lunedì 12 aprile 2010
Web 2.0 sul posto di lavoro? Le aziende europee dicono "ni"
Se l’uso delle nuove tecnologie Web 2.0 sta prendendo piede tra gli utenti, non solo nella sfera privata ma anche in quella lavorativa, lo stesso non si può dire delle aziende che, al contrario, temono gli effetti in termini di calo della produttività e protezione dei dati aziendali.
A portare alla ribalta questa trend è l’indagine "Potere alle persone? Gestione della democrazia tecnologica sul posto di lavoro", effettuata da The Economist Intelligence Unit per conto di Trend Micro su un campione di 390 dirigenti di Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Svezia e Russia. La ricerca ha messo in evidenza che poco meno della metà degli intervistati (il 48%) si dichiara favorevole a incrementare la libertà tecnologica nella propria azienda, ma nel contempo, quasi la stessa percentuale (il 47%) dichiara l’esatto contrario.
In questo contesto i lavoratori reclamano una maggiore “democrazia tecnologica” per poter usare applicazioni come i social network e svolgere meglio il proprio lavoro.
Le società europee restano però scettiche di fronte al concetto di democrazia tecnologica. La diffusione di questi tipi di hi-tech amplia, sì, la libertà di scelta dei dipendenti introduce ma molte incognite in un sistema prestabilito di funzioni e responsabilità nel settore IT e, pur creando nuove opportunità professionali, espone le aziende a rischi che per anni hanno tentato di gestire e contenere.
Dal sondaggio emerge che più del 40% dei dirigenti europei sarebbe pronto ad affrontare i rischi legati alla democrazia tecnologica pur di sfruttare al massimo i vantaggi per le aziende, mentre il 23% reputa che rischi e opportunità si equivalgono. Il 31%, invece, sostiene che sono maggiori i rischi rispetto alle opportunità. I vantaggi principali individuati dagli intervistati consistono in una maggiore innovazione (31%), il morale dei dipendenti più alto (27%), e una più efficace collaborazione con i partner esterni (25%)..
Le aziende concordano inoltre sul fatto che i rischi principali legati alla democrazia tecnologica sono il calo della produttività (35%), la perdita di informazioni riservate (32%) e una maggiore vulnerabilità ai virus (24%). Da un lato infatti, fino ad ora non sono pochi i dipendenti che hanno sprecato un consistente lasso di tempo di lavoro utilizzando applicazioni Web 2.0 per scopi personali; dall’altro, alcune aziende hanno subito ingenti danni a causa della pubblicazione di informazioni sensibili sui blog.
Nello specifico le imprese italiane concordano sul fatto che sia aumentato l'uso di social network e applicazioni simili sul posto di lavoro: ne sono certi ben il 42,9% degli interpellati mentre il 34,7% dichiara di ritenere il fenomeno probabile anche se non ne ha la certezza. Per il momento, tuttavia, l'uso dei social network sul posto di lavoro, secondo il 71,4%, sembra rispondere più a un'esigenza personale dei dipendenti che a una necessità di tipo lavorativo. Il 63% ritiene di poter avere fiducia nel fatto che i dipendenti usino le applicazioni e i dispositivi in modo appropriato rispetto agli scopi lavorativi.
La percezione dei rischi da parte dei manager italiani è sostanzialmente simile a quella dei colleghi europei: secondo il 42,8%, infatti, l'uso dei siti di social network avrebbe incrementato i rischi per la sicurezza dei dati aziendali. Alla domanda "come i senior manager dell'azienda valutano il trade off rischi - opportunità nel concedere maggiore libertà di usare le nuove tecnologie Web 2.0 sul posto di lavoro" , il 38,8 % ritiene le opportunità superiori ai rischi contro un 28,5% che le ritiene inferiori. Ben il 30,6% ritiene vi sia invece allo stato attuale un bilanciamento tra le due voci. I timori legati alla diffusione delle nuove tecnologie sul posto di lavoro sono simili a quelli manifestati dai manager degli altri paesi: il 46,9% è d'accordo nel valutare la riduzione della produttività dei dipendenti come uno degli inconvenienti più probabili derivanti dall'uso dei social network, ma non solo.
