lunedì 18 gennaio 2010

Un contratto sociale per proteggere il web

[Il sole 24ore 16/01/10]Da guru della prima ora a critico preoccupato. Jaron Lanier, 49 anni, mette in guardia contro la deriva del web 2.0: «L'idea iniziale di internet era collegare la gente, oggi assistiamo a un isolamento fra le persone».
La rivoluzione digitale è stata tradita; sull'autostrada elettronica viaggia un mondo anomino, preda di appiattimento e impoverimento culturale, dove può crescere "mob mentality", la mentalità da linciaggio. Lanier offre una possibile soluzione: un nuovo contratto sociale per il web, fondato su un sistema di micropagamenti gestito direttamente dal governo, piuttosto che da un'azienda quale Google. La sua idea parte da un ragionamento: il contenuto gratuito può sembrare attraente ma non lo è davvero, perché sottrae risorse alla creatività. Invece, sottolinea Lanier, «un sistema di piccoli pagamenti, per pezzi d'informazione o opere d'ingegno, potrebbe essere accettato da tutti, potrebbe incentivare l'innovazione e creare un nuovo equilibrio: l'importante è che l'accesso sia a basso costo e universale». Occorre - questa è la sua proposta - una forma di protezione, di riconoscimento del contenuto, forse diversa, meno rigida del copyright.

Il guru, inoltre, è preoccupato per il possibile imbarbarimento della Rete: «Il problema esiste: quando le persone non sono più individui, emergono la mentalità del branco, il rischio di escalation della crudeltà e di posizione estreme, che poi internet amplifica enormemente. Mi auguro di sbagliarmi. Credo che la riforma auspicata, con incentivi ad assumersi la responsabilità di quanto compare sul web, possa avere un effetto civilizzante».

E, ora, dopo aver espresso tutti i suoi dubbi sulla Rete nel suo ultimo "You are not a gadget: a manifesto", incassa anche le accuse di essere un nostalgico della prima ora: «Sono un idealista, non un fautore di concezioni elitarie del web e accetto come un complimento la definizione di romantico».

Jaron Lanier lancia un allarme sul futuro di internet e dell'umanità: se viene considerato alla stregua di un gigante vivo, se a questo novello Moloch si sacrifica l'individuo, il risultato è tutt'altro che auspicabile. «L'idea era collegare la gente - dice -, la realtà è diventata l'isolamento». La rivoluzione digitale è stata tradita; sull'autostrada elettronica viaggia un mondo anomino, preda di appiattimento e impoverimento culturale, dove può crescere mob mentality, la mentalità da linciaggio. Dove il modello prevalente che vuole tutto aperto e gratuito minaccia di far sparire intellettuali e artisti, impossibilitati "a guadagnarsi da vivere". Dove l'unica cultura protetta resta la pubblicità. Dove avanza il totalitarismo della hive mind, la mente-alveare, spronato da protagonisti quali Google, Wikipedia e Facebook («Un insulto alla nozione di amicizia»). Tanto da azzardare paralleli tra uno di questi, Google, e le autorità cinesi: vocazione al partito unico da una parte, all'accesso unico al web dall'altra. Anche se Lanier riconosce il coraggio dell'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page nello scontro con Pechino sulla censura.

L'allarme può sembrare apocalittico, ma il messaggero ha carte in regola. Lanier offre una risposta: un nuovo contratto sociale per il web, fondato su un sistema di micropagamenti gestito dal governo. A 49 anni e con i capelli raccolti in lunghi boccoli, nel cyberspazio è oggetto di culto: si è meritato, ama ricordare con un sorriso, un francobollo dall'isola di Palau. E al 92 Street Y, l'istituzione culturale newyorchese dove lo incontriamo, è pronto a discutere la sua ultima incarnazione: quella di autore di libri, reduce dalla pubblicazione di You are not a Gadget, a manifesto. Pagine che coronano la storia di un autentico pioniere. Nato a New York, è cresciuto nel New Mexico, il padre scrittore di fantascienza e la madre pianista, è nel deserto che ha imparato a programmare computer: la locale università pullulava di esperti high-tech, per la concentrazione di attività militari. Le sue precoci conoscenze gli tornarono utili quando, dopo vari mestieri compreso il pastore di capre, arrivò nella Silicon Valley. Qui trovò facilmente lavoro, e anche il proverbiale garage per i suoi esperimenti. Quelli sulla realtà virtuale, di cui è considerato il padre. Ne seguì una società, Vpl Research, poi persa. I suoi eclettici interessi intellettuali non si sono arrestati: è musicista e compositore, ha suonato con artisti contemporanei da Philip Glass a Ornette Coleman, e vanta una collezione di mille strumenti rari. E colleziona anche incarichi universitari e aziendali, da docente interdisciplinare a Berkeley a collaborazioni con Microsoft.

Che cosa è accaduto a suo avviso sull'autostrada elettronica?
Il mio non è un attacco generalizzato. Siamo davanti a una "torta" con più strati: i primi due, l'internet e il web che permettono connessione e interazione, sono cruciali per un mondo globale, per l'umanità e la sua sopravvivenza. Il problema è l'ultimo strato, il più recente, il web 2.0, che promuove una libertà per le macchine più che per le persone. È la convinzione che internet sia un sistema con vita propria, frutto d'una visione assolutista dei computer e del web, quasi fossero superiori all'essere umano e capaci di controllare il pianeta. La glorificazione di una open culture, di collaborazioni collettive e anonime stile Wikipedia, che può mortificare l'innovazione, che premia la quantità sulla qualità.

Un esempio di questi effetti deteriori?
Nella musica in un decennio è diventato difficile differenziare, a meno che non si conoscano i gruppi. Il problema non è prendere in prestito materiale, ma l'infinita possibilità di copiare, la perdita della fonte originaria. L'errore su internet è stata la promozione di un tipo di apertura che ha generato una "poltiglia" senza senso, nemica dell'introspezione, della chiarezza di pensiero. E una tendenza alla mediocrità, non all'eccellenza. Occorre una forma di protezione, di riconoscimento del contenuto, forse diversa, meno rigida del copyright. La sola forma di cultura protetta e pagata, nell'universo dei signori di internet, quelli che chiamo i Lords of the clouds, diventa ormai la pubblicità. Google o Facebook, pur se in molti casi considero i loro dirigenti miei amici, trattano la gente come prodotti, da vendere agli inserzionisti. E l'accesso gratuito e indiscriminato al contenuto toglie risorse indispensabili a tanti, da artisti a giornalisti. Rendere tutti poveri non funziona né online, né nel mondo reale.

