martedì 17 agosto 2010

Il web è morto, dice Wired

[Il Post 17/08/2010]
Il nostro modo di utilizzare internet è cambiato, scrive Anderson, e facciamo sempre più a meno del web
Secondo Wolff le responsabilità sono più degli investitori, che da anni puntano solo su siti di grandi dimensioni

Il numero dell’edizione americana di Wired di questo mese porta sulla copertina un’asserzione impegnativa e definitiva: il web è morto. La tesi muove da un dato che si trova riassunto nel grafico qui sotto: da dieci anni a questa parte la percentuale di banda impegnata dalla navigazione su internet è crollata, mentre è di molto aumentata quella utilizzata dalla fruizione di video, dai programmi per la condivisione di file, da tutte le altre cose che non sono il web.

La tesi è particolarmente ardita, e il grafico di Wired non è così eloquente: basti osservare alla curiosa decisione di separare il traffico generato dai video da quello delle pagine internet, quando in realtà quei video sono parte integrante di quelle pagine e del web. BoingBoing fornisce dei dati che dicono tutt’altra cosa: il traffico sul web è passato da 10 terabyte al mese nel 1995 a un milione di terabyte nel 2006. Insomma: gode di ottima salute.

Quindi il nostro suggerimento è lasciare perdere il titolo dell’articolo di Wired e la sua tesi, ma leggere comunque con attenzione le varie voci che discutono del tema sul mensile statunitense: dicono molto di come sta cambiando internet e il nostro modo di utilizzarla e abitarla.

Wired propone innanzitutto due punti di vista differenti sul tema, uno firmato dal direttore Chris Anderson e l’altro firmato da Michael Wolff, editorialista di Vanity Fair e fondatore di Newser. Non si dividono sul tema della presunta morte del web, bensì sulle sue cause e su chi ne ha le colpe. Chris Anderson sostiene, in breve, che la colpa è nostra.

Ti svegli e controlli la posta sull’iPad, con un’applicazione. Mentre fai colazione ti fai un giro su Facebook, su Twitter e sul New York Times, e sono altre tre applicazioni. Mentre vai in ufficio, ascolti un podcast dal tuo smartphone. Un’altra applicazione. Al lavoro, leggi i feed RSS e parli con i tuoi contatti su Skype. Altre applicazioni. Alla fine della giornata, quando sei di nuovo a casa, ascolti musica su Pandora, giochi con la Xbox, guardi un film in streaming su Netflix. Hai passato l’intera giornata su internet, ma non sul web. E non sei il solo.

È una distinzione cruciale, dice Anderson, secondo cui una delle più importante svolte nel mondo digitale è stata proprio quella dal mondo spalancato del web a piattaforme chiuse o semi chiuse che usano internet soltanto come mezzo per trasportare i dati. C’entra l’ascesa dell’iPhone, ma c’entra soprattutto il fatto che questo genere di piattaforme sono più semplici da usare e si adattano meglio alle vite e alle abitudini delle persone.

E in realtà, a pensarci bene, perché non dovrebbe essere così? Perché l’ascesa e il predominio del web dovrebbero essere eterni e impossibili da mettere in discussione? Anderson scrive che già nel 1997 Wired scrisse che la tecnologia push – che permette di far arrivare i dati direttamente a te, senza costringere ad andare te da loro – avrebbe messo fine ai browser: in realtà questo argomento potrebbe essere usato contro Wired, visto che i browser sono ancora vivi e in piena salute. Ma Anderson rivendica che è adesso che quella profezia si sta avverando: continueremo ad avere pagine internet, così come oggi continuiamo ad avere cartoline e telegrammi. Ma il centro dei media interattivi non sarà più basato sul linguaggio HTML, per farla breve.

Michael Wolff racconta un’altra storia. Racconta dei venture capitalists, i soggetti che investono il loro denaro in molti piccoli e innovativi progetti nella speranza che qualcuno di questi faccia il botto e li ripaghi di tutti i soldi spesi – e con gli interessi. Il loro stesso comportamento è un po’ il ritratto del web: molto orizzontale, poco profondo. Ultimamente però la tendenza si è invertita. I grossi finanziatori e gruppi d’interesse puntano su meno soggetti e di maggiori dimensioni. Un modello strategico del tutto diverso: invece che puntare su venti social network, per fare un esempio, puntare solo su Facebook. Che è un sito internet, ma con i suoi 500 milioni di utenti è molto più di un sito internet. Secondo un rapporto della società di analisi Compete, i primi dieci siti più visitati negli Stati Uniti producevano il 31 per cento el traffico totale nel 2001, il 40 per cento nel 2006, il 75 per cento nel 2010. I grandi stanno prosciugando i piccoli.