Secondo il 32,7% i siti di social network (in particolare Facebook e LinkedIn) potrebbero mettere a repentaglio le informazioni aziendali. Nonostante ciò, i manager italiani sembrano preferire una regolazione "soft" delle nuove tecnologie: ad essere colpite da un divieto assoluto di impiego potrebbero essere invece le applicazioni e i siti di file sharing (un'indicazione data dal 59,2% degli interpellati).
Ma quali sono strategie da mettere in campo per evitare la “democrazia tecnologica” si trasformi in una minaccia alla sicurezza aziendale? Secondo lo studio è essenziale redigere linee guida specifiche per l’uso delle nuove tecnologie e formare i dipendenti. È inoltre necessario sviluppare strumenti di social network interni all’azienda e favorire la collaborazione tra unità aziendali e team IT.
di Federica Meta
Quando il Social Network è veramente Social.
Sembra quasi incredibile come a volte basti veramente poco per far tornare sui propri passi una multinazionale, almeno è questo ciò che sta succedendo da qualche giorno a questa parte, per quanto riguarda i piani di disboscamento che la Nestlè, nota azienda mondiale sta effettuando per creare nuove piantagioni per l'estrazione dell'olio di palma, provocando uno squilibrio ambientale che viste le ingenti quantità, sta sconvolgendo il delicato ecosistema indonesiano.
L'allarme, scattato ai primi di aprile, ha immediatamente mobilitao l'associazione naturalista Greenpeace, che si è subito mobilitata, per contrastare lo scempio che sarebbe costata la vita a innumerevoli oranghi, non trovando questi più il loro habitat. La campagna informativa, intile dirlo, è passata inosservata ai mezzi di informazione tradizionale che non hanno trattato affatto l'argomento.
Nonostante ciò, la risposta sul web è stata immediata e consistente; dal sito di Greenpeace, e dai vari gruppi sui social network (primo fra tutti Facebook), è partita una vera e propria battaglia serrata che ha portato all'invio di oltre 100.000 mail, inoltrate sul sito di Nestlè, affinchè l'azienda smettesse lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali.
Per tutta risposta, la protesta ha indotto la società ad annunciare l'esecuzione di piani per l'eliminazione dell'olio di cocco dai prodotti che ne fanno principalmente uso(Kit Kat), già a partire da metà maggio. Inoltre sempre i portavoce di Nestlè, hanno annunciato di utilizzare solo olio certificato come sostenibile entro il 2015.
L'olio di palma, è uno degli ingredienti fondamentali per la preparazione dei prodotti di casa Nestlè
Putroppo però, come spesso accade, si cerca di salvare la faccia ed il portafogli. Ecco perchè la Nestlé ha cominciato a bloccare le mail di tutti quelli che sostengono la campagna contro Kit Kat, allo stesso tempo, l'azienda cerca di trovare sotterfugi.
Le linee telefoniche di Nestlé, però, sono ancora attive.
Che ne dite di fargli uno squillo? Ecco tre buoni motivi per farlo:
1. Nestlé ha dichiarato pubblicamente che cancellerà i propri contratti con il “campione” della deforestazione in Indonesia Sinar Mas, in realtà, però, continuerà a utilizzare olio di palma di Sinar Mas, acquistandolo da aziende terze come Cargill.
2. Nestlé deve interrompere immediatamente i propri rapporti commerciali con aziende che distruggono la foresta. Ma impegnarsi a farlo entro il 2015 non è abbastanza. Le foreste indonesiane, le persone che le abitano e gli oranghi non possono più aspettare.
3. Nestlé deve assicurarsi di ripulire tutta la propria filiera di produzione. Questo significa interrompere i rapporti commerciali anche con APP, una società sussidiaria proprio di Sinar Mas che da questa ha ereditato la cattiva abitudine di distruggere le foreste. APP con le sue piantagioni intensive produce carta che Nestlè utilizza per il packaging dei propri prodotti.