Lei propone in alternativa un sistema di micropagamenti, ma questo potrebbe trasformarla in un alleato di altri re dei media, quali Rupert Murdoch...
Non sono abituato a trovarmi d'accordo con Murdoch. Quello che credo è che l'idea del contenuto gratuito sembri attraente ma non lo sia davvero, perché sottrae risorse alla creatività. Un sistema di piccoli pagamenti, per pezzi di informazione o opere, potrebbe essere accettato da tutti, capace di incentivare l'innovazione, di creare un nuovo equilibrio. L'importante è che l'accesso sia a basso costo e universale. E preferisco il governo per gestire un simile sistema che non un'azienda quale Google.

Parlando di Google, non trova incoraggiante la sua sfida alla Cina sulla censura?
È un gesto coraggioso e spero abbia successo. Questo non significa che il modello di Google sia sostenibile. Anzi, vedo similitudini con Pechino: il partito comunista vuole il controllo politico, della realtà; Google vuole essere il grande punto di passaggio per internet, per vendere pubblicità. Anzi, si spinge sempre oltre. Sta studiando la vendita di spazi pubblicitari virtuali nel mondo, anche sopra l'immagine della vostra casa.

Teme che sul nuovo internet, quello dell'anonimato, crescano imbarbarimento, effetto "mob", risse e linciaggi?
Non temo la barbarie ma il problema esiste. Esistono casi di suicidi dopo campagne sul web. Si afferma, quando le persone non sono più individui, la mentalità del branco, il rischio di escalation della crudeltà e di posizione estreme, che internet amplifica enormemente. Mi auguro di sbagliarmi. Credo che la riforma auspicata, con incentivi ad assumersi la responsabilità di quanto compare sul web, possa avere un effetto civilizzante.

Qualcuno le rimprovera di essere un inguaribile romantico, nostagico di un'irripetibile infanzia di internet. Si sente superato dai tempi?
Sono un idealista, non un fautore di concezioni elitarie del web. Accetto come un complimento la definizione di romantico.
Marco Valsania

sabato 16 gennaio 2010

Always on

[Vita digitale 16/01/01]Sempre più connessi, ovunque ci troviamo. Essere collegati a Internet non è più un lusso ma una necessità: lo slogan arriva direttamente dall’ultimo «Electronic Show» di Las Vegas e a declamarlo sono stati, concordemente, tutti i colossi dell’hi-tech. Che se da un lato, così dicendo, non si fa altro che portare acqua a un mulino già funzionante a pieno regime, dall’altro va riconosciuto come la tendenza all’always on non fa altro che fotografare un anno, quello appena passato, dove sono crollati tutti in consumi tranne quelli legati all’elettronica e in particolar modo alla connettività alla Rete. Per contattare gli amici, trovare lavoro, fare acquisti o confrontare prezzi, cercare forme di intrattenimento, o viaggi low cost: sono saliti al 47,3% (dal 42% che erano nel 2008, secondo l’Istat) gli italiani che sono andati in Rete nel 2009, anche come possibile forma di risparmio. E se la maggior parte delle connessioni avviene ancora dal computer di casa e da quello dell’ufficio, proprio dalla fiera americana che si è chiusa lo scorso weekend arrivano sempre più suggestioni per non dover fare mai a meno di un buon collegamento al Web.

Cellulari, smartbook e tablet pc
In attesa, per le connessioni «fisse», di una maggiore diffusione della banda larga anche da noi (solo il 34,5% della popolazione italiana vi ha accesso), e dell’arrivo della connettività 4G per cellulari, portare la Rete sempre con sé è ormai un’abitudine consolidata. Grazie per esempio a telefonini sempre più intelligenti e dagli schermi sempre più grandi. Come il GW990 presentato in Nevada dalla LG: con uno schermo da 4,8 pollici è difficile non solo da portare, ma anche capire quanto sia distante da un tablet pc vero e proprio. Questi ultimi, minicomputer con schermi rigorosamente touch — e che, senza tastiera, diventano slate pc — sono stati i veri protagonisti del Ces 2010. Concepiti appositamente per navigare e usufruire ovunque ci troviamo dei contenuti online, siano essi video, musica o libri e giornali, secondo gli esperti sono i nostri futuri oggetti del desiderio. Dal modello della Hp con Windows 7 che è stato presentato dal presidente di Microsoft, Steve Ballmer, all’iSlate di Apple, verosimilmente il futuro riferimento per tutta la categoria, la cui presentazione a opera di Steve Jobs è invece attesa (con trepidazione) a fine mese. Nel mezzo dei due colossi, tante le novità presenti negli stand della fiera. Lo smartbook della Freescale, per esempio, colorato e con dimensioni ridotte, e il curioso Ideapad U1 Hybrid della Lenovo: un netbook da cui è possibile «staccare» lo schermo che diventa così un vero tablet indipendente. Un grande ruolo verrà giocato per questo tipo di terminali i portatili che monteranno il sistema operativo Android, concepito da Google proprio per lavorare in costante collegamento online. Al Ces sono state fatte due anticipazioni che hanno creato grande attesa: l’elegante slate pc della Dell e il laptop low cost (da meno di 200 euro) della Hp.