Se stiamo abbandonando la logica del web aperto e orizzontale, è almeno in parte per l’ascesa degli uomini d’affari, che pensano quasi esclusivamente in termini di tutto o niente: molto più simili alle logiche verticali dei media tradizionali piuttosto che a quelle utopiche e collettivistiche del web. Si tratta del risultato di un’idea ben precisa, che rigetta l’etica del web, la sua tecnologia e i suoi modelli di business.

Wired propone anche un lungo scambio di email tra il direttore Chris Anderson e due esperti di web 2.0. Gizmodo ha già commentato la tesi di Wired, la stessa cosa ha fatto Techcrunch: entrambi con qualche perplessità. Parliamone, insomma.

sabato 14 agosto 2010

C'è Narciso su Facebook

[Avvenire 14/08/2010] Dilettanti allo sbaraglio lungo le vie del web o esperti di nuovi media competenti e capaci di cavalcare le onde del mare magnum dei bit. Il futuro del rapporto persona-personal computer ha questa doppia faccia anche quando il Web 2.0 si trasformerà in 3.0, 4.0 e così via. Per il New York Times il 50% dei blogger scrive con l’unico scopo di raccontare e condividere le proprie esperienze personali. Il motto di YouTube recita «broadcast yourself», cioè «trasmetti te stesso». E noi? «Lo facciamo, con tutto lo sfrontato autocompiacimento del mitologico Narciso. Se i mezzi di comunicazione tradizionali hanno lasciato il posto a media personalizzati, internet è ormai uno specchio che ci riflette». Ne è convinto uno tra i principali critici contemporanei della Rete: Andrew Keen, che vive a Berkeley, in California, e ha scritto molto sulla cultura, sui media e sulla tecnologia. Il suo blog ha scatenato diverse polemiche da parte degli entusiasti del web, o ome li chiama lui «tecno-utopisti» per via delle sue affermazioni nel libro The cult of the amateur che in Italia è uscito tradotto con il titolo Dilettanti.com edito dalla De Agostini. Il volume – pubblicato in quindici lingue – non manca di prendere di petto applicazioni e software, modalità di accesso a Internet ma soprattutto critica i media fondati sulla creazione dei contenuti da parte delgi utenti, come per esempio i diari on line, primo tra tutti il blog: «Sono aumentati così vertiginosamente da mettere in pericolo la nostra capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è reale da ciò che è immaginario – spiega Keen –. Oggi i ragazzi non sono più in grado di comprendere la differenza tra una notizia credibile firmata da un giornalista autorevole e ciò che leggono su joeshmoe.blogspot.com». Per questi, che Keen chiama «utopisti della generazione Y», ciascun commento rappresenta semplicemente un’altra versione della realtà. «La finzione non è che una versione alternativa dei fatti». Keen bacchetta anche Wikipedia: «È l’enciclopedia on line al cui interno chiunque sia dotato di pollici opponibili e del diploma elementare può pubblicare qualsiasi cosa su un qualunque argomento, dagli Ac/Dc allo zoroastrismo». Ma perché queste critiche? «Non dobbiamo lasciarci abbindolare dal culto del dilettante, con la sua diffusione della cultura "da banco", il suo abbraccio rousseauiano dell’innocenza e della giovinezza – dice Keen –. Competenza e sapere, dobbiamo ricordarlo a noi stessi, sono generalmente il risultato dell’esperienza e del mestiere, dell’impegno di una vita teso alla conoscenza e all’atto creativo. Dobbiamo accettare la spesso sconfortante verità che il talento è universalmente distribuito e che le opinioni della maggior parte della gente non sono interessanti né hanno valore per la restante parte. Il rimedio è di continuare a sostenere i mezzi a pagamento privati con scrittori di talento, giornalisti, editorialisti, commentatori e produttori cinematografici». Il rimedio a tutto questo è uno solo: «Comperare i giornali, comperare i libri, pagare per la musica e i film. Se noi questo lo facciamo online o no non ha importanza. Io sono assolutamente a favore di Internet come distributore di piattaforme di contenuti, fino a quando questo sostiene un sistema accettabile di una classe professionale creativa». Un modo molto semplice per dire "no" alla cultura del «copia-e-incolla» di cui spesso il Web 2.0 viene accusato? «La rivoluzione del Web 2.0 ha promesso di diffondere a un numero sempre più ampio di persone una sempre più ampia conoscenza, ma in ogni momento ci si interroga sull’affidabilità, l’accuratezza e la verità delle informazioni che troviamo in rete. Allo stesso tempo le istituzioni culturali come i quotidiani, le riviste, il mondo della musica e del cinema sono minacciate da una mole di contenuti amatoriali gratuiti e generati dagli utenti stessi. Se siamo tutti dilettanti, non ci sono più esperti. Se anonimi autori di blog e videoamatori, non condizionati da regole degli standard professionali e dei filtri editoriali, possono manipolare l’opinione pubblica, la verità si trasforma in merce da acquistare, vendere, impacchettare». Le società del Web 2.0 stanno tutte costruendo modelli di mercato basati sul libero contenuto generato direttamente dall’utente, ma poi vendono pubblicità contro questo contenuto. «È difficile competere con il libero mercato, specialmente se, come accade nei giornali tradizionali, bisogna pagare i reporter per il loro lavoro. Quindi i giornali tradizionali e le riviste si stanno arrovellando per cercare un nuovo modello di mercato. In America questa situazione è sfociata in una profonda crisi economica di tutti i media tradizionali, dalle riviste ai quotidiani agli editori ai network televisivi».
Vincenzo Grienti

