giovedì 11 marzo 2010

Internet è libertà», la diretta dalla Camera

da Il Sole24ore.com


«Internet è libertà», la diretta dalla Camera

di David Weinberger

Oggi a Montecitorio il convegno «Internet è libertà, perché dobbiamo difendere la rete». Aprirà i lavori il presidente della Camera, Gianfranco Fini, poi la Lectio magistralis di Lawrence Lessig e diversi interventi. Sul Sole24ore.com la diretta, dalle 15. Nòva24 in edicola dedica la copertina e diversi approfondimenti al valore della Rete.

La libertà di internet riguarda la libertà nel suo complesso, non solo internet. La libertà della rete esce dai propri confini entrando nel terreno politico e culturale (se ne parla oggi a Montecitorio, ndr.). E noi discutiamo su come limitare internet invece di valutare come renderla più libera e aperta.

Abbiamo bisogno di avere chiaro in testa quali timori siano reali e quali siano solo le paure riflesse degli attuali poteri dal momento che la vita della democrazia si sta spostando rapidamente sulla rete. Il web permette alla democrazia di essere realizzata più pienamente rispetto al sistema dei vecchi media controllati dal centro. Internet consente già delle libertà prima sconosciute. Per esempio, come sottolinea Clay Shirky, ci permette di organizzarci senza organizzazioni. Se le istituzioni politiche organizzate ritengono che questo sia una minaccia, hanno ragione. E internet permette a tutti di diventare editori, decidendo quello che secondo loro è importante. Se i media la vedono come una minaccia, hanno anch'essi ragione.

Ma quanto è reale questa minaccia per il vecchio ordine? Abbastanza, dal momento che il movimento della democrazia sulla rete è radicato nella natura stessa della rete. Internet è disegnata per muovere tutta l'informazione in maniera uguale, indipendentemente dal contenuto o dall'orientamento politico. La voce di un singolo cittadino può essere ascoltata alla stregua del più potente magnate dei media. Tutto questo è frutto della natura di internet, pensata per connettere un numero enorme di punti in maniera efficiente. E la rete è stata pensata per non avere un centro...

L'architettura della rete riflette quindi i vecchi sogni della democrazia. Tutte le persone sono uguali. Tutte le idee hanno le stesse opportunità. Le barriere alla partecipazione civile sono state abbassate. Il problema è capire se noi contrasteremo questi sogni o se combatteremo per esaudirli. In ogni caso abbiamo un confronto davanti a noi.
Perché un governo dovrebbe contrastare gli impulsi democratici connessi alla rete? In primo luogo alcuni governi sono preoccupati che internet possa rendere pubblico del materiale che corrompa la cultura nazionale o i giovani. Questo è vero, poiché internet rende disponibile ogni cosa. Ma ogni governo si è già dotato di leggi che proibiscono contenuti del genere. Così le aziende che ospitano contenuti caricati dagli utenti non sono ritenute responsabili. Nessuna azienda sana permetterebbe agli utenti di dialogare se fosse responsabile per ciò che gli utenti dicono. Un'internet senza il contributo degli utenti è tv. È per questo che tutto il mondo guarda alla sentenza italiana contro Google.

In secondo luogo alcuni governi temono che la rete sia utilizzata dai terroristi e quindi non vogliono che le conversazioni siano anonime. Ma i terroristi usano anche i telefoni e le radio. Bastano dieci minuti su Google per trovare i modi per comunicare sul web in maniera anonima. Le leggi contro l'anonimato in rete privano quindi i cittadini rispettosi della legge di una rilevante fetta della loro libertà, senza peraltro ostacolare terroristi o altri criminali. L'anonimato non è solo per i colpevoli. È anche per le persone libere.
Ma c'è ancora molto lavoro da fare. Internet potrebbe essere il medium perfetto per la democrazia, ma non c'è automaticità. Come sottolinea Lawrence Lessig, si può alterare profondamente internet cambiando il suo codice o le leggi.

Un governo potrebbe, per esempio, costringere gli internet cafè a registrare i passaporti dei propri clienti. Un giudice potrebbe minacciare di arresto i responsabili di aziende che pubblicano contenuti controversi. O le nazioni potrebbero lavorare insieme per imporre rigidi controlli sul copyright, distruggendo così il giovane ecosistema dell'informazione dal basso.
Gli ostacoli non mancano. Tutti possono fare il loro sito web, ma un colosso media raggiungerà molte più persone. Abbiamo bisogno di soluzioni per questo problema eterno perché abbiamo bisogno della democrazia.