Tv intelligenti e connesse
Sempre più «smart», a differenza spesso dei programmi che poi trasmettono, lo stanno diventando anche le nostre tv di casa, altro — nuovo — terminale della nostra vita online. Sony in testa con la serie Bravia, poi Sanyo, Philips, Toshiba, tutti vogliono portarci l’Internet semplificata grazie all’uso del telecomando. Ma il Web da salotto non vuole tanto essere legato alla pura navigazione, quanto al portare sullo schermo che ci è più famigliare i contenuti e i servizi della Rete. Così Lg e Panasonic hanno presentato un’applicazione di Skype che ci permetterà di videotelefonare a basso costo stando seduti sul divano. Il leader di settore Samsung, da parte sua, con il progetto «Internet@Tv» ha annunciato invece un vero negozio online di programmi da utilizzare sulla propria tv, per crearsi i propri palinsesti, videogiocare online o ascoltare le web-radio.

Internet da cruscotto
Ma le vie della Rete non sono ancora finite. Con una parte sempre più rilevante della giornata spesa in macchina, le nostre auto non potevano che essere la nuova frontiera dell’online. Ci si stanno buttando tutte le principali case autmobilistiche, da Honda a Bmw, da Audi a Toyota. Seguendo il successo del pioniere «Blue&me» di Fiat (un milione di auto vendute), progetto maggiormente legato all’intrattenimento, Microsoft ha annunciato le partnership con Ford e Kia. L’azienda americana aggiungerà al Sync un nuovo schermo a tocco da cui navigare, vedere video in alta defnizione e — volendo — utilizzare Twitter. Progetto simile, dal nome Uvo, per le vetture coreane. Il tutto in barba, a dire il vero, ai crescenti allarmi per le distrazioni eccessive per i guidatori.
Federico Cella

giovedì 14 gennaio 2010

Il Web non può essere demonizzato

[Italia Oggi 14/01/10] Si ripeterebbe l'errore dei luddisti che distruggevano le macchine che producevano di più


La rete causa problemi ma suscita anche grandi opportunità

Lascia perplessi tanta polemica sulla “Rete” , il web che sarebbe plebeo, che Il Sole 24 ore sta rappresentando come un grande tema di dibattito cultural-social-tecnologico. Lasciano infatti perplessi queste generiche bordate critiche contro Internet, il suo popolo, la sua incultura, la marmellata mediatica che lo ingolfa, in cui deplorevolmente l'opinione di un Pinco Pallino qualunque pesa quanto quella di un Nobel e la certezza scientifica delle voci enciclopediche tradizionali è cancellata dalla inattendibile discrezionalità di Wikipedia.

E ancor più perplessi lascia il fatto che, a muovere questa polemica, siano anche alcuni pionieri del web, che, meglio di chiunque altro, dovrebbero conoscere la natura intimamente «perequativa» della Rete. In essa infatti il pensiero di un premio Nobel rischia di finire oscurato o quanto meno equiparato a quello di un illetterato , di un integralista, di un matto o di uno speculatore.

Guarda caso, questa inguaribile «orizzontalità» qualitativa del web è condivisa da un'altra e ben più antica istituzione umana, la democrazia, dove, appunto, il voto di Esposito Gennaro vale quanto quello del Principe dè Curtis. E viene in mente una citazione poetica proprio di Totò, da “La livella”: «'A rete, o ssaje che è? È 'na livella...», scriveva il Principe, anche se si riferiva alla morte.

Già, la Rete è (anche) una livella culturale. Che equipara plebei a chierici e letterati. Uno specchio asettico dell'umanità, da cui viene popolata con tutti i suoi pregi (fantasia, ideali, sentimenti ) ma anche con i suoi difetti, nessuno escluso, criminalità compresa: sia quella da sempre «web-based», per esempio la pedopornografia o il phishing, sia quella tradizionale che semplicemente usa il web come un fantastico strumento di comunicazione veloce: Skype, ad esempio, così poco intercettabile dagli inquirenti, oltre che così dannosa ai conti delle compagnie telefoniche. Ma Skype è anche così straordinariamente utile alle relazioni umane tra le centinaia di migliaia di emigranti che, la sera, gratis, mantengono vivi gli affetti familiari parlandosi in lunghe videotelefonate transoceaniche che erano ancora impossibili cinque anni fa. Si dirà che però la Rete, e soprattutto il “Web 2.0”, cioè l'orgia dei siti di “social network” come Facebook o MySpace, sta abbattendo anche le sacrosante paratie che avrebbero dovuto permanere tra chi sa e chi non sa, tra chi può insegnare e chi, prima di parlare, deve imparare. C'è del vero in questo, ma c'è anche tanto snobismo aristocraticistico. Perché, prima della Rete, noi chierici della carta stampata tradizionale (news e letteratura, storiografia, filosofia) semplicemente ce la cantavamo e suonavamo da soli, senza contatti profondi con la massa, confinata in un'ignoranza che, ancora cinquant'anni fa, anche in Italia, era totale. Oggi, il lessico orripilante di veline e tronisti fa accapponare la pelle, ma trent'anni fa, prima del web e di quella sua progenitrice anti-culturale che è stata la tv commerciale questi ragazzini e ragazzine parlavano ancora peggio, usavano soltanto il loro dialetto. Ora, almeno, parlano l'italiese di Rai1 e Canale 5. E, se non vogliamo vederci del progresso culturale per lo meno non intestardiamoci a vederci del regresso.