I Migliori Siti Web 2.0 in un Unico Elenco

[GeekItaly 14/08/2010] I Siti Web 2.0 offrono dei servizi utili (e gratuiti) che possono risolvere qualsiasi problema online. Sono caratterizzati da una grafica molto innovativa, da icone molto belle e da colori giovanili e moderni. Le funzionalità messe a disposizione da queste applicazioni online sono davvero numerosissime. Tanto per citare qualche utilità importante, ecco cosa ci permettono di fare i migliori siti web 2.0: Modificare Foto, Ascoltare Musica, Creare Fotomontaggi, Creare Video con Foto (Slide), Acquistare prodotti Online, Creare Web Radio, Caricare Foto ed altri file su Internet, Scambiarsi documenti sul web, Inserire Opinioni di prodotti o aziende, Inviare micro messaggini (Twitter) e tanto altro ancora.

Come potete notare, i servizi web 2.0 riescono a ricoprire tutte le funzionalità più richieste su internet. Ma come si fa per trovare un sito per ogni singola necessità? Ci sono due modi. Il primo: Seguite GeekItaly che ogni giorno vi propone software e servizi web 2.0, recensiti e descritti nella maniera più semplice o, il secondo: Salvate tra i preferiti il sito Go2Web 2.0
Non lo conoscevate? E’ un ottimo elenco che contiene tutti (o quasi) i servizi web 2.0 più importanti.

venerdì 13 agosto 2010

Habbo: il nuovo Facebook per teens

[SeidiModa-Repubblica 13/07/2010] È il social network del momento: ha 172 milioni di utenti, tutti adolescenti under 18, un target che interessa tantissime aziende. Non permette un'esperienza di blog ma fornisce un avatar da personalizzare a piacere. Storia, caratteristiche e dubbi di un sito che farà molto discutere

L'ultima mania della rete si chiama Habbo: è un social network nato dieci anni fa in Finlandia, proprietà del gruppo Sulake Corporation. È tradotto in 11 lingue e raccoglie un numero impressionante di utenti, 172 milioni, provenienti da 150 paesi. La grafica è accattivante, colorata e molto pop. Lo scopo di Habbo, con le sue proposte in fatto di bar, cinema, biblioteche e negozi (tanti negozi), è favorire la conversazione tra persone lontane. Ma la cosa che caratterizza di più questa piattaforma è l'età del suo pubblico: adolescenti dai 13 ai 18 anni. A questi teenager Habbo permette di creare un avatar da abbigliare, pettinare e accessoriare ad hoc. Stesso discorso per la versione virtuale della propria camera, da arredare e abbellirre secondo il proprio gusto.
Va da sé che attraverso questo sito si possono captare tendenze e preferenze dei teenager di mezzo mondo.
Habbo, poi, incoraggia l'acquisto di accessori attraverso crediti e promuove prodotti ed eventi reali vendendo i propri spazi a investitori pubblicitari.