E per realizzare i sogni della democrazia dobbiamo andare contro la stessa natura umana.
Se abbiamo paura che idee rozze si propaghino tra i cittadini, dobbiamo fare in modo di educarli, non di proibire la diffusione di tutte le idee. Se abbiamo paura che idee false siano facili da raggiungere, dobbiamo fare in modo che le idee false siano contraddette e le buone idee approfondite.

Davanti a noi ci sono quindi due sfide. Una è una battaglia contro internet, ma nei fatti è la vecchia battaglia contro il consolidamento della democrazia. L'altra è la sfida per garantire che un medium adatto in maniera unica alla democrazia nei fatti realizza il suo sogno. Perché quel sogno è il sogno della democrazia stessa.






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mercoledì 10 marzo 2010

De Kerckhove: "Il futuro cammina su sentieri digitali"

[Mediablog 10/03/2010] Derrick de Kerckhove, sociologo belga naturalizzato canadese, allievo di Marshall McLuhan, è considerato uno dei maggiori studiosi mondiali di comunicazione e nuove tecnologie. Attualmente è docente alla facoltà di sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove tiene un corso di Sociologia della cultura digitale.

Hans Magnus Enzensberger ritiene che per studiare l’uomo non ci sia niente di meglio che la strada, un’esposizione universale perenne. Oggi abbiamo anche un’autostrada digitale, la rete, dove tutto, o quasi tutto, avviene. Quanto è importante essere sul web per capire il mondo?

"La virtualità raddoppia la società reale, anzi è la stessa cosa grazie alla nostra dimensione sociale in rete. In qualche modo virtuale e reale sono le facce della stessa medaglia. La nostra realtà è aumentata, condivisa, moltiplicata. Le cose che accadono adesso sono molto veloci: la strada ci dà la dimensione tattile, la dimensione cognitiva è sempre di più legata alla rete, a internet. Se l’uomo della strada ignora la rete si sbaglia completamente: da Napoli al Sud Africa noi siamo assolutamente immersi in un cambiamento profondo che tocca tutti i livelli della società".

I social media sono la nuova frontiera della comunicazione?

"Sì, lo sono in modo sorprendente. I social media sono una realizzazione molto attuale e si configurano come un passo ulteriore rispetto al Web 2.0. Il blog è stato un momento di maturazione di quanto stiamo osservando oggi. Era la molteplicità delle fonti, il pensiero che si esplica in tempo reale. L’idea di networking era legata alle televisioni negli anni 60 e 70. Solo in seguito si è trasferita sullo schermo del computer e la comunicazione è diventata bidirezionale. I social media sono l’estrema maturazione di questo processo".

Dove stiamo andando?

"Suppongo che il futuro vada verso lo sviluppo di computer quantistici, cioè basati sul calcolo quantistico, che superando la logica binaria “sì-no” saranno in grado di eseguire operazioni molto più efficaci dei computer classici. La conoscenza, il sapere, emergono da pressioni diverse come la sensazione tattile o il contesto ambientale in cui una determinata domanda è posta. Il quantum è capace di analizzare una quantità infinita di pressioni e dare risposte più precise. Il computer in futuro sarà sempre di più letteralmente coscienza in rapporto diretto con la mente umana. La macchina sostituirà sempre più il comando, l’operazione, la ricerca: si può immaginare che un giorno basterà pensare una cosa per vederla materializzare immediatamente sullo schermo".

La carta sopravviverà a internet?

Penso di sì. I media non si eliminano l’un l’altro, c’è piuttosto concertazione tra loro. Il libro da sostanza e conferisce autorevolezza a ciò che già esiste in rete. Ciò che passa velocemente nella rete si sostanzia nella carta che fissa il pensiero e lo approfondisce.

Pensa che l’informazione online debba essere a pagamento?

"Sicuro, anche se sono fra i pochi a dirlo. E’ giusto pagare quello che ti serve in rete come paghi un viaggio in aereo o un servizio che ritieni indispensabile per la tua vita. Certo devono essere trovate forme di pagamento più intelligenti di quelle brutali delle telecom. Oggi puoi far pagare la notizia, oppure mantenere la gratuità dell’informazione sfruttando la pubblicità. Sono strategie diverse, entrambe valide, ma resta il fatto che chi produce informazioni utili debba trovare un giusto compenso".

Come proteggere il diritto d’autore nell’era digitale?