I media e la cultura ante-Rete lasciavano la casta dei colti nella confortevole certezza di essere una casta riconosciuta e protetta, e anche ben pagata. Ma, in termini sostanziali, cioè sociali, era un'illusione ottica. Il «cultural divide», il fossato culurale era alto più dell'attuale «digital divide», fossato tecnologico digitale. Quella certezza di casta e di privilegio elitario è oggi evaporata. Per dar posto, però (e purtroppo), a un marasma informativo, alla famosa e vituperata marmellata cultural-mediatica. Solo un danno? Non lo credo. Questo marasma ha infatti il pregio di non escludere più nessuno, di aderire alla realtà e di contaminare (o almeno raggiungere) quasi tutta l'umanità «vera»: salvo il pur grave e ancora alto digital divide. Nell'era della rete, un minimo gradino di consapevolezza e di cultura che tutto il popolo del web riesca a salire, è un gradino su cui veramente sale il mondo intero. E c'è da chiedersi se valga di più un'ascesa di 10 centimetri che coinvolge miliardi di persone o un balzo di dieci metri riservato a un'élite. Viene da fare un esempio, che arriva dai due figli di chi scrive, due ragazzini di 13 e 14 anni nati con Internet. Su Youtube i video di Paul Potts, quel fenomenale talento canoro lirico inglese, sono più visti di quelli di Pavarotti. Ma i ragazzi, che sono inciampati in Paul Potts perchè se lo sono trovato appunto tra i video «più visti» della home page di Youtube, adesso girano per casa canticchiando «Nessun dorma», che, se era per il loro papà (appassionato di lirica come del fumo negli occhi), non avrebbero mai imparato. E c'è ancora una considerazione: siamo sicuri che, prima della Rete, l'industria culturale non puntasse comunque anche «al peggio» per allargare il proprio mercato? Forse che i quotidiani tabloid britannici, quelli con le starlette in topless a pagina 3, non erano, alla fin fine, antesignani di questo svacco culturale che oggi si vuole addebitare solo alla Rete ma che in realtà ne prescinde e ne ha di molto anticipato la nascita?

Forse, e in verità, dietro questa polemica contro la “Rete plebea” ci sono in realtà i mal di pancia di una categoria (in senso la lato quella degli operatori culturali, dell'informazione e comunque di coloro che vivono grazie alla tutela della proprietà intellettuale) che si vede come su un iceberg in liquefazione, si accorge di essere priva del suo storico mercato di riferimento e teme, giustamente, per il suo avvenire. Effettivamente, il problema della liquefazione del mercato della cultura e dell'informazione di qualità (quella che costa perché è a pagamento) sgominata dalla marmellata dei socialnetwork e della Wikifuffa è un problema grave, sta facendo danni, sta distruggendo valore e lavoro. Ma, dietro questi alberi che cadono, si può già scorgere la foresta che cresce, quella dei Paul Potts, quella dei corsi audiovideo di sax (amatoriali ma eccellenti) che segue uno dei miei ragazzi e dei corsi, anch'essi amatoriali ma divertenti e ben fatti, di prestigitazione, che segue l'altro. Roba che non aveva mai avuto mercato, ma cui la Rete ha dato spazio, gratis.

Non desumiamo dalla constatazione di un problema grave e pressante (la crisi congiunturale di un settore ) la fine già scritta di un mondo. Le enciclopedie che noi cinquantenni abbiamo usato da ragazzi, erano figlie divulgatrici e commerciali di quella incomprabile enciclopedia che due secoli prima aveva scritto Diderot. Oggi Wikipedia sarà l'eccesso opposto, ma, a lungo termine, i vantaggi sociali e culturali di queste fenomeno straordinario che è la Rete, la più straordinaria rivoluzione culturale umana dalla scrittura in poi, si riveleranno infinitamente superiori ai danni.

Pertanto, anzichè stracciarsi le vesti e alzare steccati contro la volgarizzazione indotta dal web, forse è più utile e giusto inventare antidoti a certi eccessi, spremendosi le meningi.

Ci sta riuscendo, per esempio, il cinema, così martoriato dal peer-to-peer, cioè dalla pirateria informatica di chi scarica gratis dal web i film appena usciti e anziché vederseli al cinema pagando il biglietto se li scrocca a casa sua, sul piccolo schermo. I grandi registi, valorizzando creativamente e tecnologicamente le dimensioni del grande schermo come arma totale contro la comoda e gratuita, ma misera, fruizione domestica sul piccolo schermo, hanno capito che posso puntare sul 3D, la tecnica di ripresa in tre dimensioni, vecchia di vent'anni ma esplosa solo adesso. Sarà un caso? Altro che caso. La verità è che la tridimensionalità restituisce valore e gusto alla visione di un film nella sala cinematografica anziché sul piccolo schermo. Non serve avere tredici anni per accorgersi che un film in 3D visto a casa sul video del televisore o del pc fa pena, mentre visto in sala fa dimenticare in due minuti il peso degli occhialoni rosso-verdi.

In conclusione, e in sintesi: è certo che oggi il web sta distruggendo valori economici e culturali a man salva. Eppure, contemporaneamente, il boom della Rete sta finalmente aprendo le porte dell'accesso alla promozione culturale a una platea che tende virtualmente a coincidere con l'umanità tutta. È ovvio che gli effetti benefici di questa apertura si vedranno tra molto tempo mentre a breve termine se ne stanno misurando solo gli effetti deteriori e distruttivi. Ma tutte le grandi discontinuità tecnologiche hanno avuto questa sfasature d'approccio con le preesistenti realtà. I figli degli operai di John Ludd, di quegli operai che sfasciavano i telai meccanici nel vano tentativo di difendere i loro posti di lavoro nelle vecchie filande manuali, avranno senz'altro potuto vestirsi meglio dei loro padri, comprando a buon mercato gli abiti realizzati con i tessuti industriali resi prodotti grazie a quell'innovazione. Sarà così anche per la Rete. Solo che è toccato a questa nostra generazione il ruolo ingrato di chi dell'innovazione paga i costi e non gode i benefici.
Giulio Genoino

mercoledì 13 gennaio 2010

Facebook formato bambini

[TGCOM 12/01/10] Shidonni ovvero il social network a misura dei più piccoli. Una sorta di facebook capace però di tenere fuori dalla porta violenza o egoismo e di rappresentare il mondo proprio come lo disegnerebbe un bambino. Questa l’idea realizzata da un gruppo di israeliani nella cittadina di Rehovot, a sud di Tel Aviv e diventata in poco tempo il primo e più popolato social network per utenti under 12.
Superata da poco la soglia dei 200.000 utenti, Shidonni e’ stato gia’ tradotto in otto lingue ed entro due mesi, secondo quanto svelano i suoi ideatori, sara’ disponibile anche in versione italiana.
“Alla base del sito - spiega Ido Mazursky, fondatore e amministratore delegato di Shidonni - c’è un concetto molto semplice: il bambino disegna il suo personaggio o qualsiasi oggetto desideri e noi gli diamo vita”. Niente di strano quindi che lo spazio virtuale di Shidonni sia popolato da giraffe rosse a pois e da creature metà cane e metà mucca che si cimentano in gare di ballo o guidano auto velocissime.