La battaglia è ancora lunga, ma l'importante è non abbandonare la lotta, perchè le grandi lobbie vivono sulla pubblicità e quando questa è negativa, le cose per loro iniziano a complicarsi.
venerdì 9 aprile 2010
Adsl, la bugia della velocità "E' metà di quella pubblicizzata"
Pubblicato il primo studio complessivo sulla banda larga italiana: gli utenti pagano per prestazioni che i provider non garantiscono. Penalizzati soprattutto gli abitati dei comuni minori di ALESSANDRO LONGO
LA VERA velocità delle adsl italiane è circa la metà di quella pubblicizzata e penalizza soprattutto gli utenti di alcune zone geografiche. Gli abitanti delle città medio-piccole navigano più lenti e in certi casi pagano di più degli altri. È quanto svelato dal primo studio complessivo sull'adsl italiana, condotto da Between-Osservatorio Banda Larga. La ricerca si avvale di 120 mila test delle connessioni, in un centinaio di province italiane, con il contributo di 11.400 utenti campione.Il primo risultato che balza agli occhi è che la velocità media è di 4,1 Megabit al secondo in download, mentre ora le Adsl sono vendute con tagli "fino a" 7 o 20 Megabit. La velocità è un'alea: varia molto a seconda dell'operatore, della zona geografica e della fascia oraria. Nelle ore di punta e nei comuni meno importanti scende fino a 2 Mbps in media, mentre gli utenti più fortunati possono arrivare a 5 Mbps.
L'Italia è divisa in due: anche se il 90 per cento circa della popolazione può avere l'adsl, solo una parte può navigare davvero veloce e avere le offerte più economiche sul mercato. Il 50 per cento degli italiani, infatti, non è raggiunto dalla rete diretta (in "unbundling") degli operatori alternativi a Telecom Italia. Per loro, i canoni base per i servizi banda larga e telefonici tutto compreso sono quindi più alti di circa 5 euro al mese. Il danno è doppio: pagano di più e navigano più lenti, poiché fuori dalla propria rete gli operatori alternativi hanno al solito meno risorse di banda.
E il quadro sta peggiorando: secondo i sondaggi di Between, la qualità banda larga percepita dagli utenti è diminuita del 10 per cento negli ultimi due anni. Man mano che cresce il numero di utenti connessi, infatti, la rete in rame (su cui funzionano le adsl) è sempre meno affidabile e veloce, come già paventato dal
rapporto Caio al governo un anno fa. La soluzione sarebbe dotare il Paese di una nuova rete in fibra ottica che arrivi fino alle case, ma a riguardo i lavori in Italia procedono a rilento rispetto agli altri Paesi evoluti, poiché mancano fondi pubblici a supporto.
Nel frattempo, cosa può fare l'utente per evitare delusioni o per rimediare, se scopre di avere un'adsl lenta? Between consiglia di usare il software Isposure, che testa la connessione e dice quali operatori offrono un servizio migliore nella stessa zona.
Ma presto gli utenti potranno contare su altre soluzioni: "A maggio pubblicheremo i primi risultati ufficiali sulla qualità delle connessioni adsl", fanno sapere da Agcom (Autorità Garante delle Comunicazioni). Gli operatori si impegneranno a garantire velocità medie e minime. Gli utenti avranno diritto a disdire l'abbonamento senza costi, se le promesse saranno tradite. Potranno verificare la velocità della propria connessione con un software che Agcom fornirà a ottobre.
Gli utenti italiani non sono i soli ad affrontare questi problemi: anche le offerte banda larga inglesi hanno velocità medie reali che sono la metà di quelle pubblicizzate, come rileva uno studio pubblicato dall'Ofcom (l'authority tlc inglese) a fine marzo. Ofcom adesso sta esortando gli operatori a rispettare le promesse. Bisognerà vedere se l'Authority italiana riuscirà a essere più incisiva di quella inglese nel rimettere in riga gli operatori.
giovedì 8 aprile 2010
Privacy: sicurezza dei minori per internet e social network
Internet e i social network sono sempre più usati anche da utenti minorenni. In particolare risulta che l’86% dei minori tra gli 11 e i 14 anni naviga abitualmente il web, visualizzando video (65,2%), chattando (62,2) e condividendo materiale e parole sui social network (43,7%). A fronte di questo massiccio uso delle nuove tecnologie si pone un problema di sicurezza e di privacy per il materiale che si decide di pubblicare on line, in particolare per le foto e per i dati personali. Per far fronte a questa nuova attitudine e aiutare a salvaguardare i più giovani da manomissioni e usi anche illeciti dei loro dati l’Adiconsum ha redatto un manuale "Io ci metto la testa. Quando la privacy viene messa in vetrina", consultabile on line. Uno strumento utile per i giovani e per i genitori che possono imparare insieme ai propri figli cosa è bene fare e cosa è meglio non fare quando si naviga per tutelare se stessi e la propria "faccia".