"Con i creative commons che danno all’utente la possibilità di citare o usare testi o documenti o file audio e video alle condizioni stabilite sul digitale. E’ necessario accorciare i limiti dei diritti d’autore in modo da creare un mercato semi-regolato che disarmi gli abusi".

L’Italia è rimasta indietro nello sviluppo digitale rispetto ad altri Paesi?

"Sì, totalmente. L’Italia è un Paese molto più capace di quello che esprime in questo momento: un “fascismo elettronico” che si è manifestato con il decreto Alfano o la sentenza del tribunale di Milano che ha condannato i vertici italiani di Google. Dobbiamo stare attenti a non toccare la libertà e i diritti civili. La democrazia è un bene sostanziale della nostra società e va difesa. Anche contro chi vorrebbe imporre controlli sul web".

martedì 9 marzo 2010

Le pratiche mediali dei giovani

[Medialog di Piecesare Rivoltella 07/03/2010] Il 3 marzo scorso sono stato invitato dalla Fondazione Ambrosianeum a commentare i dati del Rapporto Città di Milano 2009. Si tratta di un rapporto che annualmente fotografa la situazione della città dal punto di vista delle tematiche che meglio concorrono a definirne le linee di crescita e gli spazi di intervento. Quest'anno il rapporto ruota interamente attorno alla condizione giovanile. A me è stato chiesto di analizzarne i risultati dal punto di vista delle pratiche sociali dei giovani, tra reale e virtuale, o meglio tra media vecchi e nuovi.
Lo sfondo a partire dal quale ho provato ad accostare il tema è quello della ricerca che negli ultimi tre anni il mio centro, il CREMIT, ha sviluppato sull'argomento e i cui dati sono stati raccolti anche nella città di Milano. Mi riferisco in particolare a: I-pod, You-tube e noi?, un progetto di ricerca-intervento per la prevenzione del cyberbullismo in classe; Guinzaglio elettronico, una ricerca sull'uso intergenerazionale del cellulare nel contesto delle relazioni familiari (ora pubblicato in volume per Donzelli); A che gioco giochiamo, una ricerca sui comportamenti di gioco di bambini e adolescenti (2500 tra gli 8 e i 16 anni ) in Diocesi di Milano per verificare il rapporto esistente tra attività videoludica e di gioco all'aria aperta; infine Crescere nel conflitto (con l'Università di Milano Bicocca) per sviluppare una cultura della mediazione rispetto ai conflitti tra gli adolescenti.
Da questo sfondo si possono isolare tre evidenze utili a leggere le istanze contenute nel Rapporto:
- il problema del luogo;
- il problema della relazione;
- il problema della trasgressione.

1. Sul tema del luogo, il Rapporto in maniera opportuna indica il superamento della dialettica reale/virtuale. Non c'è discontinuità, ma continuità tra le pratiche poste in atto con e senza le tecnologie. La tecnologia è migrata dentro le vite dei giovani, è "reale" anche quando dispone di spazi di interazione mediata.
Piuttosto pare opportuno adottare come criterio di lettura delle pratiche giovanili un'altra coppia categoriale, quella di dentro/fuori. Essa ha a che fare con la questione cruciale della ridefinizione di ciò che è spazio pubblico e di ciò che invece è spazio privato: il confine tra le due dimensioni è reso sottile dalle tecnologie. Nel caso dei giovani si traduce in una sporgenza verso il fuori: estroflessione dell'identità, costruzione del sé nello spazio pubblico.
Infine, in relazione al luogo, occorre sottolineare lo sviluppo della tecnologia verso forme sempre più comode di portabilità. Questo comporta:
- l'emancipazione dal luogo (delocalizzazione) con l'allontanamento del consumo dalla casa;
- la perdita del "controllo" da parte dell'adulto (soprattutto genitore).