Il sito prevede inoltre la possibilità di acquistare un pupazzo realizzato a mano del proprio alter ego. Secondo Mazursky, l’unico limite di questo mondo e’ la fantasia del bambino.
A differenza di Facebook, Shidonni non permette interazioni con utenti sconosciuti: garantendo un livello di tutela e protezione per il quale ha ricevuto un riconoscimento internazionale dalla Coalizione per la sicurezza su internet lo scorso settembre.

Una Top Ten dei marketing moments 2009

[Ninja Marketing 12/01/10]Ad ogni nuovo inizio è bene guardarsi indietro, fare un bilancio del positivo e trarne insegnamento per il futuro. Chi ha scritto le migliori pagine del marketing nel 2009?

La testata online Marketing Magazine ha stilato una top ten dei “marketing moments” più rilevanti per lo scenario britannico: dalla campagna per il 25° anniversario di Virgin Atlantic alla legislazione sul product placement in tv.

Il Los Angeles Times ha invece elencato i dieci eventi nei quali i social media hanno giocato un ruolo principale: in primis, il ruolo del sito TMZ nei primi attimi dopo la morte di Michael Jackson, il lancio di Google Wave e la diffusione su Twitter delle proteste in Iran.

E se provassimo anche noi ad immaginare, senza pretesa di esaustività, una classifica dei marketing moments che hanno segnato il 2009 all’insegna della non convenzionalità? Ecco le campagne, i prodotti e i brand che nel giro di un anno sono diventati case histories, accompagnati dagli eventi e dai trend che hanno polarizzato i dibattiti sul marketing non convenzionale.

Top ten marketing moments del 2009
10. Imposizioni della FTC sui rapporti tra advertising e blogosfera
La ricerca di trasparenza ed autenticità nelle conversazioni con i brand è un’esigenza che si è rafforzata dopo la crisi economica. Non è un caso quindi se ad ottobre la Federal Trade Commission ha deciso di regolamentare le recensioni di prodotti e servizi sui social media. Revisionando le linee guida, datate 1980, sull’utilizzo di endorsement e testimonial in pubblicità, la FTC a partire dal 1 dicembre ha obbligato i blogger “a dichiarare apertamente qualsiasi connessione materiale ad un advertiser, in riferimento alla ricezione di compensi o prodotti gratuiti in cambio di endorsement” – pena una multa fino ad 11,000USD. A scontarne le conseguenze saranno non solo le mommy blogger americane abituate a ricevere campioni omaggio da recensire, ma anche le celebrities. Che adesso, grazie al numero di follower, regnano incontrastati su siti come Ad.ly e Sponsored Tweets: Ashton Kutcher promuove in libertà la macchina fotografica Nikon D5000 e Kim Kardashian viene pagata 10,000USD per ogni tweet.

Top ten marketing moments del 2009
9. Il riposizionamento di Topolino
Una notizia che ha scosso l’inconscio collettivo dei bambini ma anche degli adulti: Topolino affronterà un rivoluzionario cambiamento di personalità per il videogioco Epic Mickey, di prossima uscita per Nintendo Wii. Nel gioco Topolino sarà catapultato nella Cartoon Wasteland, un mondo di cartoni animati abbandonati che aspettano di vendicarsi del loro mancato successo. Qui vivrà un’avventura che lo porterà a scegliere se essere un eroe positivo o un “furbetto”. Dalla Disney arrivano presto le spiegazioni: si tratta di un riposizionamento necessario, a causa della crescente concorrenza dei personaggi portati alla ribalta da Pixar, Dreamworks e da favole “dark” ed etiche al contempo come “Nel paese delle creature selvagge”. La Company spiega inoltre che questa personalità sarà limitata al videogame: il carattere di Topolino non andrà certo in giro pensando di trovarsi in G.T.A., perché dipenderà dalle scelte operate dai giocatori che potranno sì renderlo un personaggio più imprevedibile e meno infallibile – ma senza mai fargli perdere il candore che lo definisce.

Top ten marketing moments del 2009
8. Burger King Whopper Sacrifice
Facebook si è consolidata come piattaforma di advertising nel 2009, ma una campagna in particolare spicca per l’ilarità ed il risentimento che ha suscitato. Burger King ha deciso di prendere in giro l’ossessione per i social network dando vita all’applicazione/movimento sociale “Whopper Sacrifice”: sacrifica 10 amici rimuovendoli dalle connessioni del tuo account Facebook e Burger King ti regala un fiammante Whopper arrostito alla griglia. Peccato però che queste azioni compaiono come activity feed in homepage e sul proprio profilo. Una settimana dopo il lancio della campagna da parte di Crispin Porter & Bogusky, Facebook ha definitivamente disabilitato l’applicazione, a causa della crescente preoccupazione sulla violazione della privacy connessa a 233,906 sacrifici di amicizie. “Incoraggiamo la creatività dei developer e dei brand che usano la Facebook Platform, ma dobbiamo anche assicurare che le applicazioni incontrino le aspettative degli utenti sulla privacy. Quest’applicazione facilita un’attività contraria alla privacy poiché notifica le persone della loro rimozione come amico”. Il risultato finale? 23,390 panini gratis hanno dimostrato di valere più dell’amicizia.