Oltre al target adolescenziale, però, Habbo differisce dagli altri social network perché non permette di postare foto o scrivere commenti (bloggare, insomma), cosa che rende molto difficile identificare realmente l'utente. La domanda che sorge spontanea, quindi, è come verificare l'età effettiva di chi naviga in questo sito. Anche se bisogna avere almeno 13 anni per iscriversi, risulta impossibile sapere se dietro un ID Habbo si possano nascondere ragazzi con meno di 13 anni o adulti con cattive intenzioni. A questo riguardo, va ricordato che Habbo, come Facebook, ha previsto uno speciale tasto per segnalare molestie on line, con avvertimenti che consigliano di non rivelare informazioni personali o di non incontrare, nella vita reale, altri utenti senza aver consultato un adulto. Pena l'esclusione dal network.
Le potenzialità del sito sono enormi: il suo bacino d'utenza, infatti, è un tesoro reale, più che virtuale, per ogni azienda alla ricerca di dati e statistiche sulle tendenze del pubblico giovane. Ma i dubbi che fa emergere riportano in luce la scottante questione dei minorenni in rete. Una realtà che chiede ai social network e alle istituzioni nuove forme di tutela e di salvaguardia.
Elisa Poli

venerdì 6 agosto 2010

Con Foursquare, sulle strade della California, alla scoperta del Boy Scout che c'è in noi

[IL Sole24Ore 06/08/2010] In principio la promessa era il gioco ma presto ci si è accorti che era solo un pretesto. Foursquare, il "geo"social network del momento, ha festeggiato pochi giorni fa i 100 milioni di chek-in e ora non può più nascondersi. Con la scusa del gioco è riuscito dove altri hanno fallito stimolando il boy scout che c'è in noi. Il meccanismo è diabolico in sé ma sorprendentemente semplice perché fa leva sull'innato piacere che proviamo nell'esplorare e nel raccontare dove siamo, cosa abbiamo visto e se ci è piaciuto.

Ecco come funziona: l'utente dal cellulare dotato di Gps può segnalare dove si trova e volendo anche cosa sta facendo. Gli iscitti a Forsquare possono così sapere dove è l'amico ma anche semplicemente cosa dicono gli altri iscritti. A rendere il tutto più stimolante si inserisce il gioco inteso come sistema di incentivi. Il meccanismo è perverso ma funziona. Più chek-in, ovvero più segnalazioni si effettuano e più talloncini (badge) si vincono. Un po' come le spillette dei boy scout.

Se poi si è il primo a segnalare un luogo allora si viene eletti sindaci. Per ora due milioni di utenti giocano con Forsquare "colonizzando" a colpi di check-in il globo terrestre. Pochini rispetto al mezzo miliardi di utenti di Facebook (cento milioni i profili aperti). Ma il confronto è ingiusto e irrispettoso perché i due social network fanno mestieri diversi. L'idea segreta del fondatore Dennis Crowley è quella di trasformare il suo social network in una sorta di guida turistica per cellulari aperta, dove i tutti i partecipanti possono segnalare e recensire locali, ristoranti, alberghi, cinema insomma tutto. Per poi, una volta raggiunta la massa critica, vendere tutto il pacchetto - dati degli utenti inclusi "possibilmente in forma anonima"- a motori di ricerca interessati a mappare il territorio con i consigli e recensioni di appartenenti al network. Detto in altri termini, i candidati potrebbe essere venduti a Google, Microsoft insomma i big del web interessati a dati geolocalizzati. Almeno sulla carta. Ma a che punto è la redazione di questa Lonely Planet aperta e condivisa? Perché non provarla direttamente negli Stati Uniti, dove risiede il 60% di quei due milioni di fousqueristi? E precisamente perché non provarla direttamente in California terra di valli al silicio e imprenditori del 2.0?
Il viaggio inizia a Los Angeles. Scesi dall'aereo la prima cosa da fare è accendere il cellulare, collegarsi e vedere un po' che cosa c'è in giro. Si scopre che esistono locali che, in cambio di pubblictà gratuita, offrono birre o ingressi omaggi a chi si presenta e effettua un check-in. Iniziative che durano una giornata per puristi della geolocalizzazione. Ma, promozioni a parte, l'aspettativa è un'altra.