2. Quanto alla relazione le nostre ricerche ci dicono che le forme di dipendenza e di autoreclusione (per usare le parole di Charmet nel Rapporto) impattano fortunatamente in modo non significativo (circa l'1% da quanto risulta dal British Journal od Developmental Psychology che dedica un numero monografico, il n.1 2009, al consumo mediale in adolescenza). Questo non significa non preoccuparsene, ma percepire che educativamente parlando occorre lavorare sulla normalità e non solo sulla patologia.
Lo studio della normalità suggerisce alcuni spunti:
- la tecnologia non sostituisce ma prolunga la possibilità della relazione;
- questo materializza un fortissimo bisogno di contatto;
- l'incontro negli ambienti fisici, il face to face, se possibile, è gradito (come emerge quando si chiede riguardo al gradimento per il gioco all'aria aperta registrando come spesso il videogiocare sia la conseguenza dell'impossibilità di giocare all'aperto, soprattutto per problemi legati alla percezione di sicurezza dello spazio pubblico da parte del genitore).
Le attenzioni educative sono altre. Ne indico due:
- la tendenza a protesizzare le proprie competenze sociali attraverso la tecnologia (quando devo dire a qualcuno una cosa spiacevole gli mando un SMS);
- la tendenza a colonizzare i non-tempi con il conseguente fenomeno della fuga dal silenzio (quando ho un tempo libero lo riempio messaggiando, telefonando o giocando con il game-boy).

3. E siamo alla trasgressione. Qui occorre subito appuntare come il confine tra lecito e illecito sia diventato sottile, soprattutto varcabile nelle due direzioni e in modo reversibile (un tratto comune ad altri comportamenti giovanili a rischio, primo fra tutti l'abuso di sostanze). Esso è reso ancora più sottile dai caratteri tecnologici dei media digitali. Penso in particolare alla socialità (confusione tra dentro e fuori) e all'autorialità (facilità di pubblicazione).
Su questa base sono convinto che molti comportamenti trasgressivi siano dovuti sostanzialmente a:
- una cattiva conoscenza delle grammatiche e delle sintassi. Per seguire la metafora: mi pare che i ragazzi imparino a parlare in fretta (in tema di media digitali), ma spesso in modo scorretto;
- un approccio leggero, superficiale, spesso poco consapevole di effetti e impatti delle proprie azioni.
Questo richiama i compiti della famiglia e della scuola. Di fronte alla nuova socialità mediata giovanile, l'atteggiamento è di vietare e sanzionare per proteggere o di negare ed espellere credendo di educare. In questo modo si lascia solo l'adolescente con il suo problema, manifestando tutto il proprio disagio. Occorre invece educare le responsabilità perché oggi la competenza mediale è una delle competenze di cittadinanza-chiave. Nel Rapporto viene opportunamente richiamato.

CocreateLondon.com e l'utilità dei social network

[PaoloRattoBlog 06/03/2010]Per tutti coloro che credono che tutti i Social Network siano un inutile spreco di tempo, ecco CocreateLondon.com: la testimonianza che ci può essere qualcosa di buono anche nello sterminato campo delle applicazioni sociali. Questo interessante progetto vuole dare la possibilità a tutti i cittadini della metropoli londinese, di migliorare la propria città. Tutti sono invitati a proporre delle idee con lo scopo di "make London a better place". In seguito le idee vengono votate e condivise dagli utenti, come accade normalmente su Digg, e altri "social network dell'informazione". Dopo il primo step "virtuale", le idee più votate verranno studiate in workshop offline per valutarne la realizzabilità. L'obiettivo finale è arrivare direttamente al sindaco e trasformare effettivamente le proposte in soluzioni reali per la città.
Al momento oltre 230 le idee "pervenute", 180 le persone implicate e più di 2000 i voti espressi. Le proposte sono le più svariate e vanno dalla copertura Wi-fi per tutta la città a una gestione più funzionale della metropolitana.
Vorrei sottolineare la potenziale utilità di iniziative come questa che potrebbero portare (finalmente...?) ad un utilizzo appropriato degli strumenti sociali a disposizione, per esempio in ambito politico-amministrativo, a livello locale (l'utopistica interazione cittadino-PA?!?). La condivisione è senza dubbio il motore dei Social Network: spesso però il motore viene alimentato male. La benzina/contenuto è spesso scadente, inutile, ridondante (farmvilliani non arrabbiatevi... sono consapevole che anche il gioco voglia la sua parte...!). Cerchiamo invece di prendere spunto da questa iniziativa semplice ma propositiva, stimolante, insomma utile.

domenica 7 marzo 2010

Le nuove regole del giornalismo

[Mediablog 07/03/2010]

Dipartimento di Stato americano, due passi dalla Casa Bianca. Il Foreign Press Centers ha organizzato una serie di incontri con la prima linea dei responsabili per i nuovi media del presidente Barack Obama. Nella stanza 1107 una sorridente ragazzina bionda con un diamante incastonato nel naso affronta sicura 30 giornalisti arrivati da tutto il mondo. E capisci in un istante che il Vecchio Continente è di nuovo rimasto indietro.