Top ten marketing moments del 2009
7. Foursquare e le applicazioni location based
Nel 2009 sono nate importanti applicazioni legate al location based social networking. Le prime ad affacciarsi sul mercato, Brightkite e Google Latitude, permettono di informare il network di amici sulla propria location attraverso mappe, live status feed e foto. Ma vengono sbaragliate con la nascita di Foursquare, l’applicazione definita dagli esperti come “il futuro Twitter”. Con Foursquare la mobilità personale acquista un significato più profondo, perché l’applicazione è un LBS (location based service), un social network ed un gioco multiplayer al contempo. La sua principale innovazione, l’aspetto ludico, funziona così: fare “check-in” nei locali, nei bar e negli spazi urbani di una delle 38 città al momento coperte dal servizio (per lo più in Usa e Canada) permette all’utente di accumulare punti. Ogni settimana viene stilata una classifica: chi ha il maggior punteggio legato ad un locale/spazio ne viene nominato “sindaco”. Ed è già emersa in Foursquare l’opportunità di brand communication: i gestori dei locali hanno cominciato spontaneamente ad offrire dei vantaggi tangibili ai sindaci – consumazioni gratuite, gadget, offerte speciali, etc. – per assicurarsi visibilità nella “city guide” virtuale, composta dai commenti che i Foursquarers postano nella community. Con Foursquare, ogni città è interpretata attraverso una grande narrazione collettiva, secondo una forma di esplorazione Web 2.0.


6. Augmented reality, tra cool factor e utilità
Il 2009 ha visto l’applicazione dell’augmented reality a scopi pubblicitari. Per chi non lo sapesse, l’AR è un’estensione della realtà virtuale che consiste nel sovrapporre alla realtà percepita dal soggetto una realtà virtuale generata dal computer. La percezione del mondo viene quindi “aumentata” da oggetti virtuali che, a mezzo video, forniscono informazioni supplementari sull’ambiente reale. In pubblicità l’AR è stata utilizzata per lo più stampando dei marker (elementi grafici che innescano l’interazione aumentata) sul packaging di prodotti, su brochure o su documenti facilmente stampabili in casa dal consumatore. A fine anno, l’AR sembrava dividere le opinioni: c’è chi lo riteneva un semplice giocattolo alla moda destinato a scomparire e chi invece pensava potesse incentivare i consumatori all’acquisto offrendo benefici sensoriali ed informativi. A far propendere verso il secondo fronte ci ha pensato l’USPS – il servizio postale degli Stati Uniti – che ha utilizzato l’AR per agevolare la scelta delle diverse tipologie di box postali in base alle dimensioni dell’oggetto da spedire.


5. Volkswagen e la Fun Theory
Una presenza fissa tra le pagine di Goviral.com: i video promozionali del progetto Fun Theory di Volkswagen hanno spopolato per la loro semplicità ed immediatezza. Nel 2008, l’economista Richard Thaler ed il giurista Cass Sunstein scrivono il libro “Nudge”, nel quale sostengono che spesso abbiamo bisogno di un pungolo, di una spinta gentile che ci indirizzi verso la scelta giusta: di un nudge, appunto. Partendo da questa considerazione,Volkswagen crede che possa essere il concetto di divertimento a costituire questo nudge e ha sviluppato un concorso aperto a chiunque voglia proporre un modo divertente per incentivare un comportamento etico.
Il concorso si è chiuso il 15 dicembre ed in queste ore la giuria sta valutando le idee pervenute: al vincitore, un premio di 2,500 dollari. Per promuovere i valori alla base del concorso, Volkswagen ha diffuso 3 video virali: una scala che diventa pianoforte per scoraggiare l’utilizzo delle scale mobili, un cestino che accoglie i rifiuti con un effetto sonoro da pozzo più profondo del mondo e una campana per riciclare bottiglie di vetro trasformata in videogioco arcade.


4. “Life’s for Sharing”: i flash mob di T-Mobile
A gennaio è partita una delle campagne più creative dell’anno: Life’s for Sharing di Saatchi&Saatchi per l’operatore telefonico T-Mobile. La big idea è consistita nell’utilizzare i flash mob per veicolare in maniera coinvolgente e memorabile il concept dello sharing – la condivisione di momenti unici ed esperienze hic et nunc, che sono tali proprio via la presenza del corpo. Tra coreografie improvvisate in stazione una mattina qualunque, karaoke di massa, rave scatenati tra gli alberi e squadre di nuoto sincronizzato, dal caos apparente di un’espressione sociale amorfa emerge un cosmos progettato nei minimi dettagli, allo scopo di rendere T-Mobile un Lovemark.

Top ten marketing moments del 2009
3. Il crowdsourcing e la disintermediazione delle agency
Quest’anno abbiamo assistito alla diffusione del crowdsourcing, la pratica di dare in outsourcing a gruppi di persone o community delle attività che prima venivano gestite in-house o da fornitori. Attraverso delle “open call” dirette alla moltitudine di persone – crowd, appunto – nascono nuovi loghi, campagne, prodotti o packaging, ma anche nuove soluzioni a vecchi problemi logistici o di R&S. L’assunto di base è che la creatività è ovunque e occorre sfruttarla in una logica win-win sia per i seekers (chi pone un problema) che per i solvers (chi offre una soluzione). Il crowdsourcing ha dimostrato di funzionare bene come metodo produttivo per Wikipedia, ma nel 2009 sono state soprattutto le aziende a credere nel crowdsourcing, tagliando i budget destinati alle storiche agenzie partner (come ha fatto Unilever con Lowe London). Sono nati portali di crowdsourcing brokering come BootB, Idea Bounty ed Innocrowding che hanno definitivamente disintermediato il settore e facilitato il processo di dal punto di vista legale, commerciale e tecnico (in termini di proprietà intellettuale, compensi per i solvers, traduzione dei portali etc.). Il crowdsourcing promette maggiori innovazioni user-centered che spingeranno più in là la frontiera della co-creazione del valore.

Top ten marketing moments del 2009
2. Il fenomeno Twitter
Da quando Obama ha deciso di rivelare in anteprima su Twitter la sua scelta del candidato vicepresidenziale, Twitter ha ufficialmente rubato la scena agli altri sociali media – e c’è chi dice persino alle email. Twitter è un enorme snapshot dinamico di ciò che il mondo sta pensando, vedendo, ascoltando, facendo, amando, comprando, odiando, chiedendo, indossando, mangiando, bevendo… e la lista è infinita. Cosimo Accota, autore di “Misurare le audience in internet”, spiega in profondità il cambiamento epocale che Twitter in testa – e gli altri social media in coda – hanno provocato nella produzione di significati identitari e nel consumo di presenza: “dalle forme più elementari di presenza attivate con tecniche di segnalazione informativa varie (o, come si dice, di statuscasting mood message, news feed, status update, subtitles, icons, poke), alle forme di social presence più complesse che coinvolgono pratiche di socializzazione nuove. Tra queste: social grooming (cura di sé e cura del proprio network di appartenenza), video foraging (strategie di ricerca e costruzione delle diete personali di video sharing), fictive kinship (condizioni di friendship non convenzionali), powering up (attività di potenziamento dei propri avatar). Agentività che ridisegnano tutte, fortemente, i rapporti tra “contenuti” e “utenti” e, più complessivamente, lo scenario dell’ecologia mediale per come l’abbiamo conosciuta fin’ora”.