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Adiconsum – Io ci metto la testa (in formato .pdf)
La Settimana del Tribal Marketing – Il marketing tribale, fra postmodernismo e web 2.0
Per spiegare il Tribal Marketing bisogna partire dal concetto di Tribalismo. Come afferma Bernard Cova oggi viviamo in una situazione unica, siamo per la prima volta davvero liberi. La postmodernità sarebbe infatti caratterizzata da un estremo individualismo, “logico punto di arrivo della modernità, durante la quale si è perseguito in ogni modo l’affrancamento da tutti i legami sociali”, per questo motivo molti hanno definito l’epoca attuale anche come l’era dell’individualismo.
Al tempo stesso appaiono chiari i tentativi dell’individuo post moderno, sempre più isolato e incerto, di riaggregazione sociale e di ristabilimento di legami sociali arcaici e comunitari, sulla base di libere scelte emotive e passionali, più che razionali.
Ecco che quindi entrano in gioco quelle che Cova chiama neotribù o tribù postmoderne, ovvero gruppi che presentano una doppia identità, insieme primaria e secondaria, che rende possibile agli individui mantenere alto il livello di autonomia pur facendone parte.
Le tribù postmoderne sono più effimere, fragili e instabili di quelle tradizionali, ogni individuo infatti può far parte di più tribù, in cui svolge più ruoli, indossa maschere molto diverse fra loro e può uscire dal gruppo quando vuole. Si mantiene quindi molto alto il livello di libertà e autonomia in comunità in cui il controllo esercitato sui membri è molto più debole e non esistono regole troppo rigide o pesanti, regole che gli individui postmoderni non avrebbero intenzione di rispettare.
Questa la definizione di tribù:
“Una tribù postmoderna (o neotribù) è un insieme di individui non necessariamente omogeneo (in termini di caratteristiche sociali obiettive) ma interrelato da un’unica soggettività, una pulsione affettiva o un ethos in comune. Tali individui possono svolgere azioni collettive intensamente vissute, benché effimere”
Le tribù postmoderne possono avere diversa natura, legata alla diversa passione che accomuna i vari membri. Esistono comunità formatesi intorno ad uno sport estremo o ad una fede calcistica, intorno ad un hobby come il giardinaggio o l’astrologia, le associazioni ambientaliste o in difesa dei diritti umani, così come possono esistere tribù formatesi intorno ad un marchio o un prodotto. Ciò che accomuna tutte queste tribù però è la reintegrazione di rituali, assistiamo infatti alla proliferazione di rituali di ogni tipo, ognuno dei quali necessita dei propri supporti:
- Le cose (gli oggetti di culto)
- Gli abiti (costumi rituali)
- Gli spazi (i luoghi del culto)
- Le parole (formule magiche)
- Le immagini (idoli e icone)
Le possibilità offerte dal Web 2.0 combinate con il desiderio dell’uomo post moderno di comunità, fanno si che moltissime di queste comunità è tribù si configurino come virtuali. La rete infatti offre ad ogni singolo individuo la possibilità di interagire con un numero enorme di utenti e di condividere con questi interessi comuni, sviluppando un vero senso di appartenenza.
Le comunità e le tribù virtuali di fatto rispecchiano appieno le caratteristiche tipiche delle comunità e delle tribù off line. Ciò che le differenzia da queste è la possibilità di dare vita, attraverso la loro azione, ad un cultura partecipativa o ad un’intelligenza collettiva.
Ma cosa ancora più importante forse è che queste comunità rappresentano fondamentali luoghi sociali di discussione, negoziazione ed elaborazione collettiva, in cui ogni membro incita gli altri a reperire sempre nuove informazioni per il bene comune. Un’intelligenza quindi che migliora ogni volta che viene creato un nuovo contenuto e che si esprime attraverso la partecipazione e la collaborazione degli utenti in un ottica produttiva di contenuti, applicazioni e senso.