Katie Dowd, New Media Director, ha le idee chiare: quando si riferisce ai social network - Facebook o Twitter, Youtube o Flickr - parla di “Social Media”, cioè dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Perché è lì che oggi stanno le persone ed è lì che l’amministrazione Obama ha deciso di combattere la sua battaglia per portare la trasparenza della politica tra i cittadini e gli elettori: “Dobbiamo mettere i nostri contenuti, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, sorride la giovane Katie.

Mentre il Vecchio Mondo discute sul lato oscuro della rete, sull’influenza positiva o negativa dei social network sui giovani, sulla cannibalizzazione dei media tradizionali da parte di internet, l’America di Obama ha fatto una scelta di campo: non più stare semplicemente sulla rete con i propri siti, ma fare parte della rete, un mondo condiviso e interattivo. Questi cambiamenti radicali che stanno segnando il mondo dell’informazione - ma non solo quello - hanno prodotto le nuove “3 C” della comunicazione del futuro di cui parlano Massimo Gaggi e Marco Bardazzi nel libro “L’ultima notizia” (Rizzoli): “Condivisione, comunità, conversazione”. Non è un caso che l’analisi della “crisi degli imperi di carta” arrivi da due giornalisti che conoscono molto bene la realtà americana. Gaggi è corrispondente da New York per il Corriere della Sera; Bardazzi è stato per molti anni corrisponde dell’Ansa dagli Stati Uniti prima di passare alla Stampa.

Proprio negli Stati Uniti l’editoria moderna, nata nel 1830 con la Penny Press, sta attraversando il suo periodo peggiore. Alcuni giornali finiti in bancarotta hanno dovuto cessare le pubblicazioni, molti giornalisti sono stati mandati a casa, i tagli sono stati comunque feroci ovunque. Eppure, chi ha perso il lavoro non si è arreso. Per cercare di sopravvivere alla tempesta, molti giornalisti hanno fatto corsi di aggiornamento professionale, sono tornati sui banchi delle università, hanno imparato a gestire le nuove piattaforme web (i social media), a realizzare video e usare i linguaggi di internet. Quando l’economia ripartirà si troveranno nella posizione migliore, perché anche nella crisi hanno saputo vedere le molte cose che stanno cambiando e con esse l’opportunità di un giornalismo migliore.

E’ la stessa logica abbracciata dal dipartimento di Stato Usa: “Il mondo sta cambiando velocemente - dice Alec Ross, giovanissimo responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton - e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”. Anche la politica, che è stata per secoli comunicazione tra i governi, riconosce che oggi è giunto il tempo di una comunicazione tra il governo e le persone.

“I social media sono una nuova audience”, spiega Gordon Duguid, portavoce del Dipartimento di Stato. “Ora ci sono milioni di persone nel mondo che usano solo questi media per cercare le notizie. Noi abbiamo fatto il salto: siamo entrati nei social media per stare in contatto e dialogare con questa gente”.

Certo, nessuno si nasconde che il futuro è ancora opaco e che molto deve essere ancora capito: i vecchi modelli di business sono entrati in crisi prima che ne nascessero di nuovi. Ma se il giornalismo riuscirà a ritrovare la strada per tornare rilevante - le “3 C” storiche indicate da Gaggi e Bardazzi: “Contenuti, credibilità, creatività” - non ci saranno problemi: né per i giornali di carta, né per le versioni online. In fondo dobbiamo solo capire come traghettare l’integrità originaria del giornalismo nel nuovo mondo digitale. Questa è la risposta che dobbiamo ai lettori.

Marco Pratellesi

martedì 2 marzo 2010

Una (buona) lettura dei nuovi media e del web 2.0

[Nove100 01/03/2010]

Tra il 1992 e il 1994, venne creata la struttura portante di internet. Nell'arco dei successivi quindici anni, sono avvenuti molti cambiamenti nel mondo della rete. Uno dei fatti più significativi è la rapida diffusione di quell'insieme di tecnologie informatiche e di comunicazione che al giorno d'oggi fanno ormai parte della vita di molte persone.