Top ten marketing moments del 2009
1. “Best Job in the World” – Tourism Queensland
Chi è che non vorrebbe essere assunto per il miglior lavoro del mondo? La risposta a questa domanda è arrivata a gennaio, quando oltre 35,000 persone da tutto il mondo hanno inviato la propria candidatura per diventare custodi dell’isola Hamilton, sulla Grande Barriera Corallina. Principali mansioni e responsabilità per 6 mesi? Dar da mangiare ai pesci dell’oceano, pulire una piscina, fare immersioni, snorkeling ed escursioni per un salario di circa 80.000 euro – trasferimenti, assicurazione e alloggio in una villa waterfront compresi. In realtà si tratta di una campagna di PR e destination branding ideata dall’ente Tourism Queensland, come risposta creativa alla crisi del turismo. La campagna è stata condotta sui social media e sulla stampa in 18 paesi: l’ufficio ha ottenuto un grande ritorno pubblicitario che le autorità stimano intorno i 70 milioni di dollari australiani, contro lo stanziamento di 1,7 milioni di dollari – stipendio del custode incluso! Il vincitore, l’inglese Ben Southall, ha dovuto documentare l’esperienza con foto e video sul blog ufficiale, aggiornando il mondo sulla sua esperienza giorno dopo giorno. Persino la sua recente disavventura con una medusa letale non riesce a mettere in ombra l’originalità di questa campagna, firmata SapientNitro e vincitrice a Cannes, che ha fatto il giro del mondo nel 2009.

martedì 12 gennaio 2010

Perché Riotta ha torto

[La Repubblica - Scene digitali 12/01/10]
Ci sarebbe da discutere della posizione che Gianni Riotta ieri lanciava a partire dal libro di Jaron Lanier, “You are not a gadget: a manifesto”, una bella provocazione sulla credibilità dell’informazione così come si trova in internet.

Però non ho letto il libro di Lanier, che risulta in status di “pre order” su Amazon Kindle, e quindi non vorrei affrontare una tesi senza averla vista nella versione originale. Nella “vulgata” di Gianni mi sembra che ci sia qualche forzatura. Una è questa, che Riotta dà per scontato che internet sia ormai patrimonio, sangue e vita del lavoro dei giornalisti e più in generale dell’establishment intellettuale di questo paese oltre che del mondo intero – insomma che una fase storica sia finita (e come se dall’altra parte, a difendere la rete “com’è” ci fossero soltanto stupidi lanciatori di guano nascosti dietro l’anonimato). Il problema della distruttività dei commenti anonimi è antico e faccio molta fatica a credere che sia questo il punto centrale posto da Lanier, il quale saprà certamente che il problema di libertà che vi è connesso è che mentre nell’occidente libero c’è un problema di credibilità di chi scrive sulla rete, in molti altri e importanti paesi del mondo ce n’è uno di incolumità. Fisica e politica.

Caro Gianni, sei un ottimista: in questo paese nelle redazioni, nelle case editrici, nell’accademia e nelle stranze strategiche delle aziende – dovunque in qualche modo “si pensi per professione” – la rete, come luogo e modello di reperimento ed uso dell’informazione, non è mai entrata. Non si è mai fatta modello culturale, in senso antropologico, che è esattamente il punto dal quale partono gli americani. E questo è il nostro guaio specifico. Per cui il tuo appello – e qui la forzatura la faccio io – rischia di dar nuova lingua e linfa alla furia anti google di tanti colleghi illustri (se ne leggono ormai ogni settimana) che parlano della rete come i corrispondenti di guerra parlano delle battaglie dalle stanze dei loro alberghi. E nuova linfa a una voglia di menar le mani sulla rete perché, per dirne una, YouTube toglie spettatori alla televisione generalista e ci sono i budget da difendere. E’ una tendenza, forte. Tu che sei americano per cultura non faticherai a vederla.

Non parlo di te che sei un pioniere, ma una cosa è la critica di Lanier, che matura nel cuore della cultura digitale della silicon valley, un altro conto quella del giornalismo italiano. Che di fronte alla rete ha reagito né più né meno come i maestri scriba che provarono a bruciare Gutenberg a Parigi. In parole povere, un riflesso corporativo da interesse ferito.

E ancora, però, non ci sarebbe niente di male, nella tua invocazione, se questa “esternità” non producesse come risultato l’ennesimo contributo alla normalizzazione della rete. Alla sua riduzione a uno spazio normato dai poteri intellettuali ed economici tradizionali, a “walled garden” delle telecom, in ogni momento controllabile. Suvvia, cosa dà più fastidio, il vociare dei fessi o la capacità di aggregazione di un “popolo viola”, che a me non piace molto, ma che è un fenomeno tanto taciuto quanto disturbatore di sogni in questi giorni? Ma a te pare normale che un ministro dell’interno prima parli di chiusure di pagine e siti e poi passi un po’ di tempo al telefono col rappresentante Europa di Facebook per “decidere” un modus operandi? Non ti pare ci sia un problema di libertà che si pone?

