (vedi la crisi di immagine di Nestlé a seguito della campagna di Greenpeace contro il KitKat). Il Social customer, come viene ormai definito, è dunque un consumatore che utilizza i social media per esprimere la propria voce al fine di avviare una relazione diretta e paritaria con il brand. È un consumatore che crede sempre meno alle sirene dell’advertising tradizionale e che, al contrario, basa le proprie decisioni di acquisto sulle recensioni online di altri utenti, anche senza avere una relazione particolarmente forte con questi. È un consumatore, infine, che chiede al brand informazioni dettagliate e personalizzate, supporto in tempo reale e la possibilità di co-creare prodotti o servizi in maniera innovativa. Utopia? Storielle da consulenti? Non proprio. I risultati in termini di business (a livello di marketing, vendite, customer care o innovazione) ottenuti da aziende come BestBuy, Comcast, Dell e Zappos, oltre al già citato Starbucks, sono qui a dimostrarci che questo non è il futuro, ma il presente. Le aziende citate sono state tra le prime a capire che quando si parla di Social CRM non si sta parlando banalmente di azioni di marketing su Facebook o Twitter. Sviluppare una strategia di Social CRM significa mettere il cliente al centro dei processi di business innovando dall’interno l’azienda attraverso gli stessi principi di collaborazione e orizzontalità che hanno decretato la diffusione e il successo dei media sociali. Ho approfondito questi temi nel breve saggio insieme al mio collega Emanuele Quintarelli, “Social CRM: mettere il cliente al centro dei processi di marketing, vendita, supporto e innovazione”, che uscirà a Ottobre all’interno del volume “Marketing 2.0″ di Harvard Business Review Italia.

Esistono molte piattaforme per tracciare e misurare il WOM online. Credi che ci siano software migliori di altri? Oppure ogni piattaforma può avere delle peculiarità specifiche caso per caso? Magari dipende dal paese e dalla lingua?
Esistono numerose piattaforme per tracciare e analizzare il WOM online. Ma il consiglio che mi sento di dare è di preoccuparsi del tool da utilizzare solo dopo aver definito alcuni fondamentali passaggi preliminari. Questo perché, nei confronti dell’Online monitoring, le aziende tendono a spaccarsi in due tronconi ben distinti: quelle che non ascoltano le conversazioni degli utenti e quelle che, pur ascoltando, non riescono a trasformare in azione i dati raccolti nella fase di analisi. Chiaramente entrambi gli approcci sono errati: chi non ascolta si perde i commenti positivi ma soprattutto quelli negativi relativi al brand o a un singolo prodotto o servizio. Non ascoltare significa anche essere incapaci di reagire in tempo reale a situazione di crisi che potrebbero mettere seriamente a repentaglio la reputazione del brand. Allo stesso modo, realizzare internamente dei report o commissionarne la realizzazione a una società esterna serve a poco se i report vengono poi lasciati in un cassetto o al massimo sfogliati di sfuggita senza troppo interesse. Ciò significa che l’attività di ascolto fine a se stessa non porta da nessuna parte. Ascoltare è dunque solo il primo passo di un processo strategico più ampio che deve poi svilupparsi nelle successive fasi di misurazione, analisi, reazione e coinvolgimento degli utenti. L’attività di ascolto dovrebbe poi essere ancorata a precisi obiettivi di busines: favorire il dialogo tra brand e consumatori, promuovere gli “avvocati” del brand (brand ambassadors), o facilitare il supporto e incentivare l’innovazione. Solo a questo punto, dunque, dovrebbe avvenire la scelta del tool. Una scelta, questa, dettata da una serie molto elevata di variabili. Personalmente lavoro spesso con tool premium come Radian6 e Sysomos. Questi strumenti ti premettono di avere una dashboard accurata e aggiornata in tempo reale e funzionano molto bene quando si deve analizzare un brand internazionale in grado di produrre una mole elevata di conversazioni online. Tuttavia, non è detto che i tool a pagamento siano sempre la soluzione ideale: se il brand è relativamente piccolo e la mole di dati generati online non è così elevata, un’adeguata combinazione dei principali tool gratuiti (BlogPulse, Social Mention, TweetTabs, oltre a Google ovviamente), unitamente all’utilizzo di un buon feed reader, consentono di creare una dashboard accurata e aggiornata senza spendere nemmeno 1 euro.
L’ultimo consiglio che mi sento di dare riguarda l’impossibilità di delegare allo strumento, free o premium che sia, l’analisi più qualitativa del monitoring, ovvero l’analisi del sentiment (i giudizi di valore, positivi o negativi, che l’utente attribuisce al brand o a un singolo prodotto). Livellandosi sempre più il livello tra le piattaforme di monitoring, la vera discriminante tra una buona analisi e un’analisi mediocre è legata di fatto alle competenze e alla sensibilità del ricercatore. Anche il miglior tool sul mercato non può fare a meno dell’intervento attivo di uno o più ricercatori, al fine di restituire il vero senso delle conversazioni attraverso la comprensione di metafore, doppi sensi o giochi di parole. Elementi, questi ultimi, difficilmente tracciabili da un algoritmo, almeno allo stato attuale.

venerdì 1 ottobre 2010

La mappa sull’Economist: social network, democrazia, rivoluzione

[Vincosblog 01/10/2010] Qualche giorno fa Malcom Gladwell, dalle colonne del New Yorker, ha sostenuto che Facebook, Twitter et similia non contribuiscono a generare alcuna vera rivoluzione sociale. Per far ciò ci vuole un’organizzazione gerarchica che guidi l’azione e un movimento basato su legami forti tra le persone, che le spinga a compiere gesti che richiedono sacrificio. Al contrario i social media, tendono a privilegiare i legami deboli e ad incoraggiare gesti semplici, ma poco concreti (il like, l’adesione ad un gruppo, il retweet).

Ieri The Economist rilanciava, in homepage, il dibattito ospitando una tesi vicina alle posizioni di Gladwell e una contro.
La prima, utilizzando la mia mappa mondiale dei social network, sostiene che questi servizi non siano sufficienti a dare più possibilità di espressione alle persone e a minare la capacità di controllo dei governi autoritari. Infatti dalla mappa risulta chiaro come in paesi come Iran, Cina, Vietnam, il governo favorisca social network di stato ed eventuali escamotage per sfuggire al controllo sono ad appannaggio solo di una minoranza.

La seconda tesi sottolinea la capacità di questi mezzi di contribuire a trasferire parte del potere, di espressione e di azione, dal centro alle periferie. In un mondo in cui l’informazione non può essere controllata, gli abusi di potere tenderebbero a diventare più difficili.

Secondo me le nuove piattaforme di collaborazione e condivisione hanno enormi potenzialità, ma restano pur sempre dei mezzi abilitanti. Per incidere sulla realtà politica e sociale occorrerà sempre la capacita’ di costruire un organizzazione, non necessariamente gerarchica, che poggi su una cultura condivisa e faccia leva su motivazioni comuni.