Tutto quanto detto finora vale non solo per l’individuo postmoderno ma, ovviamente, anche per il consumatore. Oggi è quasi impossibile utilizzare i tradizionali e rigidi criteri di segmentazione dei consumatori, nel tentativo di individuare i differenti stili di vita e le conseguenti attitudini al consumo. Come affermano Cova, Giordano e Pallera nel loro libro, infatti, gli stili di vita così come li definisce Eurisko non esistono più.
Il consumatore postmoderno si muove in maniera dinamica, ha diverse attitudini e desideri in relazione al momento che sta vivendo e al ruolo che sta ricoprendo in quel momento. Ognuno di noi in ogni momento della nostra giornata condivide qualcosa con gli altri, il che ci rende simili fra noi e quindi raggruppabili in un insieme. Possiamo quindi affermare che siamo passati dagli stili di vita ai momenti di vita .Tra le cose che gli individui possono condividere c’è lo spazio sociale, che può essere fisico o virtuale, e ogni spazio sociale ha insito propri codici simbolici, regole e particolari attitudini al consumo.
Compito dell’azienda diventa quindi cercare di raggiungere i propri target proprio attraverso questi luoghi e individuare le modalità più adatte per comunicare con le persone. Individuare le migliori modalità di interazione edi offrire esperienze ed emozioni al consumatore postmoderno è ciò che muove le azioni del marketing tribale ed esperienziale.
Alla base del marketing tribale c’è la visione e il desiderio comunitario tipico della società postmoderna, in cui il prodotto si inserisce in quanto totem intorno al quale una tribù si costituisce o in quanto supporto dei propri riti. Il marketing tribale considera quindi le tribù sottoinsiemi di consumatori poco definiti, e l’obiettivo è quello di creare tribù intorno a nuovi prodotti, intesi come vettori di comunicazione e collante sociale, o di supportare tribù già esistenti, sostenendo il legame sociale fra soggetti uniti da una passione comune.
Il marketing tribale gioca su entrambi i piani del tribalismo:
- Il legame effettivo tra due o più individui, uniti dall’affinità;
- Il legame immaginario che permette ad ognuno di sentirsi parte di un tutto comunitario legato ad un oggetto o un luogo, in modo da accedere a un immaginario globale della comunità .
Per attuare efficaci strategie di marketing tribale è necessario che l’impresa individui i raggruppamenti tribali, offra legami e non semplicemente merci e infine metta in comune le competenze delle tribù.
Una tribù è un oggetto poco definito, aperto, è un’aggregazione momentanea che grazie ad emozioni condivise e passioni comuni istaura legami comunitari fra i membri che ne fanno parte. Le aziende devono quindi essere in grado di analizzare quando una tribù nasce, ma anche saper individuare i luoghi delle tribù, i suoi spazi associativi, le sedi di culto, i suoi riti e il suo linguaggio.
Esistono molte tribù nate intorno a un prodotto in maniera spontanea, ma esistono anche tribù indotte dalle aziende, che possono crearle, sopportarle o ospitarle. Ovviamente in quest’ultimo caso le tribù nascono con chiari e dichiarati fini commerciali. Nel primo caso invece, le tribù nascono dai desideri di comunità degli utenti/consumatori e dai loro desideri di avere maggiori informazioni sul prodotto, o su un marchio, e di uno scambio di esperienze e suggerimenti; e in quanto autocostituitesi risultano agli occhi degli utenti maggiormente credibili rispetto alle tribù indotte dalle aziende.
Il secondo compito è quello di considerare un prodotto non solo un bene ma anche un mezzo per creare e mantenere legame tribale. Come già detto in precedenza ogni tribù ha i propri rituali che rinnovano e vivificano la fede nei valori comuni, e ogni rituale si avvale dei propri supporti come gli abiti e gli oggetti, ed è proprio questo terreno fertile per le operazioni di marketing. L’obiettivo dell’azione di un impresa, come leggiamo in Marketing non – convenzionale, è quello di entrare direttamente nell’ambito degli scenari delle tribù, partecipando attivamente alla costruzione delle culture di consumo.