Ma non eluderò il tuo problema. Il problema dell’attendibilità esiste. Per esempio nel nostro campo. I giornali. Non lo dico io, né tu, lo dicono migliaia di persone sulla rete da molti anni. Il punto è che per te quelli sono lanciatori di guano che rendono la rete un marasma non selezionato, per me sono un pezzo di opinione pubblica. Giovane. Ci chiedono di essere meno uomini di establishment e di potere e qualcosa di più di quelle cose belle americane che parlano di cani da guardia del potere. Se faremo informazione migliore, la nostra popolarità in alto nelle pagine di risultato di Google sarà grande. Ma che dico? Noi l’informazione dei giornali vogliamo chiuderla nei recinti dell’informazione a pagamento, nei Kindle e nei pacchetti-premium. E cosa resterà dell’informazione, dopo il nostro ritiro? Wikipedia, per esempio. Che, concordo, è una cosa molto “influenzabile” e fatta da gente che avrebbe bisogno di qualche goccia di valium. Ma è l’unica che c’è (mi sbaglio, resterà anche qualche iniziativa “grassroots” tra quelle che ora cominciano). Vittorio Zambardino

lunedì 11 gennaio 2010

Il declino di Internet, l'opinione di Jaron Lanier

[IlSole24ore 10/01/10] Quando lo conobbi a Silicon Valley negli anni '90, Jaron Lanier era proprio come lo vedete nella foto qui accanto, con i «dreadlocks», i boccoli alla Bob Marley a cascata, e sulla mano il guanto della Virtual reality, la realtà virtuale di cui la sua azienda era pioniera. Con la sua visione e il suo guanto Jaron mutava lo schermo davanti a sé e entrava in una diversa realtà, volando su un bosco, duellando con un Cavaliere Templare, operando un paziente al cervello. Le sue simulazioni hanno poi dato vita a videogiochi, programmi di addestramento per l'aviazione, sistemi di training per ingegneri e medici.
Oggi però Lanier, guru di internet e dei new media, celebre firma della rivista Wired, è perplesso. E nel suo ultimo libro «You are not a gadget: a manifesto», mette in guardia contro la deriva del Web 2.0 con toni preoccupati che faranno applaudire i vecchi professori che si vantano «Io? Io non ho mai usato un computer!». Cosa è accaduto perché uno dei leader della rivoluzione internet denunci il Web 2010? Lanier lamenta l'appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l'enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete. Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l'analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del guru Lanier: «I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. In realtà questa poltiglia di informazione amorfa rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.
Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.
Lamenta Lanier: «Ai tempi della rivoluzione internet io e i miei collaboratori venivamo sempre irrisi, perché prevedevamo che il web avrebbe potuto dare libera espressione a milioni di individui. Macché, ci dicevano, alla gente piace guardare la tv, non stare davanti a un computer. Quando la rivoluzione c'è stata, però, la creatività è stata uccisa, e il web ha perso la dignità intellettuale. Se volete sapere qualcosa la chiedete a Google, che vi manda a Wikipedia, punto e basta. Altrimenti la gente finisce nella bolla dei siti arrabbiati, degli ultras, dove ascolta solo chi rafforza le sue idee».
Che cosa è diventata dunque la discussione su internet nel 2010? Il pioniere Lanier, come tanti rivoluzionari del '900, non potrebbe essere più amaro e realista. «Ovviamente un coro collettivo non può servire a scrivere la storia, né possiamo affidare l'opinione pubblica a capannelli di assatanati sui blog. La massa ha il potere di distorcere la storia, danneggiando le minoranze, e gli insulti dei teppisti online ossificano il dibattito e disperdono la ragione».
Non saprei condensare meglio la preoccupazione e la delusione di Lanier e ho provato a sostenere le stesse tesi un anno fa, nella serie di Conferenze sul giornalismo all'Auditorium di Roma. Avendo creduto - e credendo - nella potenza sociale, culturale, economica e creativa della rete, e avendo a lungo scocciato colleghi e amici sulle sue virtù (al Corriere Paolo Mieli scherzava: ti vedo volentieri Gianni, basta che non mi parli più di internet!), è giusto che oggi mi faccia carico del dilemma: come è possibile riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione (i siti e i Tersite che denunciano, a destra e a sinistra, in Italia e negli Usa, chi non è d'accordo con loro come «venduto» non sono «informazione»)?
La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L'informazione dell'opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo - come ci ammonisce Jaron Lanier - permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l'informazione, la cultura e l'eccellenza contro l'omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un'azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia - vedi il Financial Times del 2 gennaio con l'inchiesta di Richard Waters – sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità, secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell'University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».È così, in nome di un egualitarismo che puzza di ideologia, e mettendo sullo stesso piano esperti e dilettanti, osservatori equanimi e faziosi ululanti, Wikipedia rischia di passare da invenzione geniale a piazza scalmanata (e chiunque abbia visto l'articolo a suo nome dell'enciclopedia online cambiato e ricambiato da fans e ultras sa di che parlo).
Il compito non è immane, ma è urgente. Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell'onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l'uguaglianza.
Per avere proposto questa discussione Lanier è già fatto a pezzi sulla rete come reazionario, traditore, snob, fallito, ferrovecchio (stessa sorte mi capitò quando il Corsera pubblicò la mia conferenza dell'Auditorium). Assurdo. In un'intervista oggi al Domenicale lo scrittore Francesco Piccolo racconta di come il suo amico Niccolò Ammaniti, giovane come lui, lo chiami inorridito per gli insulti che gli rivolgono online: prima regola, dice il saggio Piccolo, mai leggere i commenti anonimi dei blog.
Riportare sulla rete i valori della ragione, della saggezza e della buona volontà. A Wikipedia son coscienti del problema, se il grande Craig Newmark, fondatore di Craiglist, impero degli annunci pubblicitari online e consigliere della Fondazione Wikipedia, conclude «Abbiamo bisogno di esperti bilanciati dai cittadini, e viceversa». La rete 2010 deve diventare questa città ugualitaria: dove gli esperti e l'informazione di qualità parlano ai cittadini, e i cittadini fanno sentire la propria voce senza rancori e follie anonime. (Quanto alle Sturmtruppen dei siti all'arrabbiata anticipo gli insulti: questo articolo è stato imposto dal Kgb, la Spectre, la Cia e la Banda Bassotti per nascondere i mandanti dell'omicidio Kennedy, nascosti si sa in Vaticano e al Crazy Horse...).
Gianni Riotta