Ovvero trovare qualche cosa che non c'è nelle guide cartacee come la "dritta" sulla specialità dello chef, l'ora giusta per visitare un Museo, eccetera. Ecco, da questo punto di vista il network non ha ancora le idee troppo chiare. Mike A., per esempio, segnala che all'ultimo piano della libreria di Barner & Nobles dentro a The Grove, una cittadella per lo shopping bene a Los Angeles, si gode la migliore vista. Rachel J mette in guardia da non andare nel centro di sabato perché troppo affollato (che scoperta!), mentre la maggior parte dei 4square-scout si limita a segnalare quanto è bello lo shopping. Meglio sui ristoranti: collegando a Foursquare da Harry's a San Francisco si scopre che Erict T. consiglia il manzo Kobe anche se ammette che è due volte più caro degli altri ristoranti. La stessa informazione si può però trovare in una guida normale. Come anche il fatto che all'Hotel Luxor di Las Vegas ci sono stanze poco luminose e che non bisogna fidarsi di tutte le reti Wi-fi aperte. Insomma, nulla di eclatante.

Più interessante invece è l'interazione con possibili nuovi amici. Il sistema in tempo reale segnala se per esempio qualcuno intorno a te sta effettuando un check-in. Si scopre così che magari a pochi metri di distanza qualcuno come te con un cellulare in mano è connesso a Foursquare. La sensazione è intrigante ma anche inquietante. Dipende naturalmente dal carattere. Qualcuno potrebbe sentirsi violato nella proprie prerogative di anonimato (privacy). Altri potrebbero cogliere l'occasione per nuove conoscenze. Del resto, se si sceglie di giocare a Foursquare se ne devono anche accetare le regole. Altrimenti che gioco è?

Luca Tremolada

mercoledì 4 agosto 2010

Linkedin: un social network da 2 miliardi di dollari

[iPlazaNetwork 04/08/2010] Nell’immaginario collettivo quando si nomina la parola “social network” si pensa immediatamente a qualcosa che ha che fare con il tempo libero, lo svago e il divertimento. Questa considerazione non è esatta perché gli aggregatori sociali permettono anche di aiutare concretamente la vita degli utenti, a partire dalla ricerca di un lavoro. È il caso del famigerato Linkedin, il primo social network (se non addirittura l’unico) in grado di mettere in contatto tutti coloro che sono già inseriti nel mondo del lavoro, o magari dare una mano a chi aspira a farne parte.
C’è una recente novità che riguarda proprio il social network con sede a Palo Alto (California): In seguito all’investimento di un fondo hedge, Linkedin ora vale piu’ di 2 miliardi di dollari. Tiger Global Investment, veicolo di investimento fondato da Chase Coleman, ha versato 20 milioni di dollari per assicurarsi una quota di partecipazione nel sito di social network per professionisti.
Questo cosa vuol dire? Che da oggi Linkedin ha un valore molto superiore a quello di Twitter (stimato sugli 800 milioni di dollari) , di Bing (425 milioni di dollari) e di Buzz (il social network made in Google scavalca di poco di 200 milioni di dollari).

SALUTE: TROPPO INTERNET RADDOPPIA RISCHIO DEPRESSIONE NEGLI ADOLESCENTI

[Asca 04/08/2010] (ASCA) - Roma, 4 ago - Attenzione agli adolescenti che fanno un uso eccessivo di internet: corrono infatti un rischio due volte e mezzo maggiore di cadere in depressione rispetto ai coetanei che rimangono alle prese con social network ed email per un tempo piu' limitato. A sostenere il legame internet-depressione per le giovani menti e' uno studio australiano guidato dalla School of Medicine di Sydney in collaborazione con la University of Notre Dame, con il Ministero della Pubblica Istruzione cinese e con la SunYat-Sen University (Cina).

Nella ricerca che verra' pubblicata a ottobre su Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, gli studiosi guidati da Lawrence Lam e Zi-Peng Wen hanno esaminato l'uso patologico di internet in 1.041 ragazzi cinesi di 15 anni d'eta' media e ne hanno quantificato i livelli di ansia e depressione.

Dallo studio e' emerso che il rischio di depressione per gli utilizzatori patologici di internet e' risultato pari a circa due volte e mezzo rispetto ai normali utenti del web, mentre nessuna relazione e' stata osservata fra l'uso patologico della rete e l'insorgenza dell'ansia.

noe/sam/alf