È forse questo il compito più importante perché l’obiettivo è la fidelizzazione di tipo affettivo dei membri delle tribù ad un marchio, in quanto un marchio/prodotto è lì con i suoi clienti ed è parte attiva delle tribù, partecipando ai suoi rituali, sinonimo di emozioni ed esperienze condivise. Ci troviamo di fronte a tentativi di fidelizzazione tribale che consentono di sviluppare un legame affettivo molto più forte di quanto si possa ottenere con la personalizzazione. Il legame plurale che si crea tra i consumatori infatti, con il sostegno di un marchio, è molto più forte della relazione fra impresa è singolo consumatore. Attraverso la fidelizzazione tribale, l’impresa offre ai suoi clienti emozioni e legami sociali, proprio ciò che gli individui postmoderni ricercano oggi nel consumo.
Infine il terzo compito è quello di far uscire le tribù da una dimensione underground per diffonderla a tutto il tessuto sociale. Si passa quindi da una fase del marketing tribale intensivo, attraverso la quale il marchio sostiene la tribù, ad una fase estensiva, attraverso cui la marca cerca di “guadagnare” dalle tribù, fidelizzando nuovi clienti mediante l’aggregazione di nuovi adepti a tali tribù.
La diffusione dell’immaginario tribale all’interno del corpo sociale punta soprattutto sul passaparola. Come già detto le tribù possono conquistare una fiducia quasi incondizionata da parte degli altri utenti e hanno quindi un enorme potere di persuasione, che le imprese possono sfruttare soprattutto con operazioni di marketing virale. È necessario però operare insieme a loro, interagendo e parlando con loro. I mercati oggi sono conversazioni , e occorre che le imprese parlino con i propri clienti, ma utilizzando un nuovo registro, passando cioè da un discorso commerciale ad un discorso non commerciale.
Nei prossimi giorni vedremo alcuni esempi di aziende che hanno saputo utilizzare con successo il marketing tribale, adattandosi a questa nuova fase del mercato.
giovedì 1 aprile 2010
I bambini di tutto il mondo schiavi di TV e computer
Un bambino su tre in tutto il mondo passa almeno tre ore ogni giorno davanti alla tv o allo schermo del computer, secondo uno studio condotto su 70.000 giovanissimi in 34 nazioni. Regina Guthold e altri suoi colleghi a Ginevra dell’Organizzazione mondiale per la sanità hanno scoperto che dall’Argentina allo Zambia la maggior parte dei bambini non fanno sufficiente esercizio fisico. “Riguardo i livelli di esercizio fisico, non abbiamo trovato molte differenze tra paesi ricchi e poveri”, ha dichiarato alla Reuters la Guthold, “Il fatto che crescano in paesi poveri non significa necessariamente che i bambini facciano più attività fisica”.
Lo studio, pubblicato nel Giornale di pediatria, ha preso in considerazione 72.845 bambini tra i 13 e i 15 anni da Nord e Sud America, Asia, Europa e Medio Oriente. Le interviste ai bambini sono state fatte tra il 2003 e il 2007. I ricercatori hanno fissato il livello adeguato di esercizio fisico fuori dalle ore di ginnastica scolastiche, in almeno un’ora per cinque giorni a settimana. I bambini che passavano il loro tempo tre o più ore al giorno davanti alla tv, giocando al computer o chattando con gli amici sono stati classificati come sedentari.
I ricercatori hanno scoperto che solo un quarto tra i ragazzi e il 15% tra le ragazze fa abbastanza esercizio secondo questi parametri, con un quarto tra i ragazzi e circa il 30% delle ragazze risultati sedentari, e le femmine rivelatesi meno attive dei maschi (con l’eccezione dello Zambia). L’Uruguay ha dimostrato la più alta percentuale di ragazzi maschi attivi, con il 42%, mentre lo Zambia la peggiore, con l’8%. Le ragazze indiane sono le più attive, con il 37% che fa esercizi come raccomandato, mentre le ragazze dall’Egitto sono risultate le meno virtuose, con un solo 4% che fa ginnastica in quantità adeguate.
Secondo la ricercatrice, le scuole possono aiutare i bambini ad essere più attivi tramite corsi di educazione fisica e spiegando agli studenti l’importanza dell’esercizio. Anche la maggiore diffusione di piste ciclabili, attraversamenti pedonali e simili provvedimenti nei percorsi da e per la scuola potrebbero essere d’aiuto.
Fonte: l’articolo di Reuters