In questi ultimi anni, molto è stato detto e scritto sui nuovi media e sul web. In tal senso, è recentemente uscito un testo che si concentra sulle trasformazioni di tre aspetti fondamentali della società digitale: la comunicazione, la formazione e l'economia. Si tratta del libro "I nuovi media e il web 2.0. Comunicazione, formazione ed economia nella società digitale" (Guerini ed Associati Editore, Milano 2009). Gli autori sono Paolo Ferri, professore di teoria e tecniche dei nuovi media e tecnologie didattiche all'Università degli Studi di Milano "Bicocca", dove dirige l'Osservatorio Nuovi Media; Stefano Mizzella, ricercatore all'Osservatorio Nuovi Media dell'Università di Milano "Bicocca", co-direttore del Social Media Lab all'Università IULM di Milano e consulente sui new media, Francesca Scenini, dottoranda in "Tecnologie per la comunicazione e l'informazione applicate alla società della conoscenza e ai processi educativi" all'Università di Milano "Bicocca".

Il pregio del libro è nella sua trasversalità: ha un lato saggistico, poiché fornisce una chiave interpretativa dell'impatto del web e del social networking nelle pratiche comunicative, sociali e professionali, ed offre una prospettiva manualistica, in quanto presenta le teorie di base sui nuovi media e sulle tecnologie didattiche.

Qui c'è l'introduzione del volume, gratuitamente scaricabile.

L’informazione ai tempi di Internet

[oneweb2.0 01/03/2010]

Sono tanti gli aspetti della vita, sia a livello sociale, sia a quello istituzionale o politico, che il Web ha contribuito a cambiare, talvolta con miglioramenti sensibili e gradite semplificazioni a vantaggio degli utenti, altre volte con effetti meno vantaggiosi e soprattutto non sempre positivi.

Di certo, ad essere stato pesantemente modificato dall’arrivo di Internet e in particolare dalla cultura del Web 2.0, è stato il rapporto tra il mondo dell’informazione e gli utenti.

In questo caso, le tendenze più indicative arrivano dagli USA, dove, secondo un sondaggio ordinato da “Pew Internet and American Life Project and Project for Excellence in Journalism”, Internet risulta la terza fonte di informazioni più sfruttata dopo i telegiornali locali e nazionali e dove, soprattutto, si assiste sempre di più ad un cambiamento che investe non soltanto il modo o la piattaforma da cui ricevere le notizie, quanto la maniera stessa di “utilizzarle”.

Parliamo proprio di “utilizzo”, nonostante il termine possa apparire un pochino improprio riferendosi alle news, poiché l’avvento di blog, forum, social network e siti di microblogging ha sostanzialmente stravolto l’eco-sistema dell’informazione preesistente, andando a scardinare perfino quello che era il ciclo di vita di una news.

Infatti, se prima il percorso seguito dall’informazione andava da chi la produceva per arrivare fino al lettore (spettatore/ascoltatore a seconda del mezzo usato) per fermarsi al massimo nel circolo di passaparola tra quest’ultimo ed eventuali interlocutori coi quali la notizia veniva commentata, con il Web di oggi la notizia ha visto ampliare il suo ciclo di vita, arrivando a subire puntualmente, dopo la sua prima diffusione, un processo di condivisione, assimilazione, arricchimento e partecipazione per cui, alla fine del suo percorso, molto è stato aggiunto al contenuto originale, tanto da poter dire che, al giorno d’oggi, anche gli utenti collaborano attivamente alla creazione stessa della notizia.

Secondo le interpretazioni date dagli esperti al sondaggio sopra menzionato, gli utenti non sono più ricettori passivi delle informazioni, essi adesso sono in grado di filtrare, valutare con cognizione critica e perfino reagire alle notizie, mostrando un pubblico dinamico e notevolmente più evoluto di quello esistente fino a qualche tempo fa.

Una vera e propria “informazione integrata” e collaborativa insomma, che va al di là dell’altrettanto conosciuto “cityzen journalism”, anche se viaggia di pari passo accanto ad esso.

La dimostrazione di questo cambio di filosofia la si ritrova anche nel diverso modo di fruire delle notizie, che vede protagonista sempre più spesso la piattaforma mobile quale mezzo preferito dalla gente, con una percentuale superiore al 30% degli utenti che hanno accesso all’informazione da smartphone e altri dispositivi equivalenti.

Di tali effetti si hanno i primi esempi in Italia, dove però la fruizione delle informazioni risulta ancora essere fedele ai canoni tradizionali, anche se la tendenza verso un’informazione collaborativa sembra essere in aumento anche presso i giovani, i primi a diffondere, commentare e condividere le informazioni su social network, forum e blog, mentre appare ancora legata schemi “verticali” (l’informazione che arriva dall’alto e che, come tale, viene accettata) buona parte della popolazione più matura.

Giuseppe Cutrone